Tenebre (1982)

Normalmente, quando si parla di Argento regista, si parla di un primo e di un secondo Argento, dividendo anche qualitativamente la sua carriera in un periodo illustre ed in uno di declino, ma questa divisione non rende davvero giustizia al percorso fatto e ricercato.

Io personalmente divido l’opera del sublime Dario in almeno quattro segmenti, consecutivi cronologicamente, ma anche con zone di intersezione tra un segmento e l’altro: il primo periodo, quello primitivo dei thriller, dei primi grandi capolavori immortali, il periodo della cosiddetta trilogia animalesca (“L’uccello dalle piume di cristallo” del 1970, “Il gatto a nove code” e “4 mosche di velluto grigio” del 1971) e di “Profondo rosso” del 1975; il secondo periodo, la fase horror fantastica, con l’inizio della trilogia delle tre madri (che si concluderà solo molto più tardi, con “La terza madre” del 2007) iniziata da “Suspiria” del 1977, proseguita poi con “Inferno” del 1980 e conclusa con “Phenomena” del 1985; il terzo periodo, la rivisitazione del giallo con “Opera” del 1987, “Trauma” del 1993 e “La sindrome di Stendhal” del 1996; il quarto ed ultimo periodo, la fase decadente, in cui il continuo rimaneggiamento di uno stile ed il ripetersi di temi cari al regista ha prodotto opere tecnicamente impeccabili, ma anche vuote e sterili e talora perfino imbarazzanti, alternando pellicole comunque salvabili (come “Non ho sonno” del 2001 o “Il cartaio” del 2004) ad altre davvero dimenticabili, in cui anche la brusca sterzata con il torture porn, quale estremo tentativo di rivitalizzazione, non ha prodotto il risultato sperato.

Esattamente a metà del secondo periodo, mentre Dario Argento stava esplorando il campo dell’horror puro, complice anche la collaborazione con il padre fondatore della fenomenologia zombie, George Romero (ricordiamoci che nel 1978 Argento lavorò al montaggio di “Dawn of the Dead – Zombi”, insieme allo stesso Romero), nasce quello che a mio modesto giudizio è uno dei capolavori assoluti nel suo genere, nonché forse il film più significativo (non il più bello, perché questo primato spetta probabilmente a “Profondo Rosso”) di tutta la sua carriera: “Tenebre”.

Girato per lo più di giorno e con il bianco accecante quale colore primario, “Tenebre” è una sinfonia torbida di sangue rosso chiaro dedicata all’assassinio, una celebrazione non dell’istante stesso della morte (come nell’estetica dei film di Fulci) ma dello specifico atto dell’omicidio quale atto violento con cui si tronca una vita.

Al servizio di questa ricercata e manieristicamente elegante composizione sullo schermo cinematografico, viene scritta dallo stesso Argento (non dimentichiamoci che l’autoralità del nostro Dario sta anche nell’identità costante dei suoi ruoli di soggettista, sceneggiatore, regista e talvolta anche montatore delle sue pellicole) una storia gialla con doppio “whodunit”, doppio assassino, doppio movente e doppio modus operandi.

Siamo nel cuore del cuore del giallo, dentro quei meccanismi del thriller, già esplorati con i primi grandi capolavori ed ora, dopo anni, rivisitati con una tecnica sopraffina: tra gli addetti ai lavori, è diventato subito celebre l’incredibile long-take (non un vero piano-sequenza) che il maestro realizza per questo film avvalendosi della Louma (telecamera con controllo a distanza, montata su un giunto completamente snodato e posto sul braccio telescopico di una gru, che rende possibili riprese con traiettorie incredibili e panoramiche mozzafiato), con cui immortala l’elegante architettura di questa villetta, sita nel quartiere romano dell’EUR.

E’ una ripresa finita sui libri di storia del cinema, apparentemente senza un vero significato (poichè parte come una oggettiva e finisce come una soggettiva) e superficialmente ritenuta, dai più distratti, una forma di manierismo fine a se stesso: la cinepresa compie un elaborato percorso aereo attorno alla casa (dove stanno le due future vittime), tale che nessun essere umano avrebbe potuto fisicamente fare, volteggiando sul tetto, sorvolando le tegole ed infine scendendo lungo il muro esterno e fermandosi vicino ad una finestra chiusa; a quel punto affiorano sullo schermo le mani guantate del killer e la ripresa diventa una soggettiva pura ed incomincia il vero omicidio.

