Directors

Martin-Scorsese-on-the-set-of-The-Departed

Se mi venisse chiesto di spiegare in pochissime parole che tipo di lavoro sia il regista e quale siano i suoi compiti, direi semplicemente che a lui compete la traduzione in immagini e sequenze filmiche della sceneggiatura, sia che questa l’abbia scritta egli stesso, come nel caso di molte produzioni autoriali, sia che invece essa sia stata frutto del lavoro di altri; dietro questa semplice dichiarazione c’è tuttavia un intero mondo che si apre.

The-Wachowskis-and-Halle-Berry-on-the-set-of-Cloud-Atlas

In quanto mente creativa, a cui dalla produzione è stata affidata la responsabilità esclusiva di scegliere le specifiche soluzioni estetiche e tecniche da mettere in campo per realizzare quella visione del testo, il regista deve necessariamente essere sempre coinvolto in ogni fase della realizzazione del film, molto più di qualsiasi altra figura professionale, dalle primissime azioni e riflessioni progettuali della pre-produzione, fino a quelle finali, successive alle riprese ed al montaggio delle scene.

Brigitte-Helm-in-Metropolis-of-Fritz-Lang

La sua è un’attività frenetica, che non conosce sosta, festività, pausa e più in generale riposo, perché le riprese di una pellicola possono avvenire di giorno come di notte e spesso le ore di sonno sono sostituite dalla riscrittura urgente di parti del copione o dalla necessità di risolvere problemi tecnici od umani dell’ultimo minuto, giacché l’orologio corre sempre durante la lavorazione di un film ed il tempo è quello che determina uno dei costi maggiore della produzione, per via dello stipendio delle maestranze e degli stessi divi, per l’affitto delle location, il noleggio delle attrezzature e dei costi di vitto ed alloggio durante le trasferte previste dalla scaletta delle riprese.

Francis-Ford-Coppola-on-the-set-of-Apocalypse-Now

Il regista, durante tutta la lavorazione del film, è costretto, ancor più di chiunque altro, a mettere da parte ogni interesse personale, amicizia o affetto familiare, perché il film assorbirà l’intera sua vita fino al suo definitivo completamento, talora creandogli persino problemi sentimentali, crisi coniugali ed addirittura, nei casi più estremi, collassi fisici, com’è avvenuto ad esempio per Francis Ford Coppola, colpito da infarto durante la lavorazione del suo capolavoro immortale Apocalypse Now.

In tutti i manuali di Cinema viene indicato, come modello esemplificativo del lavoro del regista, il sublime film La Nuit américaine, diretto nel 1973 da François Truffaut ed ideato e sceneggiato da lui stesso, in collaborazione con Jean-Louis Richard e Suzanne Schiffman: malgrado siano passati oramai interi decenni dall’uscita di quella pellicola, con gli inevitabili cambiamenti portati dalla normale evoluzione tecnica del cinema stesso, anch’io mi unisco al coro per segnalarvi quell’opera come modello essenziale di riferimento per capire il rapporto tra un direttore di scena e la settima arte, nei suoi significati più prosaici e più profondi, giacché la ricercata leggerezza della sua narrazione, tra la descrizione dei continui piccoli e grandi problemi da risolvere, le liti fra gli attori e gli eventi improvvisi, nonché il frizzante acume con cui Truffaut sapeva parlare dei massimi sistemi pur con il sorriso sulle labbra, varranno più di un milione delle mie parole.

Nicolas-Winding-Refn-on-the-set-of-the-Neon-Demon

Molti storici del cinema sostengono che il regista debba essere un tiranno (come esemplifica benissimo Federico Fellini nel suo metaforico Prova d’Orchestra del 1978), ma paradossalmente anche un democratico ascoltatore delle istanze di tutti, un sognatore capace di toccare l’impalpabile astro della creatività, ma anche un realista che fa i conti con ciò che gli viene dato di fare ed ognuna di queste affermazioni è veritiera, perché alla fine il regista è un manager ed anche un giudice, in alcuni momenti un amico ed in altri uno spietato ed esigentissimo personal trainer che spinge gli interpreti ad entrare in contatto con le proprie pulsioni primordiali per dare il massimo con la loto recitazione.

