Pirates of the Caribbean: At World’s End (2007)

Pirates-of-the-Caribbean-At-World's-End

Nelle scene finali di “The Curse of the Black Pearl”, primo film della saga “Pirates of the Caribbean”, il carismatico attore britannico Jonathan Pryce, nei panni del Governatore Weatherby Swann, sentenziava in modo solenne: “Perhaps on the rare occasion pursuing the right course demands an act of piracy, piracy itself can be the right course? (Forse , in talune occasioni, la strada giusta da intraprendere richiede un atto di pirateria, ma la pirateria può essere essa stessa la giusta via?)”.

Il mondo dei Caraibi disegnato dai due talentuosi sceneggiatori Ted Elliott e Terry Rossio è un luogo dello spirito, dove il mare è un’utopia di confini illimitati, dove i suoi naviganti possono sognare una libertà assoluta, tranne quella di conquistarlo.

Non fraintendetemi, vi prego, perché non sto cercando di caricare di spessore filosofico una serie di blockbuster nati per promuovere un parco giochi disneyano, ma sto semplicemente leggendo tra le righe delle storie raccontate da una coppia di autori geniali, che hanno sempre parlato attraverso il codice doppio dell’industria dell’intrattenimento: sono due scrittori nati nel mondo dell’animazione Disney e Dreamworks e che, quando approdarono al cinema, lo fecero portandosi dietro tutto il loro bagaglio di sogni e avventure ed erano valigie piene zeppe di misteri, di trappole, di tesori nascosti ed ovviamente di pirati.

Enumerare i successi a cartoni animati della brillantissima coppia Elliott e Rossio sarebbe lungo e noioso (ma potete sempre, in qualsiasi momento, decidere di “googlare” i loro nomi), ma sappiate che quando essi hanno offerto il loro talento di scrittori al cinema live-action, lo hanno fatto con film come la coppia dei “National Treasure”, dove il buon Nicholas Cage (ehi, avete fatto caso che in quei film era ancora un attore simpatico?) giocava a fare Indiana Jones, in un tourbillon di avvenimenti frenetici ed emozionanti, pieni di enigmi da risolvere e prove da superare.

Quando poi furono chiamati da Spielberg a scrivere il soggetto di “The legend of Zorro” (strampalato e fracassone sequel del primo e molto più misurato film “The mask of Zorro”), riuscirono ad introdurre nel plot dello spadaccino mascherato, difensore dei peones della California sotto la dominazione spagnola, persino l’idea di una società segreta, “The Knights of Aragon (I cavalieri di Aragona)”, un’accolita di potenti che avrebbe dominato segretamente l’Europa nei secoli, influenzando i parlamenti e le corti con i suoi dignitari nascosti nell’ombra.

Non è tutto, perché questa sorta di massoneria parallela, tramite una ditta di trasporti dal nome evocativo di “Orbis Unum” (che fa tanto villain di 007 alla conquista del globo) commercializzava in America delle saponette, in cui si celava così tanta nitroglicerina, da cambiare l’esito della guerra civile statunitense, ma questo, ovviamente, solo nel caso in cui fossero riusciti nell’intento di farla segretamente pervenire alle truppe confederate, aggirando le indagine a cura (niente meno!) dell’agenzia investigativa filo-governativa Pinkerton (come dire, la mamma di tutte le compagnie di sicurezza private della storia).

Sulla Pinkerton, però, ci fermiamo, perché da lì si partirebbe altrimenti con la teoria dei complotti, dell’assassinio di Lincoln (non a caso punto di partenza dello script del secondo “National Treasure”), delle cospirazioni anti-sindacali, in cui la l’agenzia fu coinvolta e di cui si occupò persino il mitico scrittore inglese Sir Arthur Conan Doyle, con il suo detective Sherlock Holmes, in ben due occasioni: la prima nel racconto “The Adventure of the Red Circle” del 1911 e successivamente nel romanzo “The Valley of Fear” del 1915 (a questo punto dobbiamo anche osservare un minuto di silenzio, come in un grave lutto, perché quello fu anche l’ultimo romanzo scritto da Doyle con protagonista Holmes).

