Quando il 2° è meglio del 1°

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C’è decisamente qualcosa di luciferino e spaventoso nel fatto che proprio io abbia redatto una Top 10 dei Sequel Più Belli dell’Originale!
Il fatto poi che sul mio blog io abbia spesso pontificato sul cinema da me definito “geneticamente modificato” e tuonato contro l’entropia creativa da esso generata, mi rende ora probabilmente simile ad un lupo che si è intrufolato in un gregge travestito da pecorella.

Mad-Max-Fury-Road

L’idea di questa classifica è nata in realtà come risposta ad un simpaticissimo guanto di sfida, lanciatomi simbolicamente dall’amico blogger Wwayne (sincero divoratore di film di ogni genere e scevro da qualsiasi incasellatura) durante un nostro recentissimo scambio di commenti: le sue parole mi spinsero nei giorni successivi a riflettere sulla questione, riprendendo in mano giudizi cinematografici da me già espressi in altre occasioni, finché non mi apparve con grande chiarezza che effettivamente, una volta accantonato ogni preconcetto, alcuni sequel erano stati più belli persino del primo film originale!

10-Cloverfield-Lane

Va anche detto che in questa occasione mi è venuto in soccorso tutto il lavoro di analisi che avevo fatto su questo stesso blog, in particolare nel mio verbosissimo post in quattro parti Road to OGM Cinema, in cui tra le altre cose avevo teorizzato come di fatto l’arte può esprimersi benissimo anche attraverso uno strumento concettualmente avvilente e degradante quale il sequel, in quanto non è la struttura della forma espressiva (ovvero nel nostro caso l’essere un seguito o una ripetizione) a minarne la creatività ed impedirne la compiutezza artistica, quanto invece la freccia semantica nascosta nelle intenzioni dello storytelling stesso, la quale, laddove non fosse asservita semplicemente all’imperante appiattimento (verso un cinema modificato allo scopo di raccontare sempre la stessa storia e vendere lo stesso prodotto, cambiando solo la carta colorata con cui è impacchettato), allora può riservare sorprese straordinarie!

Mission-Impossible---Fallout

Avviso subito che in questa mia classifica non ho nel modo più categorico preso in esame quei sequel che mostravano tutto il loro valore solo quando venivano paragonati ad altri capitoli della stessa serie di film e non se confrontati con il primo capitolo originale: per questo, ad esempio, nessuno dei due film scritti e diretti da Christopher McQuarrie per la saga di Mission: Impossible sono entrati in classifica, giacché, malgrado io reputi sia Rogue Nation, sia Fallout i due follow-up nettamente più belli di tutta l’attuale esalogia, nessuno dei due supera il valore complessivo del primissimo capitolo, vale a dire l’insuperabile film del 1996, diretto da Brian De Palma e scritto dai maestri David Koepp, Robert Towne e Steven Zaillian.

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Stesso discorso vale per il bellissimo Terzo Capitolo della serie di Toy Sytory della Pixar, incredibile ed inaspettato esempio di tecnica narrativa prodigiosa, orchestrato dal regista Lee Unkrich (strizzando l’occhio a tanto cinema live action contemporaneo) e sceneggiato abilmente da Michael Arndt: pur essendo certamente superiore al secondo film come resa artistica finale, non supera tuttavia la potenza comunicativa, l’originalità ed il valore di innovazione artistica del primissimo film, quel caposaldo dell’animazione diretto a suo tempo dallo stesso John Lasseter (passato poi a ruoli non più operativi) e sceneggiato da personaggi come Joss Whedon, Andrew Stanton, Joel Cohen ed Alec Sokolow.

Split

Mi ha altresì disturbato molto, leggendo in giro per il web, la pochezza intellettuale e critica di coloro che definiscono sequel film che non lo sono affatto ed anzi per loro stessa genesi presentano storie decisamente indipendenti, anche se tratte ed ambientate nel medesimo universo narrativo, come nel caso dei bellissimi Logan di James Mangold del 2017, Mad Max: Fury Road di George Miller del 2015 e 10 Cloverfield Lane diretto da Dan Trachtenberg nel 2016 (sul geniale script di Damien Chazelle): pensate che qualche decerebrato ha persino qualificato come sequel la pellicola Split di Shyamalan del 2016 e questo solo perché sul finale introduce il crossover con il film del 2000 Unbreakable dello stesso autore (mentre è altrettanto evidente che l’imminente Glass sarà sia follow-up che cross-over di entrambe le pellicole).

Ora però è giunto il momento di dare un taglio a queste lungaggini e passo quindi, senza ulteriore indugio, ad esporre al vostro giudizio la mia personalissima Top Ten Best Sequels better then First Episode!


10° Posto – Paddington 2

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L’adattamento per il cinema del celebre libro inglese di letteratura per bambini Paddington Bear, scritto nel 1958 da Michael Bond, ha avuto per ora due film, entrambi diretti e sceneggiati dal britannico Paul King, ma inaspettatamente lo script del secondo film, realizzato in collaborazione con Simon Farnaby, ha saputo usare in modo talmente brillante tutti gli strumenti messigli a disposizione dalla prima pellicola da esprimersi in un copione che strizza furbamente l’occhio sia alle migliori sceneggiature Pixar, sia ad un certo cinema autoriale molto amato da pubblico e critica, come quello del Wes Anderson di The Grand Budapest Hotel: se aggiungiamo a tutto questo le straordinarie add-on delle straripanti personalità di due divi come Hugh Grant e Brendan Gleeson (nonché l’arte da supporting actor di uno splendido Noah Taylor) aggiunti al cast originale dei personaggi principali (quello con i bravissimi Ben Whishaw, Hugh Bonneville, Sally Hawkins, Jim Broadbent e Peter Capaldi), otteniamo un follow-up che non solo mantiene intatte tutte le aspettative di leggerezza e simpatia fiabesca del primo film, ma alza persino l’asticella della qualità della messa in scena e della drammaturgia, pur restando nell’angusto ambito del cinema per ragazzi.


9° Posto – 22 Jump Street

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Se non fosse per l’altissimo valore artistico delle altre pellicole di questa classifica, questo sequel meriterebbe la prima posizione, perché è un capolavoro di consapevolezza auto-ironica, in quanto meta-sequel di un film che era esso stesso un remake ironico di uno show televisivo: tutto in questo film segue la regola di una riflessione divertita su cosa ogni scena significhi per lo spettatore e così, ad esempio, se nel primo film Schmidt e Jenko dovevano infiltrarsi in un liceo, qui debbono farlo in un college e se già nel primo capitolo venivano destrutturati e ridicolizzati i cliché di un genere, qui la scelta di raccontare la storia con lo stile della action- comedy (tanto per capirci, quella che ha il suo campione insuperabile in Hot Fuzz di Edgar Wright.) diventa la scusa per ironizzare su tutti i generi hollywoodiani possibili, come testimoniato dalle sequenze dei finti trailer, messi nei più bei titoli di coda che si siano mai visti al cinema.