Alfred-Hitchcock-on-the-set-of-The-Wrong-Man

La verità è che è davvero impossibile circoscrivere in modo esaustivo la figura e la fenomenologia del regista, perché ogni cineasta si comporta in modo diverso, con clamorose differenze anche tra i maestri più grandi: pensiamo ad una figura come Hitchcock, apparentemente distaccato, che siamo abituati a vedere nelle foto d’epoca seduto sulla sua sedia, impeccabilmente vestito con i suoi completi in giacca e cravatta, in grado di avvalersi di molteplici maestranze e tra le più variegate, ma che all’ultimo momento, narrano i suoi collaboratori più stretti, si avvicinava all’addetto alla cinepresa e dava il suo tocco alla scena, cambiando un’inquadratura o imponendo un carrello laterale o smontando tutto per creare un piano-sequenza, marchiando così quell’opera in modo inconfondibile.

Stanley-Kubrick-on-the-set-of-Eyes-with-Shut

Oppure possiamo parlare di un genio introverso al limite del maniacale come Kubrick, capace di occuparsi in prima persona, mentre dirigeva un film, non solo anche del copione o del montaggio, ma persino degli adattamenti dei dialoghi in fase di post-produzione, supervisionando le scelte linguistiche per il sonoro dei paesi stranieri in cui la sua opera sarebbe stata distribuita e che passò interi notti fuori casa, durante la lavorazione di Eyes Wide Shut, per fotografare più di 2000 portoni di abitazioni private, finchè non trovò quello che più si addiceva alla sua visione per la sequenza in cui il dott. William Harford/Tom Cruise smarriva e svendeva il suo dovere coniugale nella bolla di sapone della notte brava con una prostituta.

Zack-Snyder-on-the-set-of-300

Anche se la giurisprudenza internazionale considera un film una creazione intellettuale collettiva, che vede come soggetti titolari del diritto d’autore non solo il regista, ma anche il produttore, l’autore delle musiche e gli scrittori del soggetto e della sceneggiatura, è altresì indubbio che un’opera cinematografica resta soprattutto legata per sempre al nome del suo direttore artistico ed è esattamente così che lo troverete scritto nei titoli di apertura o di coda di ogni pellicola, in tutto il mondo: a film of, un film de, ein Film von, una película de, un film di.

Kathryn-Bigelow-on-the-set-of-The-Hurt-Locker

Per questo motivo, malgrado mi capiterà di ospitare nel mio blog articoli e considerazioni personali su una platea sempre più vasta e soprattutto sempre più in movimento di donne ed uomini di cinema, protagonisti nel campo della recitazione, della scrittura, della musica da film, della direzione della fotografia, del montaggio o del costume design, il mio cuore resterà ugualmente legato in modo indissolubile al mondo della regia, ovvero a quella specifica categoria di artisti che sono stati in grado di farmi riflettere, sognare, piangere e ridere, creando per me una vita speculare ed una filosofia, a volte caotica ed altre rigorosamente metodica, che sapesse abbracciare tutto il mondo, la vita ed altro ancora.

Articolo-Kasabake

Visto che siamo nella pagina ad essi dedicata, va detto che i registi sono gli artefici di quella che io considero la massima espressione della settima arte, ovvero la Mise-en-Scène a cui ho dedicato questo post, che io considero una sorta di mission nascosta e sottintesa per ogni mio articolo successivo legato al mondo del cinema e della poetica dei suoi autori.

Best-25-Directors-link

Infine, ho il piacere di rimandarvi anche alla mia personalissima classifica dei Best 25 Directors, asciutto elenco di nomi di grandissimi artisti , per me numi tutelari della settima arte, sotto ai quali ho inserito per ciascuno il link alla specifica sottopagina, in cui mi sono divertito ad inserire contributi video, ma anche collegamenti ad eventuali articoli di questo stesso blog che li riguardino o altri contributi con cui nel tempo quelle pagine verranno arricchite: preciso che, come tutte le altre chart del mio Pantheon (settore del sito dove ho voluto raccogliere le mie classifiche di attrici, attori, registi ed altre figure del mondo del cinema), anche questa sarà soggetta a trasformazioni nel corso dei mesi e degli anni, perché tutta muta e si trasforma, anche quando non lo vogliamo e per ogni amore che tramonta, un nuovo paio d’occhi si affaccerà all’orizzonte per farci sognare.


