La sindrome di Sunflower e Otika: Obliazione e Rewriting

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Quando nel 1940 uscì nei cinema Fantasia, terzo lungometraggio animato prodotto da Walt Disney, nessuno degli spettatori si sconvolse o fu turbato anche solo minimamente dalla visione del quinto degli otto segmenti narrativi che costituivano il film ovvero The Pastoral Symphony, costruito come gli altri sette attorno ad un famoso brano di musica classica, nello specifico per l’appunto la Sinfonia Pastorale di Ludwig van Beethoven.

In una cornice di mitologia classica greco-romana, un gruppo di centauri adulti e giovani, di cupidi, di fauni e di altre figure ancora s’incontrano per accogliere, in modo divertito e lussurioso, l’ospite d’onore ovvero Bacco, dio del vino: nessun uomo, donna o bambino che guardò allora il film al cinema pensò che fosse strano o di cattivo gusto che le due uniche centaurette disegnate ed animate come bimbe di colore, Sunflower e Otika, avessero il ruolo di servette, costrette a restare ai bordi della festa, accettando con supina e serena subordinazione quell’immondizia morale in voga allora, per la quale era normale che le persone dalla pelle nera non potessero mai godere della vista di un evento stando in prima fila o addirittura parteciparvi, se non come cameriere personali, agghindando le criniere delle centaure femmina più belle e bianche oppure preoccupandosi di stendere in fretta il tappeto rosso su cui sarebbe poi proceduto Bacco, aiutando persino quest’ultimo ad issarsi sul suo trono improvvisato, come si conveniva alla servitù, quando faceva accomodare i padroni bianchi.

Nessuno si scandalizzò, perché il pubblico di allora era razzista e tale rimase per molto tempo ancora.

Quella versione originale di Fantasia resistette nei cinema fino al 1969, quando venne poi sostituita con un’altra adeguatamente censurata, in cui la Disney scelse non già di ricolorare o ridisegnare le due centaurette di presunta etnia africana, ma di cancellarle del tutto: oggi è possibile vedere i personaggi disneyani di Sunflower e Otika solo nei rodovetri originali conservati in alcuni musei o in collezioni private, oppure su copie digitali della prima versione, salvate ed addirittura ripulite da appassionati e fatte girare nel web, per imperitura memoria e condivisione, come nella clip sopra.

Per il caso dell’obliazione dei characters delle due centaurette non possiamo parlare di vero rewriting, poiché nulla è stato cambiato della narrazione in senso stretto, mentre in altre occasioni la censura applicata dalla Disney fu una vera riscrittura, come nel caso del cortometraggio The Three Little Pigs, diretto nel 1933 da Bert Gillett ed appartenente alla serie Walt Disney’s Silly Symphony, dove il celebre personaggio del Lupo Cattivo, in uno dei suoi goffi tentativi di entrare nella robusta casa di mattoni dei tre maialini, era stato originariamente camuffato da venditore ambulante ebreo di spazzole e pennelli (con tanto di naso enorme e marcato accento yiddish), ma poi successivamente ridisegnato spoglio della maschera e del trucco ed anche ridoppiato, senza la tipica parlata paradostica da ebreo, presentandosi solo come uno studente del college.

Dumbo

Per moltissimo tempo, questa abitudine delle majors a modificare in modo revisionistico i prodotti culturali del passato ha resistito senza particolari polemiche, ma oggi, con a disposizione la moderna tecnologia d’immagazzinamento e di fruizione dati, in molti si stanno chiedendo se abbia davvero senso cancellare del tutto una pagina di storia imbarazzante ed eticamente superata o se non sia meglio piuttosto, dopo averla tolta dal racconto principale, salvarla in una sorta di nota a margine, per una visione differita, più adulta e mediata culturalmente: annullare e fingere che qualcosa non sia mai esistito è infatti un atteggiamento prevaricante e fintamente onnipotente, estraneo alla vera cultura storica e filosofica, dove più che il dogma alberga a suo agio l’elogio del dubbio.

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E’ evidente come la questione si ponga soprattutto per i media popolari e per quelle narrazioni letterarie in senso stretto, ma anche fumettistiche, cinematografiche e televisive, destinate ad un pubblico dotato in genere di minori strumenti di analisi e di difesa intellettuale, come quello dei bambini: nessuna persona sana di mente, ad esempio, potrebbe mai oggi davvero preoccuparsi dell’ipotetica influenza negativa sulle giovani menti di un libro come il celeberrimo Bagatelles pour un massacre, scritto dall’indiscusso genio letterario Louis-Ferdinand Céline nel 1937, dove il protagonista (quel Ferdinand da sempre alter-ego letterario dello scrittore) esprime un antisemitismo virulento e questo perché, malgrado l’unanime condanna avvenuta in Europa, da parte di tutto il mondo intellettuale, delle tesi antisioniste contenute in quel testo, esso resta in ogni caso un’opera di elite, letta da pochi (e compresa ancora da meno) e ricercata solo da chi sa già cosa contiene, al pari del saggio Mein Kampf, scritto di pugno nel 1925 dallo stesso Adolf Hitler.

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Ciò che invece, nell’ambiente dell’editoria e della produzione di materiale culturale e d’intrattenimento, preoccupa da sempre (a volte con intento sinceramente pedagogico, mentre altre invece solo per la paura commerciale di mancata vendita o di perdita di un settore di mercato importante), è la possibilità che il grande pubblico possa interpretare come indicazione etica di normalità un messaggio scritto nel passato ed oggi tacciabile come razzista o violento, creando quindi un modello educativo disorientante.

Uno dei settori in cui più spesso continua ad essere applicata la censura a posteriori è non a caso quello dell’animazione per bambini e ragazzi: già da anni stanno lentamente sparendo tutti i cartoons della MGM prodotti negli States, dove alcuni beniamini dei bambini, come Bugs Bunny o Daffy Duck, interpretavano gag a sfondo razzista, come è accaduto al cortometraggio di Tex Avery riportato sopra, appena cancellato anche nelle nuove raccolte antologiche dedicate all’immortale artista animatore.