Non stiamo divagando in realtà, perché questo è proprio il succo della nostra riflessione: cosa hanno scritto per anni Elliott e Rossio, se non che dei giochi meravigliosi, emozionanti e terribilmente infantili del tipo “facciamo finta che”?

Perciò, quando nei primi anni ‘90 il produttore Jerry Bruckheimer (ma a ruota tutto il management Disney) ebbe l’idea di creare una furba operazione di marketing, attorno alla rivitalizzazione dei parchi a tema e delle attrazioni avventurose, i due sceneggiatori presero tale idea e la amalgamarono con la potente visione che coltivavano dai tempi di “Aladdin” (il classico Disney di animazione, uno dei loro grandi successi) ed ossia riprendere la mitologia piratesca e contaminarla di horror e di magia, ma sempre con un rispetto per lo stesso archetipo della figura del pirata.

Siamo dunque tornati di nuovo ai nostri pirati, ma questa volta lo facciamo ad un livello culturale più alto, perché scavalcheremo con il nostro sguardo le avventure romantiche interne alle trame e passeremo anche sopra ai fuochi d’artificio ed alle visioni meravigliose messe in campo sia da Gore Verbinski (grandioso ed indimenticato regista della trilogia originaria), sia da Rob Marshall (il rimpiazzo per la direzione del quarto film, sequel con una storia praticamente a sé stante), per giungere infine al cuore di questa saga, a quel concetto stesso di pirata come simbolo di un mare senza regole, archetipo senza nazione, individuo senza bandiera e senza pensiero politico, in quella fenditura apparentemente fuori del tempo e dello spazio, che si situa tra l’ordine ed il disordine.

Accogliamo e comprendiamo, quindi, le parole del professor Heller-Roazen che, nel suo fondamentale lavoro “The Enemy of All: Piracy and the Law of Nations”, ci descrive la figura del pirata come quella di un nemico dello stesso genere umano, un personaggio con cui sia illusorio e stupido giungere a patti “[…] perché del patto che fonda la civiltà degli uomini, il pirata non fa parte o, meglio, vi è stato radicalmente espulso […]”.

Tutti i primi quattro capitoli dei “Pirates of the Caribbean” (sul quinto, “Dead Men Tell No Tales”, non posso pronunciarmi, perché non ancora uscito e comunque, ahimè, non più scritto dalla stessa coppia di autori) sono un gioco continuo di inganni ed alleanze, accordi e tradimenti, direttive governative e sotterfugi corsari, strategia politica e maledizioni sovrannaturali, il tutto cantato come fossero rime di una canzone inneggiante all’indipendenza dei protagonisti, sia dall’Impero Britannico, sia dalla Compagnia delle Indie (EIC, East Indian Company, con quelle tre lettere presenti in modo minaccioso in più momenti dei film).

La trovata geniale e fantastica di Elliott e Rossio è che questa fantomatica libertà dei pirati (a partire dal Capitan Jack Sparrow, passando per Hector Barbossa e giungendo infine a Davy Jones) è tale solo dalle leggi degli uomini, vivendo lontano da essi ed in mezzo all’oceano sconfinato, ma paradossalmente è proprio là che questa libertà trova il suo contraltare: un totale soggiogamento a regole “altre”, principi ultraterreni, come quelli delle divinità del mare (quali la dea Calypso, imprigionata nel corpo mortale della strega voodoo Tia Dalma) o come il leggendario codex piratesco, che sarà magari anche “solo una traccia”, come sostengono nel primo film Pintel e Ragetti (i due membri della ciurma di Barbossa ed elemento comico narrativo di tutti i film della serie), ma trova poi nel terzo film un epico custode dell’osservanza dello stesso, nel Capitano Edward Teague, in passato Signore dei Pirati del Madagascar ed anche padre di Jack Sparrow.