Giocando come due adolescenti cresciuti solo anagraficamente ma non mentalmente e moralmente, la coppia prodigiosa ed anarchica dei due registi Phil Lord e Christopher Miller mettono in scena quella follia rilassante con cui avevano creato il gioiello animato di Cloudy with a Chance of Meatballs e riescono a dare in questo sequel ancora più divertimento ed azione di quanto non avessero già messo nel primo 21 Jump Street del 2012: parafrasando la Vanessa Carlysle di Deadpool 2, gli autori di questo film si sono impegnati nel creare la migliore commedia possibile come se non ci fosse stato un domani!


8° Posto – Star Wars: The Empire Strikes Back

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Malgrado il primissimo Star Wars del 1977 sia giustamente passato alla storia, avendo introdotto tutti i principi della più famosa saga cosmica del cinema (dalla mitologia dei cavalieri Jedi, fino alla visione fiabesca dell’Impero e della Resistenza Repubblicana), questo sequel, voluto ed ideato dallo stesso George Lucas, ma scritto dalle penne molto più esperte del cineasta Lawrence Kasdan e dalla meravigliosa scrittrice di sci-fi Leigh Brackett, riuscì nel 1980 a scavalcare e superare quella brutale ed infantile dicotomia tra bene e male, tra bianco e di nero, su cui era stato inizialmente progettato il plot e regalare così al mondo alcune delle sequenze più emozionanti del cinema di fantascienza, permettendo inoltre al regista Irvin Kershner di progettare la battaglia sul suolo del pianeta ghiacciato Hoth come se si trattasse di un vero film di guerra ed introducendo l’inquietudine di rapporti familiari in cui l’ombra dell’incesto variegava una pozione intrisa di melodramma: al termine dell’avvincentissima proiezione, gli spettatori vengono lasciati in uno stato di crudele desolazione, metaforicamente abbarbicati anch’essi ad un antenna penzolante nel vuoto, come il dolorante Luke Skywalker, con la mano mozzata dal padre, in attesa di essere recuperato al termine di un epocale duello per la sopravvivenza.


7° Posto – X2: X-Men United

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Con il magistrale primissimo X-Men del 2000, David Hayter e Tom DeSanto (in qualità di sceneggiatori) e Bryan Singer (quale regista e co-sceneggiatore) avevano introdotto nel mondo cinematografico l’incredibile cast di personaggi mutanti ed anche il loro universo fantastico di relazioni umane complesse, soprattutto disegnando le motivazioni alle loro azioni, intrise di etica e di politica, in un mondo dove a fare da sfondo c’è lo spettro onnipresente dell’odio e del fanatismo, con persino la minaccia del genocidio di tutti mutanti, ritratti come fonte di paura e facile capro espiatorio per un popolo indottrinato: il parallelismo tra le azioni di una parte del governo federale e quelle del vecchio regime nazista sono una costante di tutta la saga.

Pur essendo quel primo capitolo (di un franchise ancora oggi vivissimo ed ampiamente sfruttato) un’opera importante e davvero ben fatta, questo secondo film è riuscito nell’insperato compito di aggiungere l’elemento dell’azione sfrenata alla già impeccabile struttura realizzata: infatti, sin dalla meravigliosa sequenza iniziale (con un Nightcrawler molto dark, che appare e scompare in fiotti di fumo in quel che ingannevolmente appare come un finto tentativo di assassinare il Presidente degli Stati Uniti) il regista e gli autori ci consegnano il ritmo e la cifra interpretativa non solo di questo sequel ma di tutti i futuri capitoli del franchise.

La paura per il diverso (declinata nella celeberrima graphic novel X-Men: God Loves, Man Kills, scritto da Chris Claremont nel 1982 ed illustrata da Brent Anderson) viene portata in questo sequel alle massime conseguenze possibili, anche grazie alla descrizione della perfidia del character del colonnello William Stryker e del suo deviato senso di patriottismo: quando mi capitò a suo tempo di redigere una classifica dei migliori comics di genere supereroistico, questo stupendo X2 rimase fino all’ultimo in attesa di salire sul primo posto del podio e solo per la compiutezza cinematografica delle altre pellicole presenti non ricevette allora la medaglia d’oro.


6° Posto – Evil Dead II

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Nei decenni conclusivi del millennio scorso, Sam Raimi fu una figura essenziale del cinema fantasy ed horror, soprattutto grazie allo stile sincero e quasi artigianale delle sue pellicole, fatte solo di storia e puro amore per la cinepresa, con un senso dell’inquadratura e del gioco di specchi tra finzione filmica e paura reale dello spettatore che lo ha portato a firmare capolavori indiscussi, pur di bassissimo budget: c’era una sorta di furia ed ansia da iconosclasta (ma sempre ricondotta ad un rigore stilistico essenziale e chiarissimo) nello scrivere, produrre e dirigere opere seminali come Darkman o come i capitoli della saga di Evil Dead che hanno lasciato un segno indelebile, finché Hollywood non lo afferrò, lo masticò ed infine lo ingoiò, spedendolo nel pozzo senza fondo dell’irriconoscente e precario mondo dei cinecomic supereroistici, da cui non è più riaffiorato, se non con comparsate registiche che seppur apprezzabili non furono più capaci di lasciare un vero segno duraturo.

Fu in quel periodo luminoso, rabbioso e rivoluzionario, che Raimi riprese in mano il suo primo vero lungometraggio, quel The Evil Dead del 1981 che gli aveva dato fama internazionale e ne fece, dopo 6 anni, un seguito che fu essenzialmente una parodia, creando una pellicola in cui più che continuare la trama iniziale, ne sconvolgeva profondamente ritmi, toni e direzione semantica: fu un affronto coraggioso ed anche un rischio produttivo immenso, specie se pensiamo che non si stava certo parlando né di un cineasta affermato a livello produttivo (o di establishment), né di una pellicola così nota (per lo meno al di fuori degli specifici circuiti di appassionati del genere e di cinefili) da reggere il colpo di una sua rivisitazione così radicale eppure quella di Raimi fu una scommessa artistica vinta in modo così completo e netto da aver creato, con l’incredibile seguito Evil Dead II del 1987, persino uno nuovo stile di fare cinema horror.


5° Posto – Harry Potter and the Half-Blood Prince

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In molti indicano normalmente come miglior film della saga di Harry Potter quel Harry Potter and the Prisoner of Azkaban diretto nel 2004 dal grande Alfonso Cuarón (regista che adoro, in modo indubbio, per tutte le altre sue opere) e questo perché, si dice, il regista messicano avrebbe saputo introdurre nella saga, con il capitolo da lui diretto, un’estetica più cupa ed adulta, specie se confrontata con la sdolcinatura dei primi due leggendari capitoli diretti da Chris Columbus, ma l’errore che quasi tutti fanno, quando si parla di questa saga fantasy (per me la più importante, malgrado le tante lacune narrative ed espositive, dopo l’universo narrativo creato da Tolkien) è quello di non considerare la chiarissima evoluzione sentimentale, anagrafica ed affettiva dei protagonisti ovvero di quel trio costituito da Harry Potter, Hermione Granger e Ron Wesley, che la scrittrice Rowling ha colto proprio nel pieno del loro passaggio dall’infanzia alla pubertà e da questa all’adolescenza (con anche un accenno di età adulta nel capitolo finale): ciò che quindi, ad un occhio disattento, potrebbe sembrare soltanto un maggiore progresso nelle capacità letterarie in senso stretto dell’autrice (certamente avvenuto, libro dopo libro) è invece in primo luogo la sua volontà ferrea di rappresentare nella sua eptalogia romanzesca quell’affacciarsi nel mondo magico di tutte le problematiche che il passaggio dall’essere piccoli al divenire grandi inevitabilmente comporta sempre.