Seguendo un copione collaudato, dapprima i filmati incriminati e scomodi vengono tolti dalla programmazione televisiva e successivamente anche dalle ristampe in digitale destinate al mercato home-video: ciò che un tempo nell’America dell’immediato dopo-guerra era parte del repertorio classico della slapstick comedy (come la donna grassa di colore addetta ai lavoro domestici terrorizzata per qualsiasi cosa o il maggiordomo nero che temeva i fantasmi o il ragazzo del ghetto, infingardo e balordo) oggi non farebbe più ridire un pubblico socialmente cambiato, ma anzi in parte lo disgusterebbe.

Sempre restando nell’ambito della comedy, ma questa volta live-action, è certamente emblematico il caso di un artista come Stepin Fetchit, che negli anni ’30 del ‘900 seppe costruirsi negli USA una grande notorietà ed un’importante carriera cinematografica interpretando per l’appunto il character dell’uomo di colore pigro ed infingardo: c’è qualcosa di avvillente ed eticamente vergognoso nelle esibizioni di Fetchit, come un volersi arrendere al modo umilante con cui i bianchi vedevano gli arretrati afro-americani, ma il successo delle sue performances possiede anche un intento causticamente satirico e terribilmente irriverente, proprio nel modo in cui l’attore comico incassava sacchi di dollari facendo scompisciare dalle risate gli uomini bianchi, semplicemente mostrando loro ciò che volevano vedere ovvero la falsa dimostrazione della superiorità della loro razza.

Esemplare in tal senso il filmato seguente, con una classica gag del 1935, dal segmento Zoo Attendant del film One More Spring di Henry King , dove Stepin Fetchit gioca sulla stereotipata incapacità dei neri americani a resistere dal ballare in presenza di un ritmo musicale trascinante:

Malgrado alcuni critici cinematografici, provenienti dagli squallidi ambienti della destra statunitense, abbiano cercato anche recentemente di spacciare questa scenetta (come altre simili), come fantasiosa interpretazione del classico archetipo fiabesco dello strumento magico che costringe a ballare chi ascolta (in particolare il violino, come indicizzato nell’eminente sistema di classificazione Aarne-Thompson), sia chiaro che siamo invece di fronte ad uno dei più manifesti esempi di denigrazione razzista di cui cinema e tv americani si sono macchiati per decenni ed in risposta alla quale onta la cultura contemporanea nordamericana fornisce spesso risposte contraddittorie, come ad esempio la progressiva cancellazione dei film con protagonista lo stesso Fetchit dalla programmazione delle repliche cinematografiche televisive.

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Esempio emblematico, di tale costante senso di colpa da parte degli operatori nel campo della letteratura per ragazzi, è stata senza dubbio la recentissima decisione (anche pedagogicamente condivisibile) della Association for Library Service to Children statunitense di modificare il nome del premio annuale assegnato nel campo della Letteratura per l’Infanzia, dal vecchio “Laura Ingalls Wilder Award” al nuovo “Children’s Literature Legacy Award“, in modo da prendere così le dovute distanze dalla famosa autrice del classico bestseller Little House on the Prairie, primo libro della lunga serie di romanzi, dai quali fu successivamente tratta l’omonima famosa serie televisiva.

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Nei 9 romanzi scritti dalla Wilder a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, sono effettivamente molto evidenti i sentimenti anti-amerindi e anti-neri dei personaggi, ma se questo fatto è cosa normalissima per una scrittrice che ai primi del ‘900 raccontava l’infanzia trascorsa in una famiglia di pionieri, specie agli occhi di un’adulto appassionato di storia o letteratura (che sa bene che la storicizzazione di ogni giudizio etico o politico fa parte delle operazioni basilari che si devono sempre compiere quando ci si avvicina ad un’opera del passato), non si può certo pretendere la stessa obiettività di giudizio da una bambina o da un bambino che invece, approcciandosi alla lettura per la prima volta nella sua vita, si veda consigliare dalla sua famiglia o dalla scuola testi in cui i personaggi positivi della storia assumono atteggiamenti razzisti o sessisti, perché ciò che inevitabilmente penserà è che quella sia la norma.

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Quello che abbiamo notato nei romanzi della Laura Ingalls Wilder, lo notiamo praticamente nella quasi totalità della cultura popolare statunitense di quel periodo storico e su tutti valga l’esempio di uno dei film più famosi e visti della storia del cinema, Gone with the Wind, prodotto nel 1939 da David O. Selznick, su regia di Victor Fleming e sceneggiatura di Sidney Howard dall’omonimo bestseller di Margaret Mitchell del 1936: il modo con cui tutte le donne e gli uomini neri sono tratteggiati nella pellicola sono un campionario dei luoghi comuni razzisti del periodo, oscillando dalla figura del “negro” buono e mansueto (che accetta come regola naturale o divina di servire senza lamentarsi) a quello vigliacco ed infingardo, fino al ribelle maligno che dopo la sconfitta dell’esercito sudista lucra con disprezzo, approfittandosi come un iena o un avvoltoio delle miserie degli uomini bianchi sconfitti.

Nella clip estratta dal film e sopra riportata, osserviamo la schiava Prissy, perdere tempo in modo incosciente mentre la sua padrona Melanie sta per partorire, invece di correre a cercare un dottore come le era stato chiesto, salvo poi fingere preoccupazione non appena si accorge di essere vista da un’altra padrona bianca, rivelatasi poi essere la stessa Scarlett O’Hara : se oggi la visione di questo film è imprescindibile per chiunque si dichiari amante del bel cinema e della sua storia e se esso resta comunque, aldilà dei doverosi distinguo storici, una meravigliosa storia d’amore e di perseveranza di orgoglio femminile, nessuno tuttavia lo userebbe mai come strumento educativo per delle bambine o dei bambini, se non come esempio didattico di falsa propaganda in una lezione di storia americana.

