Batman Returns (1992)

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La storia degli adattamenti in film del classico character della DC Comics, uscito dalle pagine di Detective Comics nel 1939, si muove per gruppi tematici e per decadi, partendo dagli ingenui anni ’40 e ’60 del ‘900, passando poi per le visioni circensi e tenebrosi degli anni ’80 dello stesso secolo, arrivando quindi all’avvento definitivo della versione dark ed autoriale di Nolan e Snyder ed infine al caos stilistico attuale, tutto ancora da definire, ma questo follow-up del Batmandel 1989, secondo capitolo della gestione di Tim Burton, è in assoluto uno dei miei film preferiti, non solo di quelli dedicati al personaggio del giustiziere di Gotham City: Batman Returns è senza ombra di dubbio un capolavoro di regia, messa in scena, interpretazione altissima da parte di ogni membro del cast ed infine ad una storia produttiva maledetta, come quelle che solo ad Hollywood possono portare al miracolo malgrado i continui trabocchetti e le cadute rovinose.

Chi ha vissuto in prima persona quello strano periodo storico, con il transito tra i due decenni di fine millennio, sa benissimo quale clamorosa rivoluzione fu costituita dalla versione cinematografica del Batman di Tim Burton: dopo anni passati ad immaginare i comics supereroistici come un prodotto esclusivamente per bambini, il geniale regista trentenne di Burbank in California, cresciuto sin da piccolo con la passione per l’animazione in stop-motion e le autopsie documentaristiche, avocò a sé la sceneggiatura (brillante ma comunque ancora molto pop ed enfatica) di Sam Hamm e la usò come canovaccio per costruire il circo personale di criminali saltimbanchi, in uno scenario dove l’eroe di turno era un ricco sociopatico (portato sullo schermo da un indimenticabile Michael Keaton che non dimentichiamo colorò il personaggio con tutti i suoi tic nevrastenici) che doveva salvare la giustizia e l’amore, dalla follia colorata ed iconoclasta del re di tutti clown ossia il Joker dell’interpretazione leggendaria di Jack Nicholson ed il successo fu planetario ed assolutamente strabordante.

I cinema si riempirono a dismisura e per settimane non si parlò d’altro: la pellicola era un continuo spettacolo di colore e movimento, di emozioni fortissime e note disturbanti, che facevano sentire adulto anche chi guardava quelle scene con occhi da bambino ed era ovvio, quasi obbligatorio, che tale film avrebbe avuto un seguito, ma Burton non voleva saperne di dirigere altre pellicole del Cavaliere Oscuro e voleva limitarsi a fare il produttore, giacché era infatti rimasto molto infastidito dalle continue pressioni subite dalla Warner in fase di realizzazione e sapeva che solo come autore indipendente avrebbe potuto esprimere le sue idee, cosa che farà infatti negli anni immediatamente successivi, firmando i suoi capolavori, come Edward ScissorhandsThe Nightmare Before ChristmasEd WoodSleepy Hollow e Big Fish.

Le pressioni dei produttori furono tuttavia davvero pazzesche ed alla fine Burton accettò, ma pretendendo in cambio una maggiore libertà creativa e mettendo al posto di Hamm un suo sceneggiatore di fiducia ovvero quell’anarchico folle e visionario di Daniel Waters, che si era già distinto per lo script di Heathers (la dark comedy con Winona Ryder, dove l’ambiente dei licei scolastici americani è messo alla berlina, da noi tradotto con il titolo di Schegge di Follia) e che aveva saputo declinare anche il cinema mainstream con i successivi Hudson Hawk del 1991 e Demolition Man del 1993: tuttavia questo equilibrio durò pochissimo e durante le riprese le pressioni ricominciarono ancora più forti, tanto che Waters fu persino allontanato dal set per una presunta eccessiva libertà sessuale nei dialoghi e soprattutto per una violenza definita ai limiti del sadismo; alla fine la capacità registica di Burton permise al film di arrivare comunque in porto, salvando il salvabile della sceneggiatura originale di Waters ed il film sbarcò sugli schermi di tutto il mondo, con l’effetto comunque di un cazzotto gelato sullo stomaco degli spettatori, abituati a spettacoli per famiglie.

È ancora oggi una vera meraviglia vedere sullo schermo uno dei più degni eredi del capolavoro immortale del primissimo Freaks di Todd Browning del 1932 (al cui spirito il film di Burton si inchina per quasi tutta la durata dello spettacolo), esibendo un mostro come Oswald Cobblepot, soprannominato nella storia The Penguin (nell’interpretazione sopra le righe di uno straordinario Danny DeVito) per via delle sue malformazioni, primitivo e bisognoso di affetto, violento e sporco, tradito da un mostro ancora più disumano ovvero dal capitalista senza scrupoli Max Shreck, impersonato da un soave Christopher Walken e circuito da una sensuale Catwoman, ritratta da Burton e Waters come una schizofrenica assetata di vendetta, romantica e dolente quanto può esserlo una vedova zombie, vestita in una provocante tuta di latex, disegnata e cucita per questo film dallo stilista Jean-Paul Gaultier in persona.

Mentre le note del maestro Danny Elfman (musicista feticcio di Tim Burton ed autore eccellente di decine di soundtrack di film meravigliosi) accompagnano, con una partitura musicale dolente ed incalzante (che ritroveremo anni dopo anche nelle soundtrack della trilogia dei M.I.B.), la culla del neonato Cobblepot, abbandonato dai genitori alla deriva delle fogne, fin dentro l’antro nascosto sotto la città di Gotham, vediamo scomparire in quel buio anche la speranza ingenua degli spettatori di assistere ad un film di redenzione e pudore patriottico e si ritroveranno invece con il trionfo certo di un eroe, ma anche con il disagio di tutta la precarietà narrativa portata da un gruppo di menti creative che hanno disegnato vistose crepe in tutte le certezze etiche e di gender sessuale del pubblico, lasciandogli in bocca il sapore agrodolce del condannato che viene portato via in manette, ma che si allontana sorridendo e tutto questo è assolutamente meraviglioso.


Batman Returns“, USA, 1992
Regia: Tim Burton
Soggetto e Sceneggiatura: Daniel Waters e Sam Hamm
basato liberamente sui personaggi di Bob Kane


 

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