Con una poderosa rincorsa che parte lontanissima, fin da quei primordiali giochi di ruolo che facevamo tutti noi da bambini, in cui ad ogni mossa del nostro avversario c’era sempre una nostra possibile contromossa,  anche negli script dei nostri due autori, per ogni ostacolo c’è sempre uno strattagemma per aggirarlo, per ogni veleno il suo antidoto, per ogni maledizione il suo esorcismo, persino la morte e così, al termine del secondo film della serie, “Dead Man’s Chest”, il personaggio principale, praticamente il simbolo stesso del franchise, l’anti eroe Jack Sparrow (reso immortale dalla splendida interpretazione di Johnny Deep) viene ucciso (o meglio) inghiottito dal Kraken, che lo trasporta sul fondo del mare e quindi dentro lo scrigno di Davy Jones: essere portato dentro il “Davy Jones’ Locker” è infatti un’antica espressione figurata inglese, usata proprio per indicare la morte in mare, con esplicito riferimento alla leggenda piratesca del demone corsaro, capitano di un equipaggio di non-morti o zombies o semplicemente marinai maledetti ed immortali, ma schiavi per l’eternità.

Ovviamente una leggenda potente ed affascinante come questa dello scrigno in cui vengono tenuti prigionieri i marinai morti, aveva trovato sin dall’inizio albergo nelle pagine delle sceneggiature di Elliott e Rossio, i quali pensarono bene di rendere “concreto” il “figurato” e così per il terzo film, “At World’s End”, organizzarono una spedizione di recupero di Jack Sparrow, proprio nell’aldilà o meglio, dentro lo scrigno di Davy Jones.

La sospensione di credibilità è d’obbligo, come lo è per tutte le fiabe, quindi accettiamo che per fare questo viaggio il gruppetto di soccorritori utilizzi delle antichissime carte nautiche cinesi, così come accettiamo tutti i prodigi che vedremo lungo il percorso, senza oltretutto dimenticarci dello splendido parallelismo tra questa sceneggiatura e l’altra, degli stessi autori, scritta per il cartone animato DreamWorks del 2003 “Sinbad: Legend of the Seven Seas”, dove la deuteragonista è l’affascinante e diabolica Eris, dea della discordia, che costringerà Sinbad ad un viaggio oltre i confini del mondo, fin dentro il suo reame.

Il “rescue-team” designato per la missione è praticamente l’intero cast dei protagonisti action della trilogia , con tutti gli eroi e qualche antagonista: il Capitan Barbossa (interpretato dall’australiano Geoffrey Rush, prima di diventare il più famoso logopedista monarchico), Will Turner (l’attore Orlando Bloom, con i baffetti alla Errol Flynn, il bello eroico della serie, che rinnega la carriera da pirata del padre Bill “Bootstrap” Turner, per poi diventare uno dei bucanieri più importanti), Elizabeth Swann (la figlia del Governatore Weatherby Swann, un ritratto femminile potente, offertoci da una Keira Knightley forse nel suo momento di massima bellezza e magnetismo, mai banale e mai succube), Tia Dalma (la divinità Calypso, tale finché il primo consiglio della Fratellanza dei Pirati non la rinchiuse in un guscio umano senza poteri, con le fattezze gotiche dell’attrice inglese Naomie Harris, ancora lontana dalla notorietà mondiale, ottenuta con la parte di Moneypenny in “Skyfall”) ed infine la ciurma al completo della Black Pearl (la Perla Nera), agli ordini provvisori di Joshamee Gibbs, il fidato braccio destro di Sparrow.