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Anche la letteratura tradizionale è piena di esempi di revisionismo e rewriting, a volte anche maldestri, come nel caso del libro probabilmente più famoso (non già per la difficoltà dell’enigma, ma per l’originalità radicale con cui l’autrice declinò in modo innovativo il teorema della camera chiusa) delle celeberrima Agatha Christie, che nel 1939, adattando l’omonima sua commedia teatrale, diede alle stampe il romanzo Ten Little Niggers: il titolo venne scelto inizialmente per via dell’uso che si fa nella trama di una famosa filastrocca popolare per bambini, pubblicata negli USA da Septimus Winner nel 1868 ed in Inghilterra da Frank Greene nel 1869 (le influenze reciproche delle due tradizioni folcloristiche rendono difficile oggi stabilire con precisione la paternità originale), ma già pochi anni dopo la prima pubblicazione, malgrado i singoli versi dell’antica cantilena fossero rimasti gli stessi per molto tempo all’interno del libro, il romanzo ricevette comunque il nuovo titolo di Ten Little Indians (a cui per un certo periodo si affiancò anche un Ten Little Soldiers ed il sottotitolo, a volte lasciato da solo, di And Then There Were None) e tale rimarrà poi per sempre, visto che si preferì non offendere la popolazione di colore, senza tuttavia farsi problemi con quella dei nativi americani, in un delirio di razzismo impacciato e caciarone.

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Per chiunque abbia letto il libro, è chiarissimo che da parte della scrittrice inglese non c’era il benché minimo intento razzista o denigratorio nell’usare quella filastrocca come stratagemma narrativo nel suo plot romanzesco, eppure quel titolo venne modificato affinché una reazione di una parte del pubblico non ne pregiudicasse in qualche modo le vendite e questo è stato chiaramente alla base anche della decisione della Disney di censurare alla fine degli anni ’60 i personaggi di Sunflower e Otika.

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Tornando ora proprio alla questione del segmento filmico di Fantasia, leggendo i commenti sui tantissimi siti di discussione del materiale audiovisivo e cartaceo della Disney, s’incontra un campionario umano affascinante e variegato, in cui si alternano ingenuità e praticità, ma dove ciò che spesso salta agli occhi è il significato della difficile vita quotidiana di genitori ed educatori di etnia non imperante o comunque minoritaria, alle prese con l’educazione dei loro figli: come la signora dal nickname di LucilliaSnowfox, che nell’Aprile di quest’anno, sotto ad una serie di interventi di altri utenti molto saccenti, dove venivano proposte alternative fantasiose per salvare dall’oblio i due personaggi di Sunflower e Otika (come cambiare la storia del segmento ridisegnando l’intera sequenza animata), scriveva «Do you want young black girls today to look at hers and see themselves less than the pretty white/Caucasian centaurs? No, I don’t want my children to see that, reason why I have to watch every old cartoon, from the 60’s back to the 40’s, to make sure my siblings don’t have to see that. They are an insult and a racist image that can demoralize young girls (Volete che oggi le giovani ragazze nere le guardino e si vedano inferiori ai bei centauri bianchi / caucasici? No, non voglio che i miei figli vedano tutto questo, motivo per cui io mi sono costretta a guardare tutti i vecchi cartoni animati, dagli anni ’60 fino agli anni ’40, per assicurarmi che i miei fratellini e sorelline non debbano vederli. Sono un insulto ed un’immagine razzista che può demoralizzare le ragazze

Die-Welle

Mettendoci nei suoi panni, possiamo noi, in tutta onestà, dare torto al senso di disagio che questa anonima utente nutre nei confronti di un prodotto comunque mainstream e di grandissima influenza mediatica sui giovanissimi di tutto il mondo? No, senza dubbio e per questo il problema va risolto in altro modo: essere in grado di studiare e capire i contorni storici degli errori del passato, compresi gli orrori più indicibili, non significa giustificarli, mentre annullarne il ricordo, fingendo che non siano mai accaduti, non solo è sbagliato storicamente, ma è anche pericoloso, perché apre le porte alla possibilità che l’oblio generi assoluzioni immeritate e con esso arrivi il rischio della ripetizione.

Sessism-in-advertising

Il cinema, la tv, la letteratura (scritta e disegnata) e tutta l’arte in genere sono da sempre espressioni della società in cui vivono gli autori che le pensano e le creano, tanto quanto la pubblicità o i discorsi elettorali dei vari uomini politici e come tali sono tutte intrise di valori morali e sociali (sia promossi, sia al contrario combattuti) che tuttavia per loro natura sono mutevoli nel tempo, assieme ai costumi della stessa società: accettare questa banale e semplice evidenza dovrebbe essere il primo passo per capire davvero il valore di ogni espressione del passato.

Il-Trionfo-di-Achille,-Corfu

Ogni regime dittatoriale o assolutista, sia esso di natura squisitamente politica (come quelli caratterizzati dal nazi-fascismo della prima metà del ‘900 o dal comunismo applicato in Russia, in Cina ed in alcuni paesi asiatici) o anche religiosa (come quelli dei paesi in cui l’intero sistema politico e giuridico si basa sull’applicazione ortodossa di testi sacri) è da sempre caratterizzato da una riscrittura del passato, attraverso un meccanismo di narrazione degli eventi accaduti che veda in essi la giustificazione delle azioni presenti dei governi, ma ciò che spesso si sottovaluta è che anche nelle democrazie più evolute tale riscrittura è ugualmente presente, ovviamente più sottile e meno radicale, ma sempre voluta dall’assetto del potere costituito, specie se gli interessi economici dei grandi gruppi commerciali coincidono con quelli della classe politica, in base ad una regola di condotta nata durante l’Impero Romano, quel «vae victis» con cui lo storico Tito Livio intendeva l’automatico accanimento del vincitore di una guerra su uno sconfitto incapace di difendersi, passando per prima cosa dalla modifica della cronaca degli eventi bellici, in modo che esaltassero il coraggio e la gloria dei vincitori e denigrassero i perdenti.

Hostiles

Gli esempi sono molteplici ed anche molto vicini alla nostra memoria: ad esempio, indipendentemente dalla inequivocabilmente sacrosanta condanna etica e filosofica delle atrocità innominabili commesse dal Terzo Reich, è tuttavia evidente per chiunque abbia studiato un minimo la Storia che l’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale si sia mosso con molta più avedutezza, coraggio e acutezza strategica di quanto non sia stato raccontato nella pletora di film bellici prodotti dagli USA per decenni dopo la fine del conflitto, per tacere poi dell’ancor più miserevole comportamento tenuto da intere generazioni di scrittori per il cinema che nascosero il genocidio commesso dal governo federale statunitense nei confronti dei nativi americani, dipingendo nei comics e nei film western quelle popolazioni sottomesse come mostruosi selvaggi incapaci di raziocinio e compassione ed invece colorarono di eroismo le giubbe blù incaricate prima di circondarle e poi di sterminarle in modo sistematico.