Poiché la macchina produttiva cinematografica della Warner è stata sin dal primo film rigorosamente blindata nelle sue trasposizioni, con un’imposizione di fedeltà al testo che non ha praticamente precedenti nella storia del cinema (tale ovviamente solo grazie all’incredibile potere contrattuale che la Rowling ha acquisito assieme alla sua notorietà), questo trascorrere degli anni venne così testimoniato fedelmente anche nei film, mostrando nei corpi di Daniel Radcliffe, Rupert Grint ed Emma Watson e nel loro modo di recitare il passaggio attraverso le varie fasi, dell’uscita dalla dimensione innocente dell’infanzia e l’ingresso in quella più conturbata e drammatica della giovinezza: l’arrivo nel terzo capitolo della storia di elementi adulti e tenebrosi era già quindi ampiamente presente nei romanzi originali e per questo motivo non ho mai davvero accolto l’idea di quella presunta originalità del testo visivo di Cuaron, la cui perizia sia chiaro resta indubbia.

Tutto il franchise di Harry Potter, con il suo animo inguaribilmente britannico, quasi nazionalistico, stava tuttavia per mostrare la grande ruota narrativa, con cui un’abile affabulatrice ed ancor più abile depistatrice come la Rowlings stava per muovere tutta la saga attorno ad un personaggio apparentemente secondario, ma che con il tempo avrebbe fatto da pivot dell’intera narrazione ovverosia il character di Severus Snape, insegnante di Pozioni e successivamente di Difesa contro le Arti Oscure, impersonato in modo magistrale dal compianto Alan Rickman e questo sequel a cui qui rendo omaggio ne ha sancito in modo definitivo tutta la valenza, riuscendo nel compito affatto semplice di mostrarne lo straordinario spessore, senza tuttavia scoprire troppo le carte dei segreti che saranno svelati solo negli ultimi minuti del capitolo finale.

Malgrado alcuni terribili scivoloni (in particolare gli insostenibile errori di ritmo narrativo nel settimo film Deathly Hallows – Part 1), il regista che di certo ha saputo catturare meglio il mood costruito dallo sceneggiatore capo dell’intero franchise Steve Kloves (praticamente il portavoce della stessa romanziera) è stato l’inglese David Yates, regista degli ultimi quattro film della serie e non a caso oggi saldamente al timone della pentalogia cinematografica prequel di Fantastic Beasts (scritta direttamente per il cinema dalla stessa Rowling): per tutto quanto detto sopra, da lettore appassionato della saga letteraria e da amante della serie di film da essi tratti, io reputo pertanto il suo The Half-Blood Prince del 2009 il capitolo artisticamente e narrativamente più bello e completo di tutti, compresi i primissimi due film.


4° Posto – Terminator 2: Judgment Day

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Dovettero ben 6 anni, prima che James Cameron decidesse di rimettere mano a quel primissimo lungometraggio fantascientifico che lo aveva reso davvero celebre al pubblico ed alla critica, quel Terminator che nel 1984, pur essendo stato realizzato con una povertà di mezzi tecnici impressionante, aveva nel cuore una portentosa idea vincente ed un connubio vincente tra attore e character, tanto che il film ebbe anche l’onore di far entrare Arnold Schwarzenegger nel mito di Hollywood, sottraendolo alla iconografia fantasy da culturista ipertrofico in cui rischiava di cadere e gettandolo nel calderone dell’immaginario collettivo come il robot assassino T-800 Modello 101; successivi tentativi, commercialmente falliti sia al cinema come in televisione, hanno dimostrato, tra l’altro, che senza Schwarzenegger la saga non riesce a funzionare a dovere.

Così nel 1991, con già alle spalle la sceneggiatura di Rambo: First Blood Part II del 1985 e dopo aver osato l’anno successivo profanare il cult movie di Ridley Scott, sceneggiando e dirigendo l’adrenalico e muscolare Aliens, ma soprattutto avendo infine coronato il suo sogno oceanico realizzando il monumentale e costoso thriller fantascientifico The Abyss del 1989, Cameron ebbe sufficiente potere contrattuale per progettare in modo assolutamente indipendente uno dei sequel allora più costosi della storia del cinema (mancavano ancora 18 anni all’uscita dell’epocale Avatar), realizzando un follow-up che da subito apparve piuttosto come un reboot, essendo di fatto su un’operazione narrativa intrigante, perché con il suo Terminator 2: Judgment Day, ideato assieme al sodale amico William Wisher (con cui aveva già collaborato nel precedente capitolo), la storia fu riscritta dall’inizio, usando il primo film quasi come una parentesi temporale e facendo intendere allo spettatore che essenzialmente fosse quello il primo vero capitolo della saga e che a suo tempo non era stato in grado di realizzarlo compiutamente esclusivamente per mancanza di fondi.

T2 (così è infatti comunemente conosciuto questo film) è l’emblema del vero segreto di tutta la cinematografia di James Cameron, intesa come una specie di gigantesca e pantagruelica lanterna magica, la versione moderna dell’idea di cinema del pioniere Georges Méliès, dove l’affabulazione ed il prestigio, il trucco e la stupefazione sono la chiave per comprendere la verità della fantasia, come se allo spettatore fosse consentito di trascinare fuori dello specchio il Gatto del Cheshire immaginato da Lewis Carroll e si potesse vivere nella nostra realtà tutte le sue meraviglie: non possiamo dunque davvero stupirci se di fatto è questo sequel, del suo leggendario lungometraggio fantascientifico sulla rivolta delle macchine, il vero capolavoro, perché nella mente del nostro potente e creativo cineasta, quello era stato sin dall’inizio, senza preoccuparsi di un prima o di un dopo, ma solo agendo, come farà nei prossimi anni con i sequel di Avatar e chissà con cos’altro ancora, se la vita gliene darà la possibilità.


