Eroe ed Onore nel Cinema Americano e Giapponese – Capitolo 5: lo Scudo di Paglia e altri eroi anomali

Shield-of-Straw-01Takashi Miike è un genio, su questo si può dormire tranquilli, ma non sempre i suoi film sono di facile lettura per noi occidentali, già abbastanza inorriditi dalla sua incredibile prolificità e dalla sua volontà di agitatore degli umori e delle censure: l’uso viscerale della violenza estrema, del gore e dello splatter (in alcuni casi pornografia della tortura allo stato puro), rendono la visione degli stessi scomoda e sconvolgente per noi europei, privi come siamo di quella mediazione visiva operata dai manga e dagli anime, i quali spesso si frappongono tra il testo letterario originale e la sua traduzione in live-action, scardinando ed in parte disinnescando la morbosità del suo indugiare sul dettaglio scabroso.

Yattaman-02E’ doveroso però precisare subito che le sue pellicole non contengano mai vere ambiguità morali: la violenza e la colpa sono per lo più rappresentate in modo distaccato, senza che l’autore prenda posizione oppure, quando presente, la pietas è sempre e comunque verso le vittime.

L’errore comune (spesso praticato dai censori) è quello di giudicare i film di Miike come istigatori alla brutalità ed alla ferocia, non cogliendo minimamente che l’elevazione lirica della violazione del corpo umano e le sue lacerazioni che egli compie sono un modo per far tornare l’exploitation dalla deriva di bassa macelleria, in cui si era perso, all’arte vera: l’elemento politico e sociale è fortissimo, anche laddove appaia quasi mascherato da compiacimento nelle descrizioni anche più crude e realistiche delle efferatezze compiute dai e sui personaggi dei film del nostro regista di Osaka.

Over-Your-Dead-body-02Sempre, in ogni momento, c’è la costante consapevolezza che la violenza reale e non immaginata è quella non vista, quella dell’esclusione sociale, del ghetto economico e dell’apartheid sessuale, con cui i veri mostri realizzano il vero inferno su questa terra, con gironi danteschi che hanno l’aspetto dei casermoni popolari, degli intonaci insalubri, delle discariche a cielo aperto, della tratta degli schiavi sessuali e lavorativi ed infine dello sfruttamento di tutto ciò che crei reddito a scapito dei più deboli.

Nel costruire sullo schermo questa sorta di iper-neorealismo (fantastico e sadico), il poliedrico cineasta nipponico usa non casualmente le stesse cifre stilistiche usate anche dal cinema cinese e coreano contemporaneo, quando entrambi esprimono quel senso costante di fredda crudezza quotidiana e di quasi abituale convivenza con il dolore fisico e spirituale, in cui si muovono i protagonisti delle loro pellicole, eroi certamente anomali per noi, giacché l’assoluta e disarmante concretezza delle loro storie di abuso è venata di una poesia e di un lirismo certo contrastanti, almeno per i nostri gusti.

The-Story-of-Qiu-JuPrendiamo, ad esempio, “Qiū Jú dǎ guān sī (La storia di Qiu Ju)”, film del 1992 del maestro cinese Zhang Yimou, che, con la sua vicenda di ordinaria ingiustizia tra un potente leader politico ed una giovane moglie (indomita difenditrice dell’onore del marito), si muove in assoluta lontananza dal vigore personalistico e dal pathos con cui un simile plot sarebbe stato trattato dal cinema occidentale, scegliendo praticamente la strada del documentario naturalistico: questa tragedia umana viene infatti seguita da Yimou per tutta la storia con lunghe marce a piedi, in treni affollati, in mezzo alla gente cinese di tutti i giorni, regalando allo spettatore uno spaccato sociale, talmente efficace e veritiero, da non trovarlo tale nemmeno su un documentario di Discovery Channel!

Vive-L'AmourCome dimenticare poi le lunghe e continue carrellate silenziose (senza musica e quasi senza dialoghi) di “Aiqing wansui (Vive L’Amour)”, film del 1994, in cui il regista taiwanese Tsai Ming-liang segue languidamente il precipitare nel nulla assoluto della desolazione urbana, dei tre protagonisti, che resteranno soli, malgrado la strana convivenza nel medesimo appartamento, scandita da rapporti sessuali casuali e completamente senza amore (ironia del titolo).

CycloPoetiche in modo quasi letterario sono, senza dubbio alcuno, le significanze (empatiche e per associazioni) dei liquidi nel film vietnamita “Xích Lô (Cyclo)” del 1995 (sorta di “Ladri di Biciclette” virato “Taxi Driver”), dove Tran Anh Hung, sceneggiatore e regista della pellicola, descrive, nell’indifferenza assoluta del resto della società civile, le sopraffazioni sui più deboli (il protagonista e sua sorella) da parte dei criminali (un boss chiamato Il Poeta ed i suoi scagnozzi) attraverso l’acqua, il sangue, il vomito, il sudore, l’olio, l’urina, l’umidità, e persino la vernice.

PietaConcluderei questa lunga parentesi parentesi con “Pietà”, il film ideato, scritto e diretto dal maestro coreano Kim Ki-duk: per la nostra digressione, però, non c’interessa solo il più noto aspetto dostoevskijano della trama, nella quale, in modo cupo e coinvolgente, ci viene narrata la articolata vendetta di una donna ai danni dell’assassino di suo figlio (fingendosi madre del killer e rendendolo debole ed attaccabile), come una sembianza di “Delitto e Castigo” minimalista e contorto, quanto la perfidia poetica dei dettagli mostrati dall’artista coreano, come quello del killer anti-eroe che storpia le sue vittime (colpevoli di non pagare l’usuraio) proprio con gli stessi attrezzi che di norma usano per sopravvivere o lo sventolio di ganci da macellaio e di ami da pesca, esibiti quasi spavaldamente da Kim Ki-duk nel campo cinematografico, come a sussurrarci in modo aggressivo la sua noncuranza per le accuse, mosse a suo tempo da noi occidentali, per l’uso “disinvolto” con cui ritraeva e fotografava animali seviziati e uccisi (in particolare, fece grande scalpore il suo “Seom – L’isola” del 2000).

GozuDopo questa carrellata di eroi anomali, torniamo al nostro Takashi Miike, nella cui storia produttiva risulta evidente come la sua incredibile originalità nacque proprio dal cinema fantastico con cui si fece le ossa nei primi anni di carriera e dove si sentì da subito libero di osare, per poi passare quasi contemporaneamente ad i cosiddetti Yakuza Eiga: è questo un sotto-genere cinematografico, focalizzato nella narrazione della vita e dei successi dei capi yakuza, corrispettivo, per intenderci, degli statunitensi gangster-movie, pur con enormi differenze.

Nei film sulla yakuza nipponici, per la precisione, non abbiamo quella sterminata genia di incredibili villain, sempre più potenti, più furbi ed efferrati, ma comunque sempre sgominabili dall’eroe solitario, altrettanto forte e furbo ed in più equipaggiato con la Sword of Truth (Spada di Verità) e lo Shield of Virtue (Scudo di Virtù),  le armi di cui disponeva il Prince Phillip nella versione disneyana del classico di Perrault e che l’eroe positivo degli action e dei gangster-movie statunitensi dispone ancora oggi (anche se vengono chiamate in modo diverso, ma accomunate dalla giustezza di etica sociale delle intenzioni): qui i mafiosi sono solo persone orribili, sicari legati ad un codice che non ha nulla dell’onore, ma solo della sopraffazione.

yakuza-like-a-dragonInoltre, negli specifici yakuza eiga del nostro fertile direttore di scena, solo superficialmente ci si interessa del classico cambio della guardia tra i vecchi capi-mafia e la nuova generazione più spregiudicata (che è comunque il leitmotiv di base tutto questo genere), perché il loro vero focus è centrato sulla descrizione di una malvagità quasi non umana, con protagonisti veri e propri mostri assassini, che estraggono gli occhi dalle orbite ai loro nemici, che strappano braccia agli avversari e consumano stupri continuati ai danni di donne indifese (tanto presenti in queste pellicole, da far meritare a Miike un’accusa di misoginia dalla critica): una teoria di violenza, talmente spinta, specie nei primi film, da sembrare quasi parodistica delle pellicole di arti marziali low-budget.

Yakuza-ApocalypseNel nostro regista, quell’immagine del criminale a cui siamo abituati ci viene rispedita indietro, come riflessa dallo specchio deformante della tradizione dei gongfu (film sulle arti marziali a mani nude o all’arma bianca) e dei wuxia (film sulle arti marziali specializzati nelle armi da taglio, con tanto di spadaccini volanti) che la ribalta e la dipinge con un nuovo costume di realismo fantastico.

Bodyguard-KibaEsemplare, in questo senso, è certamente la trilogia di “Bodigādo Kiba (Bodyguard Kiba)” del 1993, 1994 e 1995, dove le gesta dell’imbattibile karateka ed energumeno Kiba, assoldato appunto come guardia del corpo, sono la scusa di questo anarchico direttore artistico per sbizzarrirsi con una sua versione trash dei vecchi film di Bruce Lee (uno dei suoi idoli assoluti), mescolati al porno soft-core ed al melò delle storie d’amore strappalacrime dei fotoromanzi.