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Il cinema, la televisione, i fumetti, la letteratura, sia quando hanno rappresentato specifici strumenti didattici, sia anche quando siano invece stati solo strumenti di svago, hanno influenzato e determinato la scala di valori di ogni individuo, che sin da bambino è cresciuto imparando dagli adulti chi fossero i cattivi e chi i buoni, chi imitare e chi invece disprezzare o temere, con lo stesso meccanismo impositivo con il quale la società occidentale ha inculcato diritti e doveri legati ad un gender sessuale massimalista (che non tenesse in conto alcuna variabile), dapprima forse per giustificabili necessità fisiche di sopravvivenza (in epoca preistorica) e successivamente solo per volontà egoistica di mantenere posizioni di privilegio.

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Il passato, con i suoi esempi e le sue storie, è da sempre un nemico pericoloso di qualsiasi regime usi la menzogna per convincere e come tale è un sorvegliato speciale nelle aule scolastiche, nella stesura delle antologie, dei dizionari, delle enciclopedie ed ovviamente nell’infinita narrazione affabulatoria del fantastico e della fiction: oggi ci ritroviamo nella costante tentazione di vivere ogni tempo in un continuo presente, senza diacronicità ma in cui tutto è steso circolarmente in modo sincronico e come tale giudichiamo ogni colpa ed ogni ragione, ma è solo un’illusione.


In questo post abbiamo citato le seguenti opere d’ingegno artistico

The Three Little Pigs“, USA, 1933
Cortometraggio della serie Walt Disney’s Silly Symphony
Regia: Burton F. Gillett
Animazione: F. Moore, J. King, D. Lundy e N. Ferguson

One More Spring“, USA, 1935
Regia: Henry King
Soggetto e Sceneggiatura: Edwin J. Burke
dal romanzo omonimo di Robert Nathan

Bagatelles pour un massacre“, FRA, 1937
Scritto da Louis-Ferdinand Céline

Gone with the Wind“, USA, 1939
Regia: Victor Fleming
Soggetto e Sceneggiatura: Sidney Howard
dall’omonimo romanzo di Margaret Mitchell

Fantasia“, USA, 1940
Supervisione generale sceneggiature: Joe Grant e Dick Huemer
The Pastoral Symphony
Regia: Ford Beebe Jr., Jim Handley, Hamilton Luske
Soggetto e Sceneggiatura: O. Englander, W. Smith, E. Penner, J. Sabo, B. Peet e V. Stallings

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40 pensieri su “La sindrome di Sunflower e Otika: Obliazione e Rewriting

  1. E’ particolarmente opportuno che tu abbia inserito in questo post un fotogramma di Hostiles – Ostili, perché in effetti questo film è l’ultimo anello di una catena cinematografica partita addirittura negli anni 70: quella del western revisionista, un filone teso a smitizzare l’eroe della frontiera e a puntualizzare che gli indiani d’America non erano affatto i cattivi della situazione.
    Questo revisionismo cinematografico è legato a doppio filo alle vicende politiche di allora. In quel periodo infatti gli americani stavano sfogando tutta la loro brutalità sui vietcong, e alcuni autori (non solo nel cinema, ma anche nella letteratura western) usarono la loro arte per far capire che non c’era niente di nuovo in questo: al contrario, la tendenza a perdere ogni scrupolo e ogni umanità nel rapportarsi con un popolo ritenuto inferiore gli americani l’avevano sempre avuta, fin dagli albori della loro recente storia.
    Chiaramente quei registi volevano anche usare il western per sensibilizzare l’opinione pubblica: con i loro film revisionisti volevano dire alle masse “Guardate come ci siamo comportanti con gli indiani, e giudicate voi se è il caso di ripetere lo stesso errore con i vietcong.” Non ce n’era bisogno: più che la loro fiction, furono le foto e i video reali a scuotere gli americani e a fargli capire quale tremendo errore stessero commettendo. Lo prova ad esempio la vicenda di Kim Phuc: la sua foto colpì così profondamente gli americani che furono loro stessi ad assegnare il premio Pulitzer al fotografo vietnamita che la scattò.
    Adesso nei confronti delle minoranze c’è l’atteggiamento opposto: si ha una tale paura di urtarle che gli sceneggiatori “devono” per forza inserire un personaggio gay e uno nero in ogni singola storia, e naturalmente ciascuno dei 2 dev’essere un angioletto con il cuore d’oro. Trovo che questo sia offensivo allo stesso modo delle discriminazioni che hai elencato: chi appartiene ad una minoranza infatti vuole essere trattato come tutti gli altri, quindi di norma si sente ferito non solo dalle discriminazioni, ma anche dai trattamenti di favore.
    Tornando ad Hostiles – Ostili, dovessi formare un podio dei film più belli usciti nel 2018 si giocherebbe la medaglia di bronzo con Nella tana dei lupi. La medaglia d’argento invece la darei a Bent – Polizia criminale, e quella d’oro a Fire Squad – Incubo di fuoco.

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    • Buongiorno Jonathan, grazie per trovare sempre il tempo di passare a commentare i miei post e di qualsiasi argomento siano, oltretutto!
      Non solo, guardi sempre con grande attenzione persino le foto ed i filmati che metto nei post, tanto che hai subito colto, senza nemmeno io lo avessi citato nel testo, il riferimento (assolutamente da me voluto) del fotogramma di Hostiles!!!
      Lasciati poi dire che questa volta sei stato davvero maestoso: sentirti parlare di western, sia esso della cosiddetta golden age, sia della sua fase crepuscolare e revisionista (o se vogliamo, salvifica e consolatoria), è sempre un piacere, perché aldilà delle opinioni personali sulla questione e sul genere specifico, quando tu parli di western lo fai con una cultura davvero impressionante di film visti e rivisti e su quel genere sei da sempre un vero maestro, laddove per “vero” s’intenda uno che sa distinguere (storicizzare?) una storia e guardi il film, come fai tu, per ciò che è davvero ovvero ritmo, messa in scena, meccanica, recitazione, immediatezza, romanticismo, etc…. Le nostre chiacchierate e soprattutto i commenti che anche in passato hai fatto sui film di John Ford, Zinnemann, Sturges e perisno di Fritz Lang (con la sua indimenticabile incursione nel western di Rancho Notorius) sono per me stati sempre illuminanti e così è accaduto anche questa volta.

