Road to OGM Cinema, parte 1 di 4: innocenti ripetizioni

Scarface

Remake, Sequel, Prequel, Reboot, Spin-off, Series, Saga, termini, prima solo gergali ed ora di uso comune (anche se spesso adoperati in modo ambiguo e confusionario), non solo volti a definire le diverse modalità con cui un’opera viene agganciata ad un’altra o più già esistenti, ma anche indicatori di quella tacita accettazione, con la quale è stata da tempo sdoganata la deriva di tutto il mondo dell’intrattenimento verso una dimensione astorica, dove ogni riscrittura è possibile ed autorizzata.

Sempre più lontana dagli ambiti scolastici o culturali, la Fiction (intesa nella sua massima aspirazione possibile di storytelling universale, sia letterario che cinematografico e televisivo) già tempo sta manifestando i segni di una continua modificazione del passato: togliendo qualsiasi sigillo di fedeltà o rigore cronologico a mode e costumi sociali, si sta ponendo in un continuum sincronico, dove la morale pubblica, le leggi, i valori e persino le credenze di un popolo sono come plastilina malleabile alla moda del momento.

Mission-Impossibile-III

Avviene così che oggi la presenza nei cast di attori dalla varia etnia non è quasi mai determinata dalla verosimiglianza antropologica ad un momento storico, ma solo dalla necessità contrattuale e di marketing e così anche per i dialoghi, rivisti alla luce degli stili contemporanei, fino alle caratterizzazioni dei singoli personaggi, costruiti allineandoli in base ad un’assurda identificazione con il pubblico attuale, in onore al quale vengono modificate o nascoste abitudini sessuali oggi censurate, inserita ipocritamente l’esistenza di un femminismo ante-litteram nei background di storie ambientate millenni or sono e persino mostrati prodromi di rivoluzione sociale in epoche dove la schiavitù era fondante dello stesso stato sociale e questo solo per soffernarci sulle cose più evidenti.

Pompei

In quest’ottica, il racconto del passato diventa un vago fantasy distopico, quello del futuro non più una proiezione del presente ma un viaggio illusorio ed infine il presente descritto come una realtà virtuale filtrata dai tempi dei social network: una finzione che si poggia su un’altra finzione in continuo divenire, dove ogni libertà narrativa è quindi possibile.

Indipendence-Day-Resurgence

Non è però una vera autonomia artistica quella che si affaccia all’orizzonte (auspicabile e sempre benvenuta, quando sia anarchica, caotica e rivoluzionaria), quanto al contrario una sorta di opportunistica licenza di riscrivere le regole del gioco, come quella che si sono regalati ad ogni conquista i colonizzatori militari, culturali ed economici delle tante civiltà dall’inizio dei tempi.

Ben-Hur-2016

Persino questo mio post è un reboot, da me provocatoriamente redatto scrivendo sopra un mio precedente pezzo pubblicato su questo stesso blog nel lontano Luglio 2013: ne ho cambiato tutto, modificandone persino la destinazione d’uso originale, cancellando brutalmente un pezzo del passato e creando qualcosa di assolutamente nuovo.

x-men-first-class

Mettiamo ora da parte, però, qualsiasi aspirazione politica e noiosamente sociologica ed addentriamoci nello specifico filmico e televisivo, usando come linea guida nella nostra indagine proprio quei termini citati all’inizio: nei limiti del possibile, mi piacerebbe anche fare un po’ di chiarezza sul loro uso, tralasciando però tutta l’analisi dei testi letterari in senso stretto.

Infine, come è stata abitudine già negli altri miei post generalisti, mi auguro che ancora una volta questa sarà l’occasione per parlare di alcune pellicole che hanno inciso un solco importante nell’immaginario visivo e culturale di tutti noi.

The-Bourne-Supremacy

Per iniziare il nostro viaggio all’esplorazione della modificazione genetica della Settima Arte, partiremo dall’unica forma di manipolazione artistica che paradossalmente, malgrado il suo nome, non partecipa in alcun modo a quel grande processo di continua riscrittura che vedremo nei passaggi successivi.

1° Tappa – Il REMAKE

A differenza del Reboot (che vedremo nella prossima puntata), il Remake affonda le sue radici agli albori stessi della Storia dell’Arte: il rifacimento di un’opera (questo il significato letterale e compiuto del nostro termine, senza altre velleità) è infatti alla base dello stesso processo creativo, sia quando l’artista riprende in mano un suo lavoro, modificandolo del tutto o semplicemente affiancandolo (lo stesso Michelangelo, nel corso della sua vita creò ben tre diverse versioni della sua Pietà scultorea e certamente furono un remake anche I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, primo grande romanzo della Lettarura Italiana e riscrittura del precedente Fermo e Lucia), sia quando usa come ispirazione dichiarata il lavoro di altri (“Le déjeuner sur l’herbe“, il quadro simbolo dell’inizio di una nuova stagione dell’arte figurativa, dipinto da Édouard Manet nel 1863, fu appositamente rifatto da Pablo Picasso in ben 27 diverse versioni).

Le-dejeuner-sur-l-herbe

Gli esempi di rifacimenti illustri in Pittura, come anche in Letteratura o in Musica, sono davvero tantissimi, ma focalizzandoci esclusivamente sul Cinema, non possiamo non notare come moltissimi film considerati unanimamente capolavori siano senza discussione dei remake: l’intelligente e spassosa pellicola sul mondo del giornalismo The Front Page del 1974 del grande Billy Wilder, considerata ancora oggi un caposaldo della commedia all’americana, era il rifacimento fedelissimo di ben due illustrissimi film antecedenti ovvero l’omonimo film di Lewis Milestone del 1931 e His Girl Friday di Howard Hawks del 1940.