Full-Metal-YakuzaRipercorrendo la sua filmografia, risulta sempre più chiaro come una delle colonne portanti di tutta la poetica cinematografica di Takashi Miike sia per l’appunto quello sfacciato mash-up tra i vari generi narrativi e visivi, che egli usò sempre a profusione e senza alcun ritegno: nel 1997, senza mai davvero abbandonare il genere degli yakuza-movie, diresse il pazzesco “Full Metal gokudō (Full Metal Yakuza)”, una delle sue pellicole più divertenti in assoluto, nella quale, depredando in  modo sfacciato l’aspetto visivo degli innesti cyborg del “Robocop” di Verhoeven, creò un action grandguignolesco al sapore di Frankenstein, dove tutti gli aspetti etici della profanazione e della resurrezione di un cadavere (tanto cari alla britannica ed ottocentesca Mary Shelley) sono qui sorvolati e soppiantati dall’efficacia di una vera war machine vendicativa e soprattutto dai successi che ora, nel suo nuovo corpo, potente e micidiale, permettono al capo-yakuza protagonista di scalare le vette dell’organizzazione.

In un tripudio lavorativo di continua sperimentazione, Miike sviluppò, verso la fine degli anni ’90, un suo stile davvero spiazzante, in cui un orrore quasi documentaristico ci viene sbattuto in faccia nei suoi film, ma solo dopo un lungo prologo contraddistinto o da un apoteosi di piani-sequenza mozzafiato e montaggi adrenalinici in stile videoclip oppure da ritmi lentissimi e rilassati, che fanno presumere drammi introspettivi o commedie romantiche, il tutto servito nel continuo inganno di quel mix di emozioni e stili che brucia nello spettatore  qualsiasi previsione possibile.

AuditionTutto questo portò l’irriverente film-maker a firmare nel 1999 uno dei suoi grandi capolavori (per me il suo secondo più bel film in assoluto, ma decisamente per stomaci forti), nonché uno dei film più importanti nella storia del cinema horror, che se non fosse così famoso sarebbe quasi un delitto svelare nella sua struttura: sto parlando di “Ōdishon (Audition)”, la divertente commedia  sentimentale che si trasforma lentamente in un terrificante horror psicologico, conducendo lo spettatore in un abisso spaventoso, per poi concludersi con interminabili minuti di scene di tortura fisica, operate da una bellissima ragazza che procura sofferenza alla sua vittima, con una pratica dell’agopuntura medicale, in una versione così depravata da rendere gli stessi cenobiti, dell’ Hellraiser di Clive Barker, dei buontemponi da osteria.

Ichi-01Dopo nemmeno due anni da questo doloroso gioiello (ed almeno una quindicina di altri progetti, tra film per il cinema e per la Tv, compresi i prodotti creati per il V-Cinema, ossia il mercato diretto per Home Video), lo stakanovista giapponese della macchina da presa diede vita all’opera che gli regalò l’immortalità tra i fan di tutto il mondo, una pellicola che è diventata persino sinonimo del gore artistico (come il mascara assunse il nome comune di Rimmel, dalla maison di cosmetici che per prima lo produsse e lo commercializzò), una sublimazione di ogni peggiore incubo sadico e masochistico, la cui edizione in Dvd fu spettacolarmente commercializzata in Giappone nella celeberrima Blood-Pack Edition (in cui il disco era contenuto in una custodia morbida a forma di vera sacca di plasma): “Koroshiya Ichi (Ichi the Killer)”.

Ichi-02E’ quasi impossibile descrivere compiutamente questa pellicola senza banalizzarla, tanto è il potenziale che si sprigiona attraverso un plot intricato, fatto di inganni, doppi giochi, rivelazioni, condotto apparentemente sulla falsa riga di un noir, in cui si ricerca il presunto killer di un capo yakuza, scandito da raccapriccianti sequenze orrorifiche, talmente efferate ed insistite da renderne difficilmente sopportabile la visione anche per cinefili abituati, fotografato in modo obliquo e disturbante ed infine colorato con le tinte del sangue, delle budella, del vomito e dello sperma, di cui i set sono ingombri fino al parossismo.

Ichi-04Il mash-up tra i due generi cinematografici di riferimento (yakuza eiga e splatter) è evidente sin da subito, ma anche altamente sbilanciato, così come il dualismo caratteriale dei due protagonisti: da un lato abbiamo il fedele sicario masochista della yakuza, lo speculativo e furbo Kakihara, nonché vero dominatore carismatico della pellicola, che per tutto il tempo, convinto che il suo capo scomparso sia ancora vivo contro il parere di tutti, insiste appassionatamente nel ricercarlo con ogni mezzo, ma non per sincera dedizione al suo superiore, bensì per ritrovare quel piacere sessuale procuratogli dalle punizioni corporali che questi gli infliggeva mentre era al comando; dall’altro il giovane Ichi, un ragazzo intellettualmente disturbato e tendenzialmente timido e gentile, quando non è uno spietato e sadico assassino, che ricerca la gratificazione sessuale solo infliggendo dolore fisico, con un rapporto direttamente proporzionale tra il suo appagamento e la quantità di dolore procurato.

Ichi-03Se, però, Kakihara è quasi istrionico nella sua caparbietà, con il volto segnato da tagli autoinflitti, i lembi delle cui ferite sono tenuti assieme da piercing vistosi, capace anche di terrificante sadismo (in una sequenza usa la schiena di una vittima come base per friggere del cibo), al contrario Ichi è quasi un fantoccio minorato, nelle mani di Jijii, un vecchio manipolatore (interpretato da Shinya Tsukamoto, unanimemente considerato il papà del cyberpunk nipponico), che usa la perversione del giovane come arma, stimolandolo a piacimento, in una strategia di attacco al potere della famiglia mafiosa molto più complesso.

Ichi-06Un film decisamente non ovvio, già a partire dal titolo, con quel numero “uno” (in giapponese “ichi”, per l’appunto), stampigliato dal ragazzo sul suo costume, in modo spavaldo ed infantile, ogni volta che uccide, quasi fosse un supereroe delirante, rimasto bloccato in tenera età da un evento che lo ha sconvolto, ma anche dai titoli di testa, che affiorano direttamente dalla pozza di sperma lasciata da Ichi mentre si masturba assistendo ad una scena violentissima di stupro: ogni cosa sembra sempre indicare l’opposto e lo stesso regista si diverte a spingere lo spettatore sempre più lontano dai veri significati, giocando su falsi ricordi di falsi passati, confondendoci con gli abiti improbabili e da ridicolo pagliaccio indossati da Kakihara o la tuta in latex nero ed inserti in gomma del giovane psicopatico, dentro alla quale nasconde il suo kit di bisturi con cui tagliuzzare capezzoli ed altro di innominabile.

Ichi-08Ciò che in ogni caso decisamente sconvolge, in modo difficilmente dimenticabile, è la straordinaria e disinibita manifestazione di queste pulsioni profonde, ancora una volta differenziata tra l’infantile e borderline spontaneità del sadico assassino e la più complessa e conturbata ricerca del piacere sado-masochistico dello yakuza.

Ichi-07Tra le frasi celebri del film, senza dubbio quella che riassume di più il senso di ciò che viene messo in scena è quella pronunciata non a caso da Kakihara: “Listen, when you’re giving pain to someone, don’t think about the pain that person is feeling. Just concentrate on how good it feels to be causing someone pain. That’s the best thing you can do for a true masochist! (Ascolta, quando stai facendo male a qualcuno, non pensare al dolore che quella persona sta provando. Concentrati invece su quanto bello sia far del male a qualcuno. Questa è la cosa migliore che tu possa fare per un vero masochista!)”.

Over-Your-Dead-bodyImpossibile restare impassibili o neutrali, di fronte a quella sorta di visite guidate in mattatoi di umanità varia costituita dal vasto corpo della cinematografia di Takashi Miike, dove comunque, anche in mezzo a veri laghi di sangue (che spesso inondano persino l’obiettivo della cinepresa), rimane sempre chiaro e leggibilissimo il confine etico tra il bene ed il male.

Visitor-QQualora poi si avesse l’impressione, che tale confine venga meno, in alcuni casi, è solo perché nei film del nostro regista non c’è quasi mai una facile identità tra una qualità morale e specifici personaggi, giacché la lente della narrazione si focalizza su figure che tradizionalmente sarebbero foriere di contenuti morali positivi e che vengono invece rappresentate nelle loro deviazioni peggiori, come la famiglia Yamazaki, ritratta nel film per la Tv “Bijitā Kyū – Visitor Q” del 2001, dove il bullismo e lo stupro si alternano alla pedofilia ostentata ed alla pratica della necrofilia.

E’ chiaro che di fronte all’apparente assenza di riferimenti etici (o per lo meno di quelli rassicuranti da tutti conosciuti), l’animo di uno spettatore non abituato si senta come smarrito, nemmeno si trovasse di fronte ad un catalogo di peccati mortali, nella versione Postal Market dell’Inferno sulla terra, ma l’estetica della messa in scena, il montaggio e le riprese ultra-veloci ci vengono in soccorso, perché non dobbiamo mai dimenticare nemmeno per un istante che qui non si fa la storia del gore, ma di questo si usa solo il linguaggio, per fare altresì un cinema politico, come non solo lo stesso regista ammise più volte, ma come anche gli è sempre stato riconosciuto in tutte le sedi festivaliere: un potente ed inaspettato endorsement, mentre infuocavano le ennesime polemiche su un suo film, giunse a suo tempo da Marco Müller, direttore artistico per 7 anni della Mostra del Cinema di Venezia e poi per 2 anni di quella di Roma, dove ad entrambe le manifestazioni il nostro eversivo direttore di scena fu invitato ogni volta che fu possibile, con le sue controverse opere.