      Sia chiaro che i tuoi commenti sono sempre graditi, anche quando ti limiti ad usare un post altrui come pretesto (noi ermenàuti lo facciamo sempre!) per parlare di tutt’altro, ma questa volta, oltre alla simpatia, mi hai regalato delle perle di critica cinematografica che conserverò con cura, avendo tu saputo tratteggiare in poche righe il percorso del cinema western dagli anni ’70 della ribellione, fino all’ipocrisia imperante dell’attuale mondo dei media, dove, senza più alcun intento davvero liberatorio o di protesta, ci si limita oggi a seguire le leggi del marketing…

      A tale proposito, infatti, è interessantissimo vedere come due blogger, miei amici e frequentatori reciproci dei nostri rispettivi siti, come te e come il Barman del Club, pur nella netta diveristà dei temi trattati sui vostri rispettivi siti, abbiate in questa occasione, sotto al mio post, lasciato due commenti in cui entrambi parlate dell’ipocrita e della falsa inclusività delle minoranze etncihe e di geneder nei casting e nei plot dei film e dei serail televisivi in circolazione… Un momento di cultura bellissimo!

      Grazie, grazie, grazie!

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      • La vera inclusività delle minoranze etniche è quella realizzata da McFarlane con il suo Spawn.
        Prima di allora, nel mondo dei fumetti c’erano soltanto 2 supereroi di colore (entrambi della Marvel): Pantera Nera e Luke Cage. Il primo era un eroe senza macchia, l’altro un sottoprodotto dei ghetti che si scomodava a salvare qualcuno soltanto dietro lauto compenso (e infatti si faceva chiamare “hero for hire”). In pratica Luke Cage era un residuo dell’era in cui i bianchi ritraevano i neri in maniera negativa e stereotipata, Pantera Nera invece era il personaggio nero “fin troppo perfetto” di cui parlavo ieri.
        Spawn invece è stato un esempio di vera inclusività delle minoranze, perché veniva ritratto in maniera realistica, con i suoi pregi e i suoi difetti, senza né trattamenti di favore né offensivi stereotipi razziali.
        Sto parlando di Spawn al passato perché non lo leggo più, ma in realtà il fumetto viene pubblicato ancora, e anzi è uno dei pochi residui dell’era in cui la Image provava a diventare la terza casa dei supereroi oltre alla Marvel e alla DC: adesso questa politica è stata abbandonata da tempo, e la Image pubblica quasi esclusivamente miniserie indipendenti che con i supereroi c’entrano poco e niente. Questa ristrutturazione dell’Image ha mietuto una vittima davvero eccellente: la mia amata Witchblade, che adoravo anche più di Spawn. Anche perché Spawn con gli anni è decaduto in una maniera incredibile, Witchblade invece si è mantenuto su livelli altissimi di qualità fino all’ultimo numero. E forse è stato meglio così: almeno ha chiuso in bellezza.

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        • Ancora una volta, John, debbo togliermi tanto di capello di fronte alla giustezza delle tue affermazioni: ho sempre pensato anch’io che Luke Cage, malgrado il suo indiscutibile primato di essere stato il primo supereroe di colore, sia stato solo un tentativo azzoppato di descrivere in modo realistico la situazione dei neri d’America o forse, cosa ancor più triste, sia stato il primo vero approccio del marketing avanzato della casa delle idee nel cercare di vendere ad una fetta di mercato più ampia un prodotto che comunque non destabilizzasse troppo l’apatia dei bianchi riguardo le lotte di liberazione… Ma è la tua osservazione su Spawn che voglio celebrare, perché è davvero geniale!

          La tua lettura di un fumetto, che per tantissimi altro versi è stato sensazionale, è originalissima eppure anche incredibilmente azzeccata! Posseggo ancora tutti i numeri di Spawn della Star Comics ed anche buona parte di quelli della Panini anche se dopo un po’ abbandonai la testata (hai fatto in tempo a leggere a suo tempo la miniserie scritta da Alan Moore, quel Faida di sangue in 4 parti disegnato da Tony Daniel? Fu per me l’incursione più bella nell’universo di Spawn oltre ovviamente a tutto il corpo scritto e disegnato da Todd McFarlane!)…

          Chiudo la mia risposta con un ringraziamento alla tua citazione di Witchblade, serie che ho amato moltissimo per buona parte della sua travagliata vita editoriale, ma certamente l’uscita di scena per motivi di salute del maestro Michael Turner ai disegni ha segnato un duro colpo e questo malgrado anche le storie di Silvestri fossero splendide…

          Insomma, mi hai fatto omaggio di due commenti corposi e profondi, pieni di cose su cui riflettere ed anche se non posso ripagarne il valore, ti regalo comunque un video ed una canzone dell’artista Giappo-Americana Mitski, che ho scoperto grazie ad una playlist pubblicata su Instagram da Elle Fanning: il brano di cui mi sono innamorato è per l’appunto Nobody, di cui ti linko il video. Ciao amico!

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          • Possiedo ogni singolo numero di Spawn in versione italiana, ma non ricordo se smisi di leggerlo prima o dopo il contributo di Alan Moore. Ad ogni modo, è probabile che io abbia letto quella miniserie, perché quest’abitudine di chiamare delle superstar a sceneggiare Spawn McFarlane ce l’aveva soprattutto all’inizio: poi capì che la sua creatura era in grado di mantenersi in vita anche senza queste trovate ad effetto, e quindi smise.
            Riguardo a Nobody, più che la canzone mi è piaciuto il video, perché è ricco di tocchi surrealisti davvero originali. Grazie mille per i complimenti e per avermelo fatto scoprire, e a presto! 🙂

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  2. …si è solo un’illusione, hai proprio ragione(!). Come al solito, bellissimo articolo che centra proprio il bersaglio su come la società dei consumi utilizzi i media per i suoi stereotipi, per poi cambiare le carte in tavola a seconda delle situazioni. Non è casuale che uno dei grandi stratagemmi per cancellare gli errori della Storia, non è la menzogna ma, l’omissione. Personalmente rido quando nei film americani, per una sorta di compensazione storica, danno quasi sempre (in questi ultimi s’intende) certi ruoli d’importanza a livello di facciata sociale ad attori di colore, tipo: Il capo della polizia, il giudice, il direttore di una scuola o di una banca, ecc. ecc. come a dire, diamogli il contentino così pareggiamo i conti. Mi dispiace, i conti non tornano…
    Molto significativo il fotogramma del film “L’onda”, in cui le coscienze, soprattutto vergini, si possono manipolare in senso totale, lo vediamo in questi mesi, così come in tanti altri momenti del passato, in cui, amplificare l’odio è una questione semplicissima. E ci si riesce benissimo. Com’era quel detto? i leoni camminano da soli e le pecore in gruppo? Non lo so, il problema è che da sempre le masse si fanno condizionare dalle scelte di pochi.