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13 pensieri su “Directors

  1. Pingback: Il Mestiere del Regista | kasabake

  2. Al netto della constatazione che non ne ho minimamente le capacità, io non potrei mai fare il regista. Neppure se fossi Stanley Kubrick reincarnato.

    Ho sempre pensato che l’espressione artistica sia individuale per natura ma purtroppo il cinema è l’unica arte che si discosta pesantemente da questo concetto. Quand’anche un regista fosse così bravo e preparato non solo da dirigere il proprio film, ma addirittura da scriverlo, fotografarlo, musicarlo, montarlo, etc, l’opera non sarebbe mai del tutto sua, giacchè dovrebbe ricorrere agli attori. Certo, direte voi, potrebbe anche interpretarlo (come per altro fanno valentissimi registi), tuttavia dovrebbe sempre ricorrere anche ad altri attori oltre a se stesso , a meno che non voglia realizzare un film con un solo attore, per l’appunto se stesso, ma ci troveremmo davanti ad un’opera di tale onanistica presunzione che andrebbe schifata solo per il fatto stesso di essere stata pensata.

    Ecco, tutto questo calippone, per spiegare che io il regista non lo invidio proprio: firma un’opera d’arte il cui valore, per quanti sforzi e competenze potrà profondere, dipenderà sempre in maniera sostanziale dalle decine di collaboratori di cui si è circondato.
    In gruppo si lavora, non si fa l’arte.
    O almeno io la penso così.

    Questa riflessone, oltre alla compassione per questo difficilissimo mestiere, ci porta anche alla considerazione più filosofica che i film sono sempre traduzioni imperfette dei pensieri del regista che li ha firmati. E forse la maestria suprema del registra è proprio quello di ridurre al minimo lo scarto tra le sue idee e il prodotto finale.

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    • Commento molto, ma davvero molto affascinante, assolutamente non ovvio e molto più profondo di quanto non si possa pensare ad una lettura veloce… La logica deterministica che hai applicato genera una conclusione apparentemente univoca e quindi pessimistica, se non fosse che, come tutte le grandi armi di distruzione (dalla Death Star ad un virus informatico) anche la tua analisi contiene una back door, una via di uscita o se vogliamo un punto di crisi di tutta l’analisi che, come tutte le grandi teorie filosofiche e scientifiche, si nasconde in uno dei postulati…

      Tu infatti affermi infatti che «In gruppo si lavora, non si fa l’arte» ed invece è proprio quello che accade in tutte le arti corali, come il teatro, il balletto, le performances ed infine nel cinema, ma è anche vero che anche in tutti questi casi c’è sempre un direttore di scena, un capo del gruppo, un leader che stabilisce le linee guida…

      Quindi? Alla fine, anche se sembra pazzesco, incredibile o miracoloso, con un po’ di esperienza puoi riconoscere un film come appartenente ad un certo regista anche senza saperne nulla, ma solo guardandolo e la cosa davvero notevole è che questo riconoscimento avviene anche (se non soprattutto) nelle mega-produzioni, come un architetto dell’antica grecia, con centinaia di lavoratori, facchini, scalpellini, muratori e scultori ai suoi ordini, tutti a trasformare in realtà l’idea visionaria dell’artista principale.

      Un abbraccio, amico!

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      • SApevo che avresti colto il senso provocatorio e al contempo iperbolico del mio ragionamento.
        E’ indubbio che il regista metta la sua firma in maniera inequivocabile marchiando indelebilmente ogni suo film, tuttavia il solo immaginare la fatica che deve fare per coordinare tutte le persone necessarie perchè rispettino il suo progetto mi fa accapponare la pelle.
        Vuoi mettere il pittore? Gli basta un foglio e qualche colore… tutto più comodo ehehee

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        • Hai talmente ragione nella tua affermazione, amico e fratello ermenàuta, che tantissimi registi quando hanno voluto nella loro carriera ritrovare il contatto con l’arte più pura si sono rivolti proprio a pittura e scultura!