Grazie alle antichissime carte nautiche trovate a Singapore presso il lord pirata Sao Feng (reso sullo schermo in modo magistralmente divertito dal mitico attore di Hong Kong, Chow Yun-Fat) , i nostri eroi sono riusciti a navigare oltre i confini del mondo terreno ed arrivare così in quello specifico oltretomba dei marinai naufragati, in quel purgatorio di espiazione infinita nascosto dentro lo scrigno di Davy Jones e recuperare Sparrow, ma ora debbono uscire e tornare nell’aldiqua ed è questo uno di quei magnifici momenti, dove la creatività e la fantasia (già dispensate a dismisura in tutti e tre i film) si sposano con una tecnica sopraffina, una voglia di cinema irrefrenabile, dove il regista Verbinski mette in scena probabilmente il suo capolavoro.

Tutto è fermo sulla nave, dalla ciurma alle vele: mancano i venti di Ponente (come direbbe il signor Gibbs), ma soprattutto manca la possibilità di sovvertire le leggi della fisica e della natura e Sparrow sembra perso nelle stesse visioni che aveva nel purgatorio desertico, dove lo avevano trovato.

Nelle pagine virtuali dello script di Elliott e Rossio si percepisce come quel crepitare elettrico e quell’odore carico di ozono nell’aria, che si respira un attimo prima di un grosso temporale, perché l’ultimo sberleffo alle regole sta per essere portato alla vista degli spettatori.

In preda ad una geniale intuizione, Sparrow decide di far rollare la nave e comincia a correre da una parte all’altra del ponte, contagiando con la sua splendida follia tutta la ciurma ed i suoi compagni di viaggio: rispondendo a leggi non più solo fisiche ma emotive, la barca comincia ad oscillare, fino a rovesciarsi completamente di lato, ma il moto rotatorio che le è stato inferto è tale da farla letteralmente capovolgere e ciò che era sopra finisce sotto e viceversa.

E’ il concetto stesso di carnevale, di società rovesciata, dove i ricchi e i potenti diventano poveri ed il giullare diventa principe per un giorno, un mondo all’incontrario, come la XII carta dei Tarocchi, l’Appeso, come nella visione di Italo Calvino nel suo libro “Il castello dei destini incrociati”: Up is Down, il mare stesso si capovolge quando tramonta il sole su questa nicchia di universo tra ordine caos e con essa il vascello ed una volta ritiratasi l’acqua, i suoi occupanti si ritrovano infine nuovamente nel nostro mondo terreno, quello dell’Impero Britannico e della Compagnia delle Indie.

Quella della morte di Lord Beckett è ovviamente una grande gigantesca metafora ed anche una ripresa cinematografica fisicamente impossibile, perché il bombardamento incessante e devastante, a cui è sottoposta la nave dove il nostro character compie la sua ultima passeggiata, lo avrebbe nella realtà dilaniato già nei primissimi istanti, ma per una fantastica concessione poetica, egli continua la sua camminata, reggendosi delicatamente alla balaustra della scala, che dal ponte di comando scende verso il piano centrale della nave, mentre tutto attorno volano fiamme, esplosioni, pezzi di legno e fuliggine.

E’ un incedere quasi metafisico, con l’incredulità del potere costituito che si meraviglia di come quegli zoticoni rivoltosi, quei pezzenti senza potere, denaro o autorità, possano aver davvero trionfato sull’impero più potente del mondo, ma alla fine le fiamme purificatrici del caos lo avvolgono, annientandolo, fino a sputarlo sulla sua stessa bandiera, che piegandosi nell’acqua, sotto il peso del cadavere, lo avvolgono come un triste sudario.

Chiaramente non si deve cercare in tutto questo la logica della fisica, quanto piuttosto la libertà della poesia e la coerenza di un pensiero ribelle fino alla fine, nascosto nel codice dell’intrattenimento miliardario, oltre i confini del mondo.


Pirates of the Caribbean: At World’s End“, USA, 2007
Regia: Gore Verbinski
Soggetto e Sceneggiatura: Ted Elliott e Terry Rossio


 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...