Front-Page

La prima impressione che uno spettatore (superficialmente smaliziato ed un po’ troppo ingrigito dal suo cinismo) ha in genere di fronte all’annuncio di un remake è quella di pensare di ritrovarsi davanti ad un’opera artisticamente inutile, ma non è assolutamente vero, per lo meno non come principio base: se è indiscutibile difatti che la storia del cinema sia piena di rifacimenti orrendi e senza alcuna utilità, è altrettanto giusto riconoscere che alcuni dei film più belli ed importanti di sempre sono proprio rifacimenti di vecchie pellicole.

Charlie-and-the-Chocolate-Factory

Come per una cover musicale, anche il senso profondo di un remake cinematografico e la sua intrinseca qualità artistica si annidano su quanta capacità ed onestà intellettuale abbiano i suoi autori nel sapere raccontare qualcosa di nuovo rispetto all’originale: esempio impeccabile in questo senso è la rivistazione che ha compiuto nel 2005 Tim Burton con il suo Charlie and the Chocolate Factory, creando un’opera visionaria nella quale non solo veniva restituita al libro di Roald Dahl la sua natura sarcastica ed eticamente sopra le righe, ma veniva anche inserito un corposo lavoro sulle figure iconiche della Hollywood classica, superando persino l’illustre Willy Wonka & the Chocolate Factory del 1975, film originale che oltretutto vantava tra i suoi credit lo stesso Dahl (che poi rinnegò tale paternità filmica di fronte alle tante e troppe rivisitazioni del suo script operate da David Seltzer prima delle riprese).

The-Thomas-Crown-Affair

Quando invece manca del tutto ogni forma di valore aggiunto, allora il remake rischia seriamente di diventare solo una vuota attualizzazione dei personaggi originali, come è capitato ahimé a John McTiernann, regista di notevolissime capacità, che ci aveva tutti deliziato, nella prima parte della sua carriera, con alcune perle meravigliose di cinema action contaminato con la comedy, ma che ha poi terminato ingloriosamente la sua parabola artistica, con due noiosissimi e spaventosamente inutili rifacimenti di altrettanti film di culto: The Thomas Crown Affair del 1999 e Rollerball del 2002, entrambi diretti nella loro versione originale da Norman Jewison.

Rollerball-2002

Nascendo in quella terra di confine dove i soggetti cinematografici vivono in lotta perenne tra plagio spudorato, omaggio, riscrittura e traduzione, la forma espressiva del remake ha probabilmente il suo livello più basso quando viene usato come semplice versione di adattamento per un mercato diverso da quello a cui era diretto il prodotto iniziale: aldilà della già tante altre volte citata tendenza imperialista (con cui l’industria dell’intrattenimento culturale nordamericana fagocita continuamente film e fiction straniere per creare rifacimenti con cast statunitensi e sceneggiature modellate sul nuovo target), è comunque, ad onor del vero, un’abitudine diffusa in tutti i paesi quella di creare versioni nazionali di storie straniere.

Kaante

Se, ad esempio, il cinema indiano è spesso oggetto di facile ironia per i suoi colorati e naif remake in salsa Bollywood di famosi film hollywoodiani (alcuni di essi, tra l’altro, anche molto ben riusciti, come Kaante, versione di Sanjay Gupta del 2002 dal cult di Tarantino Reservoir Dogs), anche noi italiani riusciamo a raggiungere notevoli picchi di patetico squallore quando decidiamo di mortificare i nostri attori ed i nostri scrittori producendo rifacimenti di commedie francesi di successo, come nel caso imbarazzante della tristissima pellicola di Francesca Archibugi Il nome del figlio del 2015 (trattamento nostrano del bellissimo film Le Prénom del 2012 di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte) o peggio ancora della ingessata commedia Mamma o papà? di Riccardo Milani del 2017 (dal già modesto film Papa ou maman di Martin Bourboulon del 2015).

Il-nome-del-figlio

Tuttavia, come accade ai migliori direttori teatrali, che a distanza di secoli riescono ancora oggi a trovare nuove forme espressive per quelle stesse opere classiche già messe in scena innumerevoli volte, così è anche per i più geniali registi di cinema, i quali quando si avvicinano ad un remake riescono a volte a superare persino il valore del film originari, come è capitato a Martin Scorsese quando nel 2006 ha operato la riscrittura di uno dei film di Honk Kong più amati ed apprezzati da critica e pubblico ovvero Infernal Affairs, diretto nel 2002 da Andrew Lau ed Alan Mak.

The-Departed

Lavorando insieme al crepuscolare sceneggiatore William Monahan sulla definizione stessa di “stato perenne di sofferenza” (inteso come il livello più basso possibile dell’inferno nella visione buddista e che nel film cinese forniva il titolo originale) ed usandolo per descrivere la condizione di un infiltrato che per tutta la vita finge di essere alleato del male alleandosi empaticamente ad esso, il cineasta italo-americano creò nel 2006 il meraviglioso The Departed, pellicola che l’anno successivo fu incensata da ben 4 Oscar, tra cui Miglior Film, Miglior Regia (unica volta in tutta la prestigiosissima carriera del nostro Scorsese), Miglior Montaggio ed anche Miglior Sceneggiatura Non Originale per il già citato Monahan.

The-Fly

La storia dei remake cinematografici è davvero prestigiosa, tanto che una selezione anche solo delle eccellenze sarebbe davvero troppo lunga: rifacimenti importantissimi come The Magnificent Seven di John Sturges del 1960, Scarface di Brian De Palma del 1983, The Fly di David Cronenberg del 1986, True Grit di Joel and Ethan Coen del 2010 e così di seguito (con tanti altri titoli che certamente anche voi potreste aggiungere) sono tutte pellicole che da sole meriterebbero la massima attenzione e sulla cui qualità ed indipendenza artistica nessuno potrebbe obiettare, ma per dare maggiore enfasi al significato di versione aggiornata ed arricchita che la forma espressiva del remake porta in sé, mi limiterò a chiudere questo nostro primo paragrafo con tre titoli esemplari.

