Paul Giamatti: The Lord of Supporting Actors

Barney's-Version-01Pretty woman”, la commedia romantica diretta da Gary Marshall nel lontano 1990, oltre ad essere uno dei più grandi successi di tutti i tempi nel suo genere, è certamente il film che offrì alla sorridente Julia Roberts un ruolo che la fece diventare diva di fama planetaria, eppure, aldilà del suo partner nella vicenda (quel bietolone dagli occhietti sempre semi socchiusi di Richard Gere, sorta di Mister Grey puritano degli anni ’80 e ’90), dove sarebbe il fascino di novella cenerentola di quel personaggio, senza la bassezza con cui il caratterista Jason Alexander ha intriso il personaggio di Philip, l’avvocato che prova a portarsi a letto la nostra eroina, trattandola per ciò che era in realtà (una puttana) ed ancora, come avrebbe potuto Vivian uscire dal bozzolo di escort di basso bordo (tra l’altro credibile come coatta quanto lo sarebbe stata Grace Kelly…) e divenire la principessa del palazzo, senza l’imprimatur, l’approvazione ed il supporto anche emotivo di Barney, l’indimenticabile direttore d’albergo interpretato da un impeccabile Héctor Elizondo?

Giamatti-and-GarfieldNon è infatti un caso che in lingua inglese il ruolo ed il nome stesso dell’attore e dell’attrice non-protagonista si definiscano più appropriatamente “supporting actor/actress” (attore/attrice di supporto), poiché, soprattutto nel cinema statunitense, questo è quello che fanno e che sono: il pilastro su cui si è costruita nei decenni l’arte cinematografica interpretativa, tessendo attorno alle star (ovviamente più belle, più sceniche, più visivamente impattanti, ma anche più costruite) un arpeggio di significanti, una trama fitta di personaggi e situazioni, in cui il divo di turno poteva esprimere il suo potenziale (o quello che il suo ufficio marketing aveva per lui immaginato), facendogli in alcuni casi da contraltare drammatico (come l’amica bruttina che la “barbie girl” della classe si porta dietro alle feste per evidenziare maggiormente la sua bellezza o come il pizzico di sale nella preparazione dei biscotti che aiuta a percepirne meglio la dolcezza) oppure in altre situazioni da spalla, per esaltarne le caratteristiche da leader ed infine in certi film solo come carne da cannone, da sacrificare nel mucchio (quando dico questo, mi viene sempre in mente la battuta del grande Leo Ortolani sul cliché del “nero-muscoloso-che-fa-una-brutta-fine” nei film action americani).

Paul-Giamatti-01Tutte queste parole per dire poi, alla fine, quanto io trovi un attore grandioso e fondamentale per il cinema americano Paul Giamatti, perché per me egli è il simbolo proprio del buon mestiere, del duro lavoro, della dedizione sofferta ad una parte o ad un tema, la personificazione insomma del concetto stesso di attore non-divo e molto spesso attore non-protagonista.
La bravura con cui Giamatti ha interpretato in modo straordinario un’enormità di ruoli minori lo ha anche spesso reso quasi invisibile agli occhi del grande pubblico, come un bravissimo cameriere di sala, del quale i ricchi commensali avvertono la presenza (perché è sempre pronto a servirli) ma di cui non ricordano le fattezze.

The-Truman-ShowBisogna infatti prestare molta attenzione per ricordarsi del nostro Paul come del direttore della sala di controllo televisiva del grandissimo “The Truman Show”, a mio avviso, tra l’altro il capolavoro assoluto di Peter Weir (non me ne vogliano le platee oceaniche di estimatori del pur meraviglioso “Dead Poets Society – L’attimo fuggente”), film di cui non smetterei mai di parlare e riguardo al quale invece mi limito solo ad accendere i riflettori sul potentissimo script del geniale Andrew Niccol (autore del soggetto e della sceneggiatura di perle cinematografiche come “Gattaca”, “S1m0ne” ed il più pop “In Time” da lui stesso diretto).

Già, difficile ricordarsi di lui, in quel lontanissimo 1988, schiacciato dalla enorme personalità del divo del film, Jim Carrey, ma anche delle sue “spalle”, come Laura Linney (la finta moglie) o Noah Emmerich (il finto amico), messi sotto ai riflettori dalla stessa storia, eppure Hollywood lo notò, lo apprezzò e gli diede tantissimo lavoro!
Oggi Paul Giamatti, escludendo le comparsate ed i ruoli come solo doppiatore, ha al suo attivo quasi 60 interpretazioni in film per il cinema e la Tv in 25 anni di attività.

Cinderella manNon avrebbe senso ricordarlo nei ruoli minori, ci vorrebbe un libro intero (e che palle, poi!), meglio concentrarci sui ruoli maggiori, per lo più, comunque, sempre secondari ma ugualmente importanti, come quello regalatogli nel 2005 dal regista Ron Howard, nel suo buonista “Cinderella Man”, film sul pugile irlandese Jim Braddock, interpretato dal gladiatore Russell Crowe (che non puo’ non essere l’idolo degli spettatori, perché campione con soli lati positivi, senza macchia  e senza paura, praticamente la versione pugilistica di un moderno “Prince Charming” disneyano).

Qui Giamatti è Joe Gould, il manager del boxer eroe ed a mio avviso in questo film supera lo stesso Crowe in bravura, fornendo un ritratto senza sbavature, assolutamente impeccabile e noi spettatori sentiamo tutta la sua passione, mentre si protende con il collo e la fronte solcati dagli spasmi, anelando la vittoria del suo protetto, creandola quasi e ponendola come un successo personale sulla stessa depressione economica americana, sfondo storico e coreografico su cui si muove il film (Howard ci prova sempre a dipingere affreschi storici, ma mentre Spielberg usa un pennello di setole di tasso e vernice ad olio grassa e brillante, l’ex- Richie Cunningham usa il pantone). Quello di Gould fu in ogni caso un ruolo da oscar.

