Juste la fin du monde (2016)

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Sono un appassionato cinefilo da molti anni e questo mi ha spinto sin da adolescente a divorare migliaia di pellicole dei generi più disparati, animato a volte da una curiosità impavida quasi irresponsabile, che mi ha portato ad entrare spesso anche in territori ostili, dove le contaminazioni dei generi e gli sperimentalismi affogano lo spettatore in visioni che sono più un tormento che un’estasi, ma ugualmente ancora oggi provo un certo imbarazzo nell’avvicinarmi ad alcune figure di artisti dello spettacolo, incredibilmente talentuosi, assolutamente geniali, ma anche folli, spavaldi e costantemente a rischio di incomprensione da parte di un pubblico che, quando non riesce a connettersi con essi, preferisce nascondere e reprimere la propria inadeguatezza, per giudicare invece l’artista come inefficace o eccessivo: per anni Xavier Dolan è stato per me uno di questi artisti e come tale lo cercavo e lo rifuggivo, come fa un bambino con un grosso ragno, ipnotizzato dalla sua vista ed assieme attratto dallo sgomento stesso che prova.

Serenamente all’oscuro della sua precedente carriera televisiva, per me Dolan fu nel 2008 semplicemente Antoine, il ragazzotto in lacrime che viene crivellato di colpi da una Lucie assetata di vendetta, nel maestoso capolavoro Martyrs di Pascal Laugier e poi da lì ne persi subito le tracce, fino a ritrovarlo un paio d’anni dopo praticamente sulla bocca di tutti, ad ogni festival del cinema, descritto sempre come il nuovo enfant prodige del cinema d’autore, fiero alfiere dei diritti gay nella settima arte, introverso e maledetto, con un’aura di scandalosa autorevolezza, tanto da spingermi a recuperare subito i suoi primi due lungonetraggi, J’ai tué ma mère del 2009 e Les Amours imaginaires del 2010.

Malgrado quelle due prime pellicole non mi piacquero del tutto ed anzi in alcuni momenti le trovai persino fastidiose, qualcosa si era ugualmente fatta largo nel mio cuore e si aggirava come un virus nei vicoli dei quartieri bassi del mio immaginario, in attesa di risalire la china del mio interesse primario.

Scrittore, regista, scenografo, costumista, montatore, un vero cineasta indipendente a tutto tondo, simile ad un poliedrico genio rinascimentale tuttofare del nuovo cinema francese, Dolan praticamente mi impose la visione dei suoi due lungometraggi successivi, ma questa volta, però, Laurence Anyways del 2012 e soprattutto Tom à la ferme del 2013 furono per me un vero shock, uno sconvolgimento dei ritmi e dei toni che mi crearono sensazioni che io, in un qualche modo sbagliato, associai per similitudine agli effetti su di me di una qualche droga chimica: arrivato in fondo alla proiezione, mi ero sentito ognuna delle due volte come una di quelle persone che agli inizi dell’800 se ne stavano immobili davanti al fotografo, per un tempo a loro interminabile, in attesa che una vampata improvvisa bruciasse il magnesio messo a vivo per illuminare la lastra fotografica, smarriti, accecati e con le narici piene di odore di plastica bruciata mista ad ozono da fulmine temporalesco.

Capii allora che il modo migliore per gustarsi un film di Dolan è quello di non aspettarsi mai nulla e di lasciarsi invece avvinghiare lentamente da ciò che all’inizio ci viene spontaneo pensare sia solo una sfacciata esibizione di presunzione, un capriccioso rifiuto degli stili abituali, per poi via via scoprire che in realtà ciò che l’artista sta solleticando, con le sue scarne riprese ed i suoi fulminei attacchi di sentimentalismo, è solo la pelle morta delle consuetudini a cui ci siamo abituati e che la gioia di un conflitto scatenato, il dolore di un amore irrisolto, lo strazio di un rifiuto, la mancata accettazione della diversità ed infine l’urlo disperato di un colore che non vuole essere trasformato in assenza di luce, tutto questo sono soltanto rime di una poesia più ampia, come quella di chi in lacrime riesce a raccontare da sveglio un incubo che lo ha tormentato e scosso fin nel midollo.

Poi, nel 2014 uscì Mommy e tutto quello che Dolan aveva fino ad allora bisbigliato, fischiato e persino urlato in modo per così dire scomposto si cristalizzò in un poema rigoroso (ancora pieno di follia, ma in modo lucido), dove la scelta di narrare una storia allegorica, ambientata in un futuro distopico, apparve a molti quasi un cedimento verso forme più comprensibili di comunicazione dei sentimenti, ma ovviamente ancora una volta non era così.