Cat-People

Il primo di essi è il Cat People del 1982, pellicola tra le mie preferite in assoluto di tutti i tempi e rifacimento dell’omonimo illustre precedente del 1942, diretto allora dal maestro dell’horror e del fantastico Jacques Tourneur: le immagini di polvere rossa spazzata dal vento con cui si apre il film e la scena del sacrificio umano, commentate solo dall’incredibile canzone di David Bowie scritta appositamente per il film, sono un suggerimento irrazionale e lirico per una impossibile giustificazione antropologica e metafisica assieme per l’esistenza di un mostro straordinario (la donna pantera) e per questo motivo fanno mirabilmente il paio con quelle in bianco e nero, nebulose e turbinose, del ferimento della donna in cinta da parte del pachiderma da circo con cui si apre The Elephant Man di David Lynch, perché entrambi questi opening sono degli inciso irrazionali su ciò che seguirà, quasi delle licenze poetiche al ferreo rigore delle narrazioni seguenti, in modo particolarmente eclatante per un cineasta scevro dall’ottimismo come Paul Schrader, che firma appunto come regista questo cult movie.

Cat-People---Nastassia-Kinski

Obiettivamente non esente da difetti e senza dubbio privo dell’eleganza dell’originale da cui è tratto, questo film trasuda ugualmente genialità e sensualità sfacciata in ogni scena, grazie alla presenza morbosa e conturbante di un’allora giovanissima Nastassja Kinski e per l’allucinata e diabolica interpretazione di Malcolm McDowell, muovendpsi sinuosamente entrambi in sequenze ahimè registicamente e fotograficamente datate, ma anche indimenticabili per la loro silenziosa capacità di disturbare ed inquietare gli animi.

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Anche il secondo ed il terzo campione, della mia ristrettissima selezione conclusiva di grandi remake, sono di nuovo rifacimenti di genere fantastico, per i cui originali parliamo addirittura di indiscutibili colonne portanti di tutta l’architettura cinematografica occidentale fantasy-horror, pellicole entrate persino nella leggenda, sia per l’impatto che ebbero su tutta la specifica produzione di genere, sia per l’avventurosa storia della loro produzione: proprio per l’altezza della sfida, l’ottima riuscita di questi remake ha quindi quasi del miracoloso ed è il miglior esempio possibile di come si possa arricchire una grande idea di partenza con nuovi valori e nuovi contenuti legati alla contemporaneità.

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Spostiamoci subito, allora, negli USA degli anni ’50 ed esattamente nel 1956, quando nelle sale uscì Invasion of the Body Snatchers, undicesimo film come regista per il veterano Don Siegel, figura quasi pionieristica della cinema statunitense che, dopo aver impreziosito con le sue opere il western ed il crime, all’età di sessant’anni firmerà alcuni dei più importanti film di Clint Eastwood, come The Beguiled (La notte brava del soldato Jonathan), Dirty Harry (Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!) ed Escape from Alcatraz (Fuga da Alcatraz).

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Tratta dall’omonimo romanzo di Jack Finney e prodotta dal muscolare Walter Wanger (in libertà su cauzione, durante le riprese del film, per il tentato omicidio dell’amante), la pellicola di Siegel appartiene di diritto alla cosiddetta golden age della sci-fi americana, ossia a quel momento particolare in cui furono creati molti degli archetipi narrativi a cui i film successivi si sono ispirati: nel film di Siegel vengono declinati, per la prima volta al cinema senza mezzi termini, il panico paranoico verso un’ideologia totalitaria come il comunismo socialista (paura allora alimentata dall’isteria di massa del maccartismo), il timore diffuso per la distruzione dell’umanità a seguito di una guerra nucleare o di un virus pandemico ed infine il più filosofico (ma anche il più foriero di eredi cinematografici) tra tutti i modelli espressivi della sci-fi ovvero l’abdicazione dell’individuo nei confronti di un pensiero di gruppo annichilente e narcotizzante.

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Chiunque ami il cinema e ne conosca un minimo la storia sa benissimo che siamo nettamente in zona capolavoro e davvero sarebbe ridicolo da parte mia aggiungere qualcosa alle tante pagine di critica che da allora sono state scritte su questo film leggendario, ma ciò che invece mi preme sottolineare per questo post è che da questo primo film furono nel corso degli anni tratti ben tre remake, di cui almeno due gioielli ed ognuno aggiungendo una nuova paura e una nuova emergenza sociale, quasi seguendo una tradizione non scritta per la quale ogni versione del libro di Finney dovesse diventare rappresentativa del decennio in cui veniva realizzata.

Invasion-of-the-Body-Snatchers

Si parte con la versione di Invasion of the Body Snatchers del 1978, con Donald Sutherland e Brooke Adams: quando la United Artists fece uscire questo remake, diretto dal solido lavoratore del cinema Philip Kaufman (indimenticabile la sua sceneggiatura di The Outlaw Josey Wales, diretto ed interpretato nel 1976 da Clint Eastwood), ogni vero appassionato di cinema sci-fi ed horror non potè che esultare di fronte all’onestà di una pellicola che a distanza di vent’anni ridava allo script del film originale di Siegel il finale che a suo tempo i produttori gli avevano impedito di fare, quello con il dott. Bennell (ruolo che nel 1956 fu di Kevin McCarthy e che nel remake anni Kaufman affida a Sutherland) che urla con il dito puntato contro l’umana non ancora trasformata, spazzando via nello spettatore qualsiasi tiepida speranza di happy ending.