Cosa abbiamo dunque visto in quella scena? Era forse il punto di vista di un dio del male, di un demone, che penetra nei cuori delle persone e le costringe ad azioni terribili o era piuttosto lo sguardo del narratore, del regista stesso che non distingue più, nel dolore inflitto, la malvagità che viene da un uomo, un killer in carne ed ossa, da quello che viene da uno spirito o da un’entità sovrannaturale maligna?

E’ proprio per questa ambiguità formale, che corrisponde ad un’ambiguità concettuale, che “Tenebre” assurge, da semplice thriller a capolavoro, raccontando un giallo nel giallo, una storia intricata fatta di colpi di scena, indagini poliziesche, deduzioni alla Ellery Queen, ma rigettando al contempo l’atmosfera tetra e buia dei noir e degli horror, prediligendo le scene diurne e solari o gli interni illuminatissimi e scandendo le morti (tante, più degli altri film dello stesso regista) con immagini efferate e lucidamente barbare.

Con questo spirito totalitario ed assoluto, visioniamo l’eccezionale sequenza della morte del personaggio di Jane McKerrow, interpretata dall’allora moglie di Silvio Berlusconi Veronica Lario, brava attrice di teatro, che qui si presta ad una delle scene più violente del cinema italiano, verniciando letteralmente di sangue il muro candido, di fianco a lei, con il suo moncherino, tale dopo l’accettata ricevuta dal killer.

La lirica dell’omicidio parte dalla lama dell’ascia ma si avviluppa nei colpi sulla schiena ripresi in close-up e nella loro spinta fisica, per poi evolversi nelle ultime accettate inferte sul corpo oramai esangue, non più urlante o gemente, ma solo barcollante sotto la violenza degli urti, che fanno dondolare la testa inerme della vittima.

Eccoci, dunque, giunti infine al punto di arrivo del percorso estetico e cinematografico di Dario Argento: l’omicidio ed il procurare dolore visti nella loro estetica aldilà della logica e questo in “Tenebre” è raccontato parimenti con una sceneggiatura rigorosissima (con dei dialoghi oggi considerabili malconci e terribilmente teatrali, ma dobbiamo necessariamente storicizzare), ma anche falsa, una storia da romanzo, come quella letta dallo stesso regista con voce fuori campo all’inizio del film, per l’appunto una storia gialla ed horror.

Alla fine del film scopriamo il volto ed il nome dell’assassino ed è assolutamente un colpo di scena, splendidamente congegnato ed ottimanente costruito, scena dopo scena, come in un giallo tradizionale e lo scopriamo in una sequenza inzuppata davvero di sangue: in questa scena finale, la voglia di cinema di Argento, come già fu per il Raimi di “Evil Dead”, diventa talmente evidente da chiedere complicità allo stesso spettatore, che già era stato fin qui trasportato dal regista nell’agnizione del colpevole ed ora riceve il dono del prestigio rivelato, del trucco del sangue finto e del rasoio che spruzza come un attrezzo di scena, anzi proprio perché è un attrezzo di scena anche dentro la storia.

Una sequenza lunga, di quasi tre minuti, che si conclude con una morte atroce, come una tragedia greca, e con le urla della Daria Nicolodi (qui ad interpretare il personaggio di Anne), che non solo chiudono la scena sfumando nel nero, ma continuano nei titoli di coda, che cominciano senza musica a scorrere sullo schermo: poi finalmente arriva il silenzio e parte la musica ipnotica dei tre ex-Goblin (Massimo Morante, Fabio Pignatelli, Claudio Simonetti, i tre componenti del gruppo che si era sciolto e che il maestro ha riunito solo per questo suo film), mentre davanti ai nostri occhi, dopo i nomi degli attori, vediamo per pochi secondi, tra aiuto-regista ed assistente, passare il gota del cinema horror italiano… Lamberto Bava… Michele Soavi…


Tenebre“, ITA, 1982
Regia: Dario Argento
Soggetto e Sceneggiatura: Dario Argento


 

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