Too Big To FailSituazione curiosa ed emblematica della figura stessa dell’attore in quanto tale, quella dei due ruoli quasi opposti avuti uno nel 2011, quando, per il prestigioso canale via cavo HBO (l’ho già detto in altri post: i film TV della HBO sono quasi sempre dei gioielli di rara bellezza) Paul interpreta il difficile e controverso personaggio di Ben Bernanke, presidente della Federal Reserve statunitense in “Too Big to Fail (Il crollo dei giganti)” di Curtis Hanson,  calandosi in modo assai convincente nella parte di chi vuole salvare l’economia americana attraverso gli strumenti tradizionali dell’economia liberista “illuminata”.

CosmopolisL’anno successivo, nel 2012, per il film “Cosmopolis” di Cronemberg interpreta invece lo psicopatico complottista anti-Wall Street Benno Levin, in una lunghissima e difficile sequenza in cui cerca di dare senso e credibilità ai deliri del suo personaggio.

le-idi-di-marzo-ryan-gosling-paul-giamattiOvviamente, da vero stakanovista, nello stesso 2011 in cui lavorava per la HBO, il nostro incredibile Giamatti si era distinto per una piccola ma significativa parte in “The Ides of March (Le idi di marzo)“, quarto film come regista di Clooney, ottimo dramma politico molto in stile “House of cards” ed a cui la fiction in questione (una delle mie preferite, tra l’altro) deve
moltissimo in quanto ad ambientazione, mood e dialoghi; cambiando radicalmente genere, sempre nello stesso anno il nostro aveva messo il suo marchio di fabbrica anche nella comedy, con una particina in “The Hangover Part II (Una notte da leoni 2)”, sequel della saga campione d’incassi, in cui fa la parte dell’agente dell’Interpol Kinglsey (rivelandosi come tale solo alla fine), un ruolo affidatogli per dare un po’ di spessore ad una commedia che resterebbe altrimenti un banale copia & incolla del precedente capitolo, con pochissime variazioni.

Paul Giamatti in IroncladInfine (ma vorrei essermene dimenticato), sempre nel 2011, Paul aveva anche cercato di calarsi senza successo nel ruolo del Re Giovanni Senzaterra in “Ironclad”, film malamente scritto e diretto da Jonathan English, dando vita ad un personaggio sempre nevroticamente in movimento ma senza vigore, spento, come se lo stesso attore non credesse davvero nella sua parte, per un copione poi stupido ed ulteriormente abbassato da modaiole sequenze splatter.

The Last StationDiversamente, in un altro ruolo “in costume”, nel 2009, Paul Giamatti era stato invece celebrato da pubblico e critica come grande attore non-protagonista, con il suo Vladimir Čertkov, amico e manipolatore della figura popolare e carismatica dello scrittore Lev Tolstoj, in quella sorta di “Doctor Zhivago” in miniatura (non è un complimento, sia chiaro!) che fu lo stucchevole e fintamente sentito “The Last Station” del mestierante Michael Hoffman (un film che, si sarà capito, non mi è piaciuto, troppo ruffiano per poter essere sorretto solo dal nostro attore e dal Dottor Xavier da giovane… ma si dai, McAvoy avrà anche fatto l’avvocato coraggioso ed integerrimo difensore nel “The Conspirator” di Redford, ma resta sempre Charles!).

12-anni-schiavo-paul-giamattiChiudiamo questa lunga parentesi da non-protagonista con l’anno 2013, che ha visto Giamatti impegnato in ben quattro diversi personaggi: il primo è il cinico e spietato commerciante di schiavi Theophilus Freeman, nel potentemente tradizionale, documentaristicamente cattivo, sadico ed anche un po’ paraculo “12 Years a Slave (12 anni schiavo)” di Steve McQueen.

Come secondo, il coraggioso Frate Lorenzo in “Romeo and Juliet” del 2013, adattamento cinematografico assolutamente impeccabile, ma senza appeal, ad opera del bravissimo scenggiatore Julian Fellowes (il creatore della fiction da primato “Downton Abbey“) e diretto con tecnica superba, ma priva passione, da Carlo “La corsa dell’innocente” Carlei.

Saving Mr. BanksCome terzo personaggio, quello gradevolmente disneyano, dell’autista Ralph, che scarrozza in giro per L.A. la scrittrice Pamela Lyndon Travers e unico americano da cui ella
sia davvero rimasta affascinata (Disney compreso) nell’ottimo “Saving Mr. Banks” di John Lee Hancock.

ParklandInfine, a completare il poker di quattro parti nello stesso anno, troviamo forse il ruolo più potente ed espressivo, con il ruolo drammatico e la prova di grande talento (decisamente sprecato) del malinconico sarto di origine ebraiche Abraham Zapruder che, il 22 Novembre del 1963, a Dallas, riprese con la sua cinepresa l’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, in “Parkland”, sceneggiato e diretto da Peter Landesman, un film davvero inutile, senza alcuna pretesa d’inchiesta, ma fermo solo a registrare in modo leccato notizie risapute.

Vincent Phillip D'OnofrioAbbiamo citato ben 12 film (sembrano tanti, ma ce ne sarebbero molti di più, ma , ehi, mi hanno già avvisato dalla regia che stavo rompendo le scatole, quindi mi sono limitato…), tutti da non-protagonista, veste in cui il nostro Paul in questi due decenni e mezzo ha condiviso il podio di grande non-protagonista americano con il suo alter-ego altrettanto grande, Vincent Phillip D’Onofrio, il nostro “Edgar-abito” preferito (tanto per ricordare la sua talentuosissima interpretazione della cimice aliena che s’impossessa del corpo di un terrestre, nel primo “Men in Black”), un attore capacissimo di passare dal ruolo del marine omicida-suicida Leonard “Palla di Lardo” Lawrence, nel perfetto “Full Metal Jacket” di Kubrick, al killer psicopatico di “The Cell” del visionario Tarsem Singh, un attore, però, che, seppur straordinario nelle sue parti, non ha mia avuto modo o capacità di brillare di luce propria, come invece è accaduto in alcune indimenticabili occasioni a Paul Giamatti e oh, ragazzi, quando è accaduto, quando finalmente gli hanno dato dei “leading role” (solo una manciata in tanti anni), quanto ha brillato!

