Mal de pierres (2016)

Mal-di-pietre

La bellezza di Marion Cotillard, pur notevolissima, è davvero nulla in questo film a confronto della sua bravura come interprete, nel rendere in modo magnifico il vero mal di pietre di cui soffre la protagonista ovvero l’incapacità di reggere l’insostenibile peso di non poter vivere il perfetto amore romantico ed appassionato, che lei ricerca ed insegue in uomini idealizzati o impossibili, come il suo professore o come un ferito di guerra che incontrerà in una casa di cura.

Fortunatamente la Cotillard non è da sola in questo film, in cui tutti recitano benissimo, anche laddove sono solo maschere sullo sfondo, ma una certa noia serpeggia nelle scene, specie nella lunga prima parte della narrazione, dove si mostra la vera debolezza del film ossia quell’eccessiva asciuttezza narrativa, che da una parte evita allo spettatore la pesantezza retorica dei grandi romanzi storici del XIX e del XX secolo, grazie ad una regia controllatissima e sicura di sé, ma dall’altra ne taglia via anche il significato evolutivo, giacché alla fine, tolta una ricostruzione scenografica calligrafica ed accuratissima, ciò che resta è una storia minima, narrata come se fosse densa di chissà quali grandi rivelazioni o contenuti psicologici ed etici invece assenti, lasciando da solo, pur in una perfetta messa in scena, un meccanismo narrativo con colpo di scena finale, come la soluzione di quei gialli alla Simenon dove il lettore si chiede se fosse stato davvero necessario usare tante parole per arrivare a quella conclusione.

Questa sensazione di assistere ad un impeccabile spettacolo d’arte, condotto con l’elegante insipienza di un film del Pupi Avati degli ultimi anni, si avverte non appena ci viene senza inganni svelato dalla regista il significato metaforico del male della protagonista ovvero la sua incapacità a trovare una propria dimensione, spinta da subito ad accettare un matrimonio di comodo con un uomo che tuttavia la rispetta e la tratta come una regina ed a cui lei si offre solo una volta e solo come prostituta.

Nemmeno per un momento si ha il minimo sospetto che il personaggio femminile sia davvero una vittima, per lo meno non di una società o di un ambiente che la opprime, quanto piuttosto di se stessa e della sua malattia che la costringe ad amare l’idea dell’amore piuttosto che l’amore stesso, pensiero sfuggente al quale è impossibile dare una vera forma narrativa se non quella della follia e della diversità incapace di incastrarsi in qualsiasi spazio lasciatole dal mondo.

La presenza in cabina di regia di una donna come la francese Nicole Garcia (attrice navigata ed esperta dei toni e delle sfumature del grande cinema d’autore drammatico e sentimentale d’oltralpe) concede senza dubbio una particolare delicatezza nei confronti di un personaggio che altrimenti, in un mondo filmico dominato dai maschi, sarebbe stato presentato solo come una squinternata affetta da melancholia, disadattata ed in conclusione all’apparenza fastidiosamente irriconoscente.

Dentro la clinica (le cui pareti e corridoi e strumenti di cura, ricordano visivamente ed in modo debitorio quelle del bellissimo A Cure for Wellness – La cura dal benessere diretto nello stesso anno da Gore Verbinski) in cui il marito la ricovera non già per cambiarne a forza il carattere anomalo ma per renderla pronta alla gravidanza, l’infelice signora Rabascal si muove come in un luogo di sogno, pagato salato dal marito mai amato, vivendo la sua storia d’amore da fiaba con il suo principe azzurro, lontana dal tempo e dalla realtà, finché ritorna alla realtà quotidiana, pur agiata ed ovattata ma per lei insopportabile come appunto delle pietre da portarsi con sé.

Tuttavia le pietre dentro al suo corpo hanno lasciato spazio ad una gravidanza, di un figlio procreato in quella fuga dalla realtà, con il più impossibile di tutti gli amanti ovvero un uomo morto e come tale idealizzato in una perfezione che è tale solo nella sua testa e nel suo ricordo.

Ed è proprio dalla fantasia e dall’immaginazione di un animo scisso come quello di Gabrielle che il film finalmente prende il volo: dopo un lungo ed estenuante rollio sulla pista di decollo, il melodramma si arma di equivoci terribili e grazie ad essi si alza da terra, con il linguaggio del dramma psicologico romantico, fatto di altre verità ed altri punti di vista, di segreti che svelano inganni involontari.

Proprio tali verità arriveranno a cambiare tutto quello in cui Gabrielle ha sempre creduto, persino il suo rapporto con un figlio che era certa fosse del suo amante e che invece è molto banalmente di suo marito, quasi che la vita ed il destino stessero sorridendo di fronte a lei, per ricordarle che per gli esseri umani esiste la forza di gravità ed il volo senza legami è solo degli angeli o degli uccelli.

Senza alcuna retorica o banale etica familiarista, proprio nella scoperta della verità, Gabrielle si accorge che quell’amore incondizionato e puro, che lei aveva sempre cercato proprio dove non poteva esistere, se non che nella lente deformata del suo sguardo, era da anni accanto a lei, sotto forma di silenzioso sacrificio e semplicità di cuore.


Mal de pierres“, CAN, 2016
Regia: Nicole Garcia
Soggetto e Sceneggiatura: Nicole Garcia e Jacques Fieschi
dal romanzo di Milena Agus
Mal di Pietre
tradotto in USA da Ann Goldstein
con il titolo From the Land of the Moon


 

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