Trading Places (1983)

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Uno dei primi film americani a parlare in modo efficace di Wall Street e dei prodotti finanziari è senza dubbio la famosissima e brillantissima commedia “Trading Places” (Una Poltrona per Due), scritta nel 1983 dalla coppia Timothy Harris e Herschel Weingrod e diretta da John Landis.
Il mondo dell’economia, in questo caso, fa solo da sfondo alla vicenda o se vogliamo è il pretesto per la manipolazione che i due scrittori hanno fatto di un testo precedente: la storia è infatti apparentemente giocata sull’archetipo creato nel 1881 da Mark Twain con il suo romanzo “The Prince and the Pauper” (Il Principe ed il Povero), ma in realtà scopriamo subito che ne è un’interessante e diabolica evoluzione.

Nel libro del celeberrimo romanziere statunitense, infatti, attraverso lo stratagemma narrativo dello scambio consenziente di ruolo tra due bambini, provenienti da stili ed ambienti di vita opposti (il primo era il figlio del re ed erede al trono, mentre il secondo era figlio di un delinquente di strada dalla vita miserrima), si proponeva una morale netta e senza ambiguità, secondo la quale l’ambiente circostante e la famiglia d’origine di un bambino determinano sempre la qualità del suo futuro lavorativo e del suo ruolo nella società; nel film anni ’80, invece, i due sceneggiatori creano un accomodante compromesso tra teorie ambientaliste (come quella di Twain) e genetiste (secondo le quali la predisposizione al successo è predeterminata geneticamente e come tale supera anche i limiti ambientali), creando un plot in cui, dopo lo scambio tra il mendicante di strada ed imbroglione Billie Ray Valentine (interpretato da Eddie Murphy) ed il ricco rampollo della Philadelphia classista ed istruita Louis Winthorpe III (interpretato da Dan Aykroyd), entrambi avranno comunque successo, il primo utilizzando al meglio le opportunità offertegli dal nuovo ambiente sociale ed il secondo usando le sue capacità innate ed il suo ingegno per risalire la china.

La pellicola di John Landis, però, esemplare campione di quel decennio di storia americana, va oltre e finisce per affermare che comunque, anche in un mondo fatto di squali come quello della finanza di Wall Street, la perseveranza, il duro lavoro e l’arguzia riescono sempre a portare al trionfo anche chi parte da posizioni svantaggiate: viene ossia glorificato il falso mito della terra delle opportunità, in cui non importa da che posizione si parta giacché per magia o giustizia divina, chiunque può avere successo, a patto di impegnarsi moltissimo e sacrificare tutto quello a cui riesce a rinunciare (affetti, famiglia, tempo libero, etc.).
Il mondo della finanza è di per sé calvinisticamente assolto, quindi, da ogni peccato, come una pistola che non ha colpa di chi uccide o un qualsiasi strumento impersonale, perché una sana ed aggressiva competitività viene servita come giusta ed accettabile dalla società americana, soprattutto se si viene anche tranquillizzati sul fatto che i cattivi, quelli che potrebbero alterare le sacre regole del gioco, vanno sempre in galera. Tutto bene, quindi.

Fermiamoci, però, un attimo sulla scena finale del film, quando i due eroi della vicenda mettono in scacco i due principi della borsa di Wall Street, Mortimer e Randolph Duke (ruoli che vedono due maestri di cinema, quali Don Ameche e Ralph Bellamy, duettare in modo superbo), usando contro di essi le loro stessi armi, ovvero l’inganno e le speculazioni sul valore dei future (in questo caso con oggetto il succo di arancia surgelato).
La scena, come per altro tutto il resto della pellicola, risulta assai efficace solo ed esclusivamente grazie alla straordinaria bravura degli interpreti, nonché per l’impeccabile messa in scena del suo iconoclasta e goliardico regista (il ritmo delle cui pellicole era in quegli anni davvero magico, basti pensare ad una delle pellicole più belle di tutti i tempi,  quale “The Blues Brothers” e prima ancora “Animal House“), mentre sul versante dello script, dobbiamo lamentare una certa farraginosità ed una fastidiosa approssimazione, che hanno reso di fatto quasi incomprensibile, per la maggior parte del pubblico, la reale sequenza degli accadimenti: gli spettatori, ossia, intuiscono che gli eroi positivi della storia hanno vinto e che lo hanno fatto imbrogliando gli stessi imbroglioni, facendo loro acquistare qualcosa che pensavano avesse molto valore quando invece non ne aveva affatto, ma tutto il meccanismo di scambio successivo dei future tra gli operatori di borsa ed il finale acquisto al ribasso, che determinerà il fallimento dei Duke e contemporaneamente il successo economico dei due eroi, è stato accolto invero con un atto di fede, come si fa di fronte ad un astronomo che ci parla delle eruzioni solari o ad un fisico entusiasta per aver scoperto la prova dell’esistenza del bosone di Higgs.

Una mezza verità è la menzogna più diabolica, recita un vecchio adagio popolare ed Hollywood, da sempre, è bravissima nel propagandare messaggi pseudo-liberisti, per poi fermarsi qualche metro prima delle stanze del vero potere.


Trading Places“, USA, 1983
Regia: John Landis
Soggetto e Sceneggiatura: Timothy Harris e Herschel Weingrod


 

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