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    • Ed ancora una volta, amico Barman, arrivi ad impreziosire i miei post, con un altro dei tuoi commenti succosi, dove non ti limiti mai (e ripeto, MAI) a salutare con frasi di circostanza ma trovi il termpo per assorbire una parte del discorso fatto nel post e fornire la tua elaborazione, come in questo caso per l’appunto, dove sei partito dall’accettazione delle mie conclusioni per fornire le tue osservazioni sulla falsa inclusività delle minoranze nella fiction statunitense (filmica o televisiva non cambia), smascherando la falsità di fingere che nella società nordamericana le minoranze abbiano davvero ruoli di leadership (questa la vera menzogna), nell’illusione che il pubblico degli spettatori (consumatori) vedendo questo simulacro di potere sociale rappresentato drammaturgicamente, lo trasformi in realtà nel loro immaginario, come raccontare che la polizia ci aiuta sempre o che l’esercito ci salvi dai nemici e che renda tutti questi racconti reali…

      Non solo io e te e siamo perfettamente in sintonia (l’elaborazione del racconto della realtà diventa narrazione e non più cronaca, così come le news divengono fiaba), ma fortunatamente non siamo soli, come dicevo all’amico Wwayne poco sopra, giunto da punti diversi alla medesima conclusione.

      Grazie davvero, impreziosite tutti il mio blog!

      P.S. Davvero notevole da parte tua l’aver riconosciuto al volo l’immagine dal film tedesco Die Welle/L’Onda, decisamente non molto noto, ma estremamente significativo per l’importanza dell’esperimento sociale stesso, ma adesso che lo scrivo mi rendo conto che non avrei dovuto mai aspettarmi di meno da te…

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  3. Come sempre i tuoi articoli sono pieni di spunti di riflessione e anche questo piccolo saggio in merito al rapporto col passato (scomodo) non è da meno. Non è nascondendo sotto il tappeto certe realtà (che trasudano da opere letterarie, cinematografiche, fumettistiche che, come dici tu, sono lo specchio di un determinato contesto sociale) che si può rifuggire il problema. Anzi, si dovrebbe guardare proprio quella cultura passata con i suoi pregiudizi per riflettere sulla nostra società e sul percorso che, da buon ottimista asimoviano quale sono, che l’umanità pian piano percorre, nell’ottica di una progressiva “evoluzione” quanto a apertura mentale e riconoscimento di diritti fondamentali. (evitando di incorrere negli errori passati) Certo, se parliamo di opere di animazioni ed in generale di prodotti destinati ad un pubblico molto giovane, bisogna stare attenti e le obiezioni della signora LucilliaSnowfox sono comprensibili e la contestualizzazione diviene ancor più d’obbligo.
    Nel mio piccolo, aggiungo un esempio nel quale si è realizzato un caso forse unico nel suo genere. Non si tratta né di oblio né di riscrittura (in “positivo”) di un’opera passata bensì dell’opposto. Come dire, si passa da un eccesso ad un altro.
    Da fan della storica serie britannica Doctor Who ho visto lo speciale episodio natalizio dello scorso anno. In tale occasione, doppiamente importante perché segnava non solo il passaggio di testimone da un interprete ad un altro nel ruolo del Dottore ma addirittura perché apriva le porte della TARDIS per la prima volta ad una donna-Dottore, lo showrunner (il geniale Moffat) ha deciso di includere nel predetto episodio anche il personaggio del primo Dottore che avrebbe interagito col suo futuro sé. Al posto di William Hartnell, deceduto da tempo, a dare vita allo storico primo Dottore è stato scelto l’ottimo David Bradley. Nella scrittura del primo Dottore e nei dialoghi con il sé stesso futuro (il dodicesimo Dottore), è stato caratterizzato in modo da risultare sotto molti aspetti fondamentalmente un misogino. In inglese potremmo definirlo a “chauvinist”. Avendo visto diversi episodi della prima storica stagione (quella del 1963), non mi è mai parso di vedere agire un maschilista che minacciava di sculacciare donne o fare battute sessiste e non sono l’unico ad avere notato ciò. L’errore in cui è caduto pure un ottimo sceneggiatore come Moffat è stato quello di forzare la mano e riscrivere gli anni ’60 con gli occhi di una persona del 2000, con il chiaro intento di evidenziare ancor di più lo storico passaggio al primo Dottore della serie ad essere di sesso femminile. Penso che sia un caso unico, quello di rappresentare un passato che, seppur con problematiche, valori e sensibilità differenti dal nostro, non era quello che uno show nazionale come DW rappresentava.(il quale, anzi, era uno dei prodotti culturali “educativi” più all’avanguardia ed era stato ideato da una donna, tra l’altro).

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    • Oltre ovviamente a ringraziarti per le belle parole sul mio post, debbo stringerti virtualmente la mano per l’azzecatissimo esempio che hai portato, con quella sorta di revisionismo al contrario, con cui Moffat ha praticamente riscritto lo spirito del primissimo dottore, apparso in origine nella serie classica e dalla cui prima stagione come ben saprai mancano decine di episodi oggi introvabili anche in Inghilterra (come si sarà comportato il dottore in quegli episodi?): questa vicenda da te riportata, di effettivo rewriting effettuato da Moffat, presenta molteplici stratificazioni di significato (si è trattato davvero solo di un errore oppure Moffat ha voluto portare in pubblico ciò che i collaboratori dicevano dell’attore William Hartnell in privato ed ovvero che fosse un razzista, in particolar modo antisemita?) che soltanto un vero studioso del Doctor Who poteva fare…

      Visto che nel post ho parlato anche del modo con cui oltre alla razza anche il gender diventa uno strumento di potere, sempre in un’ottica massimalista e questo mi porta inevitabilmente al giustamente da te definito geniale Steven Moffat: la sua sceneggiatura dell’episodio speciale di Sherlock The Abominable Bride è forse il manifesto femminista più sincero ed accorato scritto da un uomo ed ancora in buona parte non compreso completamente dal pubblico.

