Cloud Atlas (2012)

Best-Decade---Cloud-Atlas

Reduci dal flop dell’incompresa pellicola ultra-pop Speed Racer, le Watchowski passarono gli anni, quattro per la precisione, ad intessere una proficua collaborazione con l’artista tedesco Tom Tykwer, reso celebre dalla sua opera Lola rennt, thriller atipico sul conflitto filosofico tra libero arbitrio e determinismo, elaborato con sequenze filmiche a triplo finale e continui flash forward: con Tykwer le nostri due cineaste decidono di affrontare l’impresa apparentemente impossibile di adattare per lo schermo Cloud Atlas, il romanzo post-moderno di David Mitchell, il cui stesso titolo è una metafora dell’imponderabilità (potremmo noi, difatti, disegnare un atlante di cose che si spostano in continuazione?), narrata attraverso 6 diversi racconti che vengono registrati in catena, interrotti e poi conclusi dai protagonisti delle storie via, via successive.

Al termine di questa lunga incubazione, nel 2012 vide dunque la luce l’epocale film omonimo, scritto e diretto dal trio composto dalle nostre Lana e Lilly Wachowski e dal Tom Tykwer già citato, che, per l’occasione, compose anche parte delle musiche (per altro di una soavità senza pari): un’opera magistrale, totemica, in cui su pellicola viene perfettamente ricreata quella magia di alternanze e ritorni presenti nel libro, archiviando la tradizionale diegesi filmica in favore di un raccontare inframezzato da fili continuamente ripresi e colorando il tutto con una folla di allusioni e rimandi. Cloud Atlas è un film che non ho alcun timore di citare come tra i cinque più significativi del decennio.

Con una storia che copre un arco temporale di circa 600 anni, vediamo in questo film raccontata l’ascesa e la caduta del concetto stesso di monopolio aziendale globale, illustrata attraverso 6 storie personali, ognuna emblematica e rappresentativa di una condizione di schiavitù, in cui viene affidata al grandissimo Hugo Weaving la funzione di pivot, con 6 diversi ruoli di censore ed aguzzino: è il padre mercante di schiavi nel segmento del 1846, in cui tutto cerca di costringere il figlio a rinunciare alla sua volontà di ribellione contro il sistema; è un nazista che si intuisce abbia avuto una storia di sesso (senza seguito perché la famiglia di lei è ebrea) con la moglie dell’anziano compositore Vyvyan Ayrs, nel segmento dedicato al giovane musicista del 1936; è un “fixer”, un killer a cui viene dato il compito di “risolvere” i problemi legati alle fughe d’informazioni sul diabolico piano legato alla centrale nucleare nel segmento della San Francisco del 1973; è la grottesca infermiera e carceriera Noakes, della casa di riposo dove viene rinchiuso l’editore Timothy Cavendish nella Londra odierna del 2012; è l’alto rappresentante della Unanimity, che, nel segmento della Neo-Seoul del 2144, risolve (o crede di risolvere) il problema della paladina di libertà Sommi-451 e del suo amante proibito Hae-Joo Chang, comandante delle forze di ribellione; infine è Old Georgie, sorta di Diavolo tentatore, che compare più volte a Zachry Bailey, il protagonista del segmento ambientato 106 inverni dopo The Fall, la caduta, avvenuta nel 2321 ed è forse di tutti censori il più terribile del film, perché controlla la gabbia più insidiosa ossia quella che ci costruiamo da soli, quando siamo convinti di non aver altra scelta se non quella di seguire il destino scelto per noi da altri.

In Cloud Atlas ogni attore è al servizio di un ruolo che è al servizio di un’idea, di un pensiero filosofico che porta, insieme agli altri, alla stessa conclusione: per quanto schiavi, mutilati, uccisi o derisi, tutti i personaggi centrali della vicenda arrivano sempre a liberarsi dai loro vincoli, nella loro o nella vita di chi li seguirà e questo è il vero motivo per cui, con scelta geniale, il trio di autori del film userà gli stessi attori per interpretare tutti i ruoli dei sei diversi plot narrativi, giocando con il make-up per nascondere e rivelare contemporaneamente (certi trucchi facciali sono appositamente grotteschi per mostrare il vero volto, altri talmente elaborati da rendere quasi impossibile l’identificazione dell’interprete), in una corsa verso la liberatrice spiaggia finale, dopo il dopo del dopo, alla fine dei tempi, con le stelle che stanno a guardare, dove anche le comete, alla fine del kharma, raggiungono il loro Nirvana.

Tutto il cinema dei fratelli i Watchowski sembra condurci a questo punto, come un cavaliere solitario che ci ha condotto eroicamente in salvo e poi si gira, da sopra il suo destriero, a guardarci dritto negli occhi, non per cercare nel nostro sguardo gratitudine, ma perché noi si possa osservare dentro le sue stesse pupille nere, come in uno specchio magico, la storia del dolore di interi popoli schiavizzati ed usati come fonte di energia per alimentare le macchine, le corporazioni, le caste dei potenti e degli oppressori: questo, infatti, erano gli esseri umani attaccati ai baccelli, in campi sterminati, a cui succhiavano energia, questo erano i neri nord-africani, deportati e resi in schiavitù da un’economia capitalistica primitiva che si ritrovava manodopera gratuita, questa la sorte dei giovani artisti derubati del loro estro da vecchi baroni arcigni che li ricattavano per la loro sessualità non conforme, questa la sorte dei nuovi paria, dei cloni, degli esseri concepiti in vasca e non in culla, costretti a mangiare loro stessi, dopo essere stati uccisi nella convinzione di aver raggiunto il paradiso.

E’ il paradigma del soylent verde, il cibo sintetico fatto con i cadaveri di chi accettava di suicidarsi per risolvere il problema della sovrappopolazione e della crisi economica del film “Soylent Green” del 1973 di Richard Fleischer, che Lana ed Andy Wachowski non si limitano a citare o peggio a copiare, perché l’animo dei nostri è superiore a questi mezzucci, perché per loro i capolavori non hanno tempo o proprietà ma sono linguaggio comune, una sorta di grande cineteca e fumettoteca semantica 3.0, dove il pensiero corre libero ed allora il riferimento al film americano che ho citato viene persino urlato a squarciagola, con tutta la disperazione e la potenza possibile, dal personaggio di Timothy Cavendish, protagonista del segmento narrativo della casa di riposo, mentre gli addetti lo riportano in prigionia «Soylent Green is people! Soylent Green is made of people!»


Cloud Atlas”, USA, 2012
Regia: Lana ed Lilly Wachowski e Tom Tykwer
Soggetto e Sceneggiatura: Lana ed Lilly Wachowski e Tom Tykwer
dall’omonimo romanzo di David Mitchell


 

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