3° Posto – Hellboy II: The Golden Army

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Ci vorrà molto tempo o forse non accadrà davvero mai, prima che tutti gli spettatori si accorgano di quanto grande e geniale sia un artista come Guillermo del Toro: la sua abilità tecnica è pari solo al suo amore viscerale per la Settima Arte ed ogni suo film ha un senso del cinema, del movimento e della conoscenza dei vari generi che raramente si può riscontrare in altri cineasti: inoltre, tutto questo si accompagna ad una mente vulcanica in continua elaborazione di storie e soggetti (è proverbiale la sua incapacità a seguire un solo progetto alla volta, così come è oggetto di ironia anche il numero di sceneggiature rimaste irrealizzate per sua colpa), che in più occasioni lo ha reso oggetto di critiche feroci, ma la sua verve e la sua indipendenza riescono a farlo veleggiare ogni volta sopra i marosi dei conservatori, permettendogli anche di primeggiare sia nelle produzioni commerciali e fracassone (più adatte al pubblico statunitense), sia in quelle più intimiste ed autoriali, alternando così pellicole intrise di ottimismo e spensieratezza e guizzi di intelligente umorismo, ad altre più cupe e melanconiche, persino angoscianti, senza mai, in alcun caso, offendere lo spettatore, promettendo senza mantenere, ma regalando sempre spettacoli sopra la media degli altri film di genere.

Con un parallelismo non casuale con il film di Cameron prima illustrato, nemmeno due anni dopo aver incantato il mondo con la sua favola dark El laberinto del fauno, in cui aveva usato il linguaggio delle antiche fiabe per creare un parallelismo tra la violenza del fascismo spagnolo e la lotta tra luce ed ombra nel mondo magico (il tutto declinato attraverso gli occhi della pubertà), Del Toro ottiene la disponibilità economica per tornare sulla sua caratterizzazione filmica del personaggio nato dalle matite del comic artist Mike Mignola, il mezzo-demone Hellboy (il cui vero nome è Anung Un Rama), inizialmente evocato dai nazisti e diventato poi il loro più acerrimo nemico, accettando di collaborare con il B.P.R.D. (Bureau for Paranormal Research and Defense) del governo federale statunitense.

In strettissima collaborazione con il fumettista suo creatore, Del Toro in questo sequel riprese in mano il personaggio, amplificandone all’ossesso tutti gli aspetti visionari, introducendo nella storia un vero esercito di creature e mostri (nati dalla mente dello stesso regista messicano), ma soprattutto dipingendo con il colore dell’umorismo una trama che riesce ancora oggi a stupire proprio per la diversità di mood dal precedente capitolo e creando un seguito che anche in questo caso ha il valore della riscrittura e del riavvio del frachise, pur restando a livello di plot un netto seguito.

C’è anche qualcosa di cosmico (i riferimenti a Star Wars sono persino sfacciati, tanto che anche il compositore Danny Elfman cita a tratti la soundtrack storica di John Williams dei film di Lucas) nella trattazione dei personaggi, ma ciò che emerge su tutto è quel modo, incredibilmente umano e realistico, con cui Del Toro ha tratteggiato anatomie impossibili e descritto poteri sovrannaturali, di esseri che altrimenti sarebbero stati solo sterili creature fantastiche, mettendoli in scena in modo da farli apparire agli occhi dello spettatore ancor più umani degli stessi umani, come un mondo di mostri in cui la deformità ed il prestigio sono ribaltati, che è poi un tema costante di tutti i film del nostro artista, portata alla massima evoluzione possibile con il suo capolavoro The Shape of Water, talmente bello e compiuto da continuare paradossalmente ad essere frainteso dai più.


2° Posto – Batman Returns

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La storia degli adattamenti in film del classico character della DC Comics, uscito dalle pagine di Detective Comics nel 1939, si muove per gruppi tematici e per decadi, partendo dagli ingenui anni ’40 e ’60 del ‘900, passando poi per le visioni circensi e tenebrosi degli anni ’80 dello stesso secolo, arrivando quindi all’avvento definitivo della versione dark ed autoriale di Nolan e Snyder ed infine al caos stilistico attuale, tutto ancora da definire, ma questo follow-up del Batman del 1989, secondo capitolo della gestione di Tim Burton, è in assoluto uno dei miei film preferiti, non solo di quelli dedicati al personaggio del giustiziere di Gotham City: Batman Returns è senza ombra di dubbio un capolavoro di regia, messa in scena, interpretazione altissima da parte di ogni membro del cast ed infine ad una storia produttiva maledetta, come quelle che solo ad Hollywood possono portare al miracolo malgrado i continui trabocchetti e le cadute rovinose.

Chi ha vissuto in prima persona quello strano periodo storico, con il transito tra i due decenni di fine millennio, sa benissimo quale clamorosa rivoluzione fu costituita dalla versione cinematografica del Batman di Tim Burton: dopo anni passati ad immaginare i comics supereroistici come un prodotto esclusivamente per bambini, il geniale regista trentenne di Burbank in California, cresciuto sin da piccolo con la passione per l’animazione in stop-motion e le autopsie documentaristiche, avocò a sé la sceneggiatura (brillante ma comunque ancora molto pop ed enfatica) di Sam Hamm e la usò come canovaccio per costruire il circo personale di criminali saltimbanchi, in uno scenario dove l’eroe di turno era un ricco sociopatico (portato sullo schermo da un indimenticabile Michael Keaton che non dimentichiamo colorò il personaggio con tutti i suoi tic nevrastenici) che doveva salvare la giustizia e l’amore, dalla follia colorata ed iconoclasta del re di tutti clown ossia il Joker dell’interpretazione leggendaria di Jack Nicholson ed il successo fu planetario ed assolutamente strabordante.

I cinema si riempirono a dismisura e per settimane non si parlò d’altro: la pellicola era un continuo spettacolo di colore e movimento, di emozioni fortissime e note disturbanti, che facevano sentire adulto anche chi guardava quelle scene con occhi da bambino ed era ovvio, quasi obbligatorio, che tale film avrebbe avuto un seguito, ma Burton non voleva saperne di dirigere altre pellicole del Cavaliere Oscuro e voleva limitarsi a fare il produttore, giacché era infatti rimasto molto infastidito dalle continue pressioni subite dalla Warner in fase di realizzazione e sapeva che solo come autore indipendente avrebbe potuto esprimere le sue idee, cosa che farà infatti negli anni immediatamente successivi, firmando i suoi capolavori, come Edward Scissorhands, The Nightmare Before Christmas, Ed Wood, Sleepy Hollow e Big Fish.

Le pressioni dei produttori furono tuttavia davvero pazzesche ed alla fine Burton accettò, ma pretendendo in cambio una maggiore libertà creativa e mettendo al posto di Hamm un suo sceneggiatore di fiducia ovvero quell’anarchico folle e visionario di Daniel Waters, che si era già distinto per lo script di Heathers (la dark comedy con Winona Ryder, dove l’ambiente dei licei scolastici americani è messo alla berlina, da noi tradotto con il titolo di Schegge di Follia) e che aveva saputo declinare anche il cinema mainstream con i successivi Hudson Hawk del 1991 e Demolition Man del 1993: tuttavia questo equilibrio durò pochissimo e durante le riprese le pressioni ricominciarono ancora più forti, tanto che Waters fu persino allontanato dal set per una presunta eccessiva libertà sessuale nei dialoghi e soprattutto per una violenza definita ai limiti del sadismo; alla fine la capacità registica di Burton permise al film di arrivare comunque in porto, salvando il salvabile della sceneggiatura originale di Waters ed il film sbarcò sugli schermi di tutto il mondo, con l’effetto comunque di un cazzotto gelato sullo stomaco degli spettatori, abituati a spettacoli per famiglie.