      Restando vicini al dottore, invece, approfitto dell’occasione per invitare chiunque in questo momento stia leggendo queste righe a visitare il tuo monumentale articolo scritto al proposito: 5 motivi per iniziare a guardare “Doctor Who”

      Grazie di scrivere così bene, Amulius.

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  4. La storia è anche questo, capire e studiare ciò che è stato detto e fatto. Tutto passa anche da quel che è stato proiettato e prodotto, come nei casi che hai citato, perché si è trattato di uno specchio attraverso il quale si è vista l’anima di quei primi anni del ‘900.
    Tornarci sopra, cancellare e rimediare può avere un senso, certo, ma occorre fare rimanere anche la memoria di quanto è stato cancellato, perché di tanto in tanto fa bene sbatterci su il naso e sanguinare un po’.
    Bel post!
    ps.: hai email

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    • Hai colto perfettamente lo spirito del mio post, che come sempre parte dal cinema per parlare della nostra vita…

      Sono ancora in treno… Weekend bizzarro… Ho visto la notifica della tua mail ed appena vado al pc sarà un piacere leggerla per bene!!!

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  5. Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    (mi sono messo in auto-punizione e devo scrivere la frase alla lavagna 100 volte)
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.
    Io sono uno stronzo.

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  6. Si, sono uno stronzo.
    Perchè predico bene e razzolo pessimamente: prima facci tutto il figo e scaglio i miei dardi contro di te perchè pubblichi e commenti durante feste e ponti, quando sono lontano da tastiere e connessioni decenti, poi, quando ascolti il mio consiglio e pubblichi di giovedi, che faccio io? Trovo tempo per rispondere solo 5 giorni dopo.
    Sono uno stronzo.

    Quindi riprendo la punizione.

    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io
    Lo stronzo sono io

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  7. Fare pubblica ammenda della mia colpa era condizione indispensabile per poter commentare con un briciolo di credibilità queste splendide pagine che ci hai regalato.
    Perchè ancora una volta, caro amico, hai trovato una prospettiva poco conosciuta da cui osservare gli avvenimenti e da questa posizione obliqua le cose non assumono già una dimensione più vera (ammesso e non concesso che il vero esista, ne discutevamo anche altrove) ma almeno più completa.
    Il pensiero laterale è uno strumento di comprensione importante per non farsi trarre in inganno da ciò che abbiamo innanzi e la parola magica è CONVENZIONE, declinata nelle sue molteplici sfaccettature (abitudine, convenienza, opportunità, pregiudizi, etc). Ciò che accade è sempre figlio del suo tempo: non solo è sbagliato giudicarlo con un metro diverso (o almeno farlo SOLO con un metro diverso da quello dell’epoca), ma è altresì pericoloso cancellarlo perchè la memoria storica è importante soprattutto quando evidenzia gli sbagli commessi dall’Uomo perchè è solo così che si può sperare di non ricadere negli stessi errori. Immagina lo scandalo se venissero cancellati tutti i documentari o le immagini sull’Olocausto perchè urtano la sensibilità di qualcuno….
    Ma siccome hai detto tu e nelle discussioni dotte qui sopra riportate ne hai disquisito ulteriormente cerco di andare un po’ oltre nella disamina, portando qualche elemento in più.
    Nelle pellicole da te citate, il peccato di cui tutti cercano di emanciparsi cancellandone le prove è quello della Discriminazione: sessuale, razziale, etnica, religiosa, etc.
    Purtroppo viviamo in un’epoca dove questi sentimenti discriminatori hanno incresciose e pericolose recrudescenze e mi faccio una domanda: vuoi vedere che il politically correct bigotto da cui siamo tempestati produce l’effetto contrario? Anche perchè certe discriminazioni (pur essendo sbagliate sempre) sono più comprensibili 50 anni fa che non oggi, giacchè all’epoca i motivi che potevano portare gli uomini ad accomodarsi su posizioni discriminatorie erano l’ignoranza, la paura, il conformismo e non già un odio vero e proprio. Oggi queste attenuanti non ci sono più: chi è sessista o razzista sa benissimo cosa significhi e cosa comporti il suo sentimento, e quindi è doppiamente grave perchè più consapevole.
    Ora però devo salutarti, perchè da bravo ermenauta ho lanciato la mia provocazione ma è tempo di scappare. La pausa caffè è terminata da 5 minuti e le mie sudate carte mi stanno reclamando…
    Scappo al lavoro, quindi.
    Ma ancora una volta ringrazio te, fratello ermenauta e dispensatore di conoscenza.
    Spero tu saprai apprezzare l’abbraccio del tuo amico stronzo.

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    • In una apoteosi di ermenàuticità, dopo aver letto il tuo primo esplosivo commento ed il secondo, con il prosieguo di quella pazzesca punizione che ti sei autoinflitto ed infine il terzo, dove non solo mi omaggi, ma aggiungi delle affascinati opinioni sul pericolo che il politically correct possa esso stesso, nella sua matrice ipocrita e non evolutiva, creare reazioni aggressive, ebbene, dopo tutto questo, ho deciso di risponderti con un video, ovviamente ermenàutico e come tale off topic dal tuo stesso commento… Ma non del tutto…

      Qui sotto il link del video, bye!

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      • Amico mio mi sono quasi commosso vedendo la tua risposta artificiosa (laddove “artificiosa” è usato con accezione positiva, s’intende)
        Perchè addirittura realizzare un video per rispondere ai miei deliri è senz’altro più di quanto possa meritare, perchè se è fuori discussione che la mia non è mai poesia, non può essere messo mai minimamente in dubbio la generosità che tu dimostri con chi ha il piacere di intelluagire* con te.