Aku-no-KyotenA distanza di 25 anni circa di attività frenetica, Miike non ha mai smesso di stupire e colpire, alternando pellicole decisamente complesse e controverse (come lo splendido e decisamente incompreso “Aku no Kyōten – Il canone del male”, vergognosamente presentato dalla critica occidentale come un semplice slasher movie, quando invece è una sinfonia sulla paranoia didattica nipponica e la sua gerarchia, con un approccio senza giudizi morali che parte da “Elephant” di Gus Van Sant ed attraversa la cronaca nera), ad altre più carnascialesche e fracassone (come “Gokudo Daisenso – Yakuza Apocalypse”, dove recupera il suo vecchio amore per gli yakuza eiga, realizzando una pellicola con un mix surreale di horror-fantastico-gangsteristico, in cui gang di non-morti si combattano, con capi yakuza che sono vampiri supremi, di cui vi prego di gustarvi per lo meno il trailer, riportato qui sotto).

Voglio concludere questa lunghissima ed estenuante cavalcata in cinque capitoli, che abbiamo fatto assieme, attraverso le significanze e le manifestazioni nel cinema nord-americano e giapponese dei concetti di Eroe ed Onore, con una pellicola considerata generalmente tra i suoi film meno riusciti, specie negli USA, ma a mio modesto giudizio, questo è avvenuto perché sia il pubblico che la stampa americana si sono sentiti quasi traditi da una narrazione, inizialmente presentata sia dai produttori, sia dallo stesso regista (in modo ingannevole, sia chiaro) come un puro blockbuster di genere thriller, ma poi risoltosi con i toni ed i tempi del dramma intimista: “Wara no Tate”.

Shield-of-Straw-02Distribuito internazionalmente con il titolo “Shield of Straw” (ossia, “Scudo di Paglia”, con una traduzione dal giapponese abbastanza fedele, almeno nel significato profondo), la pellicola venne presentata in Italia con il più banale e colloquiale “Proteggi l’assassino”, anticipando il succo della trama stessa: una squadra scelta di 5 poliziotti è incaricata di scortare Kunihide Kiyomaru (interpretato dall’attore Tatsuya Fujiwara, rinomato per aver interpretato, tra le altre cose, il personaggio di Shuya Nanahara nei due “Battle Royale”) presunto assassino, pedofilo e stupratore (praticamente il peggio del peggio!), dalla questura di Fukuoka (città situata sulla costa settentrionale dell’isola di Kyūshū), dove si è consegnato spontaneamente, fino al dipartimento di polizia di Tokyo e relativo tribunale, dove si svolgerà il suo processo.

Shield-of-Straw-03La vicenda viene subito complicata e diventa una vera mission impossible per questa nipponica elite squad, quando il signor Ninagawa (uno degli uomini più ricchi e potenti del Giappone, con fortissimi legami politici), la cui nipotina è stata violentata a morte dal supposto responsabile sotto protezione, ha messo come ricompensa un 1.000.000.000 di yen (poco meno di 8 milioni di euro) per chiunque, con qualsiasi mezzo ritenga necessario, riuscirà ad uccidere Kiyomaru, prima che arrivi a processo.

Shield-of-Straw-04Sull’efferato criminale (reo-confesso e con una messe di prove di accusa indiscutibili ed inoppugnabili) pesa ora una vera e propria taglia (parola che già da sola farebbe venire l’acquolina in bocca al pubblico statunitense) che, come si può ben immaginare, trasformerà tutta la storia in un continuo ed imperterrito attacco continuato alla squadra, da parte di chiunque cerchi di ottenere il premio assicurato, compresi poliziotti e membri delle forze d’assalto; un road-movie (circa 1200 chilometri separano Fukuoka da Tokyo) che nelle intenzioni della Warner doveva rievocare le atmosfere che nel 1977 furono canonizzate da Clint Eastwood con il suo avvincente “The Gauntlet (L’uomo nel mirino)”, ma tali speranze si sono rivelate una pia illusione.

Shield-of-Straw-05E’ decisamente avvilente leggere i patetici tentativi di molti critici americani di trovare i punti di illogicità (chiaramente presenti) di una storia che in tutta evidenza è solo una metafora di fedeltà ad un codice non solo deontologico, ma anche etico individuale e persino spirituale, con cui l’eroe positivo del film, il poliziotto Kazuki Mekari, disilluso ed anche addolorato per la recente scomparsa della moglie, difende fino alla fine la vita di un uomo che sa benissimo essere colpevole e che certamente verrà condannato a morte (l’esecuzione capitale, ci viene più volte ripetuto nel corso del film, è l’unica punizione prevista dall’ordinamento giudiziario per un caso di quel tipo e con quelle aggravanti).

Shield-of-Straw-06Avvilente e sconfortante, dicevo, perché la differenza tra i due diversi modi di vivere quei concetti di eroe ed onore di cui abbiamo tanto a lungo disquisito, trova qui la più ampia e veritiera dimostrazione: il pubblico occidentale, quasi ad ogni cambio di scena, spera di trovare in Kiyomaru una traccia di pentimento o persino una svolta della trama che ne riveli l’innocenza (un complotto politico, un errore giudiziario, una mascheratura di poliziotti corrotti) e che giustifichi ai suoi occhi il persistere di Mekari a salvarlo ogni volta, anche a costo di sacrificare se stesso ed i suoi stessi colleghi, per risparmiare dalla morte ciò che in tutta chiarezza è un mostro schifoso.

Il nostro sadico direttore artistico, ben conoscendo il pubblico per cui tale produzione era pensata, si diverte per tutto il tempo a frustrare le sue aspettative, mostrando persino il giovane criminale nel goffo tentativo di violentare anche un’altra bimba, durante alcuni istante di debolezza e fragilità della sua scorta.

Shield-of-Straw-07Con le scene conclusive del film, tutte le speranze del pubblico occidentale di vedere linciato quell’uomo vengono definitivamente abbandonate e non ci sarà nemmeno un riconoscimento speciale per Kazuki Mekari, l’eroico poliziotto che ha tanto sacrificato e perso durante il viaggio, solo per obbedire ad un obbligo sociale legato alla sua posizione di poliziotto e difensore della giustizia.
L’ultimissima meravigliosa inquadratura del film è tutta per il protagonista negativo, che dopo la lettura del verdetto processuale, guardando dritto in macchina, saluta lo spettatore con questa frase lapidaria: “
I regret. If I knew I was going to get the death penalty, I would have murdered more (Sono dispiaciuto. Se avessi saputo che sarei comunque stato condannato a morte, avrei ucciso di più).

Questo vago senso di fastidiosa frustrazione, che coglie quasi chiunque non sia un giapponese nel seguire fino alla fine “Wara no Tate”, è la perfetta conclusione anche di questo nostro estenuante viaggio attraverso le antichissime origini epiche del codice cavalleresco occidentale e della sua migrazione nei secoli verso pattern narrativi divenuti parte del nostro attuale gusto e modo di percepire il coraggio ed il senso del dovere, ma anche di quell’occhiata, veloce ma appassionata, che abbiamo gettato verso l’universo giapponese ed orientale in generale, sui suoi eroi anomali ed i suoi codici di comportamento.

13-assassinsUn grazie di tutto cuore a chi ha avuto la pazienza, la gentilezza e la forza per essere giunto fino a questo punto di arrivo.


In questo post abbiamo parlato delle seguenti opere:

Qiū Jú dǎ guān sī (La storia di Qiu Ju)”, CHN, 1992
Adattato da Liu Heng, dal romanzo di Chen Yuanbin
Diretto da Zhang Yimou

Bodigādo Kiba (Bodyguard Kiba 1)”, JPN, 1993
Scritto da Hisao Maki e Tetsuya Sasaki
Diretto da Takashi Miike (dal manga di Ikki Kajiwara e Ken Nakagusuku)

Aiqing wansui (Vive L’Amour)”, TWN, 1994
Scritto da Tsai Ming-liang, Tsai Yi-chun e Yang Pi-ying
Diretto da Tsai Ming-liang

Shura no mokushiroku: (Bodyguard Kiba 2)”, JPN, 1994
Scritto da Hisao Maki e Tetsuya Sasaki
Diretto da Takashi Miike (dal manga di Ikki Kajiwara e Ken Nakagusuku)

Xích Lô (Cyclo)”, VNM, 1995
Scritto e diretto da Trần Anh Hùng
Interpretato da Le Van Lộc , Tony Leung Chiu Wai e Trần Nu Yên Khe

Shura no mokushiroku 2: (Bodyguard Kiba 3)”, JPN, 1995
Scritto da Hisao Maki e Tetsuya Sasaki
Diretto da Takashi Miike (dal manga di Ikki Kajiwara e Ken Nakagusuku)

Full Metal gokudō (Full Metal Yakuza)”, JPN, 1997
Scritto da Itaru Era
Diretto da Takashi Miike

Ōdishon (Audition)”, JPN, 1999
Scritto da Daisuke Tengan (dal romanzo di Ryu Murakami)
Diretto da Takashi Miike

Bijitā Kyū – Visitor Q”, JPN, 2001
Scritto da Itaru Era
Diretto da Takashi Miike

Koroshiya Ichi (Ichi the Killer)”, JPN, 2001
SCritto da Sakichi Satō (dal manga di Hideo Yamamoto)
Diretto da Takashi Miike

Hangul (Pietà)”, KOR, 2012
Scritto, diretto e prodotto da Kim Ki-duk
Interpretato da Lee Jung-jin e Jo Min-su

Aku no Kyōten (Il canone del male)”, JPN, 2012
Scritto e diretto da Takashi Miike
Tratto dal’omonimo romanzo di Yusuke Kishi

Wara no Tate (Proteggi l’Assassino)”, JPN, 2013
Scritto da Tamio Hayashi dal romanzo di Kazuhiro Kiuchi
Diretto da Takashi Miike

Gokudo Daisenso – (Yakuza Apocalypse)”, JPN, 2015
Scritto da Yoshitaka Yamaguchi
Diretto da Takashi Miike


 

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51 pensieri su “Eroe ed Onore nel Cinema Americano e Giapponese – Capitolo 5: lo Scudo di Paglia e altri eroi anomali

  1. Finora nessuna ha trovato il coraggio di commentare l’ultimo capitolo di questa straordinaria epopea che Mastro Kasabake ha voluto regalarci. E siccome sono sfacciato lo farò io per primo.