American SplendorDunque vediamole assieme queste occasioni imperdibili, cominciando senza dubbio dallo strano “American Splendor”, che come ex-libraio di fumetti, ho guardato con un particolare stato d’animo, dato che questo film drammatico è tutto dedicato a consacrare la bizzarra figura di uno degli scrittori di  fumetti underground più importanti e celebrati della scena statunitense, Harvey Pecar, creatore della strip fumettistica da cui lo stesso film prende il nome e nella quale l’autore racconta la sua esistenza di uomo cinico, lamentone e disilluso intellettualmente; la pellicola, nelle intenzioni iniziali degli autori, avrebbe dovuto essere una sorta di docu-film sul fumettista (un personaggio davvero particolare, che non ha mai smesso di fare l’archivista a Cleveland, malgrado il successo dei suoi fumetti e le innumerevoli collaborazioni con disegnatori d’eccellenza che prestavano le loro matite ai suoi scritti), ma in realtà è diventato, con l’aiuto di Giamatti, un ritratto filmico a tutto tondo e soprattutto una magistrale interpretazione, con tutta l’amarezza possibile che un attore possa esprimere con la pienezza dei suoi timbri recitativi e che resterà quasi irripetuta nella carriera del nostro, fino alla prova definitiva con il character di Barney.

American-SplendorNon vi dico nemmeno che fine abbiano fatto poi Robert Pulcini e Shari Springer Berman, i due giovani registi che nel 2003 firmarono questo gioiello di cinema indipendente (il film su Pecar aveva entusiasmato tutti, anche per l’uso molto intelligente e calibrato delle strisce fumettistiche originali inserite nel film): googlate e scoprite come il sistema li ha inghiottiti, divorati e sputati!

viDgWsq06MsCPEz2sglrGRCzG2PE’ ad Alexander Payne, raffinato sceneggiatore e regista attentissimo a dare il giusto spazio espressivo a tutti i suoi attori, che si deve tuttavia il primo ruolo da protagonista del nostro Paul in una pellicola di successo, come avvenne appunto l’anno successivo, nel 2004, con  “Sideways” (distribuito da noi con il titolo di “In viaggio con Jack”).

Payne è un autore capace di creare ogni volta delle alchimie gradevolissime, in bilico sul bordo del minimalismo caratteriale, ma con quel pizzico di empatia verso il grande pubblico che lo rendono un ottimo comunicatore, anche se pe lo più sottostimato: ha infatti all’attivo varie pellicole di valore, ma solo nel 2011 ha potuto portare a casa un Oscar, grazie anche alla collaborazione nello script con il geniale ed icastico Jim Rash, nonché ad un cast straordinario (un ottimo George Clooney, ma soprattutto un’emergente Shailene Woodley in stato di grazia), per il bellissimo “The Descendants” (tradotto con grande fantasia con “Paradiso amaro”).

maxresdefaultAnche se con una sintassi ovviamente datata per i gusti odierni, “Sideways” è comunque una pellicola straordinaria, costantemente altalenante tra umorismo e malinconia, dove l’interpretazione dolce e amara di Giamatti suscita decisa simpatia per il suo personaggio di Miles Raymond, professore d’inglese ed appassionato di vini, a cui tutto il pubblico non può non dare il suo appoggio (con quel senso di vicinanza che Payne stimola sempre nello spettatore) per la sua visione di vita e la sua filosofia, finendo per tifare sfacciatamente anche per il suo successo sentimentale con l’amata Maya (interpretata da Virginia Madsen): forse la scena più intensa del film è un topos tipico delle commedie sentimentali vagamente autorale script di quegli anni, con dialoghi dal taglio molto teatrale (come tali un po’ sopra le righe e meno realistici di quelli odierni, che però sono spesso più telefonati), con il professore e Maya che recitano odi sperticate di passione per il vino, confessando ad esso amore eterno, mentre con gli sguardi si dicono che l’oggetto del loro corteggiamento è ben altro.

Tutto questo lungo post serviva in realtà solo per arrivare a questo punto, per giustificare il fatto stesso che io avessi la possibilità di parlare di due pellicole in particolare, due film a loro modo meravigliosi, a prescindere della presenza di Giamatti, due opere superbe che per le strane coincidenze del destino sembrano quasi siano state scritte nel kharma di questo magnifico attore.

MSDMAON EC014Non sto esagerando e tutt’ora ho i brividi se ripenso ad alcuni momenti presenti in questi due film ed in particolare ad alcune scene talmente ricche di pathos e significato che è quasi preferibile arrivare digiuni di storia alla loro visione e non comprenderne appieno il significato, perché se questo accadesse, se le accogliessimo nella loro totalità, saremmo investiti da una potenza emotiva davvero troppo travolgente.