Invasion-of-Body-Snatchers-1978-b

Per molti (come la critica americana Pauline Kael del The New Yorker), questo rifacimento fu talmente epocale, specie nell’aggiungere alla paranoia del primo film anche tutte le istanze di ribellione e rivolta degli anni ’70, da potersi persino considerare migliore dell’originale: per me resta certamente un grandissimo film ed essendo comunque più affezionato al film di Siegel, ne ho amato anche il rispetto con cui Kaufman ha voluto omaggiare con degli affettuosi camei sia il vecchio regista (inserendelo nel ruolo di un tassista), sia il precedente interprete principale McCarthy, chiamato questa volta ad impersonare uno sconosciuto che scappa in autostrada.

Body-Snatchers-1993

Il secondo remake in ordine di tempo è quello più apprezzato dalla critica, ma non da me che pur giudicandolo bene non lo pongo così tanto in alto: sto parlando del Body Snatchers con Meg Tilly e Forest Whitaker, diretto nel 1993 da Abel Ferrara, il quale ha comunque il merito di spostare la vicenda in un contesto militare, più concreto e meno allegorico, dove la minaccia aliena viene gestita dalle forze in campo alla stregua di un atto terroristico e colorando questa versione con le nuove paure di fine millennio della società occidentale.

Body-Snatchers-b

E’ davvero straordinario come questo gruppetto di tre diversi remake del medesimo film ci permetta di fare un confronto su come negli anni Hollywood abbia cambiato persino il concetto stesso di rifacimento: con il terzo ed ultimo di essi, infatti, si interrompe la serie di aggiunte di qualità al soggetto e soprattutto termina quell’evoluzione narrativa che mirava ad integrare nei temi trattati precedentemente nuove istanze socialie e culturali, dando alla stessa parola “aggiornamento” una valenza di arricchimento e non di becera sostituzione.

Invasion

La pellicola Invasion, diretta nel 2007 da Oliver Hirschbiegel, malgrado la presenza di due attori del calibro di Nicole Kidman e Daniel Craig e malgrado anche il rimaneggiamento all’ultimo momento della sceneggiatura da parte delle sorelle Wachowski, tradisce infatti l’adrenalina presente sulla carta e diventa fredda e senza emozioni, proprio come gli umani nella storia, colpiti dal virus portato dagli alieni.

È arrivato il momento di parlare del terzo ed ultimo campione dei miei remake preferiti che non a caso mi sono tenuto per chiudere questa puntata, perché sia il film originale sia il suo rifacimento sono di diritto nell’Olimpo della fantascienza cinematografica e nell’immaginario collettivo di intere generazioni, ma andiamo per ordine.

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Nel 1951 la RKO decise di trasportare in film il racconto di fantascienza “Who Goes There?, scritto tre anni prima niente meno che da John W. Campbell, indimenticato storico direttore della pionieristica rivista Astounding Science Fiction ed oggi considerato uno dei padri fondatori della letteratura di genere sci-fi: il budget destinato dalla produzione al film era tuttavia molto ridotto e per questo motivo Christian Nyby, il regista designato dalla produzione , spostò al chiuso degli studios quasi tutte le scene, con l’eccezione di alcuni esterni artici, girati in realtà nel Montana.

The-Thing-from-Another-World

Pur essendo accreditato solo come produttore esecutivo (la pellicola era realizzata dalla Winchester Pictures Corporation di proprietà), il grandissimo Howard Hawks fu praticamente sempre presente sul set e girò da solo la maggioranza delle scene, imprimendo il suo evidentissimo tocco all’intero film: così nacque The Thing from Another World, che malgrado la breve durata (87 minuti appena), un eccesso di dialoghi spesso inutili e noiosi (in cui si riassumono sitauzioni altrimenti costose da filmare) e la quasi completa assenza di effetti speciali, divenne da subito un successo di critica e pubblico senza precedenti, consolidandosi con gli anni come vera pietra miliare nel suo genere.

The-Thing

Se nel film di Nyby/Hawks il grande fascino e la maggiore inquietudine, trasmesse agli spettatori dalla storia, nascevano proprio dall’ansia del popolo americano per le minacce provenienti dallo spazio e per le invasioni (che fossero aliene o sovietiche poco importava in quegli anni!), nel suo immenso remake, The Thing, realizzato trent’anni dopo dal genio cinematografico John Carpenter, tutto si concentra nella restituzione al mostro di quella straordinaria capacità (già presente nel romanzo di Campbell ma scomparsa nella sceneggiatura del vecchio film) ovvero quella di assumere l’aspetto degli altri esseri viventi.

Dopo l’iniziale stroncatura, della critica di allora, alla sua uscita nei cinema, il film del 1982 è diventato con il passare degli anni la chiave per comprendere tutta la fenomenologia stilistica dell’alieno nel cinema fantastico contemporaneo, soprattutto per quella splendida fusione dei due generi horror e sci-fi, da allora riusata in ogni occasione da tutte le cinematografie mondiali.

The-Thing-duplication

Principe assoluto di tutti i remake, il capolavoro di John Carpenter esce dall’angusto ambito del rifacimento, diventa opera originale a sé stante, mette le basi del moderno cinema di sci-fi con la sua visione dell’alieno e della mutazione ed infine inaugura il concetto stesso di ibrido di genere: a seguito delle sue continue trasformazioni, l’organismo esogeno, persino metafora visiva del fantastico come mutazione virale, rigetta l’idea stessa di una forma stabile, diventando ai nostri occhi di spettatori summa di tutti gli esseri extraterrestri visti al cinema fino ad allora, compreso lo xenomorfo dell’Alien di Ridley Scott e questa creatura mostruosa (senza forma, senza sentimento ed apparentemente senza strategia) finisce per incarnare la stessa forma cangiante del cinema fantastico ed horror.

