Bad Times at the El Royale (2018)

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Film straordinario ed anche vero regalo per chiunque sia da tempo frequentatore appassionato del cinema nordamericano (per la intelligente rivisitazione del classico genere noir, qui rivisitato sia nelle situazioni che nei characters, senza inutili deliri o scopiazzature di bassa lega) ed anche per gli estimatori delle belle sceneggiature: aldilà, infatti, di una regia sempre equlibrata e presente dello stesso Goddard (con un controllo misuratissimo delle recitazioni dei vari personaggi, delle espressioni, dei tempi di presenza scenica e delle inquadrature mai troppo leccate o confusionarie), in questo “Bad Times at the El Royale” (titolo italiano “7 sconosciuti a El Royale“) troviamo in primis un ottimo soggetto, già da solo bastante a giustificare la visione del film (grazie ad una storia intricata ma non ingannatrice, piena di suspense ma senza colpi di scena irreali, zeppa di citazioni del periodo storico e politico statunitense, ma evitando che la cornice sullo sfondo prenda il sopravvento sui personaggi) e quindi una scansione della vicenda molto più lineare di ciò che si possa pensare, in cui i vari twist, di cui il film è disseminato, sono come serrature che scattano per rivelare le porte nascoste dietro gli specchi, evitando tuttavia il gioco di matrioske con cui a volte gli autori nascondono la pochezza del plot, usando la confusione per sopperire alla bellezza inesistente dell’intreccio narrativo.

Unica nota dolente, se proprio dobbiamo trovarne una, è un certo debito stilistico non necessario nei confronti dello stile del cinema di Tarantino, ma non parliamo, sia ben chiaro, del modo con cui i character sono stati qui disegnati da Goddard o di come la storia da lui tracciata si evolva, ma solo di marginali aspetti visivi e di montaggio (purtroppo ridondanti), come la scansione della narrazione in capitoli temporalmente intrecciati, in quella ripetizione del medesimo accadimento raccontato in più di un punto di vista e persino (questo si davvero troppo semplicistico) preceduto da un apposito titolo: è chiaro come tale aspetto imitativo dello stile del grande cineasta sia poi ciò che è maggiormente saltato agli occhi di quella parte di critica alla costante ricerca di associazioni banali e semplificazioni massimaliste, utili a creare slogan ad effetto per le loro recensioni ad uso social network.

Poco sopra, abbiamo piuttosto parlato, non a caso, di specchio, perché il tema nemmeno troppo nascosto di tutto il film è la linea di separazione che divide l’apparenza dalla verità, come quella di confine molto sensazionalistica che in tutto il motel El Royale divide la California dal Nevada: è la linea che separa chi si vede riflesso nello specchio, chi divide le maschere dalle vere identità e soprattutto il confine di chi si cela nell’ombra per usare quelle verità nascoste per i propri scopi; vorrei tuttavia insistere sul come questo meccanismo di doppiezza non appaia nemmeno per un istante ambiguo o artificioso agli occhi dello spettatore, che altresì assiste allo svolgimento dei percorsi terminali di molteplici storie criminali in modo avvincente e consequenziale.

Infine, va annotato come gli attori siano assolutamente tutti in parte, anche se è giusto precisare, con buona pace dei protagonisti maschili (un veterano Jeff Bridges, un inaspettato Chris Hemsworth ed un pacato Jon Hamm), che in questo film a ruggire sul serio sono decisamente i personaggi femminili: potenti, sensuali, tridimensionali, stracolmi di sfaccettature, a volte anche solo accennate da Goddard nel suo copione, ma poi completate espressivamente dalle attrici, sulle quali svetta, con menzione d’onore, una magnifica e stupenda Dakota Johnson (che già sola, vi assicuro, vale il prezzo del biglietto).


Bad Times at the El Royale“, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Drew Goddard


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