    Dal momento che per il cinema nipponico (e orientale in generale) non ho mai avuto alcun interesse nè cercato di ritagliare un briciolo del mio tempo, la lettura di questo capitolo 5 è stata sicuramente la più difficile e sofferta dell’intera saga sull’eroe nel cinema orientale e occidentale. Confesso anche che, a differenza dei post precedenti, questo non ha nemmeno messo alla mia attenzione pellicole che suscitino la mia curiosità.

    Colpa del dotto maestro che ha voluto regalarci il suo tempo e la sua conoscenza con questa mirabile cavalcata di cinque tappe? Decisamente no, la colpa è solo la mia e della mia riottosità a dedicarmi a generi ed ed universi troppo distanti da quelli in cui sono abituato a muovermi.

    Tuttavia, siccome i bravi professori sanno insegnare qualcosa anche quando spiegano un argomento ostico o non interessante (per me, ovviamente), Kasabake mi ha regalato una frase che per me vale molto perchè mi fa mettere in fila tante pezzi, come delle lettere di Scarabeo che, ad un certo, smettono di essere solo lettere e diventano una parola.

    l’uso viscerale della violenza estrema, del gore e dello splatter (in alcuni casi pornografia della tortura allo stato puro), rendono la visione degli stessi scomoda e sconvolgente per noi europei, privi come siamo di quella mediazione visiva operata dai manga e dagli anime, i quali spesso si frappongono tra il testo letterario originale e la sua traduzione in live-action, scardinando ed in parte disinnescando la morbosità del suo indugiare sul dettaglio scabroso.

    Non avevo mai riflettuto sull’opera di mediazione esercitata dai fumetti (manga e anime) sulla cultura giapponese e sulla sua espressione visiva, effettivamente sempre molto forte o estrema per noi occidentali. Ora, d’incanto, tutto spiegato e certi manierismi di Tarantino, i tanti personaggi nipponici che ho visto in film o serie tv, i cartoni che vedevo da bambino (su tutti quel Tiger Man di cui parlammo tempo fa) e quel poco del cinema orientale che ho visto spezzato qua e là, ora tutto ciò acquista maggiore senso e trova una sua più precisa collocazione e spiegazione nel mio personale “palazzo della conoscenza”, che è altra cosa rispetto al palazzo della memoria di Holmes, ma ha comunque la stessa funzione, cioè mettere a mia disposizione delle informazioni quando ne ho bisogno.

    Continua a non fregarmene una beneamata cippa del cinema giapponese e l’unico autore cui forse darò una chance è Kurosawa, tuttavia oggi so qualcosa in più e so dove collocarlo. Grazie a kasabake.

    E se qualche tempo fa l’avevo definito il mio personale “Luciano Canfora” c’avevo visto proprio giusto 🙂

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    • Si sa che l’ermeneutica è l’esegesi degli antichi testi, in particolare delle sacre scritture: come tale, essa è la scienza o la dottrina che aiuta a comprendere il significato dei passaggi più oscuri e difficili da decifrare.
      Che sia più bravo l’ermeneuta a comprendere ciò che agli altri spesso sfugge o se chi ha scritto semplicemente non aveva le capacità affabulatorie per parlare chiaro, non è cosa semplice da decidere, ma di certo, di volta in volta, si instaura un gioco di rimandi deliziosi, con tempi sfalsati, tra l’interprete del presente e chi nel passato ha vergato il testo… ed è divertente adesso pensare a te come ad un investigatore dei miei scritti, che certo non sono sacri (profani, invero) e sicuramente di ben poco passato, ma è così gratificante e dolce ingozzarsi dei tuoi complimenti, che mi crogiolo ogni qual volta mi citi!
      La vanità è umana ed io non sono affatto un santo! Affatto!
      Scendendo dal lessico alto (ti ricordi nel primo libro della saga kinghiana, come Roland distingueva il parlare alto della corte da quello del linguaggio comune?) a quello colloquiale, ti dico che ho apprezzato moltissimo le tue parole, sia perché è davvero bello sapere che un amico ti legge anche quando l’oggetto di ciò che scrivo è oltre i confini dei suoi anche minori interessi, sia perché il passaggio che hai sottolineato è decisivo, anche se l’ho lasciato in un inciso.

      Tutto questo ultimo capitolo è stato un vero omaggio da parte mia al cinema orientale (sono riuscito a cacciarci dentro praticamente tutti i film che più mi sono piaciuti, negli ultimi anni, in quell’angolo di mondo tra Corea, Cina e Viet-Nam) e l’ho scritto quasi a “marce forzate”, perché so già che nei prossimi post il mondo anglosassone (che è poi quello in cui vivo, cinematograficamente parlando) la farà inevitabilmente da padrone, come ha già fatto in passato e come sempre sarà.
      Ogni tanto, tuttavia, farò delle incursioni altrove, come già feci (ti ricordi?) con le fiction Tv e toccherà questa volta al Messico e all’India.
      In fondo, dobbiamo divertirci, giusto amico?

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      • Dovremmo fondare la “SETTA DEGLI ERMENAUTI”, temerari avventurieri della parola che si addentrano nei misteri dei loro stessi scritti.
        Io mi propongo come Segretario Generale.
        A te lascio la carica di Presidente: ti spetta per anzianità 😀

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        • Non so se tu sia reso conto della potenza significativa, fonetica ed espressiva della parola che hai coniato, dico sul serio: a costo di offenderti, dubito davvero che tu, essendone il creatore, possa aver colto l’enormità semantica di ciò che hai fatto… hai davvero creato una nuova parola e non è uno scherzo o un gioco spiritoso o una strizzata d’occhio fatta agli amici (come tutte quelle parole che ognuno di noi fabbrica cazzeggiando con l’inglese o trasformando in sostantivo un verbo o assemblando pezzi sparsi), no, tu hai davvero introdotto nella lingua un nuovo termine ed il bello è che esso è fantastico!
          Da oggi ERMENAUTA sarà ufficialmente parte del mio dizionario e non lo userò in modo scherzoso, ma serio ed a proposito, in discorsi complessi e con codice linguistico alto.

          Vorrei insistere, a costo di essere noioso o sfacciato: non è la prima volta che leggendoti incontro neologismi da te creati in proprio o rinverditi abbellendo creazioni altrui (penso al classico aggettivo stratopassera o al poetico  antropormorfotrichechizzazione coniato nella recensione di “Tusk”) e sono sempre stati tutti molto belli, ma relegati nell’ambito del divertissement intelligente, nulla più, ma qui hai fatto la storia della lingua: se esistesse, dovresti ricevere il “Noam Chomsky Award”, perché io di certo te lo darei!

          Esiste un fumetto che adoro (uno dei dieci fumetti più belli della storia dei comics) che si chiama “L’Eternauta”, parola che non ha avuto un seguito lessicale, rimanendo nello specifico ambito della fantascienza, ma ugualmente ispiratrice di versione parodistiche molto nerd, tra cui la più celebre è senza dubbio coglionauta, coniata da un rivenditore di fumetti bresciano (non io, quindi) per appellare un suo cliente dall’acume non brillante e che ha fatto a  suo tempo il giro dei forum specializzati; con il tempo altri nerd crearono il vocabolo di internauta, mentre in psicologia, troviamo l’affascinane onironauta (su cui scrissi anch’io); sono tutti termini a cui mi sono avvicinato negli anni, a volte con l’orgoglio presuntuoso di essere uno dei primi del gruppo di amici ad usarli, ma mai mi era capitato di essere così vicino al fuoco della genesi, alla nascita della vita di un lemma!

          Grazie per questo privilegio e sappi che da adesso questa parola non ti appartiene più, perché è del mondo!