Con questa lunghissima digressione, si conclude la prima parte del nostro percorso verso la nascita del Cinema Geneticamente Modificato, sganciando il Remake dal suo clone oscuro ovvero il Reboot, di cui parleremo nelle prossime imminenti puntate, assieme ai vari tipi di Sequel, quando scopriremo come un marchio si possa sovrapporre alla storia ed alla creatività.

See You Later, guys!


Road to OGM Cinema prosegue con la seconda parte.


Abbiamo citato nel post le seguenti opere d’ingegno:

The Thing from Another World“, USA, 1951
Regia: Christian Nyby (Howard Hawks)
Sceneggiatura: Charles Lederer e Ben Hecht (Howard Hawks)
dal libro Who Goes There? di John W. Campbell

Invasion of the Body Snatchers“, USA, 1956
Regia: Don Siegel
Sceneggiatura: Daniel Mainwaring
dal romanzo The Body Snatchers di Jack Finney
Willy Wonka & the Chocolate Factory“, USA, 1971
Regia: Mel Stuart
Sceneggiatura: Roald Dahl
dal libro da lui stesso scritto Charlie and the Chocolate Factory

The Front Page“, USA, 1974
Regia: Billy Wilder
Sceneggiatura: Ițec Domnici e Billy Wilder

Invasion of the Body Snatchers“, USA, 1978
Regia: Philip Kaufman
Sceneggiatura: W. D. Richter
dal libro ominimo di Jack Finney e
dal film di Don Siegel del 1956

Cat People“, USA, 1982
Regia: Paul Schrader
Sceneggiatura: DeWitt Bodeen e Alan Ormsby
Musiche: Giorgio Moroder
Main Song: David Bowie
dal film omonimo del 1942 di Jacques Tourneur

The Thing“, USA, 1982
Regia: John Carpenter
Sceneggiatura: Bill Lancaster
sui perosnaggi del precdente film
e sul romanzo Who Goes There? di John W. Campbell

Body Snatchers“, USA, 1993
Regia: Abel Ferrara
Sceneggiatura: Stuart Gordon, Dennis Paoli e Nicholas St. John
su un nuovo soggetto di Raymond Cistheri e Larry Cohen
ispirato ai personaggi del primo film di Don Siegel
e del romanzo di Jack Finney

Infernal Affairs“, HKG, 2002
Regia: Andrew Lau e Alan Mak
Sceneggiatura: Alan Mak e Felix Chong

Charlie and the Chocolate Factory“, USA, GBR, 2005
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: John August
dal romanzo omonimo di Roald Dahl

The Departed“, USA, 2006
Regia: Martin Scorsese
Sceneggiatura: William Monahan
dal film Infernal Affairs di Alan Mak e Felix Chong

The Invasion“, USA, 2007
Regia: Oliver Hirschbiegel e James McTeigue
Sceneggiatura: David Kajganich e The Wachowskis
dai perosnaggi dei precedenti remake del film di Siegel
e dal libro The Body Snatchers di Jack Finney


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25 pensieri su “Road to OGM Cinema, parte 1 di 4: innocenti ripetizioni

  1. E’ curioso che tu abbia messo Tom Cruise in apertura del tuo post, perché proprio oggi, dopo anni in cui non ci eravamo incrociati neanche di striscio, ho visto 2 suoi film:

    – Edge of Tomorrow, consigliato dal grande Lapinsù;
    – Oblivion, consigliato dalla mia amica Pennelli Ribelli (ecco il suo blog: https://rossanamorandini.wordpress.com/).

    I 2 film in questione si assomigliano moltissimo, anzi il concept di base è proprio uguale spiccicato: Tom Cruise salva il mondo. Peraltro questo canovaccio si può applicare in pratica a tutti i film che quest’attore abbia fatto negli ultimi 20 anni.
    Con questo non voglio fare una critica ad Hollywood: questa formula piace moltissimo al pubblico, quindi i produttori fanno benissimo a riciclarla all’infinito, dato che garantisce incassi sicuri. Anche i 2 film che ho visto oggi, pur avendo entrambi dei budget altissimi, hanno incassato entrambi più del doppio di quanto sono costati.
    Venendo invece alla loro qualità artistica, sono entrambi dei film da 7, ma Oblivion è leggermente superiore: l’ambientazione è più affascinante, e soprattutto c’è un plot twist da urlo: non te lo anticipo, perché non so se l’hai visto o meno.
    Di recente ho visto anche un altro film consigliato da Lapinsù: Bleed – Più forte del destino. Sapevo che mi sarebbe piaciuto, perché quello tra il cinema e il pugilato è davvero il matrimonio perfetto; tuttavia, mai avrei immaginato di trovarmi davanti una simile perla.
    A rendere Bleed così piacevole non è soltanto il grintosissimo protagonista (che da solo sarebbe bastato e avanzato per fare un grande film), ma anche i personaggi di contorno, che sono uno più interessante dell’altro. Su tutti spiccano i suoi genitori: il padre in particolare ha un carisma unico, è il classico comprimario che finisce per surclassare il protagonista. Ecco, sui comprimari di questo tipo dovresti proprio farci un post.

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    • Cavoli, sto invecchiando! Mi sono reso conto ora di aver fuso due commenti in uno, rispondendo sul tuo sito alle citazioni cinematografiche che in realtà avevi fatto qui!
      Poco male, ne approfitto per salutarti ancora!

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        • Alla fine ho cambiato i biglietti e siamo andati a vedere
          Den of Thieves (Nella tana dei lupi) ed è stato puro piacere!! Ringrazio il cielo e te per aver fatto il cambio!
          Per me, fino ad ora, è la migliore interpretazione in assoluto di Butler e paga da bere anche al suo personaggio in 300!
          Il film affonda mani e piedi negli stereotipi più triti e classici del poliziotto derelitto, degli agenti della FBI eleganti e stronzi, ma nel farlo è perfetto, rilassante ed emozionante. Il secondo tempo è da urlo, stupendo!
          La sceneggiatura è inattaccabile e scandisce i tempi senza correre ma senza noia (si vede lo zampino dell’autore di Prison Break), ma la vera sorpresa è la regia, perché dopo il suo inguardabile London Has Fallen avevo deciso che Christian Gudegast fosse un emerito coglione ed invece debbo togliermi il cappello e chiedere scusa!