È ancora oggi una vera meraviglia vedere sullo schermo uno dei più degni eredi del capolavoro immortale del primissimo Freaks di Todd Browning del 1932 (al cui spirito il film di Burton si inchina per quasi tutta la durata dello spettacolo), esibendo un mostro come Oswald Cobblepot, soprannominato nella storia The Penguin (nell’interpretazione sopra le righe di uno straordinario Danny DeVito) per via delle sue malformazioni, primitivo e bisognoso di affetto, violento e sporco, tradito da un mostro ancora più disumano ovvero dal capitalista senza scrupoli Max Shreck, impersonato da un soave Christopher Walken e circuito da una sensuale Catwoman, ritratta da Burton e Waters come una schizofrenica assetata di vendetta, romantica e dolente quanto può esserlo una vedova zombie, vestita in una provocante tuta di latex, disegnata e cucita per questo film dallo stilista Jean-Paul Gaultier in persona.

Mentre le note del maestro Danny Elfman (musicista feticcio di Tim Burton ed autore eccellente di decine di soundtrack di film meravigliosi) accompagnano, con una partitura musicale dolente ed incalzante (che ritroveremo anni dopo anche nelle soundtrack della trilogia dei M.I.B.), la culla del neonato Cobblepot, abbandonato dai genitori alla deriva delle fogne, fin dentro l’antro nascosto sotto la città di Gotham, vediamo scomparire in quel buio anche la speranza ingenua degli spettatori di assistere ad un film di redenzione e pudore patriottico e si ritroveranno invece con il trionfo certo di un eroe, ma anche con il disagio di tutta la precarietà narrativa portata da un gruppo di menti creative che hanno disegnato vistose crepe in tutte le certezze etiche e di gender sessuale del pubblico, lasciandogli in bocca il sapore agrodolce del condannato che viene portato via in manette, ma che si allontana sorridendo e tutto questo è assolutamente meraviglioso.


1° Posto – Batman: The Dark Knight

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Chiunque mi conosca o abbia anche solo letto il mio blog nel passato sa bene quante parole ho speso, nelle occasioni più disparate, per elogiare la Trilogia del Dark Knight, diretta da Christopher Nolan e scritta dal fratello in collaborazione con David Goyer: sia quando tutti celebravano quelle pellicole (quasi seguendo una moda ed in ossequio al pensiero comune), sia anche quando cominciarono a sollevarsi voci in contrasto, io ho sempre sostenuto il loro valore, senza nette distinzioni di merito, arrivando persino a concepirne un’integrità ed una continuità che solo a posteriori divenne davvero tale, giacché tutti conoscono la gestione produttiva non lineare della trilogia.

Senza ripetere il fiume di parole che è già stato scritto su questi tre memorabili film, è importante per la nostra analisi comprendere il salto evolutivo che gli autori compirono con questo sequel del 2008, dopo che già avevano cambiato completamente le carte in tavola nel 2005 con il primo capitolo del reboot dell’intero franchise di Batman: dopo il fallimento economico del quarto capitolo della saga prodotta e supervisionata da Burton (quel disastroso Batman & Robin del 1997, tale malgrado fosse stato realizzato dagli ottimi Joel Schumacher alla regia e Akiva Goldsman alla sceneggiatura), i fratelli Nolan e lo scrittore David Goyer, dopo essere stati incaricati dalla Warner di resuscitare il franchise cinematografico, decisero di sterzare bruscamente dal tono infantile e persino clownesco che la precedente serie filmica aveva intrapreso (tolto da essa il genio visionario di Burton ed i suoi guizzi di sadismo metaforico, era rimasta solo la brutta copia di un bizzarro circo di nemici irreali e fuori tempo), per abbracciare la visione oscura ed adulta portata dai nuovi fumetti della serie del Cavaliere Oscuro, dove i grandi autori britannici, importati negli USA, avevano reso lo stesso Bruce Wayne praticamente la vera maschera del giustiziere incappucciato.

Da quella scelta nacque nel 2005 lo script straordinario di Batman Begins, il primo capitolo della nuova saga, in cui non solo furono tratteggiate in modo indelebile le origini del supereroe stesso, ma venne anche delineata quella frattura dell’animo che porterà il personaggio principale verso una lenta débandade, fino a scegliere il lato oscuro del suo essere il difensore della sua città e non l’eroe acclamato che forse ci si sarebbe aspettati: Gotham, la città sullo sfondo, divenne così una metropoli dove il male girava come una nebbia maleodorante, non onnipresente come nella Sin City di Frank Miller, ma tale da mostrare che il senso di giustizia ed onore appariva quasi defunto ed affiorante anche tra le forze dell’ordine solo come fugaci sprazzi di luce e questo preparò il terreno per il sequel.

In questo incredibile secondo capitolo, una volta abbandonato il misticismo di Ra’s al Ghul, i due fratelli Nolan partono direttamente dalla violenza urbana dei film crime e noir del maestro Michael Mann e costruirono una sinfonia oscura, in cui il villain scelto fu praticamente costruito come l’alter-ego deviato dello stesso Batman, un Joker nato quindi come nemesi necessaria e portato sullo schermo dall’attore defunto Heath Ledger, in una interpretazione che anche i detrattori più cinici non possono non definire altro che leggendaria: questo sequel è più bello del suo predecessore perché così era nella natura delle cose, perché è esso stesso l’evoluzione del primo film e perché gli autori hanno speso per esso una messa in scena che in più momenti ha il sapore dell’ultima parola e del testo definitivo.

Dopo questo film nemmeno il mondo del cinema fu più lo stesso e se gli spettatori, usciti dalla sala, si accorsero di essersi finalmente svegliati in un mondo in cui il fumetto era per sempre stato liberato dagli ultimi legacci che lo definivano un medium per bambini, dove graphic novel come The Killing Joke (il capolavoro scritto da Alan Moore ed illustrato da Brian Bolland) o miniserie come The Long Halloween ( di Jeph Loeb with e by Tim Sale) erano assurte al rango di vera letteratura, anche Hollywood capì che le cose erano cambiate e avrebbe dovuto per questo aggiornare i suoi piani e così gli studios provarono a replicare quelle sensazioni, senza tuttavia accettare che intanto il mondo era nuovamente andato avanti e che quelle fotocopie di sceneggiature senza anima, che continuavano a produrre e spacciare come novità, erano già diventate vecchie: questo è per altro, da sempre, il destino dell’arte cinematografica, dove ogni tanto qualche genio intuisce il modo migliore per raccontare il mondo che lo circonda (anche nella sua versione fantastica o in quella oscura, posta dietro lo specchio) e poi dei pappagalli finto esperti di marketing pretendono di rubargli il posto sulla ribalta, per ripetere la sua storia all’infinito.