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          • ahahaha, io avevo immaginato me e te vestiti con pelli di leone o giaguaro che scimmiottavano gli ARGONAUTI (da lì mi era venuto in mente l’ermenauto) e tu addirittura mi tiri fuori il Noam Chomsky Award…
            Caspiterina, quale onore!!!
            Mo’ scrivo alla Accademia della Crusca: se hanno validato “PETALOSO” pretendo che validino pure il mio “ERMENAUTA” ahahahahah

            A parte gli scherzi, è molto dotta e carina la tua esegesi della parola e del suo raffinato utilizzo che, ovviamente, è lontano anni luce dal seme goliardico da cui invece è nato nel mio cervello.
            Comunque sarò lieto di leggerla nei tuoi post e, un giorno, anche di udirla da te in persona (perchè sappi che gli ERMENAUTI prima o poi devono cenare insieme o almeno condividere una birra…).

            Tengo solo a precisare una cosa: il termine STRATOPASSERA non è mio. Lo uso spesso perchè è deliziosamente erotico e raffinato al contempo rimandando dalla stratosfera al pub in appena 12 lettere. Il conio di tale spettacolare aggettivo va ascritto al nostro insuperabile LUPO. Mi pare lo scrisse in un suo commento nel mio blog o da qualche altra parte.

            ciaooooo

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            • Si, è vero, dovevo arrivarci da solo (avrebbe detto il nostro Holmes o meglio quello specifico di Moffat o anche suo modo quello di Doherty): stratopassera è molto da Lupo… Altro amico e collega incline ai neologismi agli accostamenti azzardati…

              Il gruppo degli Ermenauti non indossa pelli di animali perché non è eticamente corretto (ok, sembro Oprah…) e poi puzzano anche quando conciate bene… inoltre, se non sei Schwarzy, nudo con una pelle di animale addosso, si rischia di essere scambiati per il coglione che fa la pubblicità alle gocciole o peggio…

              Siamo persone serie, ohibò! Quindi io e te indosseremmo certamente un abito in stile Kingsman! Tuttalpiù una tuta tecnologica in stile Ghostbusters o Tron (senza casco, che fa tanto Actimel…) e la nostra arma sarà la conoscenza!! Tà-tà-tan! Musica da colpo di scena!!!

              Si sa, inoltre, che gli Ermenauti vanno sempre Out Topic (lo dice il nostro codice, comma 3 del capitolo 2 sulla logorrea incorporat), quindi…

              1. Per cortesia, guardati il trailer dell’ultimissimo film di Miike (che ho linkato nella risposta che ho dato al commento di Lupo) e dimmi cosa ne pensi della sua versione delirante del classico giochino di “Ferma la musica”, quello in cui quando la musica si arresta devi restare immobile, impietrito, senza fare neanche il più piccolo movimento del corpo… ma se le tue tette ballonzolano?

              2. Aldilà dello specifico filmico (per me il bello di quella pellicola non era nella trama ma nella messa in scena), ti ricordi che dissertammo con opinioni diverse in merito al film “Blackhat” di Michael Mann? Ora, considerando che il tuo maggior disappunto era legato alle tue giustissime considerazioni riguardo l’incapacità (in genrale oltre che in quel film) degli sceneggiatori di scrivere e mettere in piedi una storia credibile quando si parlava di crimini informatici, volevo chiederti, anche sulla scorta della tua indubbia migliore preparazione di me in materia, cosa ne pensi di Mr. Robot… io lo persi in originale e lo sto seguendo ora in italiano e fino ad adesso mi piace molo, ma ero curiosissimo di sapere il lapinsupensiero, sia sulla parte drammatica-recitativa, sia su quella tecnica-narrativa.

              3. Sempre legato al discorso Mr. Robot, mi chiedevo anche se a suo tempo avessi visto ed in caso affermativo se avessi apprezzato o meno “Larry Crowne”, il film scritto, diretto ed anche interpretato da Tom Hanks nel 2011, dove recitava anche il protagonista della citata fiction ossia Rami Malek (tra l’altro nel film c’era anche l’adorabile Gugu Mbatha-Raw… dal nome non-memorizzabile ma solo copiaincollabile da google… ma tanto è adorabile…): sul tuo sito non ne ho trovato traccia…

              4. Come sei messo con i libri di puro divertissement (ma non stupidi) del produttore di bestseller Dan Brown: premetto che li ho letti tutti e sei (ci vuole davvero un attimo, per quanto lunghi) e mi sono divertito…

              Narrami ed illuminami.

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              • Se divisa dev’essere, voglio essere vestito come i Men in Black, con tanto di occhiali strafighi e sparaflashatore per ogni evenienza 🙂

                Passo ora ai tuoi deliziosi off-topic (tu ti ostini a chiamarli OUT, io mi ostino a chiamarli OFF ma francamente non so chi di noi sia nel torto: forse lo siamo entrambi, oppure nessuno, chissà..)

                1) Corro subito a vedere il video!!!!

                2) Mr. Robot è in download ma ancora non l’ho vista un po’ perchè a sto punto preerisco avere tutte le puntate e fare una maratona, un po’ perchè la mia attenzione è attualmente rapita da altre serie tv.
                Come ti dicevo sto seguendo Arrow e Flash durante i miei allenamenti, mentre sono reduce da un’altra estenuante maratona: in circa 2 settimane mi sono scolato le prime tre stagioni di The Americans.
                DIO MIO CHE SERIE FANTASTICA!!!! Come dice la signorina Silvani in Fantozzi in Paradiso: “Che me so’ persa pe’ 30 anni!!!!!” E poi la terza stagione si chiude con un cliffangher favoloso. Proprio stamane ho iniziato anche la quarta stagione di HoC: grazie a netflix non devo aspettare Sky e ho già tutte le puntate: si prospetta l’ennesima maratona.
                Sempre in rampa di lancio ci sono pure pure Narcos e Show Me a Hero.
                Insomma sto pienissimo, e per ora Mr. Robot è in stand-by. Confesso però che il tuo giudizio positivo potrebbe far scalare posizioni.

                3) Ho visto Larry Crowne: come potevo perdermi un film scritto e diretto dal mio attore preferito? Tuttavia ti confesso che la pellicola mi è rimasta un po’ anonima. Credo che non poco abbia influito la sempre scialba Julia Roberts, attrice ultra sopravvalutata che a furia di lifting e botulino ha perso anche il fascino che un tempo la collocava nell’Olimpo delle Stratopassere. Figurati che nemmeno ricordavo ci fosse la Mbatha Raw o come cavolo si scrive (sempre valido il metodo wayne, comunque), attrice che comunque avevo già adocchiato nella pessima serie Touch, ideata da quel genio un po’ troppo scostante che risponde al nome di Tim Kring.

                4) Di Brown ho letto tutti i libri della saga con Robert Langdon e proprio pochi giorni fa ho letto l’ultimo della serie, quel Inferno da cui è tratto il prossimo film di Ron Howard. Il libro è senz’altro il più debole dei 4, su questo non ci piove, ancor peggiore del già deboluccio The Lost Symbol. Diverso discorso per i primi due, Angeli e demoni e Il Codice da Vinci.
                Il Codice da Vinci è per altro il primo libro di Brown che lessi: ricordo che me lo regalò mia cugina il giorno della mia laurea e io lo divorai il giorno successivo: iniziato al mattino, finito per cena. Lo stile di Brown è elementare, tuttavia il fascino di quel romanzo ha pochi eguali nella letteratura di disimpegno. Angeli e demoni (precedente cronologicamente) serba i prodromi di quel fascino, sembra quasi allevarli in vista dell’esplosione che sarà poi Il Codice Da Vinci. Paradossalmente, però, ho preferito di più il film tratto da questo libro che non quello tratto dal Codice da Vinci.
                E’ evidente per altro la pochezza narrativa di Dan Brown stia emergendo ad ogni opera nuova che sforna: il plot narrativo è sempre lo stesso, il ritmo non cambia, lo stile è sempre piatto e terra terra. Ogni suo libro sembra una di quelle case popolari del dopo guerra: lo stesso progetto veniva riutilizzato per costruire più palazzi sparsi nella città, tutti uguali fatta eccezione per pochi dettagli: il colore dell’intonaco, la forma delle ringhiere, il modello del portone, il disegno sulle persiane. Purtropo Brown non uscire da queste schemi, perchè essendo uno storico dell’arte non ha la fantasia e la sensibilità per variare le sue storie.
                In Inferno ha cercato un po’ di cambiare, gliene do atto, ma il suo tentativo è goffo, quasi patetico.
                Al di là di questo pippone, devo ammettere che comunque è un autore che ho letto con piacere. Non sono di quelli con la puzza sotto il naso, non mi vergogno di ammettere che ho apprezzato romanzi di Clancy, Cussler, Ludlum e pure Brown. Il codice da Vinci è un libro che consiglierei a tutti perchè un bel thriller, avvince e coinvolge. E’ pieno di stronzate, certo, ma non ce ne sono più di quelle presenti in un libro di King o di Grisham… quindi viva Dan Brown e la letteratura di serie B 😀

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                  • Riemergo dal coma indotto da un fastidiosissimo virus gastrolindo (nel senso che ha stappato tutte le tubature del mio corpo con irrefrenabile prepotenza) per rispondere Presente! a questo tuo richiamo e prometterti che, non appena il lume della ragione sarà riacceso in me, non mancherò di contribuire al dotto discettare che, già so, tu e pizzadog avete sfoggiato.
                    Ora però ti saluto, che un più potente richiamo sta invocando la mia presenza, il richiamo del WC.

