The Shape of Water (2017)

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Il capolavoro di Guillermo del Toro, pensato e costruito da lui stesso affinché fosse palesemente il suo stesso manifesto poetico: in ogni sequenza, inquadratura, luce, colore, movimento di macchina, in ogni dettaglio con cui i vari set sono stati scenografati, in ogni dialogo o sequenza di campo e controcampo, si percepisce che ogni cosa è il punto di arrivo di un percorso stilistico iniziato molto tempo prima, perché The Shape of Water è davvero il culmine artistico di un cineasta che ha vissuto il suo essere messicano con l’orgoglio di chi non è mai stato un paria negli USA (i suoi film americani sono sempre stati anche dei successi commerciali), ma certamente un esule, perché nei suoi lavori prodotti in terra d’origine di certo ha dato artisticamente la parte migliore del suo cuore: Cronos del 1985, El espinazo del diablo del 2001, El laberinto del fauno del 2006.

Appositamente girato due o tre note sopra lo spartito, il film nella sua interezza è un apologo morale, una fiaba educativa ed infine un’allegoria sull’accettazione della diversità come risorsa e soluzione: il mostro è l’angelo della salvezza, che ridà i capelli al calvo ma non modifica il gender del vecchio omosessuale perché quella non è una malattia, ma una diversità e di certo, per l’America di quel periodo, una difficoltà, che può renderti la vita difficile, come l’essere muta della protagonista, a cui parimenti non verrà donata la voce, ma un prodigio anche maggiore e se vogliamo una diversità ancora più straordinaria.

Persino il classismo ed il razzismo della società statunitense del dopo guerra appare filtrata dalla lente poetica del messa in scena ed ogni battuta cessa di essere testimonianza per divenire significanza, così non ci sono commando di soldati a salvare la situazione, ma delle addette alle pulizie e persino il villain della storia non è tale solo perché mostruoso, ma perché mostruosi sono i suoi valori e perché è la cinica dignità dell’esercito degli Stati Uniti a volerlo per quel posto e per quel momento: del Toro non ci pone, infatti, di fronte ad una devianza dall’ordine costituito, ad un criminale che verrà alla fine sistemato dal governo e dalla giustizia, ma solo ad un lacché, semplicemente sotituibile da un altro, in caso di fallimento.

The Shape of Water è un capolavoro che i più superficiali (gli stessi che per lo più non capirono nemmeno la grandezza epocale di La La Land di Damien Chazelle) hanno in fretta etichettato come film zuccheroso e citazionista e quindi persino minore dentro la filmografia del nostro cineasta, non solo peccando quindi di approssimazione, ma soprattutto offendendo sia del Toro (che tantissimo aveva creduto in quest’opera), sia la lungimirante giuria del festival del cinema di Venezia, che nel 2017 assegnò a questa meraviglia il Leone d’Oro quale miglior film in concorso: dopo pochi mesi, nel 2018, il film vinse anche 4 Oscar, quale Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Colonna Sonora e Migliore Scenografia.


The Shape of Water“, USA, 2017
Regia: Guillermo del Toro
Soggetto e Sceneggiatura: Guillermo del Toro e Vanessa Taylor


 

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