          Sia tra gli europei, come tra gli asiatici, come ancora tra i nordamericani, sono tantissimi i famosi registi che arrivati ad un certo punto della carriera hanno cominciato a fare meno film e più quadri, perché il loro spirito artistico era ancora intatto ma si erano stancati di scendere ogni giorno ogni ora ogni minuto a continui compromessi, a lottare per fare le cose come dicevano loro ed a scontrarsi con la realtà: gli ultimi due film del regista Akira kurosawa sono stati girati quando lui era quasi completamente cieco e ogni giorno mostrava al suo fidato cameraman e dal direttore della fotografia di disegni accuratissimi che lui stesso preparava durante la notte, stando completamente chinato sul foglio con gli occhi a pochi millimetri dai suoi tratti, con i quali mostrava la posizione di ogni singolo attore sul set, l’angolazione dell’inquadratura e la luce che ci sarebbe dovuta essere nella sequenza e poi chiedeva ai suoi collaboratori di replicarla in pellicola.

          Oppure fai le cose come David Lynch Terence Malick che girano film in modo solipsistico, infischiandosene apertamente di quello che pensano gli altri oppure ancora come Steven soderbergh capace di passare dalla trilogia mainstream dei suoi film heist sui casino dei tre Ocean’s, a film intimisti e quasi sperimentali girati interamente con un iPhone.

          Ma la cosa bella dei tuoi 2 commenti, carissimo amico, è il segreto del grande cinema che tu hai espresso molto bene ovvero quella magia rara che si sprigiona in modo quasi miracoloso quando un regista, malgrado tutto, riesce in ogni caso in un’opera corale a lasciare un segno di sé.

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          • ma sai, kasa, ho sempre amato considerare l’Arte come manifestazione del Divino, come una sorta di transustanzazione del metafisico che manifesta la propria perfezione. Ma essendo noi uomini per nostra stessa natura imperfetti, la riproduzione artistica può essere facilmente immaginata proprio questo arrancare nell’impossibile compito di dare forma alla perfezione.
            E’ per questo che forse l’artista migliore non è quello che traduce meglio questo processo, bensì quello che riesce a “inquinarlo” il meno possibile con l’umanità sua e, come nel caso del cinema, dei propri collaboratori.

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              • (vado molto ot, ora, quindi sentiti libero di cestinare il commento per proseguire la chiacchierate altrove, se lo riterrai opportuno).

                Ti confesso che sono molto rassegnato all’idea che il nostro Paese sia condannato a un medioevo di ignoranza e violenza.
                L’analfabetismo funzionale dilagante (ricordi, ne parlammo la prima volta circa 3 anni fa) unito a una mentalità retrograda e bigotta hanno fatto da humus a un’ignoranza collettiva non più recuperabile. L’italiano medio è così rincoglionito che non si preoccupa più di scoprire quale sia la verità e si accontenta di credere a quello che gli fa più comodo credere.
                Non credo che la tua o la mia generazione potrà vedere una nuova luce, forse quella dei nostri figli. Ma per uscire da questo gorgo tenebroso non saprei proprio cosa fre.
                Mi spiego: come è possibile che l’italiano media si sia ridotto a questo livello di cretinità? Le scuole e i modelli sociali sono gli stessi (pur con gli ovvi distinguo) di tutti gli altri paese occidentali, ma perchè solo da noi si toccano queste vette di ignoranza e stupidità?
                Arginare questa deriva è l’unico modo per essere un paese normale, ma veramente non saprei proprio da dove cominciare

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                • Tesi, Antitesi, Sintesi…
                  Dalla caduta del Fascismo in poi, si sono succeduti al governo, sia in modo diretto sia in modo connivente, partiti che hanno lentamente esautorato dalla cosa pubblica il popolo italiano, generando da un lato una casta di principi di sangue autoreferenziante e dall’altra un gregge di pecore che fingeva di lamentarsi delle cose che non andavano ma che poi regolarmente rivotavano lo stesso tipo di politica…
                  La corruzione, il clientelismo, il nepotismo erano diventati regola acquisita per tutti gli italiani finché non sono arrivati i populisti, ignoranti, razzisti e demagoghi, che di fatto opponevano una nuova forma di negatività alla precedente, come una tesi ed un’antitesi, ma nel loro delirio avevano in nuce un elemento rivoluzionario ovvero il tentativo di coinvolgere nuovamente il gregge nella politica…
                  Questa nuova partecipazione sociale, realizzata senza freni inibitori, senza filtri e con il solo scopo di riempire le piazze di moltitudine urlante, ha generato dei mostri come i complottisti ed i novax…
                  I nostri figli avranno il compito non semplice ma assolutamente non impossibile di creare una sintesi, restituendo da un lato dignità al popolo votante e dall’altra rispettando il merito e lo studio…
                  È anche abbastanza ovvio che una simile operazione di sintesi politica non potrà mai essere cavalcata dai principi corrotti del centro-sinistra ne dai fascisti ignoranti del centro-destra pentastellato: si affacceranno all’orizzonte nei prossimi anni nuove coalizioni in nuove aree politiche, sostitutive dei vecchi partiti, create dai delusi della mancata rivoluzione pentastellata ma anche da coloro che hanno memoria dello schifo dei governi precedenti…
                  La verità è che la nostra prole vedrà un Italia davvero diversa e finalmente forse davvero degna del nome che porta