Il primo dei due film è “Man on the Moon”, del 1999, diretto da quel Miloš Forman che ha lasciato una firma indelebile nella storia della settima arte con il suo “One Flew Over the Cuckoo’s Nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo)” e scritto dalla premiata coppia Scott Alexander e Larry Karaszewski (googlatevi i loro gioielli!).

man-on-the-moon-02Come già per “American Splendor”, anche questo film è dedicato ad un artista, ma tutto di quest’opera ha l’odore ed il sapore del gesto d’amore incondizionato, una sorta di ode verso un genio della comicità bruciante e feroce, verso un fustigatore dei costumi e soprattutto verso un uomo che riusciva a vedere i mostri in mezzo alla nostra società e riuscire a costruirsi una carriera televisiva di successo travolgente: il comico Andy Kaufman.

man-on-the-moon-03Con un parallelismo inquietante, anche in quest’opera cinematografica il divo mattatore è l’attore Jim Carrey e Paul Giamatti, attore di supporto, interpreta l’uomo che fu realmente la spalla comica del divo per tutta la vita, quel Bob Zmuda che condivise la goliardia delle prime uscite comiche di Kaufman, la crescente popolarità le gioie ed i dolori della popolarità ed infine il dramma della malattia e che soprattutto, vide sempre, dietro la creatura teatrale del suo amico e compagno di lavoro, l’uomo sulla luna (quel Man on The Moon a cui i R.E.M pensavano quando scrissero la canzone omonima, proprio dedicata nel loro album alla figura di Kaufman), ossia l’unicità quasi aliena di uno showman che non cedette mai ad alcun compromesso, nemmeno in punto di morte.

Man-on-the-Moon-04Non poteva il fato scegliere per il nostro Giamatti un ruolo migliore di questo, un uomo buono ed un visionario, un compagno di viaggio ed un cantore ebbro dell’assurdità della vita e questo, parola per parola, sospiro per sospiro, lo si può percepire nella visione di questo spettacolo cinematografico, la cui cura del dettaglio rasenta la maniacalità, tanto è stato l’amore di tutta la troupe, attori minori compresi, nel catturare quelle emozioni che passarono negli occhi di chi a suo tempo assistette in diretta televisiva o in studio all’ascesa (impossibile e proibita sulla carta) di un genio dell’ironia e del codice doppio quale fu Andy Kaufman.

Potrei restare a tenere concione su questo film per ore ed ore e continuare anche mentre l’entropia universale avrebbe spento ogni forma di energia (figurarsi l’attenzione dei miei lettori!), ma preferisco passare bruscamente al secondo film, che per la sua alta qualità intrinseca e per l’essere anche l’unico ruolo da vero protagonista assoluto ed incontrastato del nostro Paul (interpretazione che gli valse anche nel 2011 la vittoria di un Golden Globe come miglior attore) sarà la degna conclusione di questa lunga digressione sul nostro attore: “Barney’s Version (La versione di Barney)“, film diretto dal regista di ascendenza televisiva Richard J. Lewis e scritto dallo sceneggiatore canadese Michael Konyves, adattando con pesanti trasformazioni l’omonimo romanzo del suo più celebre conterraneo Mordecai Richler.

Barney's-Version-04Pur avendo letto ed apprezzato moltissimo il romanzo da cui quest’opera filmica è tratta, posso assicurarvi che parliamo davvero di due opere assai diverse, soprattutto per l’approccio alla storia biografica di base: la morte di un uomo avvenuta in circostanze misteriose in qualche modo inizia e conclude la vicenda del plot, ma mentre nel romanzo l’andamento narrativo è quello dell’autobiografia (solo immaginaria, perché il romanziere finge solo di essere stato protagonista di tali vicende), nel film tutta  la storia viene narrata in terza persona e senza la consapevolezza del suo finale.
Come nel canovaccio di appunti di un terapeuta, che con pazienza e volontà di conoscenza raccoglie la testimonianza di un suo paziente afflitto da depressione distruttiva,  gli accadimenti sono presentati non in modo lineare, ma destrutturati in capitoli, attraversati da flashback e salti temporali.

Barney's-Version-01Lo script che viene affidato alle cure del nostro Paul è davvero audace, sia perché percorre un amplissimo arco temporale, con tutte le trasformazioni fisiche e comportamentali del protagonista a cui l’attore deve adeguarsi, sia perché agli ovvi riflessi nella modulazione recitativa dati dal tempo fisico trascorso, viene aggiunto (come da copione) l’elemento della malattia neurologica degenerativa.

Barney's-Version-02All’inizio del romanzo e della storia, Barney Panofsky viene accusato di aver assassinato un suo amico e per tutta la vita quest’ombra di sospetto aleggerà su di lui, anche se mai nulla sarà provato, così egli, dichiarandosi sempre innocente, cercherà di raccontare agli altri la sua verità, la sua versione dei fatti appunto, ma facendo questo racconterà a tutti molto altro, parlando della sua giovinezza, dei suoi amori, delle sue debolezze, delle sue sofferenze.
E’ qui che il film, praticamente da subito, diventa un’altra opera, scuotendosi per l’appunto dai limiti della biografia storica e divenendo un viaggio nella mente e nei ricordi di quest’uomo dal mestiere interessante (è un produttore televisivo di successo, ma pieno di problemi), ma con un taglio più giornalistico, perché nello specifico filmico il narratore non conosce la verità ma la ricerca insieme allo spettatore, scoprendo con noi un pezzo alla volta i contorni degli accadimenti, incontrando personaggi nuovi e portando alla luce segreti inconfessabili.

Raging-BullL’operazione risulta simile a quella operata a suo tempo da Paul Schrader, quando destrutturò l’autobiografia scritta dal pugile Jake LaMotta, trasformandola nella sceneggiatura di “Raging Bull (Toro scatenato)”, il film di Martin Scorsese: anche in quel caso, la vicenda narrata in prima persona viene trasformata, mettendo in dubbio tutte le verità che un’autobiografia necessariamente contiene, perché scritta da chi ha vissuto la storia, ma trasformando la narrazione nell’osservazione quasi documentaristica della lenta autodistruzione di un uomo.