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                    • Sappi anzitutto che il Consiglio degli Ermenauti ha approvato all’unanimità (anche perché essendo composto da me e da te ed essendo tu indisposto, facevo io le tue feci… ehm, cioè, volevo dire le veci…) il tuo neologismo sul virus Gastrolindo.
                      Al tuo ritorno discuteremo di varie cose, tra cui l’acquisto di una macchina per il caffè automatica da mettere nell’ingresso…
                      Ovviamente, facezie a parte, tanti auguri di pronta guarigione!!

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                    • Sul caffè sono pignolo. Pignolossimo.
                      Da quando ho smesso di fumare (il lontano 2009) e diminuito il bere fino ai limiti dell’astemio, il caffè è l’unico vizio che mi resta, il più incallito e il più – per l’appunto – vizioso.
                      Pertanto la macchina del caffè non potrà assolutamente essere “a cialde”, dovrà essere di qualità alta e italiana (possibilmente faema o saeco, ma non le ciòfeche che vendono nella GDO) e dovrà essere prima di qualsivoglia orpello tipo macinino et similia. Deve avere solo braccetto, pulsante e vaporizzatore. Punto.
                      Analoga pignoleria andra osservata per il caffè: se avessimo tanto tempo (ma non ne abbiamo) potrebbero comprare un macinino (a parte) e macinare il caffè alla bisogna adeguando il grado di macinazione alla temperatura, alla umidità, alla stagione, alla durezza dell’acqua. Ma visto che tempo non ne abbiamo (però essendo Ermenauti possiamo sempre costruirlo, dovremmo ragionare su questo punto) prendiamolo già macinato e confezionato.
                      C’è una torrefazione a Macerata che ne vende di ottimo anche se da un annetto la mia predilezione va al caffè Pellini, macinatura 1, circa 9€ per mezzo kg di caffè.

                      Ora vado a leggere l’esegesi ermeneutica (o l’ermeneusi esegetica, fai te) nel post dedicato a Daredevil.

                      Mi limiterà però a leggere i commenti giacchè ho appena iniziato (stamattina) la visione della seconda stagione e non vorrei incappare in qualche spoiler involtario.

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                    • Siccome sognare è bello e gratuito, direi di dotare il club di una bella macchina espresso da bar ed assumere un barista provetto che sia anche esperto di arti marziali e provetto tiratore, così da ammortizzare il suo stipendio con altre funzioni quando non fa caffè…

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                    • Ottima l’idea del barista.
                      Anche se preferirei optassimo per una barista femmina, basta trovarne una che sappia eccellere tanto nella preparazione del caffè quanto nella lotta corpo a corpo (il fatto che sia stratognocca è dato per scontato).
                      Essendo nel pieno della visione di Daredevil il primo nome che mi è venuto in mente è quello di Elektra, che tuttavia potrebbe risultare un’opazione un po’ troppo pacchiana per un club nobile e dotto come il nostro.
                      Mi permetto di proporre il nome della Selyna Kyle interpretata da Anne Hathaway in quanto rispondente a tutte le qualità richieste nonchè dotata dell’elegante classe per operare all’interno di un’istituzione prestigiosa come la nostra.
                      Ci pensi tu a contattare l’agente?

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                    • Whaoo! Hai sparato altissimo!!
                      Addirittura la Hathaway!! Ovviamente sarebbe una meraviglia, ma io pensavo a qualcosa di più sotto-tono, perché in fondo quello del barista-buttafuori del nostro club è un ruolo da gregario…

                      Qualcosa tipo Jock Strapp, l’autista tutto-fare di Mortdecai interpretato da Paul Bettany (dall’albino assassino alla Visione salvatrice…)…

                      paul bettany and johnny depp in MORTDECAIOppure, se femmina, qualcosa tipo la Mulan di Once Upon A Time interpretata dalla bellissima Jamie Chung: entrambi personaggi di supporto ed ottimi combattenti…

                      Jamie-Chung-as-Mulan-in-Once-Upon-Time-2016In ogni caso, io e te stiamo rispettando sempre il comandamento dell’Off Topic selvaggio… sia mai che si smettesse!!

                      P.S.: Dobbiamo valutare le modalità di iscrizione di altri adepti nel club…

                      P.P.S.: Dobbiamo anche costruire una pagina web a parte dove gestire le attività del club…

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                    • Ottima la Chung, koreognocca di notevole levatura la cui bellezza non ha mai avuto la visibilità che merita.
                      Effettivamente con la Hathaway l’avevo un po’ sparata grossa…. Ma in fondo sognare è lecito anche per gli Ermenauti, no?

                      Quindi, vada per la CHUNG.

                      PS: va scritto un decalogo e vanno spiegate le prove da superare per entrare nella ristretta cerchia. In ogni modo, ritengo INDISPENSABILE una nota nella quale venga ricordata l’insindacabilità del nostro giudizio che, qualora unanime, garantirà l’adesione anche a chi non avesse superato gli esami.

                      PPS: per prima cosa bisogna scegliere il nome, poi si può da subito aprire un blog nella piattaforma wordpress.
                      Le prime due varianti che mi vengono in mente sono:
                      ermenauti.wordpress.com
                      clubdegliermenauti.wordpress.com
                      Ovviamente altre proposte sono bene accette.
                      In seconda battuta, andrà elaborato il payoff del blog (per il quale mi affido alla tua arguzia)

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                    • Carissimo amico, quanto sto per scriverti sul discorso Club degli Ermenauti non è nel modo più categorico esaustivo: considero tutto quanto concerne questo Club un qualcosa assolutamente in divenire, un progetto in progress dai contorni ancora nebulosi, pur tuttavia con alcune mie certezze che vorrei condividere.

                      Aldilà della celia sul barista e sulla scelta del dipendente (poi, chissà, potremmo anche pensare ad un appalto ad un privato, padrone di se stesso, ma stiamo ancora dentro alla celia), ti dettaglio alcuni miei pensieri, che sono poi i paletti di sicurezza attorno ai quali sto costruendo nella mia mente tutto il resto.

                      1. Il nome, ERMENAUTI, è la certezza delle certezze da cui tutto si dipana, così come la loro attività: gli Ermenauti ricercano o discutono fino allo sfinimento, fisico e mentale, dei massimi sistemi, con particolare predilezione per argomenti come il sesso degli angeli, inoltre lo fanno indipendentemente dalla domanda iniziale, facendo dell’Off Topic la loro ragion d’essere; l’idea di base degli ermeneuti è trovare il significato profondo dietro il significato ovvio, nascosti entrambi dietro ai significanti, nell’infinita e quasi utopistica ricerca del Sacro Graal di tutte le verità ovvero il significato che in qualche modo lega tutti i significati, perché ogni cosa è correlata, anche quelle diametralmente opposte.
                      Pur non essendo un pay off proponibile, diciamo che il motto degli Ermenuati potrebbe tranquillamente essere “TUTTO NE E’ PARTE”.

                      2. Gli Ermenauti esistono, si riuniscono (fisicamente o virtualmente) e discutono in un’agorà che assume l’immagine di Club (la sede fisica, lo spazio web, gli incontri periodici, sono tutti corollari dell’assunto base, che è quello del discettare), inoltre essi sono tutti di pari livello, perché io e te non potremmo mai accettare l’idea di considerare ermenauta una persona che fosse meno degna di un’altra seduta allo stesso tavolo: per questo motivo io intendo il Club degli Ermenauti come una “tavola rotonda con 2 Re Artù” ed ogni ermenauta e pari agli altri ed a noi stessi, con la sola immensa differenza che non si diventa ermenauti superando prove o facendo domande ma semplicemente perché Gianni e Paolo si accorgono (assieme o individualmente) che c’è in circolazione un possibile membro del club e questi viene contattato da noi due per chiedergli se accetta di entrare nel club.

                      3. Come tale, il Club non ha delle prove o degli esami da superare, ma degli obblighi a cui sottostare che non dovranno mai essere vissuti come tali (come un sacrificio, un dovere o una difficoltà): è come se la natura fondasse un club degli animali che respirano con i polmoni, dove per farne parte si deve semplicemente appartenere a quell’insieme di esseri viventi che respirano in quel modo, ma senza sforzarsi a farlo modificando il proprio status, ma semplicemente rimanendo ciò che si è.

                      4. E’ dunque evidente che l’ammissione al club è di fatto un riconoscimento che noi due facciamo del fatto che una persona sia già di per sé un ermenauata, invitandola ad entrare in una congrega in cui viene ratificata la sua ragion d’essere: di conseguenza è la persona invitata ad entrare nel club che deve accettare o meno di far parte con noi del medesimo club e non viceversa, poiché non esisteranno mai domande d’ingresso, ma solo persone che verranno portate dal caso alla nostra attenzione di giudici insindacabili.

                      5. Il carattere egalitario della congregazione è essenziale per la creazione di tutte le iniziative del Club (la costruzione della sede, il suo affitto, la sua manutenzione, il suo arredamento e soprattutto le missioni di esplorazione in terra straniera, i salvataggi e persino il recupero di tesori di conoscenza scomparsi).

                      6. Agli albori di qualsiasi spazio fisico, ci sarà quello virtuale del sito, dove verranno esplicate le caratteristiche e peculiarità che contraddistinguono un ermenauta ancora prima che questi prenda coscienza di esserlo e quindi non delle semplici regole a cui obbedire per entrare (c’è tutto un discorso di elementi aprioristici che giocano nella linea temporale, per cui anche l’essere ermenauti è una scoperta e non una conquista).