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          • In effetti il personaggio di Gerard Butler è un po’ stereotipato, e infatti soltanto uno con il suo carisma poteva dargli un po’ di spessore: con qualsiasi altro attore al suo posto, Nella tana dei lupi avrebbe perso un bel po’ del suo fascino.
            Ovviamente sono bravissimi anche i comprimari, in particolare i membri della gang: non fanno rimpiangere Gerard Butler quando esce dallo schermo, e questo la dice lunga sul loro talento. Sì, anche sul talento di 50 Cent: sarà pure un’icona degli action movies di serie Z, ma qui dimostra di poter stare benissimo anche nei film d’azione di serie A.
            Ti ringrazio per aver dato fiducia al volo al mio consiglio cinematografico, e soprattutto per avermi fatto conoscere il tuo parere con altrettanta prontezza! 🙂

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  2. Mi piace immaginare che Aristotele, mentre passeggiava tra i peripatoi accompagnato dai suoi allievi, non solo avesse (ed usasse) la dialettica di cui fai sfoggio in questo post e in tutti i precedenti saggi divulgativi che ci hai donato, ma addirittura che la fisionomia del suo volto abdicasse per una volta alla consueta barba con cui è stata tramandata dai busti che lo raffigurano assumendo la spigolosa forma del volto di Peter Cushing , ovvero l’attore raffigurato nel tuo avatar.

    Detto ciò, in tutta onestà, non so proprio cosa aggiungere al tuo dotto discettare perchè, con precisione, dovizia di particolari e la solita illuminante saggezza, ancora una volta hai preso per mano il lettore conducendolo dalla tenebra alla luce e spiegando, laddove ce n’era un disperato bisogno, che il concetto artistico di “rifacimento” non è mai (nè mai è stato nè mai sarà) una diminuzione della cifra artistica, che invece si declina su piani molto più severi.
    Sono concetti semplici che tuttavia sono di difficile assimilazione in una società che vive nell’ipertrofia della dicotomia (qui cito me stesso in un post di futura pubblicazione) e tende a banalizzare tutto nel like\dislike.

    Tra l’altro, ti confesso che questa lettura (da me effettuata per la prima volta subito dopo pranzo e poi replicata pochi minuti fa) mi ha strappato un sorriso perchè proprio stamane rispondendo a un tag-contest in cui ero stato nominato e citando il mio remake preferito, pigramente ho indicato il primo che mi venisse in mente (l’ultimo “I magnifici 7”) additandolo, tra le altre cose, proprio perchè remake di un remake e quindi – perdonami il neologismo orrido – un “reremake”.
    Tra le altre cose, se questa parola non la pronunciassimo “all’inglese”, si noterebbero non poche assonanze con il tuo nick, ossia “kasabake”.
    Vabbè, ormai sono andato per la tangente e lo sai che quando mi pigliano queste pieghe non so più drizzarmi…

    Non mi resta, quindi, che aspettare il prossimo capitolo sul reboot, che per me che vengo dal mondo informatico (ahimè) ha un significato tutto particolare e affatto lusinghiero, ma vabbè….

    PS: di tutto il post solo una cosa mi ha turbato. Che tu non solo abbia visto ma addirittura abbia scoperto l’esistenza di un remake bollywoodiano de “Le iene”. Ammettilo, hai qualche accesso segreto al dark-web, altrimenti non mi spiegherei mai ‘sta cosa…. 😀

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    • Mi piace come stai creando praticamente ad ogni tuo commento una nuova iperbole relativa a somme doti educative e professorali che mi attribuisci!! Ed oltretutto, con quel garbato background di cultura romana ed ellenistica che ti contraddistingue…

      Sorvolo su tutto il resto e passo direttamente al post scriptum… Bollywood… Ti stupiresti di cosa sto guardando in questo periodo quando frequento la cineteca di Bologna oppure mi prenderesti per matto, ma se hai imparato a conoscermi, sai che in realtà mi diverto un mondo! Ci sono dei luoghi fisici in città che sono luoghi della mente, con scale che scendono nel sottosuolo, nei locali della ex-metropolitana ed ora gestiti da una cooperativa sociale a cui il Comune di Bologna ha appaltato il recupero delle vecchie pellicole di proprietà del museo del cinema cittadino e sono poi gli stessi ex-compagni di università che conosco e che gestiscono il Biografilm festival ed il Futur Film festival… Gente affatto spocchiosa, simpatica ed anche gaudente (da osteria, per capirci, più da centro sociale che non da aperitivo serale), con cui si ride e si fa ironia sul cinema e sulla tv senza pregiudizi… Da loro ho conosciuto tanto cinema indiano: alcune cose altissime ed anche noiosissime, ma la maggior parte coloratissima e vivace ed esotica (se hai visto Sense8 dei Wachowski puoi capirmi).

      Ora ci stiamo scambiando filmati di vecchi film noir francesi, americani e messicani, rigorosamente di serie B ma con alcune perle che ti farebbero impazzire! In When Strangers Marry di William Castle del 1944 c’è una lunghissima sequenza iniziale in cui il personaggio indossa una maschera di leone in giro per i bar finchè non viene trovato morto dalla polizia, strangolato da un paio di calze di seta… Roba da chiodi!!!