Mentre lentamente anche la critica più reazionaria ed il pubblico più conservatore si stavano accorgendo del valore del suo film (ovvero mano a mano che risultava evidente dove il nostro mondo stava andando e come stava raggiungendo la visione che era stata anticipata nel film), Xavier Dolan era già scattato in avanti, superando ogni melodramma familiare possibile, prendendo tutta la poetica da neo-melò di un Almodovar ed indossandola come farebbe un corpo esile, maschile o femminile poco importa, con un collant e danzando nudo vestito solo di quello: nel 2016, infatti, il nostro giovanisismo regista canadese scrisse, produsse e diresse il suo capolavoro, Juste la fin du monde, mettendo sontuosamente in scena l’omonima piece teatrale scritta da Jean-Luc Lagarce nel 1990.

Ancora una volta la storia si ripetè e tutti apparvero scontenti, delusi nel non aver ritrovato l’anno dopo lo stesso Dolan che avevano imparato finalmente a conoscere, sconcertati dall’apparente cedimento sentimentale ed ancora una volta solo in pochi si avvidero davvero dell’immensità del disegno con cui il nostro artista aveva dipinto la complessità di questo atto d’amore, di questa storia emotivamente claustrofobica ed esibita come una seconda pelle da ciascun attore, di questi rapporti familiari dolorosi quanto un ricordo felice che non tornerà mai più, infinitamente struggenti come la certezza della fine imminente e dell’incomprensione continua, costante, violenta, di un gruppo di persone che si amano aldilà di ogni ragione logica o gusto personale, ma solo per un arcaico bisogno di legame familiare.

La storia del drammaturgo Louis-Jean Knipper (portato sullo schermo da un Gaspard Ulliel, dolorosamente silenzioso ed accorato in ogni espressione vacua e smarrita), che dopo più di un decennio di lontanza, decide di tornare a casa, in provincia, dalla sua famiglia, per trovare il modo di comunicare loro che sta morendo, è la narrazione di un affogamento controllato, di un lentissimo soffocare nel sacchetto di plastica della negazione della realtà di chi comprende ma finge di non vedere e maltratta la verità, nel delirio d’onnipotenza, spesso tipico dell’ignoranza, di chi chiudendo la porta in faccia al demonio pensa che avrà diritto a ricevere solo del bene.

Un quartetto di anime dimenticate, dalla sorella più piccola Suzanne (interpretata, con un’incredibile coloritura di toni dell’abbandono sentimentale, da una magnifica Léa Seydoux), al fratello Antoine (impersonato in modo magistralmente tracotante e sanguigno da Vincent Cassel), all’insicura e gentile cognata Catherine (una Marion Cotillard, forse nella parte della sua vita) ed infine alla madre Martine (portata sullo schermo dalla veterana Nathalie Baye), tutti dolorosamente in attesa del riavvolgersi di un affetto che non avverrà mai più e del riannodarsi di nodi e di storie che possono solo restare spezzate ed impolverate in un angolo.

Dolan alza in alcuni momenti lo sguardo della sua cinepresa, mostrandosi poco sopra le spalle dei suoi personaggi, come all’altezza della punta di un ombrello aperto che copre per metà il viso di chi lo porta, come nei carrelli laterali delle scene sotto la pioggia in Zatocihi di Kitano, ma poi lo sguardo dell’inquadratura si abbassa di nuovo e si avvicina ai volti, agli occhi, alle guance e diventa come una bocca che cerca avidamente il contatto umido con la pelle del suo innamorato, perché, ancora più che nelle altre opere del passato, in questa l’occhio filmico di Xavier ama in modo struggente ognuno dei suoi personaggi, senza eccezioni.

Gli sfondi diventano accessori, a volte metaforicamente ed implacabilmente epifanici (come l’orologio a cucù nel corridoio), altre invece solo reliquie del passato e la profondità di campo viene giocata continuamente per creare ancora una volta quel senso di vicinanza ed intimità tra lo spettatore e gli attori che in questa pellicola, si badi bene, non agiscono storie ma sentimenti, completamente messi a nudo.

Vorrei adesso soffermarmi su sequenze del film, in particolare…

La prima delle due sequenze è un piccolo gioiello di tecnica cinematografica, in cui la metrica iniziale della scena vede ambientato in cucina un chiacchiericcio di voci sovrapposte dell’intero gruppo di famiglia che, sotto la guida di una goffa ed insistente Martine, sta rievocando un episodio delle domeniche festive di tanti anni prima, attraverso l’ascolto di una canzone allora molto in voga: lo sguardo del regista è quello del voyeur nostalgico, stregato delle debolezze di ognuno dei suoi personaggi, tanto che si appassiona nel cogliere ogni minima smorfia sul volto dei familiari di Louis, ma giammai per una civetteria stilistica gratuita, quanto al contrario per l’esatta corrispondenza tra quella prospettiva cinematografica e quella drammaturgica del protagonista, consapevole di assistere penosamente per l’ultima volta ad uno scambio di battute, capricci ed intemperanze apparentemente banali, ma che per lui assurgono ad una dolorosissima e preziosa testimonianza di qualcosa che non potrà mai più né vedere né ascoltare.