Gordon’s Son: «Batman? Batman! Why is he running, Dad? (Batman? Batman! Perché scappa, papà?
Commissioner James Gordon: «Because we have to chase him (Perché dobbiamo inseguirlo
Gordon’s Son: «He didn’t do anything wrong (Non ha fatto niente di sbagliato
Commissioner James Gordon: «Because he’s the hero Gotham deserves, but not the one it needs right now. So, we’ll hunt him, because he can take it. Because he’s not our hero… He’s a silent guardian, a watchful protector, a dark knight (Perché è l’eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. Quindi, gli daremo la caccia, perché lui può sopportarlo. Perché lui non è il nostro eroe… È un guardiano silenzioso, un protettore vigile, un cavaliere oscuro

Questo è tutto, gente: a voi la parola.


Note di filmografia:

Evil Dead II“, USA, 1987
Regia: Sam Raimi
Soggetto e Sceneggiatura: Sam Raimi e Scott Spiegel

Star Wars: The Empire Strikes Back“, USA, 1980
Regia: Irvin Kershner
Soggetto e Sceneggiatura: Leigh Brackett e Lawrence Kasdan

Terminator 2: Judgment Day“, USA, 1991
Regia: James Cameron
Soggetto e Sceneggiatura: James Cameron e William Wisher

Batman Returns“, USA, 1992
Regia: Tim Burton
Soggetto e Sceneggiatura: Daniel Waters

22 Jump Street“, USA, 2003
Regia: Phil Lord e Christopher Miller
Soggetto e Sceneggiatura: M. Bacall, O. Uziel, R. Rothman e J. Hill

X2: X-Men United“, USA, 2003
Regia: Bryan Singer
Soggetto e Sceneggiatura: M. Dougherty, D. Harris, D. Hayter, Z. Penn e B. Singer

Hellboy II: The Golden Army”, USA, 2008
Regia: Guillermo del Toro
Soggetto e Sceneggiatura: Guillermo del Toro e Mike Mignola

The Dark Knight“, USA, GBR, 2008
Regia: Christopher Nolan
Soggetto e Sceneggiatura: David S. Goyer, Jonathan e Christopher Nolan

Harry Potter and the Half-Blood Prince“, GBR, USA, 2009
Regia: David Yates
Soggetto e Sceneggiatura: Steve Kloves
dall’omonimo libro di J. K. Rowling

Paddington 2“, USA, GBR, FRA, 2017
Regia: Paul King
Soggetto e Sceneggiatura: Paul King e Simon Farnaby


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22 pensieri su “Quando il 2° è meglio del 1°

  1. Grazie mille per la citazione e per aver trasformato la mia idea in post, tra l’altro in tempi rapidissimi! 🙂
    Riguardo alla tua Top 10, ho visto i seguenti film:

    X – Men 2
    Terminator 2
    Batman Returns
    Il cavaliere oscuro

    X – Men 2 lo aspettavo a gloria, perché seppi prima dell’uscita che ci sarebbe stato Nightcrawler, uno dei pochi mutanti a me graditi; tuttavia mi piacque così poco che finii per addormentarmi in sala. Va detto comunque che anch’io avevo un po’ di colpa, perché andai a vederlo all’ultimo spettacolo, quello delle 22 – 23. In seguito feci lo stesso errore anche con Alexander, e infatti anche lì mi addormentai: da allora mi sono sempre rifiutato di andare a vedere un film di notte. Ho fatto un’eccezione soltanto per Ghost Stories, perché una mia amica voleva vederlo a tutti i costi e non si fidava ad andare al cinema da sola a quell’ora: feci proprio bene, perché grazie a lei mi gustai un horror più che valido. Mi è capitato soltanto un’altra volta di addormentarmi in sala, con il pallosissimo Sfera; l’anno scorso ho rischiato più volte il quarto pisolino in sala durante il primo tempo di Blade Runner 2049, ma alla fine sono riuscito a resistere.
    Terminator 2 funziona molto meglio del primo, è vero: c’è più spettacolo, più spazio agli ottimi comprimari della saga, e soprattutto una trama più lineare.
    Batman Returns invece non l’ho mai amato, perché soffre terribilmente la mancanza di quello che era il vero punto di forza del primo capitolo: come tu stesso hai sottolineato, quel mattoide di Jack Nicholson era semplicemente PERFETTO per interpretare il Joker, e purtroppo né Michelle Pfeiffer né Danny De Vito riescono a non farlo rimpiangere.
    Il cavaliere oscuro invece supera nettamente Batman Begins. Tra l’altro quest’ultimo film non me lo ricordo assolutamente: è molto raro che succeda, ma non riesco a richiamare alla memoria né le scene né la trama né nessun altro dettaglio. E’ passato senza lasciare alcuna traccia in me. Il cavaliere oscuro invece ha lasciato una traccia profondissima, e lo stesso vale per il terzo capitolo.
    Colgo l’occasione per dirti che proprio ieri ho scritto il mio post di Dicembre: anche questo sarà una Top 10, più precisamente una Top 10 dei migliori film che ho visto nel 2018. La metà dei film citati sono usciti quest’anno, e questo mi fa pensare che il 2018 sia stato un anno davvero formidabile dal punto di vista cinematografico. Almeno per i miei gusti.
    Ti ringrazio per avermi fatto scoprire Heathers: il liceo è in assoluto una delle mie ambientazioni preferite, quindi potrei vederlo oggi stesso! 🙂
    Chiudo il commento segnalandoti una mia piccola riflessione sul cinema western. Puoi trovarla nei commenti a questo post: https://frammentidicinema.com/2018/11/22/la-ballata-di-buster-scruggs-di-joel-e-ethan-coen/

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    • Non solo la tua idea era davvero bella, carissimo amico mio, ma non sai quanto sono felice di essere riuscito a completare il post proprio per il giorno dell’Immacolata, esattamente come tu avevi simpaticamente sperato che avvenisse! Io sarò anche appassionato di cinema e lo sai, ma il senso di amicizia vale molto più dell’arte, quindi sono felice e ti ringrazio per la dritta!

      Adesso però devo parlarti del tuo commento, perché dovrei da tempo essere abituati ai tuoi colpi di scena in materia di giudizi, specie su film che tutti considerano praticamente intoccabili, ma quando ho scoperto che non solo non hai mai visto il sequel di Star Wars, ma addirittura ti sei addormentato su X-Men 2, mi hai davvero lasciato sbalordito! Sei imapgabile e non finisci mai di sorprendermi e lo dico con tutta la simaptia possibile!!!

      Sul discorso di Batman, durante una chat intensa tra me e Zack (per lui Batman ha la stessa valenza che per te hanno i film western dell’età dell’oro, tanto per capirci!), ervamo entrambi arrivati alla conclusione che ogni periodo storico ha il Batman che gli serve, nel senso che le cartterizzazioni avute nel passato, così diverse fra loro, erano figlie del loro tempo, nonché dei fumetti e dei cartoni animati che uscivano in contemporanea e questo spiega anche le diverse declinazioni del Joker, ma oggi, in questo lungo periodo che potremmo definire dopo-Nolan o anche dopo-Snyder, il Cavaliere Oscuro come sarà? Sarà figlio del caos e dell’incertezza? Gli cambieranno sesso o etnia? Cosa accadrà secondo te?