        *= intendasi neologismo realizzato dalla crasi di due parole: INTELLETTO + INTERAGIRE

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  8. E’ incredibile come una cosa del genere sfugga a molte persone oggigiorno. Soprattutto dovrebbe far riflettere come una nazione come l’America, baluardo della democrazia e della libertà, fosse incredibilmente razzista e desse privileggi sono a “pochi eletti”. Anche la Disney, così vicina a grandi e piccoli, si è dimostrata molto razzista nei confronti degli altri (per non parlare poi del periodo durante la guerra in cui sono usciti molti cartoni razzisti nei confronti dei giapponesi). Non so perché ma leggere questo articolo mi ha fatto pensare alle parole di Kaufman sul licenziamento di Gunn: “La Disney dovrebbe licenziarsi da sola per tutti i suoi film sessisti e razzisti” (lode a quell’uomo).

    Ovviamente per come sono cambiati i tempi, molti si vergognano di quei prodotti e di quelle pubblicità e cercano in tutti i modi di sbarazzarsene, ma comunque rimaranno sempre lì per quanto uno possa sforzarsi di cancellarle.
    Un articolo incredibile e sappi che ho molto apprezzato il film Hostiles, pellicola a mio modo incantevole ma che in pochi hanno visto.

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    • Carissimo Butcher, il tuo commento, di cui ovviamente ti ringrazio, è praticamente un aggiunta al mio stesso post, perché hai preso e discusso l’argomento che stava nel suo cuore ed ossia lo stupore per noi contemporanei che in un paese come gli Stati Uniti d’America si sia tollerato per così tanto tempo un razzismo talmente sfrenato da essere quasi incomprensibile e soprattutto con l’avvallo che ha ricevuto da tutte le grandi aziende e anche dal governo federale, ma oggi, essendo questo ormai inaccettabile, gli stessi che hanno esercitato questa forma di razzismo pensano di poter semplicemente lavare la vergogna con un colpo di spugna, quasi fingendo che non sia accaduto nulla, ma non è così e chi ha memoria lo ricorda.

      Hostiles è un film molto bello, ma stranamente passato un po’ in sordina, malgrado ci fosse di base il traino pubblicitario di un attorone come Christian bale, ma evidentemente ancora oggi è più facile attirare il pubblico in sala con delle forme di eroismo di cartapesta e di facciata piuttosto che trattare certi argomenti.

      Non ho voluto insistere troppo nel post sul razzismo perché era per me più importante porre l’attenzione sull’altrettanto pericoloso fenomeno dell’oblio… Scordare le atrocità è come commetterne delle nuove.

      Grazie sempre della tua gentilezza e pazienza, amico.

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  9. Avete detto tutto voi nel post e nei commenti qui sopra. É per questo che non mi piacciono i reeboot o remake o similari. Ogni film o serie od opera letteraria è figlia del suo tempo, magari a guardarla ci fa storcere il naso per alcune situazioni o pensieri sociali, ma bisogna sempre tenere presente in che epoca ha preso vita. E secondo me non ha alcun senso censurarla o riscriverla.
    Ti faccio un esempio recente. Nella nuova fiction Rai feat. Netflix c’è questo giovane poliziotto di colore. Praticamente ad ogni episodio c’è qualcuno che lo offende o che diffida di lui, sia semplici cittadini che colleghi. Ciò rispecchia pienamente la mentalità della nostra società. Magari tra 50 anni tutto questo rancore non ci sarà più e qualcuno penserà di dover censurare questo prodotto, sbagliando perché come per l’Olocausto è solamente la memoria che potrà far sì che impariamo dai nostri errori.
    Mchan
    Ps: spero di essermi spiegata abbastanza bene, che sono dal cell e per me scrivere da qui è una fatica colossale

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    • Come ti capsico, gentilissima mchan… Anch’io mi trovo spessissimo a dover rispondere ai commenti, in modo anche complesso, usando la tastiera dello smartphone e se penso poi, per fare prima o per avere le mani libere, di dettare la mia risposta al telefono, allora apriti cielo! Vengono fuori delle cose obrobriose, con una sfilza di errori che nemmeno fossi stato buttato fuori dalla scuola dell’obbligo in terza elementare!

      Inoltre, so di avere quel pizzico di dislessia da tastiera, per il quale commetto sempre i soliti errori, come scrivere «tanti slauti» invece di «tanti saluti»… Sob!

      Venendo al tuo commento, sono ovviamente più che daccordo con te ed anzi ho costruito proprio il mio post non già sul razzismo al cinema o in letteratura, ma sulla falsa percezione del reale in base alla quale nel presente ci si vergogna di un passato colpevole modificandone la narrazione e questo, come diciamo sia io che te, è non solo sbagliato ma anche pericoloso…

      Grazie di avermi letto, dico sul serio e di lasciare ogni volta che lo fai un segno intelligente del tuo pensiero…

      P.S. Mi dispiace che non recensisci più spesso fiction e e film… Mi piace leggere le tue osservazioni.

      P.P.S. Sai che non ho capito quale sia la fiction di cui hai parlato nel commento?

      Mi piace

      • Innanzitutto grazie per i complimenti, sei sempre molto gentile.
        La fiction di cui parlo è Nero a metà, andata in onda su Rai 1 con protagonista Claudio Amendola ed il giovane Miguel Gobbo Diaz. Oltre a trattare un tema molto attuale come l’integrazione ed il razzismo è praticamente ambientata vicino casa mia quindi è anche un piacere visivo vedere i posti a me famigliari.
        Cerco di recensire almeno un film od una serie al mese, ma ultimamente vedo solo serie tv che sono decisamente più lunghe per cui prima o poi arriverà qualcosa.
        Mchan

        Piace a 1 persona

        • Sono io che ringrazio te per la precisazione e ti dirò che capita una cosa simile anche a me, quando guardo, onestamente in modo un po’ saltuario, le puntate della fiction di genere crime Coliandro, il piacere della cui visione è diviso tra i gradimento delle storie, comunque sempre abbastanza articolate ed accattivanti il piacere di riconoscere le strade ed i vicoli della Bologna dove abito.

          Debbo ricontrollare il tuo blog, perché non vorrei essermi fatto scappare qualcuna delle tue recensioni mensili…

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