Giamatti and HoffmanPaul Giamatti in questo splendido film riesce sempre a restare il vero mattatore della scena, anche quando si trova faccia a faccia con un mostro sacro del cinema americano, Dustin Hoffman (su cui vale la pena di fermarsi un istante per rendere omaggio ad un interprete leggendario, che ha saputo resistere alla tentazione di diventare una sorta di vecchio patriarca, borioso e gigione, come purtroppo altri suoi coetanei, pur grandissimi, hanno fatto).

Barney's-Version-05Come avrete notato, non ho per l’ennesima volta raccontato la sinossi, perché davvero è incredibile come qualcuno possa pensare di consigliare un film ad un altro togliendogli nello stesso tempo il piacere della scoperta; voglio invece aggiungere un ulteriore elemento di apprezzamento per la bellissima sceneggiatura di questa pellicola, parlandovi di come la malattia di Alzheimer (di cui già nelle primissime scene ci viene detto esserne affetto Barney) invece di aggiungere una nota patetica di struggimento appiccicoso, diviene elemento di suspence, perché la verità, che nel film, ripeto, non è nota né a noi né al narratore, diventa ogni giorno più labile e sfuggente, perché sbiadisce e rischia di scomparire assieme ai ricordi del protagonista ed anche il segreto finale (il prestigio?), vengono narrati in modo quasi impalpabile, come se lo spettatore dovesse chinarsi ed accostare l’orecchio per cogliere un sussurro appena percettibile ed è meravigliosa la sensazione di essere in qualche modo diventati parte di tutto questo.
Amerete Giamatti, sul serio, dopo questo film.
Buon visione a tutti.


In questo post abbiamo parlato di:

The Truman Show
Cinderella Man
Too Big to Fail (Il crollo dei giganti)
Cosmopolis
The Ides of March (Le idi di marzo)
The Hangover Part II (Una notte da leoni 2)
Ironclad
The Last Station
12 Years a Slave (12 anni schiavo)
Romeo and Juliet
Saving Mr. Banks
Parkland
American Splendor
Sideways (In viaggio con Jack)
Man on the Moon
Barney’s Version (La versione di Barney)

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22 pensieri su “Paul Giamatti: The Lord of Supporting Actors

  1. Grande articolo, come sempre esaustivo, interessante e completo. Un tema, quello dei Supporting actors, molto rilevante nel mondo del cinema che vede di sicuro Giamatti tra i suoi massimi esponenti, ma che, secondo me, trova il suo “lord” in Micheal Caine. Maggiordomo nella trilogia del Batman di Nolan, assistente degli illusionisti in The prestige… ma anche quel personaggio pieno di sfaccettature, in grado di comunicare con un semplice sguardo nel folle “Sleuth”… e potrei continuare per ore!
    Ma torno al grande Giamatti: un attore straordinario, presente in diversi film di altissimo livello come The truman show da te citato (qui ha una parte estremamente secondaria, ma il film è magico… ricordi il “cinema test” di wwayne e lapinsu? Scrissi come film preferito “l’attimo fuggente”, ma avevo davvero troppe pellicole in mente tra le quali avrei potuto scegliere come “Qualcuno volò sul nido del cuculo’, “Inception”, ma anche “The truman show”. Continuo a non essere sicuro della mia scelta nel quiz….). Delle ultime due pellicole da te nominate ho visto solo “Man of the moon”. Un film pazzesco, che mi ha conquistato, scena dopo scena, soprattutto grazie al suo protagonista, interpretato da un sontuoso Jim Carrey, ma anche grazie ai personaggi secondari che gli ruotano intorno, esaltandolo, supportandolo. E Giamatti, ovviamente, ha un ruolo fondamentale in tutto questo.
    Grande Kasa!

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  2. Ciao Dave, sempre sul pezzo e sempre con grande acume!
    Vedi, quando ho un po’ scherzosamente definito Giamatti “The Lord of Supporting Actors” ho voluto rendere omaggio ad una carriera in cui su circa 60 film l’enorme maggioranza sono proprio ruoli secondari o minori da copione, mentre nel caso di Caine, attore meraviglioso, il suo prestigioso curriculum lo vede solo invecchiando aumentare il numero dei ruoli di supporto: fin tanto che la giovane età glielo permetteva, infatti, il suo nome era tra i primi due nel cartellone pubblicitario, ossia quasi sempre protagonista, quindi con lui sarebbe una gara scorretta!
    Anche De Niro, attore immenso, ultimamente fa molte parti secondarie (tu ne hai citata una splendida in “Limtless“), ma a differenza di Giamatti, D’Onofrio, Helizondo e tanti altri, De Niro resta sempre un attore famoso per i suoi leading role.
    Quando facesti il famoso quiz, ho amato che tu avessi inserito in classifica il capolavoro di Forman con Nicholson e così come ho molto piacere anche adesso che tu abbia apprezzato “Man on the Moon” perché invece in molti, magari ingenuamente attirati da trailer sbagliati o dalla stessa figura di Carrey (che si è dimostrato oramai essere un attore completo a tutto tondo), sono rimasti delusi pensando di andare a vedere un film dalla comicità semplicistica o da carnasciale ed invece si sono rovinati la visione di un capolavoro!
    Ancora una volta stupisci per la tua sensibilità.
    Vorrei averti conosciuto prima!

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    • Grazie Kasa! Beh direi che, almeno, entrambi abbiamo imparato a conoscere abbastanza bene i gusti cinematografici dell’altro, tutto sommato piuttosto simili.
      In effetti Caine è un attore che ha interpretato un numero spropositato di ruoli sia principali che secondari.. sarebbe stato ingiusto confrontarlo con Giamatti (non sto parlando di un confronto tra talenti, ma tra due carriere diverse, vista anche la differenza di età tra i due). Non si discute su “Man of the moon”, un capolavoro…. chissà magari un giorno una recensione potrebbe scapparci….