      Adesso un po’ di domande sulle tue visioni (visto che il post di cui parli non è ancora uscito): sei poi risucito a vedere il film di Walter Hill The Assignment – Nemesi di cui avevamo parlato, quello con Michelle Rodriguez e Sigourney Weaver? Hai visto la terza stagione del Daredevil di Netflix?

      Oggi è festa e quindi ti ho fatto un po’ di domande, come dire, “da festa”, ma adesso ti saluto con affetto, bye, bye.

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      • In realtà hanno già cambiato sesso ed etnia a Batman, e molte volte anche. Tuttavia, la DC ha avuto l’intelligenza di applicare queste variazioni sul tema non al Batman classico (perché squadra che vince non si cambia), ma ai suoi cloni: così abbiamo avuto il Batman nero (Batwing), il Batman ragazza (Batgirl), il Batman donna (Batwoman), la via di mezzo tra Batman e Robin (Nightwing)… di tutti questi esperimenti Nightwing è senza dubbio il più riuscito, ed è anche uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
        Non ho ancora visto né Nemesi né la terza stagione di Daredevil. Tuttavia, su quest’ultima Lapinsù ha scritto 2 tweet pieni di entusiasmo, e questo mi sta facendo venire una voglia di guardarmelo davvero disumana. Probabilmente lo farò nei primi giorni del 2019, perché da qui alla fine dell’anno dovrò prima organizzare e poi fare un lungo giro del Sud Italia. E’ un road trip decisamente intricato, ma ho deciso di intraprenderlo per andare a trovare delle persone a me carissime, e quindi lo faccio con piacere. Grazie per la risposta! 🙂

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        • Quando parlavo delle possibili trasformazioni del personaggio di Batman, mi riferivo chiaramente solo alla versione cinematografica, quella gergalmente definita espansa, che ha un impatto sull’immaginario collettivo molto più ampio di quella a fumetti, medium purtroppo oramai letto da un numero sempre più esiguo di persone, specie negli usa…
          Grazie ancora del tuo commento e ti auguro buona serata!

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          • Ah, al cinema non credo che vedremo mai il mantello del Batman originale sulle spalle di qualcuno che non sia Bruce Wayne. E la cosa mi dispiace, perché se portassero sul grande schermo l’arco narrativo di Knightfall, in cui Bruce Wayne passò il testimone a uno psicopatico di nome Jean Paul Valley, io sarei contento come una Pasqua. Buona serata anche a te! 🙂

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  2. La notifica del tuo nuovo post è arrivata mentre sfacchinavo per le scale come un mulo, carico di scatoloni e borsette contenenti gli addobbi per l’albero di natale, mentre mia figlia mi seguiva austera, col piglio del Kapò nazista in una giornata storta.
    Solo a tarda serata sono stato liberato dagli impegni natalizi ed ho gustato l’insolita lettura di una tua classifica nel silenzio (le mie signore finalmente dormivano 😀 ) e nel buio intermittente del salotto illuminato dall’albero di natale. Ma è stato più bello così, devo ammetterlo, perchè ho gustato il tuo articolo come un buon cognac sorseggiato in poltrona prima di andare a dormire.
    Spettacolo puro.

    In tutta onestà sento anche di non poter aggiungere alcunchè a questa tua ultima fatica, da un lato perchè non mi permetterai mai nè avrebbe senso sindacare sulle tue scelte (sono personali e come tali vanno quindi rispettate), dall’altro lato perchè sarebbe veramente arduo aggiungere qualcosa di originale o interessante giacchè , come ti è solito, non ti sei limitato a una lista di titoli o registi, ma al contrario hai reso posizioni e vincitori sussidiari a un messaggio più importante, ossia la tua capacità di trasmettere l’amore per il cinema nella sua forma più pura, dove l’estetica e la forma si fondono in un unicum di piacere che le tue abili e sagge parole sanno sempre disegnare con grazia inimitabile.

    Qualcuno potrebbe pensare che qui ci siano troppi aggettivi e superlativi, ma non tu, lo so bene, perchè sai perfettamente che non solo sono sincero ma anche obiettivo.

    Concludo con una riflessione: dato che la giornata è ancora lunga posso permettermi il lusso di provocarti sperando che tu colga la mia provocazione, ossia individuare quelle saghe in cui il terzo capitolo è addirittura più bello dei precedenti. Così a memoria mi vengono i nmente INdiana Jones e Die Hard, ma confido nella tua memoria enciclopedica!!!!

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    • Ma lo sai che spesso tra le righe si nascondono i significati più importanti di ciò che stiamo scrivendo? Questa cosa la riprenderò dopo, come adesso fanno tutti gli sceneggiatori delle serie televisive, che inziano sempre in medias res, con gente in trappola o sparatorie in corso o il protagonista sotto arresto e poi arriva l’immancabile scritta «una settimana prima» o altro di simile…

      Ma torniamo sul punto, perché non abbiamo paura di inziare dei capoversi con “ma”, visto che se lo permetteva anche Pavese, ne La luna e i falò

      In questo commento sei tu ad essere stato luciferino, proponendomi una trappola in cui mi guarderò bene dal cadere!!! Fare una classifica, anche parziale dei terzi capitoli migliori dei secondi è infatti improponibile per un post, almeno per il mio blog, giacché mentre quella dei sequel migliori del primissimo capitolo aveva un significato molto spesso di mostrare come film di alto budget permettono agli artisti più sinceri di completare ciò che non erano riusciti a fare con il primo capitolo (chiamiamolo quindi “completamento”), quello del Terzo Capitolo di una saga, effettivamente molto spesso migliore del secondo, ha più il senso di un “aggiustamento di rotta” e come tale rientra in quella categoria di film che per me divengono biodegradabili con il tempo…

      Solo a livello di chiacchiera ermenàutica, concordo su alcuni titoli da tre proposti, in cui il secondo sequel si è mostrato più bello del secondo (il che è un po’ come dire, la “risalita dopo il capitombolo” oppure più bonariamente «hai fatto un passo falso, pirla e fortunatamente per te te ne sei accorto!») e rilancio con uno scarno elenco di franchis in cui il terzo film ha superato come resa artistica finale il secondo:

      The Lord of The Rings Trilogy
      Matrix
      Mission Impossible
      Indiana Jones
      Back to the Future
      Die Hard

      Quest’ultimo titolo, poi, in modo talmente smaccato da rendere il secondo episodio quasi indegno di far parte di una saga, che per me si conclude per altro proprio con il terzo episodio, dato che quelli successivi sono semplicemente inguardabili…

      Non ho messo invece la saga di Taken di Besson in questo gruppetto perché non c’è quasi differenza tra i tre film, almeno a livello di ritmo, trama ed intensità di recitazione ed in questo caso il primo film vince su tutti foss’altro per l’originalità dell’essere stato per l’appunto il capostipite e stesso discorso faccio per la saga di Jason Bourne, in cui la prima trilogia appare come un corpo coeso, mentre il quarto ed il quinto sono delle add-on davvero inutili, con un calando di verve creativa opposto a quanto accaduto alla saga action di Mission Impossible.

