Das Testament des Dr. Mabuse (1933)

Il cuore degli uomini deve essere riempito di angoscia per crimini inspiegabili, in apparenza assurdi e senza motivo, ma che in realtà hanno un solo obiettivo: diffondere la paura ed il terrore.
Infatti lo scopo ultimo di questi delitti è quello di preparare l’avvento dell’Impero Assoluto del Crimine: uno stato di perenne incertezza ed anarchia, fondato sulla distruzione degli ideali del mondo

Queste parole, assolutamente profetiche, furono pronunciate dal metaforico personaggio del Dott. Mabuse nel film “Das Testament des Dr. Mabuse”, terzo capitolo della leggendaria saga cinematografica scritta e diretta da Fritz Lang, ma esse non risuonarono nei cinema dell’allora Germania nazista nel 1933, data in cui sarebbe dovuto uscire la pellicola, ma solo dopo, nel tardo 1951, quando la caduta del Reich ed il nuovo governo democratico tedesco permisero di togliere il blocco che la censura di Hitler aveva posto sull’intera opera.

Mentre infatti la prima parte della saga (quel celeberimmo “Dr. Mabuse der Spieler”, talmente lungo da essere stato diviso in due film distinti, usciti ad un mese di distanza l’uno dall’altro) aveva avuto una regolare distribuzione nel 1922, questo sfortunato seguito, prodotto proprio durante la caduta della Repubblica di Weimar ed all’alba dell’ascesa al potere del Partito Nazional-Socialista, fu immediatamente fermato dal regime, per gli evidenti riferimenti alla natura criminale del nuovo regime nazista.

Da un punto di vista squisitamente cinematografico, questo sequel viene considerato inferiore al “Dr. Mabuse der Spieler”, probabilmente perché gli manca soprattutto l’incredibile estro fantastico dell’originale , pur tuttavia dobbiamo notarne la straordinaria potenza espressiva adoperata nel mostrarci sullo schermo molto di più di ciò che la semplice trama suggerirebbe: attraverso una narrazione sia puntuale che visionaria del modo con cui il genio del male Mabuse, sebbene rinchiuso nella cella di in un manicomio, riesce a guidare al potere la sua organizzazione criminale, questa fondamentale pellicola ha la capacità di illuminare in modo geniale quella specie di ipnosi collettiva che il Nazismo della prima ora esercitò sul popolo della Germania.

Inoltre, sotto le false sembianze di un film poliziesco, il regista Fritz Lang (il quale, non dobbiamo dimenticare, con il suo pazzesco “M” del 1931 è universalmente riconosciuto come il creatore di fatto del genere crime nel mondo della settima arte) crea un parallelo evidente tra la narrazione filmica e gli eventi storici contemporanei del suo paese, finendo persino per decodificare in modo lucidissimo i pilastri comunicativi della nuova dittatura nazista: la fede in un leader infallibile, il misticismo, l’organizzazione ferrea (motore primo di ogni totalitarismo), la scomparsa del singolo individuo nel bene collettivo e per ultimo l’instaurazione di un’atmosfera di terrore continuo, sostenuta dalla violenza, per tenere unita la popolazione.

Lang, sposato ad una intelligentissima donna di cinema e cultura (la geniale Thea von Harbou, che lavorò a tutti i capolavori tedeschi del marito ed autrice da sola, fra l’altro, dello script dell’immenso “Metropolis”), ma assolutamente devota al nuovo Führer, era riuscito a smascherare il maligno ed il suo piano di conquista dell’umanità: per questo motivo, immediatamente dopo la censura del suo film, il grande cineasta fu chiamato a palazzo e gli fu offerta, dallo stesso Goebbels (potentissimo Ministro della Propaganda del Reich) la direzione del dipartimento di cinema del suo ministero.

Goebbels e Hitler erano entrambi grandi ammiratori della filmografia di Fritz Lang e come tutti gli strateghi senza scrupoli sapevano riconoscere le potenzialità di un pericoloso nemico e come servirsene per i loro scopi: cosa accadde davvero dopo è tutt’oggi avvolto in un certo alone di mistero (ci sono infatti versioni contrastanti in merito alla biografia dell’artista), ma per certo si sa che egli divorziò dalla moglie all’indomani dell’incontro e fuggì in esilio, unendosi alla schiera dei tanti grandi artisti della settima arte scappati dal nazismo, quali Friedrich Wilhelm Murnau (senza dubbio uno dei massimi esponenti del cosiddetto espressionismo tedesco ed ancora oggi studiatissimo in ogni scuola di cinema) ed Ernst Lubitsch (autore che una volta giunto negli USA fu praticamente l’artefice del genere sophisticated comedy, con innumerevoli perle, tra le quali, giusto per sceglierne una dal prestigioso mazzo, mi piace ricordare “Ninotchka” del 1939).


Das Testament des Dr. Mabuse“, HUN, 1933
Regia: Fritz Lang
Soggetto e Sceneggiatura: Fritz Lang e Thea von Harbou


 

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