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                  • Avrei voluto rispondere subito al tuo commento ma purtroppo non mi è stato possibile.
                    Innanzitutto ti ringrazio due volte, la prima perché hai espresso delle idee molto interessanti e largamente condivisibili, e in secondo luogo perché il tuo incrollabile ottimismo mi aiuta a bilanciare l’insano (e per me anche inusuale) pessimismo circa l’evoluzione della vita non solo politica, ma anche sociale e civile di questo disastrato paese.
                    Il compito che hai prospettato per i nostri figli è di disumana complessità. Il gorgo di ignoranza, stupidità ed egoismo in cui è precipitata la nostra società ha ormai avvelenato così tanto la vita civile che temo sarà ribaltabile solo a costo di qualche evento di disumana tragedia.
                    Ormai lo sprezzo è l’unico sentimento condiviso: sprezzo per gli altri, sprezzo per la diversità, sprezzo per la verità, sprezzo per la ragione, sprezzo per la scienza, sprezzo per tutto quello che non si comprende (e se sei stupido, significa che non comprendi niente e quindi sprezzi tutto).
                    Mi capita sempre più spesso di sentire persone lamentarsi e sputare veleno, anche persone insospettabili perché altamente istruite e che magari occupano anche una posizione sociale ed economica stabile se non addirittura invidiabile. Perché ormai sprezzare è lo sport nazionale per eccellenza.
                    Ti faccio un esempio pratico: la gestione dei terremotati nelle Marche.
                    A seguito degli eventi sismici di 2 anni fa, il governo ha stanziato una serie di aiuti e provvedimenti a mio parere addirittura esagerati:
                    1. Contributo di autonoma sistemazione pari a 200€\mese a persona per le famiglie che hanno la casa inabitabile. Tieni presente che i soldi servirebbero per l’ipotetico affitto in un’altra casa, ma in realtà la più parte delle persone li riscuote vivendo in un’altra casa di loro proprietà o presso altri parenti
                    2. Sospensione del pagamento delle utenze domestiche di luce e gas. Saranno poi fortemente scontati al ripristino della fatturazione
                    3. Totale azzeramento delle fatture di acqua per 3 anni
                    4. Costi di ricostruzione\ristrutturazione interamente a carico dello stato (il terremotato non deve neppure improntare i soldi)
                    Ora, nonostante tutti questi provvedimenti, tutti a criticare il governo, la regione, i comuni: perché ci sono ancora le macerie, perché le case ancora non sono ricostruite, perché alla povera nonna Peppina l’hanno sfrattata dalla casa di legno (però nessuno lo dice che quella casa era abusiva e che i figli cercavano di sfruttare la situazione per condonarla), etc, etc.
                    Ora, non dico che non ci siano stati problemi nella gestione della cosa, ma da qui a lamentarsi soltanto ce ne corre. Eppure, per il marchigiano medio Renzi è una merda, Gentiloni è una merda, Ceriscioli (pres. della Regione) una merda.
                    Potrei proseguire con mille altri esempi, tutti di questo tenore ed ho fatto questo solo perché lo sperimento ogni giorno con mano.
                    Ecco, io vorrei capire come sia possibile un tale livello di rincoglionimento: non è una domanda retorica, la mia, vorrei proprio capirlo perché è l’unico modo per porvi (tra 1 o due generazioni) rimedio. E non basta l’analfabetismo funzionale per spiegare ‘sta cosa, ci deve essere dell’altro, qualcosa di più profondo, magari collegato alla nostra cultura, alla nostra tradizione, al nostro tessuto social e civile. Veramente, non lo so. E ti giuro che se lo sapessi, fonderei domani stesso un movimento sociale e politico per promuovere questa soluzione perché, e lo dico con tutta la serietà del caso, sono terrorizzato dall’idea che i nostri figli possano crescere e vivere in una società così barbaramente imbruttita.
                    Il giorno dopo le elezioni, scrissi su FB un serafico commento: “Medioevo is coming”. Mi sa che sbagliai. Avrei dovuto scrivere “Pleistocene is coming”….