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  3. “(Ron) Howard ci prova sempre a dipingere affreschi storici, ma mentre Spielberg usa un pennello di setole di tasso e vernice ad olio grassa e brillante, l’ex- Richie Cunningham usa il pantone.”
    STANDING OVATION da 90 minuti per KASABAKE.

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    • Hahaha!
      Ovviamente quella era solo la punta dell’iceberg, una piccola frecciatina che mi ha molto gasato e divertito e per la quale dovevo subito farti i dovuti complimenti e ringraziamenti.
      La monografia nel complesso, come sempre, si merita anch’essa tanti applausi per le tante cose giuste e interessanti che dice. E Paul Giamatti è uno di quegli attori che merita sempre più attenzione di quanta gliene viene data.
      Tra i film che hai citato, quello che più mi sta a cuore è Man on the Moon, uno dei miei film preferiti di sempre, che mi ha insegnato tanto sulla vita e ha condizionato molto la mia personalità e in particolare il mio approccio al mondo dello spettacolo. Non voglio sembrare melodrammatico né tantomeno esagerato, ma per me i film, nel loro piccolo, servono anche a questo.
      In ogni caso, potrei aver detto le stesse cose anche per The Truman Show e sarebbe stato sempre tutto vero. Ma preferisco di più l’altro, perché il film di Peter Weir rimane un film dalla classica struttura hollywoodiana, trionfalista e in fin dei conti buonista, mentre Man on the Moon ha invece quell’aria di dannazione e quell’atteggiamento realmente provocatorio e rivoluzionario di chi è consapevole di combattere una guerra che non può mai vincere, che danno quasi la sensazione che il film faccia di tutto per NON piacere allo spettatore. Più che piacere vuole dare fastidio e farti capire che la tua vita, il tuo modo di vivere è basato tutto su convenzioni, su abitudini e sul senso comune che ti fanno dare il mondo intero per scontato.

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  4. Spesso, quando leggo i tuoi post sono afflitto dallo sconforto.
    Eh si, perchè vorrei tanto aggiungere qualcosa che tu non abbia già detto ma francamente mi riesce impossibile perchè, sempre, i tuoi post sono enciclopedici (nell’accezione etimologica del termine: ciclo + paideia).
    Comunque, spinto dal tuo post, sono andato a scorrere la filmografia di Giamatti, scoprendo quanto tu abbia – ancora una volta – ragione nel delineare i tratti salienti dell'”attore di supporto” (perifrasi questa da preferire ad “attore non protagonista”), perchè tanti sono i film in cui lui ha partecipato ma che – nonostante la mia memoria tendenzialmente elefantiaca quando si tratta di film e cast – faccio fatica a ricorda:
    Donnie Brasco, regia di Mike Newell (1997)
    Il matrimonio del mio migliore amico (My Best Friend’s Wedding), regia di P.J. Hogan (1997)
    Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), regia di Steven Spielberg (1998)
    Il negoziatore (The Negotiator), regia di F. Gary Gray (1998)
    Confidence – La truffa perfetta (Confidence), regia di James Foley (2003)
    The Illusionist – L’illusionista (The Illusionist), regia di Neil Burger (2006)

    Che tra l’altro son tutti filmoni che ricordo benissimo ma di lui proprio non ho memoria.

    Strana la vita: esser dotati di un così raro talento ma esser costretti, proprio per la natura stessa del proprio talento, a restare nell’ombra ignoti e sconosciuti.
    Sembra quasi la biografia di un supereroe che non può esporsi e far sapere che se le cose vanno bene è soprattutto per merito suo!!!

    Chiudo qui, sennò divento – come al solito – melenso e banale!!
    Salut!!!!!

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  5. Tu sai di essere il mio mentore dentro Word Press, vero?
    Non era casuale il mio non-scherzoso “Kasabake Thanx”, perché, davvero, se bloggo è per merito tuo, quindi, come puoi immaginare, mi avvicino ai tuoi commenti sempre con un timore reverenziale, anche un po’ stupido (Holmes mi sputerebbe per il peccato di modestia, ma io certo Holmes non sono e quindi un po’ di insicurezza ci può stare…) e pensa con quale piacere poi leggo, come adesso, quasi sempre complimenti da parte tua… il che non vuol dire, attenzione, essere d’accordo su tutto, perché quello sarebbe “paraculaggine”, ma vuol dire rispetto per un opinione (chi si cura di ciò che dice un asino?) detta da una persona che si rispetta a sua volta e tu lo fai sempre con me.
    Perciò grazie moltissimo.
    Detto questo, passo a commentare la tua nota: siamo perfettamente in sintonia!
    Quando a suo tempo misi Giamatti nel mio pantheon personale fu proprio per quella micidiale combinazione di essere uno dei più portentosi attori di supporto, ma anche, quando finalmente qualcuno gli ha dato l’occasione di uscire dall’ombra, un grande protagonista… insomma, come hai detto anche tu, il nostro Paul di filmoni ne ha fatti tantissimi come non-protagonista ed era impossibile se non sbagliato parlare di tutto.
    In conclusione due cose: primo, sei spesso elegiaco nei commenti, quanto ironico nei post e questa ricchezza di timbri la adoro; secondo, la frase finale che chiude il tuo commento “esser dotati di un così raro talento ma esser costretti, proprio per la natura stessa del proprio talento, a restare nell’ombra ignoti e sconosciuti […] un supereroe che non può esporsi e far sapere che se le cose vanno bene è soprattutto per merito suo” è praticamente il significante di ciò che il commissario Gordon dice con voce fuori campo nel finale di “The Dark Knight”.
    Potrai essere più cool?
    (no, non lo fare… non fare ironia sul “cool”… ti ho visto, togli le mani dalla tastiera… da bravo, Lapi, su…ok)

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    • Ho divelto i tasti C, U, L e O dalla tastiera per evitare il commento ridanciano che la tua chiusa serviva su un piatto d’argento.
      Quindi sappi che mi devi una tastiera nuova 😀

      Sai, stavo facendo mente locale e, rovistando tra il mio palazzo della memoria, ho cercato di trovare altri attori ascrivibili alla stessa categoria di Giamatti: portentosi ma sempre sullo sfondo.
      – Morgan Freeman
      – Ben Kingsley
      – Ciarán Hinds (attore che ho iniziato ad apprezzare in Rome)
      – James Gandolfini
      – Forest Whitaker

      Questi sono i primi che mi vengono in mente, ma la lista potrebbe allungarsi e di molto.
      Quasi quasi comincio a buttar giù qualche appunto per una “Top 20 supporting actors”….