      Ma adesso (di nuovo il “ma”) torniamo a quanto detto all’inizio…

      Nelle tue deliziose citazioni della giornata dell’Immacolata, passata tra scatoloni e file di luci si nasconde in realtà l’unica classifica che nessun essere senziente dotato di dignità potrebbe mai fare, perché persino una classifica di film in cui si celebrano le migliori flautolenze avrebbe più senso estetico (tra l’altro, se mai qualcuno la facesse, metterei come primo posto nettissimo Blazing Saddles di Mel Brooks per la scena di fronte al focolare o anche il remake di Gambit scritto nel 2012 dai fratellini Coen per la scena ndell’anziana signora che scorreggia nella sua camera d’albergo convinta di essere sola, di fronte ad uno sbalordito Colin Firth)… La classifica che tu hai evocato inconsciamete ma non hai pronunciato per pudore e che nessuno potrebbe mai davvero fare è quella dei Migliori o Peggiori film a Tema Natalizio ovvero del peggio della produzione cinematografica nordamericana ed europea (diciamo che quelli natalizi sono al 95% statunitensi ed il restante 5% se lo dividono i paesi europei, per ovvi motivi di credo religioso).

      Buona domenica, amio mio!

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  3. Pingback: Film di Natale: i più belli, i più brutti e quelli che… – Lapinsù

  4. Io concordo con quasi tutto quello che hai scritto.
    X2 è stata un’enorme sopresa soprattutto quando lo vidi da piccolo. Molto più maturo e profondo rispetto al suo predecessore e mi appassionò tanto nonostante facessi ancora le elementari quando uscì.

    Evil Dead 2: non ho niente da dire, solo mi inchino davanti a Raimi e Campbell per averci regalato qualcosa di così bello e unico.

    Non posso aggiungere altro neanche su Terminator 2, Hellboy 2 e Star Wars V perché sono stupendi.

    Batman Returns è un film che divise parecchio la critica dei tempi ma io lo considero veramente il miglior Batman di Burton. Mi ha divertito tantissimo, il Pinguingo è un nemico bellissimo e si vede che Burton qui ha avuto più libertà creativa.

    Sono invece sorpreso per quanto riguarda Harry Potter e il Principe Mezzosangue. Quello è un film che ho adorato per la sua fotografia (veramente stupenda) ma che ho poco sopportato per via dello spazio che si prende per raccontare i rapporti adolescenziali dei personaggi. Anche sul libro c’era questa cosa ma nel film ruba la scena a tutto il resto soprattutto ai flashback su Voldemort e sull’importanza del personaggio di Piton (Alan Rickman meritava veramente molto più spazio).
    David Yates non è un regista che mi ha fatto impazzire, a volte riesce a indovinare film e a volte no, basti vedere il primo e il secondo capitolo di Animali Fantastici. Il primo film è stata una sorpresa, divertente, con un buon ritmo e dove la magia la fa da padrona (c’è più magia lì che negli altri Harry Potter). Il secondo invece hanno voluto esagerare un po’ troppo e ho notato che il ritmo era davvero incasinato e che Yates aveva dei problemi a dirigere in spazi stretti.
    Devo dire che è stato interessante leggere un parere diverso dal solito su Il principe mezzosague. Ne è uscita una discussione molto divertente.

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    • Esatto, Butcher, esatto! Hai perfettamente ragione quando dici che è proprio da queste differenze di veduta che può nascere una discussione intelligente, tale non solo perché fatta da due persone (io e te) che non seguono obbligatoriamente il pensiero comune (cosa rara nel web), ma perché ci rende più ricchi, seguendo il veccho adagio in base al quale quando due persone si scambiano i propri punti di vista, alla fine ognuno se ne va con due idee, quando entrando ne aveva una sola.

      E’ stato delizioso infatti sia sentirti condividere l’apprezzamento per un film divisorio come Batman Returns, ma sia anche sentirti parlare in modo diverso dal mio di Harry Potter and the Half-Blood Prince: sappi addirittura che pur rispettando tantissimo il tuo parere (e lo sai benissimo!) io considero il secondo film della pentalogia prequel dei Fantastic Beasts scritta dalla Rowlings persino superiore al primo, più complesso, più maturo e più emotivo, ma so anche di essere l’unico a pensarlo tra le persone che conosco… Il che non rende me il portatore della verità, incompreso e solitario nel suo genio, ma probabilmente una persona offuscata nel suo giudizio da cose che hanno mosso il mio immaginario e solleticato alcune corde sensibili (come la dolorosa destrutturazione del character di Piton che inizia proprio nel film sopra citato e scena dopo scena lo trasforma in un anti-eroe tridimensionale oppure come l’oscurità macchiata di candore che avvinghia l’albero genealogico della famiglia Lestrange che viene declinata nella sequenza straziante dentro la cripta del cimitero del Père-Lachaise).

      Il giorno che io e te non avessimo più opinioni contrastanti su cui parlare serenamente sarà un giorno triste: ti leggo sempre con piacere!

      P.S. Tu e Shiki, se riuscite a trovare una sala che lo proietta, fatevi un regalo ed andate a vedere al cinema Roma di Cuaron, per me il film dell’anno!

      P.P.S. Ti ho pensato moltissimo quando l’altra sera ho rivisto su Sky la versione restaurata del vecchio Tarantula di Jack Arnold… Ci avresti visto cose che in pocchi riuscirebbero a vedere dietro la povertà di mezzi economici…

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      • Il film sui Crimini di Grindewald alla fine l’ho pure trovato piacevole ma nella sua struttura narrativa ho visto troppi difetti e soprattutto una pesantezza dovuto a certi colpi di scena. Poi sarei curioso di sentire un tuo commento più approfondito su questo film.
        E se è possibile andrò sicuramente a vedere Roma al cinema. Spero tanto che nel mio cinema venga trasmesso perché da quello che leggo in giro ci troviamo davanti a qualcosa di unico e personale, forse una delle pellicole migliori del regista (mi dispiace che nessuna casa di distribuzione, tranna Netflx abbia preso in considerazione la sua pelicola).

        Tarantula l’ho cisto tempo fa e per me è davvero un film divertente e per certi versi profondo. Certo in quest’ultimo caso non è come L’invasione degli Ultracorpi (che, se uno guarda tanto per guardare, non si accroge dell’incredibile significato nascosto), ma comunque è interessante vedere come certi registi sappiano districarsi così bene nel cercare di dare una loro visione in modo così sottile.

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  5. Che spianata di Beltà! Ma sai che hai ragionissima, davvero. Il remake quando fatto con gusto e quando c’è una storia dietro che sia decente, ben studiata, non può che dare peso ai personaggi del primo, e quindi supera il primo. Succede poche volte, ma quando succede… è un piacere. Aggiungerei anche il secondo Famiglia Addams!

    Oh, giusto, buon Natale.

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