                      7. Non ho ancora un pay off del sito, ma di certo, nella sala con le comode poltrone dove ci riuniremo, vorrei da qualche parte veder troneggiare una targa con lo slogan che fu delle Pall Mall, come ebbi a dire più di una volta: “Wherever Particular People Congregate

                      Siamo solo agli inizi, Gianni, solo agli inizi…b

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                    • In quanto membro anziano del club (dove l’anziano ha la duplice valenza sia di membro più in là che gli anni che di primissimo iscritto) la tua saggezza illumina le mie farneticazioni e miei pensieri dando loro forma precisa e direzione matura.
                      Il tuo “eptalogo” è quanto mai stimolante nonchè condivisibile.
                      Mi permetto per altro di segnalarti che, tra il tuo scorrevole periodare, è già annidato un payoff a mio modo di vedere geniale e mi stupisce che tu non l’abbia notato:

                      trovare il significato profondo dietro il significato ovvio

                      E se proprio volessimo ripulirlo un po’, diventerebbe un perfetto motto:

                      come trovare il profondo dentro l’ovvio

                      (volendo si potrebbe sostituire l’aggettivo con il sostantivo: come trovare la profondità dentro l’ovvietà”).

                      Il club prende forma, amico mio.
                      Il prossimo passo sarà stilare una lista di possibili membri.
                      Se non ti spiace, a tal proposito, mi riservo il piacere di consegnare la tessera numero 3 ad un amico di lunga data, dotto aforista ed ermenauta diletto: il prof. wwayne, che corro subito a contattare!!!!

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                    • Sono in auto e quindi sto guidando mentre contemporaneamente detto al mio smartphone la risposta al tuo commento. Immagino tu abbia già letto l’ultimissimo post del nostro amico e collega Wwayne… perché quell’articolo già da solo varrebbe la tessera!
                      Quindi ovviamente sono d’accordissimo!!
                      Sullo slogan o payoff hai detto cose molto interessanti, per lo più condivisibili e penso che lavorandoci un po’ si possa trovare la formula perfetta

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                    • Apprendo con gioia di essere stato invitato a far parte del club degli Ermenauti, che a quanto ho capito tra poco avrà anche un suo blog WordPress specifico.
                      Mi trovo pienamente in sintonia non soltanto con i suoi membri, ma anche con i suoi principi ispiratori: infatti anch’io adoro andare off topic, sia nel commentare i blog altrui che nel rispondere ai commenti nei miei post. Quando lo faccio “in casa d’altri” talvolta non vengo apprezzato: al contrario, spesso ricevo una gran massa di contumelie decisamente esagerata, sia nella quantità che nei toni. Ma continuerò a farlo, e se qualche blogger non lo apprezza che mi butti pure fuori a calci dal suo blog.
                      Mi intriga anche il principio per cui noi Ermenauti, tra le altre cose, dobbiamo dedicarci anche a recuperare dei tesori di conoscenza scomparsi: è quello che faccio da anni nel mio blog, recensendo film di cui si è persa ogni memoria. Molti dei film che recensisco sono disponibili soltanto in streaming, o comprandoli in formato VHS usata (!) su ebay: se recensissi titoli come Batman vs Superman avrei molti più lettori, ma tradirei la missione principale del mio blog, che è appunto quella di ridare un minimo di visibilità a dei film che sono stati completamente dimenticati.
                      Mi fa molto piacere che Kasabake abbia apprezzato il mio ultimo post: come ho scritto nei commenti, l’ho scritto ispirandomi allo stile di Lapinsù, un po’ come gli autori latini che scrivevano le loro opere prendendo un modello greco di riferimento. 🙂

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  2. Ecco, io invece, in contrapposizione all’amico lap, ti dico, caro il mio kasamico, che sto qua e’ il post più bello che hai fatto. Il pezzo sul nostro takashi deve essere incorniciato. Dovrebbe stare in un libro dedicato. Kasa ti sei strasuperato, me lo sono bevuto tutto d un fiato, con gli occhi sgranati. Niente da commentare, e’ perfetto così com’è…. Ho apprezzato tantissimo la lunga disquisizione su ichi, mi hai fatto venir voglia di ritirare fuori dal suo slipcase nero il dvd e rispararmelo subito. Ma stasera c’è l’isola e quindi bisogna rimandare. Amore puro x takashi e massima stima x te sensei. Una cosa però mi tormentava durante la lettura… Ovvero: quanto tempo ci hai messo a scrivere questo post?
    Se non e’ amore x il cinema questo, non so cos’altro potrebbe esserlo. Bravo, bravissimo, grazie.

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    • So che condividiamo un amore profondo per Miike, proprio per il suo essere eccessivo e intelligente e creativo e così tanto incredibilmente “giappo” da rappresentare per noi due un vero punto di riferimento!
      Proprio perché so questo, le parole del tuo commento sono fuoco vivo per me!! Perché, quando scrivo di questo autore e dei suoi compagni, mi sento, come dire, nella stessa cineteca dove sei seduto anche tu (sto ancora riflettendo sul numero enorme di dischetti di plastica che hai detto di avere… pazzesco!).

      Ti confido che tutta questa lunga epopea (il termine è dell’amico Lapinsù) in 5 parti è stata in realtà scritta la contrario…
      Tutto è cominciato qualche tempo fa, quando, in poco tempo mi sono sparato di seguito gli ultimi film del maestro: dopo aver recuperato alcuni vecchi film degli anni dal 2010 al 2012 (tra cui lo splendido “Il canone del male”), sono partito con i nuovi dal 2013, con quel “Proteggi l’assassino” di cui ho parlato, ma anche il pazzesco “As the Gods Will”… ma la gente si rende conto di che testa ha Miike?

      Nella speranza che qualcun altro lo veda, metto di seguito anche il delirante trailer dei bikini esplosivi… un genio!

      Ovviamente ho goduto come un castoro sotto anfetamine nel guardare “Yakuza Apocalypse” (di cui ho parlato anche nel post) e soprattutto con l’incubo di “Over Your Dead Body” e così ci spariamo anche il trailer di questo.

      Lo so che tu probabilmente hai già visto tutto, ma se non lo avessi fatto, ti garantisco divertimento assicurato!!

      La cosa pazzesca è che Miike riesce a sfornare una media di 2 film all’anno, più produzioni televisive e sceneggiature varie… no, dico, ma si potrà?

      Takashi MiikeUn abbraccio fortissimo, Lupo!

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  3. Kasabake, detto l’enciclopedia del cinema! Non solo conosci una serie di opere cinematografiche di ogni epoca, dagli esordi dei fratelli Lumiere ad oggi, ma analizzi e vai oltre l’apparenza, cerchi i fili conduttore tra generi, epoche, autori, registi, artisti in genere. Un po’ come l’amico Lapinsu, nom conosco e non credo recupererò troppo del cinema giapponese/orientale, te l’ho già detto in più di un’occasione credo, ma con questa serie di articoli mi hai incuriosito, magari non tanto sui singoli film da tw citati, ma sul discorso più ampio che hai fatto, scavando a fondo anche nelle differenze tra la società occidentale e quella orientale, che si rispecchiano, ovviamente, sul grande schermo. Come sempre, perfetto Kasa!

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  4. Grande! Finalmente ho l’opportunità di leggere il tuo articolo. Sei letteralmente un’enciclopedia del cinema come ti ha definito Davide Traversa. Conosco abbastanza bene Miike (anche grazie a lupokatttivo) e quindi conosco il suo stile e devo dire che mi piace. Le persone guardano sempre le apparenze e mai il suo significato più profondo.

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    • Grande Butch! Come dicevo sopra a Dave, non mi ero accorto degli ultimi commenti arrivati, altrimenti avrei risposto e ringraziato prima!

      Ero certo, nel tuo caso, che conoscessi Miike: chiunque bazzichi per il mondo degli anime e dei manga deve per forza fare i conti con una simile autoritò, figurasi se poi è anche un appassionato di cinema come te ed oltretutto un conoscitore degli horror! Praticamente Miike diventa una tappa obbligata!

      Tra l’altro, essendo tu anche un videogiocatore, puoi capire il mio entusiasmo quando, recuperando un po’ dei film che mi mancavano del maestro Takashi, mi sono visto e goduto la sua versione filmica del classico videogame “Ace Attorney”: sto parlando di “Gyakuten saiban” del 2012, in cui l’attore scelto recita la parte dell’avvocato Phoenix Wright alla perfezione!

      Phoenix-Wright

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  5. Che avventura Maestro Kasa, che avventura.
    Fin dal primo capitolo di “Eroe ed Onore” sono rimasto incollato allo schermo, incredulo e anche un po invidioso di come una persona potesse essere tanto colta, avere così tante conoscenze in ambito cinematografico [di qualsiasi epoca e genere] ed essere così bravo anche ad esternarle e [forse involontariamente] ad insegnarle al lettore! Anche a chi, come me, non sempre si è trovato culturalmente preparato sui vari argomenti trattati.

    Questi tuoi pezzi sono assolutamente da antologia, si potrebbero quasi stampare e farci su un libro [e sono sicuro che avresti moltissime altre cose da dire se ne avessi l’occasione].

    Sul cinema di Miike c’è poco da dire, penso che tu abbia già detto il necessario, inoltre ho molte lacune a riguardo [della sua filmografia ho visto pochi film, e per lo più tutti post-2000] ma dopo quanto hai scritto sarà sicuramente uno dei registi che dovrò andare a ripescare e approfondire [proprio come Kurosawa].