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  6. Ho dato senso all’acronimo ROFL quando ho letto l’incipit del tuo commento, rotolandomi letteralmente dalle risate!!

    Una Top 20 Supporting Actors… sarebbe davvero una bella idea… molto Lapinsu… e poi perché fermarsi agli uomini? Già che ci sei, con un sottotitolo vincente così (“portentosi ma sullo sfondo”) ci si spara anche una bella Top 20 Supporting Actress…
    Si, perché la finezza sta proprio nel trovare attori e attrici che corrispondano a quel dettame da te sopra sintetizzato: insomma, coloro che hanno fatto ruoli minori semplicemente all’inizio della loro carriera, per poi con il tempo trovare il successo e vedersi poi affidare parti da protagonista, non possono rientrare in questa categoria o quanto meno non in modo veritiero…
    Non è semplice, perché le caratteristiche, che io ho identificato nei nomi citati da me nel post (D’Onofrio, Helizondo) ed in quelli elencati da te, prevedono proprio la loro natura di “spalle” o di “caratteristi”, magari anche legati all’etnia, come John Leguizamo sempre presente quando serve un colombiano o John Rhys-Davies, per anni l’egiziano di riferimento nei film action da “I Predatori dell’Arca Perduta” in poi… ma questi due, pur avendo le caratteristiche che dicevo, per esempio , non li inserirei in una Top 20, perchè sono davvero solo dei caratteristi e non degli attori Top…
    Insomma ho sonno, straparlo, vado a letto e come sempre ti ringrazio per le belle idee…
    ‘Notte, ‘Notte

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  7. L ho adorato in lady in the water di shyamalan, il film non e’ il massimo, ma la parte di paul e’ memorabile…. E ti diro’ nonostante condivida molto del tuo (ottimo) post, a me in ironclad paul non e’ dispiaciuto…. Diciamo che dovunque lo veda mi piace sempre!!! Ottima scelta, giustissimo dare visibilità ad un attore troppo spesso passato in sordina.
    Ciao kasa un salutone.

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    • Grandissimo Lupo, sono contentissimo che anche tu consideri Giamatti un attore di grande spessore, così come sono contento che ti sia piaciuto il mio post, che ti assicuro è stato scritto con il cuore ed una grande passione e devozione per un artista che considero davvero degno di un attenzione che molte volte non gli viene data.
      Come diceva Lapinsu, in un altro commento, un portento che sembra invisibile, che è poi il destino di tutti i grandi attori di supporto.
      E’ proprio per questa devozione ed affetto che mi sono permesso quasi di “stroncarlo” in un film che non mi è piaciuto ed in cui ho trascinato negativamente anche la sua bravura, ma resta un grande e non lo dico per piaceria o ruffianeria nei tuoi confronti, a cui invece è piaciuto anche in “Ironclad”, ma perché ci ho dedicato tutto il post!
      Per fare questa digressione su Paul, mi sono rivisto in dvd un film che mi aveva addirittura fatto arrabbiare al cinema, “Parkland”: il mio giudizio sul film non è cambiato (praticamente un offesa al “JFK” di Stone) ma rivedendo Giamatti l’ho trovato ancora più grande… è incredibile!
      In questi giorni, invece, mi sto divertendo come un matto a scrivere un post in cui ti ho pensato moltissimo (oh, in senso amicale, mica fraintendere…), tutto dedicato ad un regista davvero poco conosciuto ai più (tranne che a te sicuramente), autore di film di bassissimo budget ma grandi idee… ti do un indizio malefico… sfere rotanti con lame affilate, cadaveri rubati e trasformati in schiavi nani, Elvis Presley che combatte contro un demone e una droga chiamata salsa di soia… se ci sei, tieni il segreto per te e non divulgarlo dentro Word Press o almeno prima che finisca il mio post!

      P.S. A proposito di M. Night Shyamalan, lo sai che mi è piaciuto un sacco il pilot di “Wayward Pines“? Aspetto il 14 per vedere come procede nella seconda puntata, diretta da altri…
      Alla prossima mitico!

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        • Lupo! Sono riuscito finalmente a completare il mio lungo post sul grande Don e ne sono contentissimo, ma temo si tratti di una cosa un po’ troppom per addetti ai lavori… tu che sai parlare meglio di me alle grandi platee, mi aiuteresti a spargere il verbo? L’umanità deve conoscere questo genio!
          Seminiamo cultura, Lupo, seminiamo!

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  8. Boia… era ovvio che mi rispondevi al volo… con chiunque ho parlato (e quando dico chiunque parlo anche trai vari blogger dentro Word Press) mi guardavano perplessi anche quando ho fatto i nomi dei film… ma tu, al volo! Pam, beccato! Eh, la cultura di base…

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  9. Dopo la lettura di ogni pezzo, mi rendo conto, ogni volta di più, della vastità delle tue conoscenze. Articolo fantastico… proprio come Giamatti. Amo questo attore perché recita in sordina, mai sopra le righe anche quando deve “dare di matto”. Se trovi il tempo, ma te lo chiedo proprio da non competente, mi spieghi cosa intendi “una sintassi ovviamente datata per i gusti odierni” (paragrafo Sideways-in viaggio con Jack).
    Con tutti i referendum che si fanno ce ne vorrebbe uno per eliminare defintivamente la pseudo traduzione in italiano dei titoli dei film stranieri e già che ci siamo anche i sottotitoli “in viaggio con Jack”… mah!!
    A presto

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    • Mi hai inondato di complimenti ed il mio ego si sta gonfiando a dismisura… dovrei bastonarlo un po’, ma gli hai appena offerta il suo cibo più prezioso ed ossia permettermi di pontificare!