Con uso classico della musica diegetica, la vecchia hit Dragostea din tei del gruppo pop moldavo O-Zone, accompagna lo spettatore nel ricordo di un momento dell’infanzia di Louis, in una domenica estiva trascorsa da bambino, giocando all’aperto, sollevato in aria da suo padre, mentre lenzuola e tovaglie svolazzano leggere come il candore di un’innocenza spensierata e come tale pertanto irripetibile, in un momento del suo passato in cui la parola famiglia, per lui che oggi è scrittore di teatro di successo, significava soltanto gioia ed amore, mentre ora ha quello di una cella con pareti fatte di carne, che lo soffocano al pari della sua stessa malattia terminale.

Una scena impeccabile nella sua compostezza e nell’estrema immedesimazione degli attori nei rispettivi ruoli, delicatissima ma anche lineare e diretta, elementare persino nella sua comprensione, tale anche perché anticipa il cambiamento della parte finale del film, dove il consumarsi del tempo rimasto al personaggio di Louis spinge Dolan a modificare persino i filtri di luce, che diventano sempre più ocra e sovresposti, mano a mano che anche gli scontri personali si acuiscono.

Prima della fine, però, noi riavvolgiamo l’ipotetico nastro della narrazione e torniamo ai primi 15 minuti del film, quando Louis è arrivato a casa da pochissimo e si è accomodato sul divano, per ascoltare i racconti sui bambini di sua cognata Catherine, moglie del fratello più grande Antoine, il quale intanto resta in piedi, di spalle, seccato ed annoiato da quelle chiacchiere per lui così fastidiose; poco distante, Suzanne, la sorella più piccola della famiglia, se ne sta sdraiata su una dormeuse a fumare, punzecchiando e rimbrottando Antoine per il suo carattere odiosamente scontroso, mentre infine Martine, la mamma, continua a fare avanti ed indietro tra la cucina ed il salotto, riempiendo il tavolo di antipasti e stuzzichini, nel tentativo di rendere straordinario quel momento di bentornato per quel figlio quasi dimenticato.

Ancora una volta, le voci di ognuno sembrano seguire il solito copione delle scambio di battute familiari, crudeli e deprimenti come solo chi ama sa fare, ma di colpo lo spettatore si accorge di essere lontanissimo dalla linearità delle altre scene: questi pochi secondi di film sono la vera ragione dell’esistenza di questo stesso post, perché sono semplicemente il momento lirico più alto di tutta la pellicola, forse non il più evidente e nemmeno il più rumoroso, ma certamente quello in cui Xavier Dolan compie quel salto della fede narrativo che mette chi osserva, senza spiegazioni o inutili voci fuori campo, direttamente in contatto con l’animo di Louis ed i suoi pensieri più malinconici, trasformandoci persino in testimoni del prodigio dell’empatia di due anime perse che si riconoscono.

Così avviene che Catherine sceglie di accorgersi della morte e della lontananza nello sguardo di Louis e attraverso quella proverbiale porta dell’anima che sono gli occhi di ciascuno di noi, penetra per un attimo la corazza di distacco emotivo che Louis ha di fatto posto tra lui ed i suoi familiari ed allora lo chiama, scandendo il suo nome, come una mano che viene tesa attraverso le tenebre per afferrare qualcuno che sta affondando nella sua paura ed attende che Louis, solo guardandola, attraversi quel medesimo effimero ponte.

Ancora una volta il commento musicale assume la valenza di chiave narrativa con cui viene spalancata la significanza dell’inconscio, ma in questo caso senza alcuna diegesi, solo attraverso lo sfumare delle voci ed il crescendo sinfonico della melodia creata dal maestro Gabriel Yared: in mezzo a quegli sguardi, in uno struggimento di violini assordanti ed insistenti, pur se delicatissimi, il nome di Louis è l’unica voce udita e per questo diventa quasi metafisica e non percepibile dagli altri, nemmeno fosse una comunicazione telepatica, finché quel momento non svanisce e l’immanenza della quotidianità richiama ognuno ordinatamente al suo posto stabilito, in quella commedia umana.

Non casualmente da me inserito a suo tempo tra le più belle pellicole distribuite nei cinema italiani nel 2016, Juste la fin du monde è un film meraviglioso ed indimenticabile, che si lascia vedere e rivedere più volte, come accade con quelle raccolte di poesie che si tengono appoggiate sul comodino o su uno scaffale della libreria, come un mazzo di chiavi, pronte all’uso.

So anche per certo che potrà risultare indigesto a chi rifugge per scelta pellicole di taglio melò ed intimista, ma è giusto precisare che per questo film non parliamo di un ostico esercizio di stile, né di uno di quegli sperimentalismi visivi o ricerca di astrazione che necessiterebbero di un animo predisposto, ma solo di quell’immortale affabulazione del cuore che, dall’alba dei tempi civili, non ha mai smesso di raccontare dell’amore e della morte.


Juste la fin du monde“, CAN, FRA, 2016
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Xavier Dolan
dall’omonima piece teatrale di Jean-Luc Lagarce


 

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