      Uno dei più bei personaggi del legal drama The Good Wife, l’avvocatessa Elsbeth Tascioni (interpretata da una bravissima Carrie Preston, che ricorderai in Person of Interest), nota nella fiction per trovare soluzioni brillanti ed impensabili ai casi più complicati ed assolutamente borderline dal punto di vista comportamentale, soleva dire sottovoce «La maggior parte delle cose che so non so perché le so!»… Ecco, io posso dire altrettanto e probabilmente non è per merito mio.

      Grazie di seguirmi anche nelle strade più impervie, amico mio.

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      • Caro Kasa, ti seguirei in lande tetre e desolate, figuriamoci se mi porti con te nei sotterranei di Bologna per scoprire perle cinematografiche dimenticate…

        Ci dev’essere metodo nella conoscenza, anche quando tutto sembra gridare il contrario. Ciò che impariamo o scopriamo ha sempre un fine, utile o dilettevole che sia, ed è per coltivare quel fine che si impara e si scopre qualcosa di nuovo. Magari è un fine ignoto ancora, ma sempre vivo ancorchè oscuro. Mi piace credere che tutte le nostre esperienze e le nostre conoscenze abbiano modo di schiudersi in un momento di sincera epifania, come accade al protagonista di “Slumdog Millionaire” che si ritrova a vincere una fortuna grazie a disparate nozioni imparate senza volere nel corso della vita.
        Anche nel caos si cela un ordine, perchè in fondo tutto è arbitrario – il caos come l’ordine – e sta a noi lasciare il passo al primo o al secondo.
        Non sai perchè lo sai, ma sta sicuro che un giorno lo scoprirai.

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        • Che citazione meravigliosa!!
          Aver giocato la carta del bellissimo film di Danny Boyle e Loveleen Tandan è stato da parte tua un colpo da maestro ermenàuta davvero prodigioso: si, perché in questo collegamento c’è il cinema europeo alto, festivaliero ma anche di grande incasso e c’è l’India ma come la vede un inglese, con quel misto di superiorità e paura…
          Ma l’India è matematica e fisica speculativa ed assieme spiritualità esotica (gente che vede l’universo dominato da figure mitiche come un elefante che sta in piedi nel cosmo sopra una tartaruga…) e tutto questo fa il paio con le tue osservazioni filosofiche sulla conoscenza che sembra (nella tua visione) un mantra, dove i pezzi si ricompongono ed il caos, invece di procedere verso l’entropia e la morte, si ricompatta in un progetto ed un disegno cosmico…
          Pazzesco, sei arrivato quasi ai confini dell’ermenautica, laddove nessuno sano di mente si era spinto..
          Ora dormo, un abbraccio.

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          • Oh Kasa, forse l’ora tarda mi ha fatto esprimere male, ma ci tengo a precisare un punto.
            Non credo sia il caso, il fato, la sorte o un motore immobile a creare ordine dal caos. L’essenza del primo come del secondo è assolutamente prospettica, quindi relativa.
            E’ l’uomo, con i suoi bisogni, i suoi desideri, i suoi pensieri, la sua fantasia, i suoi limiti, a TROVARE ordine nel caos (o il contrario, a seconda delle situazioni).
            Ed è per questo che mi piace pensare che tutte le conoscenze, le nozioni, le parole e i numeri che collezioniamo durante il nostro peregrinare su questa terra, un giorno saranno trasformati in altrettanti pezzi di puzzle che, con sapienza, sapremo modellare finchè non combacino perfettamente.
            Spero perdonerai la temerarietà di questi pensieri, specie di prima mattina….

            PS: e spero che mi perdonerai se ti confesso che mentre scrivevo e rileggevo questo nostro scambio di opinioni, ho immaginato noi due come Cicerone e Tirone intendi a scambiarsi epistolae dall’alto contenuto ermenautico (ovviamente nel mio immaginario tu sei Cicerone ed io il tuo liberto 😀 )

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            • L’approssimarsi del giorno annuncia l’arrivo degli impegni quotidiani fatti di lavoro e famiglia e la dialettica scompare come Venere e Lucifero, il medesimo astro, primo ad annunciarsi alla sera ed ultimo frammento luminoso al mattino prima del sole che tutto copre.
              Anch’io sono convinto che esista una dimensione della conoscenza la cui comprensione è al momento assolutamente al di sopra di ogni umana capacità di razionalizzarla, qualcosa che esiste a priori della materia e del tempo, forse pura energia, forse solo dati, forse solo informazione… Non è un caso che un genio come Stephen Hawking aveva jpotizzato che i buchi neri fossero in realtà dei canali comunicatori che disgregavano la materia (quindi l’energia) in quanti di informazione che risputavano poi dal nostro ad un altro universo, così come i navigatori della gilda spaziale del Dune di Lynch spostavano da un punto all’altro del cosmo le astronavi dell’impero assumendo una droga che ampliava le loro conoscenze tanto che il loro pensiero piegava lo spazio-tempo creando attiguità nelle lontananze…
              Potrei discettare con te per ore non come filosofi ma come navigatori per l’appunto ermenàuti.
              Buona giornata collega.

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  3. Il fatto che ci siano grosse incongruenze narrative e che ogni pellicola successiva generi nuove domande e questioni sulle precedenti, dovrebbe portare alla creazione di una “tappa” ad hoc per la saga degli X-Men di casa Fox. Già capire se ci si trovi o meno nello stesso universo narrativo dei film visti anni prima non è un’impresa da poco.

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    • Ti dirò che anch’io avevo bene in mente le pellicole del mondo mutante della Fox, ma ne tratterò più approfindatemente sulla seconda e terza parte delle miei inutili disquisizioni sul mondo cinecomics (che inizia a suo tempo con una primissima puntata dedivcata allora a Civil War)… Per ora mi sono limitato a citarne il caos di continuity simile a quello di un altro grande franchise, ma lo vedrai nella terza puntata!
      Sono fiero di averti come lettore ed anche un po’ commosso…!