      L’hai voluto tu, maldido!!

      Ci sono artisti che si sono sempre preoccupati di coniugare il linguaggio del proprio animo (quindi la parte più esoterica ed ermetica e pertanto maggiormente lirica) con quello del grande pubblico: in questo senso, ad esempio, un grandissimo comunicatore è di certo Steven Spielberg, capace di portare il contenuto della sua narrazione nel più lontano e difficile dei cuori, parlando una lingua comprensibilissimi anche se splendida; nel campo della commedia sentimentale o del dramma sentimentale, io penso che anche Payne appartenga a questa categoria e quindi direi che è in ottima compagnia!

      Tuttavia, questa scelta stilistica ovvero quella di comporre i vari segmenti filmici (le frasi, per così dire del discorso filmico) con una sintassi contemporanea (quindi usando i flashback, le pause, io dialoghi, gli zoom, le carrellate, i piani sequenza e tutta la punteggiatura messa disposizione dal linguaggio filmico), rendono i film di questi autori molto comunicativi ma più a rischio di invecchiamento, al confronto di altri registi che abbiano scelto linguaggi più innovativi (quindi meno comprensibili per i loro contemporanei) ma per lo stesso motivo anche più longevi: quando negli anni ’70 andava di moda nelle scene di tensione zoomare direttamente in faccia del protagonista, nessuno si preoccupava che l’effetto visivo fosse disturbante perché lo facevano tutti e solo in pochi sostituivano quel facile effetto con una carrellata o un effetto vertigo (quando ti avvicini con lo zoom ed intanto ti allontani con la cinepresa), ma riguardando questi film oggi si prova una sensazione di spaesamento, specie se chi guarda è uno spettatore abituato solo ad altri segni di interpunzione e che vive l’anacronismo visivo, quindi, quasi come un difetto.

      Allo stesso modo, la sintassi contemporanea al suo tempo (senza innovazioni particolari) crea un ritmo di certo adatto al pubblico del suo tempo (vedi i lunghi dialoghi dei film anni ’50 e ’60, le scene madri, la teatralità che veniva direttamente dai set costruiti in studio su un palco vero e proprio), ma questo rende la pellicola datata e meno valida per le generazioni successivi.

      Ovviamente i maestri sanno questo e cambiano la loro sintassi in progressione all’abilità di concepire i gusti del pubblico e sintonizzarsi su di esso: pensa ad esempio all’uso dei cosiddetti landscape (con quelle riprese di orizzonti vastissimi) ed ai campi lunghi che Payne ha usato in Nebraska, al realismo delle scene interne ai bar, agli sfacciati primissimi piani del protagonista che gira orgoglioso con il suo pick-up nuovo fiammante), così come ricorda quelle carrellate lungo la spiaggia, fatte per riprendere in modo più emotivamente coinvolgente padre e figlia che discutono sul tradimento, in “Paradiso Amaro”… siamo anni luce lontani dalle tecniche di narrazione di “Sideways”, così come lo stesso Spielberg di “Shugarland Express”, con i suoi tempi lunghissimi, le highway piene di auto della polizia, i piani-americani della protagonista che piange a telecamera immobile e senza commento musicale (quasi impossibile oggi), sono tutte cose che ci narrano dell’evoluzione di questi due registi ed anche di come il rivedere loro vecchi film, senza storicizzarli adeguatamente, li mette a rischio di critica da parte dello spettatore disattento.
      Alla prossima Fed e scusa il polpettone, davvero!!

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  10. Grazie 2 volte invece amico mio, in primo luogo perché il polpettone a me piace, in secondo luogo perché ora ho capito perfettamente cosa hai inteso dire.
    Anch’io, come tutti ovviamente, ho la sensazione talvolta del film “vecchio” e che spesso rinunci anche a riguardare proprio perché “la sintassi filmica” (come giustamente deve essere chiamata) è datata. Magari un film che all’epoca ti piacque tantissimo, oggi non lo vedi più volentieri. A parte certi capolavori s’intende che vanno sempre bene, ivi inclusa la scena madre.
    Tuttavia in Sideways non ho provato (e non provo) quella sensazione, chissà perché, forse perché lo adoro o forse perché adoro il vino? 🙂

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    • Tu lo sai, vero, che potrei stare ore a parlare con te di cinema?
      Odio oltretutto non poterlo fare, perché la passione ti porta a veder e sentire cose che si arricchiscono di nuovi sentori quando parli con persone con la spiccata sensibilità artistica come te ed allora diventa una vera giostra…
      Ora ti lascio che il mio trasloco incombe, ma continuiamo a commentarci ogni volta che sarà possibile perché è davvero troppo piacevole, anche quando la stessa cosa, guardata dai nostri due diversi punti di vista può mostrare sembianze differenti, come è giusto che sia, come è bello che sia, perché come dicono le sorelle Wachowski “<emAll Boundaries are Conventions”…
      Buona serata, amico!

      P.S. Il vino non si può non adorare, non si può solo bere… è cultura, piacere, vita, storia, geografia. socialità… per me e mia moglie è da sempre anche, assieme al cibo, la chiave con cui decifrare tutto quello che incontriamo nei nostri viaggi, anche se brevi,anche se vicini

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