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                    • Non lasciare che l’immanenza ti faccia perdere di vista la rotta, carissimo amico mio: un buon timoniere deve restare saldo anche se i marosi gli spruzzano acqua gelida e salata in faccia ed il maltempo gli annebbia la vista e la stanchezza degli accadimenti e lo sforzo per resistere lo spingono a crollare ed abbandonarsi ad una resa che ha il sapore dell’ineluttabilità…

                      Ulisse si mise la cera nelle orecchie per non ascoltare i canti delle sirene e risucì così a navigare tra gli scogli che affioravano appuntiti, fino ad arrivare in acque tranquille e tu? Cosa userai al posto della cera?
                      Vedi, è nella natura delle cose che questa discussione tra me e te abbia termine a breve su questa pagina e non solo perché con il cinema ha davvero poco a che fare, ma soprattutto perché non può essere il surrogato nemmeno del normale scambio di opinioni che tra amici si avrebbe a viva voce su argomenti complessi come questi, in cui ad essere coinvolta non è solo la visione del mondo e della politica (proprio intesa come cosa pubblica), ma la difficoltà di gestire la vita quotidiana, con le sue mille piccole prove…

                      Quando era ancora solo un comico satirico, Grillo una volta disse «viviamo in un regime di bassa democrazia» ed aveva sacrosanta ragione, perché è quello che chiunque dotato di buon senso e spirito di osservazione può notare, dato che il nostro sistema di vita sembra poggiare su un equlibrio complesso, in cui il lavoro individuale è fondamentalmente la moneta di scambio non già per acquistare beni di consumo, ma per munirsi di nuove sbarre ed imprigionarci da soli, acquistando solo arredamento più comodo per i nostri cubicoli, dove viviamo per lavorare e lavoriamo non per trasformare in realtà i nostri sogni ma per soddisfare dei bisogni spesso e volentieri indotti da altri… E tutto questo è come la pressione esercitata su una faglia tettonica, che accumula tensione ed energia potenziale, pronta a sfogarsi in un terremoto e quando questo arriva lascia sul terreno i cadaveri sia degli innocenti che dei colpevoli, sia dei buoni che dei cattivi, sia degli idioti che dei geni: è accaduto in Francia, quando si tagliavano teste a tutto spiano, è accaduto con la Rivoluzione Cinese quando si facevano fuori gli stessi educatori politici prima di Mao (vedi il bellissimo film di Bertolucci), ma anche a Cuba, dove la corruzione spaventosa e sanguinosa del regime filo-statunitense del dittatore Fulgencio Batista spinse il popolo a ribellarsi creando poi una nuova dittatura e potrei continuare all’infinito, perché è così che la storia c’insegna, con queste tensioni che si accumulano, soprattutto quando il borotalco dell’ignavia e del conformismo mascherano la rabbia della gente (come per anni hanno fatto la DC ed il PCI e poi di seguito FI e PD, in osservanza alla regola per cui al mercato internazionale va bene fingere di cambiare per non cambiare nulla), finché il bubbone anche da noi è scoppiato e quello che tu giustamente ora osservi non è ovviamente né raziocinio né leggittima richiesta di difesa e di libertà, ma è solo una massa di pus infetto e velenoso, rimasto chiuso nella piaga e nelle ferita purulenta…

                      Quello che voglio dire è che non puoi, Gianni, aspettarti logica o rigore o giustizia da un animale ferito, che sbraiterà ed azzanerà qualsiasi cosa attorno, come un Jack Torrance in preda al delirio, che non riesce più a distinguere amici da nemici: oggi il nostro paese ha perso quasi completamente la capacità di distinguere la realtà ed in ogni istante, quasi in ogni individuo o gruppo o partito o comune coesistono gli opposti, rabbia e pace, razzismo ed accoglienza, inclusione ed esclusione, tutti contemporaneamente, perché il nostro popolo sta vivendo lo stesso stato d’animo di un adolescente scisso che ha perso i genitori (la classe politica che ha guidato il paese è marcia fino al midollo)…

                      Siamo un popolo interrotto, che rimasto orfano del padre morale ha scelto come nuovo capo Barabba.