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  4. Sono completamente d’accordo con questa tua digressione su questo tipo di fenomenologia cinematografica, perché se nel mondo dell’arte la riproduzione o l’adattamento di un capolavoro, era sostanzialmente un esercizio di forma e di scuola per un allievo o un maestro che voleva omaggiare il precedente genio (spesso un bravo artista ripete nella sua testa: cavoli! se avessi fatto io questa meraviglia… E non lo dice per invidia, ma per eccelsa congratulazione verso colui che ha generato quell’idea perfetta), ebbene, nel mondo della celluloide, nonostante alcune considerazioni gemelle al discordo di cui sopra, le cose cambiano: il produttore, il regista, lo sceneggiatore, il direttore della fotografia, le musiche, ecc. ecc. Come a dire: c’è un lavoro di squadra alla base, e non di un singolo artista. Inoltre c’è il discorso sugli incassi essendo esso stesso un prodotto commerciale a tutti gli effetti, o perlomeno, un ibrido tra il consumo e il consumatore, tra l’Arte e l’intrattenimento. Comunque sta di fatto che anche a me non piace il cosiddetto “remake”, a parte i casi eclatanti da te sapientemente citati ed elencati con precisione. Non è casuale che le pellicole “italiane” che hai descritto nel tuo post, sono l’esempio di come un adattamento di un altro film viene pacchianamente rovinato dalla sua trasposizione in un altro ambiente. Orribili sono per esempio, gli adattamenti che gli americani hanno fatto di film stranieri ambientandoli nei territori dei loro paese, rifacendoli uguali anche nei dettagli delle scene, ma cambiando solamente il McDonald al posto della Brasserie o del Pub ( e mi chiedo: ma gli statunitensi, se non vedono i loro territori, non si riconoscono? Boh!). Che senso ha tutto questo?
    Io spero solamente che queste mode passino ritornando alla genesi di quando il cinema non era soggiogato dalla televisione, ma viceversa…

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    • Grazie, amico Barman, per essere anzitutto passato di qua e per aver trovato tempo e passione per commentare i miei post, per altro molto verbosi…!
      Mi piace sempre moltissimo come riesci a fornire sul mondo artistico una visione non solo diretta (come quando affronti per le corna il tema del remake), ma anche con un pensiero laterale sulla questione, perché quello che dici a proposito delle differenze valutative su un lavoro di squadra (come quello cinematografico) rispetto ad altri più solipsistici in campo creativo, si sposa perfettamente anche con il mio pensiero.

      Sulla questione di come gli statunitensi abbiano un bisogno fortissimo di creare sempre visioni ed adattamenti di opere straniere mi sono interrogato molto anch’io, giacchè nel campo della settima arte (sia essa cinematografica in senso stretto, sia televisiva) gli USA sono comunque un riferimento imprescindibile, foss’altro per la mole degli investimenti e per le influenze implicite su tutte le altre cinematografie (aldilà di ogni etica, un impero è qualcosa con cui deve fare i conti anche il più orgoglioso e sperduto paesino indipendente) e ti dirò che mi sono sempre ridotto a pensare che i produttori (sia americani che esteri), quando pensano ad un prodotto d’intrattenimento per il pubblico statunitense, fanno i conti nel duplice obiettivo di saziare con più merce possibile i loro fruitori ed assieme assecondare un loro bisogno implicito di normalizzazione, mostrando solo ciò che riescono a comprendere… E non parlo di capacità neurologica di analizzare le srutture complesse (che è poi la definzione che l’epistemologo Piaget dava di intelligenza), ma del panico popolare verso concetto di Storia dove i conflitti non si risolvono dentro la logica degli USA come guida e faro mondiale.

      Ora sto diventando noioso e me ne scuso, ma grazie per essere mio follower, cosa che m’inorgoglisce sempre!

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  5. Un articolo eccellente sul mondo dei remake! Nella maggior parte dei casi quando si decide di fare dei remake vengono fuori dei film mediocri e veramente brutti (appunto Ben-Hur, Point Break ecc…), però di tanto in tanto escono quelle perle che fanno rimanere a bocca aperta anche me. E lo sapevo che La Cosa di Carpenter la mettevi alla fine. Ne ero sicuro. Quello è probabilmente uno dei migliori remake mai fatti (e l’originale comunque l’ho sempre apprezzato). Mi dispiace un po’ per La Cosa del 2013; mi ricordo di aver visto in backstage che avevano creato dei modellini e della animatronics mostruose e poi non so perché hanno deciso di fare tutto in digitale. Peccato.

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    • Grazie moltissimo Burcher per esserti unito al gruppo di coraggiosi che sfida la mia logorrea! Come ho già detto tantissime altre volte, ci lega più di una passione ed effettivamente, come notavi nel tuo commento, non potevo non mettere il film di Carpenter in posizione di prestigio, in un articolo che parla di remake! Avrei potuto continuare all’inifinito a parlare di The Thing, da tanto è stato importante per la storia del cinema e da quanto è comunque un film meraviglioso!

      A proposito di remake, ho solo accennato ad un altro cult assoluto ovvero The Fly del geniale David Cronemberg, regista che andrebbe studiato oggi da quanti applaudono a fiction come Altered Carbon, scambiando per innovatori coloro che stanno invece pescando a piene mani su idee altrui… Ma questa è un’altra storia…

      Grazie ancora e buon week-end!

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  6. Che ogni volta che entro qui mi sento una cialtrona ignoranta ma in piena beatitudine mentalcinefila
    l’ho mai detto???
    ..ecchecazzo di argomentazioni potrei avanzare??Il mio cervello e’ sopraffatto..
    Adieu mon amie vado a leggere la seconda parte
    😓

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