Grand Budapest Hotel (2014)

Grand-Budapest-Hotel

Quando parliamo di Wes Anderson parliamo di cinema allo stato puro, quello delle origini, delle magie di Georges Méliès, dei movimenti di macchina di Max Ophüls, dell’amore per la macchina da presa de La Nuit américaine di François Truffaut, dei fantasmi di Fellini, dei noir di Jean-Pierre Melville, delle inquadrature perfette in stile pittorico al limite del maniacale di Stanley Kubrick, del meta-linguaggio fumettistico del Jean-Pierre Jeunet de Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain, perché Wes Anderson è tutto questo e molto altro.

Si, perché aldilà delle tecnica narrativa, l’elemento ludico è dietro la maggior parte dei suoi significanti, anche laddove sembra predominare una sorta di concettualismo da regista autorale e giocare con esso è forse il modo migliore per parlare di questo cineasta.

Per parlare di questo suo monumentale lavoro, ci muoveremo dunque per emozioni e fascinazioni singole, partendo da un quadro: prima ancora della storia, Grand Budapest Hotel è “Boy With Apple – Ragazzo con Mela”, il dipinto realizzato appositamente per il film dal vero artista inglese Michael Taylor, immaginando come potesse essere un dipinto fatto da un fantomatico Johannes Van Hoytl il Giovane, miscellanea del Bronzino e dei pittori olandesi del ‘600 e di altre infatuazioni immaginifiche di Anderson.

Dal quadro di Taylor ai ritratti che la pittrice Juman Malouf, fidanzata di Anderson, ha realizzato per ogni membro del cast e che non compaiono mai nel film, ma che servivano solo mentre si giravano le scene per creare il giusto mood esistenziale negli attori o la fissazione per le linee rette, seguita come regola divina sia nella creazione dell’inquadratura sia nel movimento della camera da presa, che si muove lungo assi perpendicolari, paralleli o speculari, sfondando non solo metaforicamente le quinte della scena e costringendo gli attori a muoversi in modo sincronico, come dei ballerini sul palcoscenico.

Arta pittorica, arte visiva e quindi anche fumetto, perché una cosa che viene, infatti, sottolineata troppo poco dalla critica cinematografica, quando si parla delle opere di Anderson, è il suo amore per la nona arte ovviamente intesa più come “bande dessinée” che non come comic, proprio per quell’aria stralunata e sognatrice che i suoi personaggi assumono nella finzione filmica: quando Gustave e Zero, in particolare, corrono quasi come silhouettes sullo sfondo, ricordano in modo quasi commovente le figure dei personaggi di Hergé, come Tintin ed il baldo Capitaine Archibald Haddock.

Arte a tutto tondo e quindi anche artre culinaria, perché questo film è anche senz’altro il “Courtesan au chocolat”, il goloso dolce del finto pasticciere Mendl’s, tanto amato dal concierge Gustave, una composizione di tre bignè sovrapposti e farciti con crema al cioccolato, finemente decorati con glassa di vari colori, realizzato per il film da un provetto cuoco di Görlitz, in Sassonia (dove sono stati girati gli interni, usando come set un magazzino abbandonato), come variante fantasiosa della vera “religieuse”, creazione soave della pasticceria francese.

Certamente dovremmo dire che la pellicola del giovane regista texano sia anche ispirata all’opera dello scrittore Stefan Zweig, in particolare al suo “Il mondo di ieri, ricordi di un europeo”, ma la fedeltà al testo è pari a quella geografica di tutta la pellicola, solo nell’essenza: forse la cosa più vicina a Zweig nel film è probabilmente la notevole e ricercata somiglianza fisica dell’attore Jude Law allo scrittore da giovane.

Come anche nei precedenti film di Wes, anche in Grand Budapest Hotel la musica diventa cifra stilistica, accompagnando sia i geometrici piani sequenza, sia l’andirivieni degli attori sulla scena ed il lavoro compiuto dal compositore francese Alexandre Desplat è davvero seducente.

Infine, precisiamo che dal punto di vista recitativo, malgrado l’incredibile messe di grandi talenti, non siamo di fronte ad un’opera davvero corale, poichè, con l’eccezione di Ralph Fiennes e Tony Revolori (interpreti dei due veri protagonisti, il concierge ed il suo “garzoncello”) ed il supporto di una magnifica Saoirse Ronan (qui nei panni di Agatha, la pasticcera con una vistossima voglia a forma di Messico sulla guancia), tutti gli altri attori sembrano essere presenti sullo schermo quasi per gioco (di nuovo), con camei recitativi magnifici, a volte di pochi minuti, creando un senso di ricchezza e pienezza da cui lo spettatore si sente costantemente appagato.

Alla fine il film di Anderson è proprio questo: un profumo di tante cose piene di significato (come L’Air de Panache che Monsieur Gustave ama spruzzarsi in continuazione, lasciando dietro di se una scia di fragranza che ne annuncia sempre l’arrivo o la recente uscita), ma anche la cura maniacale delle inquadrature e dei dettagli di scena, che a volte rasenta il patologico.

L’essere autorale del cinema di Anderson e quindi di Grand Budapest Hotel è proprio in questa significanza formale che diviene sostanza, come la metrica tamburellante del famoso esametro di Virgilio nell’Eneide, in cui il suono prodotto dalla semplice lettura accentata della frase creava da solo il fragore degli zoccoli dei cavalli («quàdrupedànte putrèm sonitù quatit ùngula càmpum»).


The Grand Budapest Hotel“, USA, DEU, 2014
Regia: Wes Anderson
Soggetto: Wes Anderson e Hugo Guinness
Sceneggiatura: Wes Anderson


 

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