Avengers: Endgame (2019)

Avengers-Endgame

Alla fine dei conti, la cosa più significativa di questo epocale blockbuster Marvel/Disney è proprio il suo titolo ed ovviamente il grande spettacolo apparecchiato nel secondo tempo di questo attesissimo, immenso fan service, realizzato in omaggio a tutti coloro che si sono negli anni appassionati alla lunga cavalcata fatta dall’Universo Cinematografico Marvel della gestione del dopo Joss Whedon, amandola senza riserve o anche facendo più adulti distinguo critici: in quest’ottica Avengers: Endgame non può essere considerato deludente, giacché è tale solo se lo si vuole vedere per qualcosa che non è e che non aveva alcuna intenzione di essere.

Senza farne mistero ed anzi presentandosi proprio così in tutte le sedi e nel modo più onesto possibile, questo film non ha altro significato narrativo se non quello di essere il capitolo finale di una saga, un film ossia che ha la stessa identica valenza di una maestosa e problematica Season Finale di una fiction televisiva di audience planetaria: Endgame, infatti, non è nel modo più categorico fruibile come film a sé stante (e nemmeno ha mai preteso di esserlo, in alcun momento della sua concezione e produzione), come invece era stato possibile per altre pellicole, ma lo si può apprezzare soltanto come momento conclusivo della storia orizzontale principale che ha attraversato la cosiddetta Fase 3 del MCU, collegando tutti i singoli film.

Per questa sua anima da atto finale, il film dei fratelli Russo ha inevitabilmente saccheggiato, in ogni modo possibile e senza alcun riserbo, interi segmenti narrativi dalle storie verticali di ciascuno dei film precedenti dedicati ai singoli personaggi, non solo recenti, ma anche passati e persino dalle fiction televisive collegate a questo universo narrativo: anzi, con la precisa volontà di essere un punto di arrivo epocale e con anche la consapevolezza dell’enorme senso di attesa da parte del pubblico, sul modo con cui gli autori avrebbero dipanato la matassa da loro stessi ingarbugliata fino ai massimi estremi (aver mostrato l’eliminazione di metà dell’universo conosciuto e contemporaneamente aver annunciato nuovi film stand-alone con alcuni dei supereroi morti era una chiara indicazione bastante per gli spettatori), lo stesso soggetto del film è stato concepito come un grande Amarcòrd supereroistico o se vogliamo come un recap in progress.

Dal punto di vista stilistico, le tre ore del film, sceneggiato da Christopher Markus e Stephen McFeely (già scrittori di Winter Soldier e di Infinity War) e messo in scena dai registi Anthony e Joe Russo, si svolgono attraverso la successione, molto netta ed evidente, di tre distinte fasi emotive e sintattiche: la tristezza ed il dolore dell’elaborazione collettiva del lutto (con evocativi campi lunghi rurali ed urbani, sequenze post-apocalittiche di acuta desolazione, assenza di pomposa retorica nazionalistica ed un vago senso di arrendevolezza, fotografati in modo intimo e sentito), la sorridente ed assai compiaciuta nostalgia di un passato rivissuto nei suoi momenti di climax (con sequenze action e spionistiche giocate su un più scarno registro televisivo, ma con tutto l’impatto del grande schermo, nelle quali il riconoscimento di volti noti e meno noti diventa poetica dell’easter-egg) ed infine l’epica supererositica più pura del combattimento a campo aperto (quella che ahimé fu circense e caciarona, nell’infantile sequenza di gruppo dell’aeroporto in Civil War e che fu più costruita ed in stile Star Wars The Empire Strikes Back nella battaglia di Wakanda in Infinity War), qui finalmente vero momento topico del film, apice emozionante verso cui tutte le storie tendevano e che ricorda a tratti sia la magniloquenza fantastica delle armate impavide e leggendarie del Lord of The Rings di Peter Jackson, sia la furia citazionista del fantascientifico Ready Player One di Spielberg.

Fin qui, dunque, nulla di male, considerate le premesse e le promesse: mentre mi accomodavo sulla poltrona della multisala, guardando il cinema riempirsi, mi sentivo perfettamente a mio agio in quella folla di consumatori del sogno narrativo cinematografico supereroistico e come essi, anch’io ero perfettamente consapevole di essere un consumatore di quel pasto OGM che non ha mai millantato alcuna velleità di originalità o profondità narrativa, poichè nessuno sano di mente potrà mai dirmi, in tutta sincerità, che dal capitolo conclusivo di una saga come questa si aspettava qualcosa di meno tronfio e meno epico, con una sceneggiatura più articolata e complessa e come tale difficilmente intelleggibile per l’immensa platea a cui il film si rivolgeva.


Avengers: Endgame“, USA, 2019
Regia: Anthony e Joe Russo
Soggetto e Sceneggiatura: Christopher Markus e Stephen McFeely


 

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