                      Affinché il senso di giustizia, rimasto sopito in ognuno di noi (ed in molti persino rinchiuso in una cantina buia), possa riemergere e riprendere il primato nella guida del super-io morale di ogni cittadino, è purtroppo necessario che questo Tsunami finisca di scaricare la sua onda distruttiva, bisogna che le urla continuino fino a che la gente non avrà perso la voce e quando poi le persone si guarderanno attorno e vedranno con i loro occhi i cadaveri delle donne comuni bruciate come streghe, allora comincerà pian piano a farsi strada la vergogna e da essa la consapevolezza della giusta strada da percorrere per riunificare coloro che si sono odiati a coloro che hanno odiato, ma se ora con le azioni o con le parole si provasse a calmare la bestia questa vedrebbe le nostre azioni e le nostre parole solo come nuovi tentativi di zittirla o peggio come nuove museruole e nuovi guinzagli, a cui si ribellerà con ancora più ferocia, arrivando persino a mordere le mani di chi la vuole accarezzare.

                      Come diceva il vecchio cieco nel meraviglioso terzo capitolo The Dark Knight Rises, l’unico modo per uscire dal pozzo è senza usare il nodo di sicurezza e soprattutto senza temere la paura, ma anzi abbracciandola.

                      Ad un gradino più alto di saggezza, vale sempre la poesia di Rudyard Kipling che tu certamente conoscerai If.

                      Ti saluto con un abbraccio più forte del solito

                      Mi piace

  3. Qualche anno fa, negli ultimi miei mesi universitari, mi sono improvvisato “regista” (n.b. prendo in prestito il termine consapevole di usarlo in maniera impropria, prima che decine di registi si rivoltino giustamente nelle rispettive tombe) per un corto ideato sempre dal sottoscritto. “Improvvisato” è la parola giusta o forse non riesce ancora a rendere pienamente l’idea di essere catapultati in un mondo che sui manuali, sulla rete o sui documentari è una cosa mentre nella realtà è un’altra. La direzione (amatoriale con tratti fantozziani) ha assunto degli aspetti grotteschi ed esilaranti che mi fanno sorridere ancora oggi. Questa mia comica esperienza (che nulla ha a che vedere con professionisti o comunque gente seria che si cimenta in campo cinematografico con tanto di studi ad hoc) però mi ha insegnato molto. Con le dovute proporzioni, nel mio piccolo mi sono accorto che anche dirigere “per gioco” è una fatica immane. Cercare di spiegare al “cast” (che nel mio caso erano delle povere anime colpite dalla sventura di essere amici e conoscenti del sottoscritto) come rendere una scena, immaginare giorni prima come dirigere la suddetta scena, fronteggiare gli inevitabili imprevisti o sperimentare soluzioni “pittoresche” (una volta ho avuto la geniale idea di girare una scena su un treno in notturna ed è stata una follia tra corse alla ricerca di vagoni vuoti e shots limitati prima dell’imminente fermata).
    Per molto tempo mi sono chiesto perché il playmaker di una squadra di calcio in italiano fosse chiamato “regista”. Davo per scontato che fosse perché dava il “via all’azione” ma, leggendo il tuo splendido (e sentito) articolo dedicato all’arte registica penso che sia perché quel tipo di giocatore vede qualcosa che i suoi compagni non vedono, immagina un passaggio in uno spazio che ancora non c’è, detta i tempi e delle geometrie che sono nella sua testa, fa rendere tutti al meglio. Non è solo un direttore d’orchestra ma qualcuno capace di andare oltre il visibile, di dare corpo ad un’opera modellandola (coadiuvato certo da tutta la troupe) come argilla nelle sue mani.
    Cos’è un Regista se non un grandissimo “immaginatore”?

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    • Fantastica questa tua confidenza su un passato da regista, che per quanto amatoriale aveva già tutte le caratteristiche di quella professione che hai giustamente definito, in chiusra di commento, di «grandissimo immaginatore»!

      E’ davvero così, il regista è davvero questo, specie nel cinema moderno ovvero quello che è seguito alla primissima fase pionieristica, dove invece esso era solo (come lo definiva Julius Henry Marx aka Groucho Marx) un “direttore del traffico”!

      Thank you, my friend, see you later…

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