Need For Speed (2014)

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Trarre un film da un videogioco rende automaticamente un film brutto?
No, assolutamente, perchè tutto dipende da come viene realizzato, dalla volontà o meno di costruire un plot avvincente o foriero di interrogativi, dallo sforzo di cercare qualcosa di meno “telefonato” ed un pochettino più personale.

La complicatezza o meno di una trama è infatti solo uno degli aspetti caratteristici di un film, ma di per sé non lo rende più ricco o più debole, poiché tutto dipende da come l’idea viene sviluppata, da come gli autori passano dal soggetto nudo e crudo al suo decoupage, da come i personaggi si muovono in mezzo all’intreccio della trama, da come vengono descritte le loro reazioni a tutto ciò che accade, dallo spessore o dalla coerenza dei dialoghi e tutto questo solo per restare a livello di sceneggiatura, figuriamoci poi quando si passa alla recitazione, alle riprese, alla fotografia, al montaggio, alla post-produzione e via dicendo: insomma, fare un film da un’idea base semplice e lineare, non rende un film peggiore di altri.

Il recente “Need for Speed” è quello che si definisce uno “street racing action”, diretto nel 2014 dal modesto Scott Waugh (quello dell’ultra militarista ed ultra banale “Act of valor”), ma scritto a quattro mani da George e John Gatins, quest’ultimo sceneggiatore fidatissimo della Dreamworks, capace di passare dalle atmosfere collegiali e provinciali di “Coach Carter” del 2005 (presente? Samuel “Fury” Jackson che allena la squadra di basket, insegnando ai ragazzi anche a studiare oltre che a giocare), a quelle fanta-sportive di “Real Steel” del 2011 (bellissima ed emozionante favola con Hugh “Wolverine” Jackman, tratta da un vecchio script del leggendario Richard Matheson per la serie “The Twilight Zone”), fino al drammatico ed intimista “Flight” del 2012, di Robert Zemeckis ed interpretato da Denzel Washington nel difficile ruolo del comandante, eroe controverso del suo miracoloso atterraggio di fortuna.

Diciamo subito, per fugare qualsiasi dubbio, che questa nostra pellicola, ispirata alla famosissima ed omonima serie di videogames, non appartiene senz’altro alla categoria dei grandi film ed in tantissime parti la prevedibilità di ciò che sta per accadere sullo schermo permetterebbe a qualsiasi spettatore di scrivere buona parte della storia, ma ugualmente c’è qualcosa che lascia quanto meno stupiti e piacevolmente colpiti, quindi è giusto provare a lasciar combattere questo film nella sua categoria, che non è appunto quella dei pesi massimi, ma è l’arena dove incontriamo le varie personificazioni del meccanico-pilota negletto e di tutti i film sugli inseguimenti stradali, ma anche quel luogo dell’immaginario collettivo dove troviamo l’archetipo hollywoodiano dell’uomo che si fa strada dal nulla e crea un bolide imbattibile, quello che fu il punto di partenza del blasonato “Tucker” di Francis Ford Coppola o il sogno multicolore dello sfogo videoludico (sotto acido) dello “Speed Racer” dei fratelli Wachowski, infine quell’idea di successo dato dal duro sacrifico che è insita nel modello di pensiero statunitense (sia di destra che di sinistra), che ha i suoi punti medi nella saga di Herbie (il maggiolino Volkswagen, creato dallo scrittore Gordon Buford per il suo libro del 1961 “Car, boy, girl” e da cui il titano di tutte le sceniggiature Disney live action, Bill “Mary Poppins” Walsh, trasse lo script per la saga di “Love Bug – Un Maggiolino tutto matto”), quelli più bassi nei suoi cloni e quelli più alti nelle storie di sacrificio e redenzione: la pellicola voluta oggi dalla Electronic Arts è figlia, quindi, non solo della serie di “Fast and Furious”, ma anche di “Cars” e “Planes” della Pixar e con tutto questo va confrontata.

Need for speed” purtroppo esce alla fine sconfitto anche nella sua classe, perché davvero troppe sono le pellicole che lo hanno preceduto e che hanno detto le stesse cose e raccontato la stessa storia, a volte in modo migliore e più convincente, ma allora cosa resta? Cosa c’è che lascia stupiti e che ci spinge a parlarne?

La risposta è in quella sensazione di meraviglia che aleggia negli occhi del pugile che ha buttato al tappeto un avversario nettamente inferiore di lui e che lo vede rialzarsi per prenderne ancora o lo sguardo di ammirazione del karateka che ha sconfitto rovinosamente un novellino e malgrado tutti i colpi subiti quest’ultimo si rialza pronto a combattere nuovamente, c’è ossia il piacere di veder un film che si dava già per etichettato, chiuso ed imballato come “cagata pazzesca”, avere un anelito di orgoglio e mettere sul tavolo di una partita, che ha comunque perso, una buona mano.

Questa mano è data innanzitutto dagli attori, simpatici ed in parte, capitanati da un Aaron Paul portato al successo dalla tv grazie al suo ruolo in “Breking Bad”, ma anche la stramba Imogen Poots ed il giovane Dominic Cooper (il papà di Tony Stark nel Marvel Universe cinematografico targato Joss Whedon ed il papà di James Bond nella fiction “Fleming: The Man Who Would Be Bond”), ma soprattutto, qualche metro sopra gli altri, la figura luciferina e paterna assieme, l’Asso di Briscola del cast, il Monarch che, nascosto in un faro, organizza la corsa clandestina più ambita di tutte, la mitica De Leon, il nostro Birdman, il nostro Batman d’antan, Michael Keaton, che gigioneggia da vero istrione e ruba la scena come un villain carismatico pur non essendolo.

Poi, ovviamente, ci sono le auto, bellissime e potentissime, come quelle di un video clip di Jamiroquai, con in testa tre meravigliose Koenigsegg Agera R, riprese in scene che sembrano la sublimazione dei segmenti narrativi di “Top Gear”, con pochissima 3D computer graphic e tante riprese in strada e corse clandestine come puoi fare e riguardare solo con la tua consolle next-gen (sarà ben più bello guidare una “Truffade Adder” in GTA 5 che non una Bugatti in “Gran Turismo”, no?).

Quindi? Un film consigliatissimo a chi adora le macchine ed i motori, per loro “Need for Speed” sarà un must imperdibile che non deluderà di certo, mentre chi ama il cinema, quello vero, avrà comunque qualcosa di cui sorridere senza vergogna, insieme agli amici davanti ad una pizza ed una birra (magari due), chiacchierando su come sia molto più credibile un Tobey Marshall (Aaron Paul) che salta da un carreggiata all’altra, con la sua Ford Mustang customizzata senza spaccare il semiasse, che non Milo (Kit “Game of Thrones” Harington) e Cassia (Emily Browning) che scappano dai lapilli incandescenti dell’eruzione del Vesuvio in “Pompei”.


Need for Speed“, USA, IND, 2014
Regia: Scott Waugh
Soggetto: George Gatins eJohn Gatins
Sceneggiatura: George Gatins


 

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