Toby Dammit (1968)

Malgrado una certa underestimation critica, io considero una meraviglia unica ed imperdibile “Toby Dammit“, il cortometraggio diretto da Federico Fellini e scritto dallo stesso maestro riminese assieme a Bernardino Zapponi, affinché fosse il terzo episodio del film collettivo italo-francese del 1968 “Histoires extraordinaires” (in Italia “Tre Passi nel Delirio“).

Usando come canovaccio un irriverente e liberissimo adattamento del racconto gotico di Edgar Allan Poe “Never Bet the Devil Your Head – A Tale With a Moral” del 1841 (in Italia tradotto con “Mai scommettere la testa col diavolo“), Fellini parte come suo solito dalla superficie di un intento fintamente moraleggiante (quasi in ossequio alla ricca borghesia italiana del periodo, a cui ogni suo film strizza volutamente l’occhio, cantandone sia le virtù, sia le perversioni), dipingendo la decadenza morale e la lussuria di un divo del cinema lontano dai riflettori, ma poi, come un Paul Schrader ante-litteram (illuminato scrittore di cinema che, da Taxi Driver a Raging Bull, fino a Bringing Out the Dead, forse il suo vero testamento poetico, si è specializzato nelle descrizioni di uomini autodistruttivi), si tuffa direttamente nel pozzo del delirio ossessivo, trasformando ogni cosa in un fantasma e più avanti in un demone.

Federico Fellini dà qui libero sfogo al suo straordinario estro visionario, dipingendo sullo sfondo, in modo artificioso, una Roma lugubre ed opprimente, piena di figure surreali, che si muovono per a creare una sensazione di malessere e disagio disturbanti, quasi che i personaggi secondari fossero tutti abitanti in realtà di quella psiche in via di disgregazione dello stesso attore protagonista del racconto, perché egli è un’anima venduta al demonio, lanciata a folle velocità verso il suo ultimo viaggio: per chiunque abbia un minimo di senso estetico e memoria filmica, gli echi di questa immensa lezione di cinema sono riscontrabili anche recentemente, in tante opere innovative ed elaborate, non ultima la prima stagione della fiction Legion di Noah Hawley (dove, non a caso, il meglio è regalato proprio nei momenti meno esplicativi ma solo apprezzabili per coinvolgimento estetico e turbamento).

Accade così che in un dialogo del film, Toby, l’attore inglese interpretato da Terence Stamp (probabilmente qui nella parte più ispirata di tutta la sua lunghissima carriera), dice “For me the Devil is friendly and joyful. He’s a little girl” ed effettivamente, senza alcuna spiegazione razionale, ma solo per empatia artistica, Fellini ci presenta il Diavolo con le sembianze di una bambina bionda che gioca con una palla: come ricordato dallo stesso regista, esiste anche un delizioso richiamo visivo tra la fanciulla satanica di Toby Dammit e Melissa, la bambina fantasma dello stra-cult horror di Mario Bava del 1966 “Operazione Paura” (distribuito negli USA con il titolo azzeccatissimo di “Kill, Baby… Kill!”), che a sua volta era una citazione della bambina uccisa nel film di Fritz Lang del 1931 “M – Eine Stadt sucht einen Mörder” e questa è una cosa che adoriamo, per l’assoluta splendida illogicità di questo filo rosso che congiunge una vittima e la fa diventare carnefice ed infine monarca di un regno metafisico.

I mezzi tecnici ed economici di cui ha sempre disposto Fellini furono per ogni suo film quasi sfacciati in confronto all’economicità dentro la quale si è ogni volta mosso qualsiasi regista italiano di film di genere, tanto che, mentre la bambina Melissa del film di Bava era in realtà un bambino maschio, con indosso una parrucca da donna, il Diavolo di Toby Dammit aveva tutta la maligna espressività della giovanissima attrice Marina Yaru, che aggiunse un tocco di morboso candore all’orrore che contraddistingue tutto il suo accompagnare il protagonista verso il finale della storia.


Toby Dammit“, ITA, FRA, 1968
Regia: Federico Fellini
Soggetto e Sceneggiatura: Federico Fellini e Bernardino Zapponi


 

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