    Ancora complimentoni per i tuoi pezzi Kasa e grazie per averci reso partecipi di questa “avventura” 🙂

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    • Grazie tantissimo PizzaPlanet, davvero: ogni volta che leggo i tuoi commenti ai tuoi post, la mia autostima è come una gola arrossata che respira gli effluvi balsamici di una sciroppo miracoloso, che ti rasserena la vita!

      Miike è per stomaci forti, ma ha una produzione talmente vasta ed i suoi mash-up sono talmente creativi ed irriverenti che ti lasciano ogni volta a bocca aperta: delle cose recenti, a mio avviso è imperdibile “Over Your Dead Body”, il cui trailer ho linkato sopra, nel commento di risposta a Lupo, ma c’è davvero l’imbarazzo della scelta!!

      P.S. Lo sai che adesso ti chiamerà “El Burrito Perrito” anche la blogger DoppiaW? Questo nickname è davvero troppo avanti…

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      • Hahaha intanto un paio d’ore di applausi per “Pizza Planet” te li porti a casa 😀
        Riguardo “Over Your Dead Body” ti confesso che non sembra proprio il mio genere ma l’ho messo comunque in lista, sono molto più curioso di vedere “Yakuza Apocalypse” che già dal trailer sembra fatto apposta per me XD

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        • Pizza Planet oramai è un luogo della mente…
          Andando invece completamente OT, ma cosa si sono fumati questa volta Seth Rogen ed Evan Goldberg?
          Mi sono perso il target ed il senso dell’operazione del loro nuovo “Sausage Party” e non so dire se è una figata pazzesca o una cagata colossale… (ma l’ho pensato ogni volta, a dire il vero, poi certe cose loro, come “The Interview” sono adorabili… solo la canzone della bimba coreana all’inizio vale l’Oscar…

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          • Haha ma dai che Rogen e Goldberg sono geniali XD
            Per quanto i loro film siano “demenziali” ci trovo sempre dietro qualche significato nascosto o riferimenti alla cultura cinematografica [in questo caso sono molti i riferimenti all’immensa industria del cinema d’animazione americano…più una piccola citazione a SALVATE IL SODATO RYAN].

            Amano il cinema e amano giocarci [anche in modo scorretto alle volte]. Sia che siano normalissime commedie come CATTIVI VICINI o PINEAPPLE EXPRESS [perdonami se non uso il titolo in italiano, ma è abbastanza imbarazzante] o operazioni metamediatiche come FACCIAMOLA FINITA o THE INTERVIEW [che ti confesso di non aver apprezzato poi molto, forse a causa di tutta la manfrina nata attorno alla release] secondo me una buona ragione per guardare le loro commedie la si trova sempre, anche solo per farsi due risate e basta [sacrosanto diritto 😀 ].

            Per rispondere alla tua domanda, cosa si sono fumati Rogen e Goldberg per aver tirato fuori SAUSAGE PARTY?
            Non lo so, ma di sicuro era roba buona 😀

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  6. Dannazione, quanto materiale e sono le una meno un quarto… e no, no non ce la farò mai a leggerlo stanotte e questo mi dà un enorme dispiacere, perché leggerlo ora da stanco intendo, me lo avrebbe fatto vivere questo pezzo e i commenti di ciascuno di voi dannati blogger che tutto sapete e vedete.
    Però c’è un risvolto positivo, domani avrò da leggere tanto materiale. E’ un po’ come il preludio al sabato del villaggio, ancora più bello e carico di aspettative del sabato stesso.
    Buonanotte e a presto.

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    • Grazie Gianni, non so quanto saranno davvero apprezzati dagli altri questi miei cinque logorroici e pedanti pezzi sul confronto tra i due concetti reiterati nelle due cinematografie occidentale ed orientale, ma sono contento di aver avuto la scusa per parlare anche di altro che non solo i film e le fiction nord-americane, aprendo una porticina su un universo ancora tutto da esplorare; prima o poi toccherà all’India (che sto recuperando a tappe forzate) e qualche piccola intrusione nel Messico, territorio davvero di confine, considerato da sempre una sorta di refugium peccatorum” dei vicini gringos, una quasi 51° stella sulla bandiera americana, lo stato “Cenerentola”, ma che ogni anno sforna atleti, manovali, poliziotti, donne di servizio, che passano il confine ed entrano nello stato federale… tra questi lavoratori anche registi, attori e sceneggiatori che negli anni hanno cambiato il modo statunitense di fare cinema… parleremo anche di questo… perché un sistema si modifica quando incorpora un nuovo elemento, modificando questo’ultimo ed assieme modificando tutto l’organismo.
      Adoro questa idea di un tutto magmatico che si evolve in continuazione… come l’arte, che ne è rappresentazione cangiante… ora sto zitto, passo e chiudo, click!

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  7. Mi riprometto sempre di vedere i film di Miike… e puntualmente me lo scordo. Suo ho visto solo Ace Attorney, a causa del mio amore per la saga dei videogame, e dopo quello avevo deciso di saperne di più… poi, per qualche ragione, non l’ho più fatto.
    Però “Yakuza Apocalypse” DEVO vederlo, insieme a “13 assassini” magari, se mai mi ricorderò…

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    • Il fatto che tu abbia visto “Ace Attorney” ti rende onore!!
      Belial, Belial… il demone della menzogna, di tutti i demoni il più dissoluto secondo la religione ebraia… eppure il tuo blog è dolce e rispettoso, tutt’altro che demoniaco!
      Oppure è prorio questo il concetto, come la verve creativa dello stesso Miike, capace di mettere in scen ale più atrici efferatezze e poi mescolare con sagacia cialtroneria da carnasciale alla serietà del Teatro Nō…

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      • Ti dirò di più, prima lo trovai in Giapponese, solo qualche settimana dopo trovai i sub. Per il mio nick, è un po’ complessa la cosa, è spiegata brevemente sul mio blog e in vari articoli. In pratica a me piace inventare storie e giocare di ruolo. Un giorno decisi di trasformare un mio vecchio personaggio e di giocarlo in D&D. Dato che ci perdo la testa a cercare i nomi, mi misi a cercare nomi demoniaci e a capire un po’ anche da dove derivassero. Secondo una teoria che trovai “Belial” deriverebbe da “Belili”, dea sumerica della luce. Visto che il mio personaggio doveva essere doppio (vita doppia di assassina in cerca di vendetta ma in origine buona), creai Belial, un nome che in ogni caso ha anche un suono che mi piace molto. La versione “innocente” portava questo nome, poi, quando cambiò personalità, prese il nome di “Beatrix” (che tra l’altro aveva la stessa iniziale). In seguito alla campagna, tuttavia, la storia che io e i miei amici abbiamo vissuto mi è piaciuta talmente tanto che ho deciso di “eliminare” quella Belial e mantenere quella del gioco, iniziando la pubblicazione sul delle cronache di quel racconto. Mi piaceva la contrapposizione di Belial\Belili e poi Beatrix, al punto che il fratello lo chiamai Daimon (il demone socratico, da cui deriva la nostra parola demone, che come Belial\Belili si è evoluto in maniera inaspettata). Dopo anni a giocare questo personaggio mi ci sono affezionata molto e ho iniziato a usarlo come nick.

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  8. La potenza evocativa del testo che ho appena riletto per la sesta volta (stasera) e credo decima da quando è stato pubblicato è immensa. Entrare nel magico regno della cultura orientale ed in particolare di quella giapponese che – mia opinione – non separa nettamente il visivo, il visualizzato, ovvero il mostrato a te che guardi, dalla metafora, dall’esempio, dal concetto, è stata una vera e propria cavalcata.
    Non so l’occidente tutto, ma certo occidente, di cui noi pensiamo di fare parte, ama incasellare tutto e dare un’etichetta a tutto, soprattutto odia con forza ciò che sembra non avere un senso, come la violenza assoluta.
    Inoltre spesso non accetta che si possa parlare e mostrare con grande impatto cose inenarrabili, che per loro natura possono solo essere mostrate.
    Certo molte delle pellicole portate ad esempio sono un tantino forti e se pure, rifacendomi all’opinione di cui sopra, se pure sono esternazioni di concetti, un po’ di impressione la fanno; resta un briciolino di budella da ripulire insomma.
    Che dire: grazie, perché su questo argomento, come su tutti gli altri mi occorrerà ancora del tempo per approfondirlo e ringrazio anche gli altri (dannati) commentatori seriali, che concorrono a creare un post ancora più completo.
    E vi chiamo Dannati, non Ermenauti, termine che io do già per utilizzabile perfino nelle enciclopedie, perché siete Dannati in eterno a ricercare a approfondire, Dannati perché mi togliete il sonno, perché mi segno i vostri articoli e me li rileggo ogni volta, fino ad arrivare seduto qui di fronte al monitor sino ad orari impensabili!
    🙂

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    • Carissimo Gianni,
      non solo hai davvero fatto quello che avevi annunciato nel tuo precedente commento (in cui, oltre a farmi i complimenti per il mio post, ti ripromettevi di leggerlo più approfonditamente e di commentare in modo esteso), ma hai anche dato testimonianza di un riconoscimento di stima nei confronti di ciò che scrivo che ti garantisco supera nettamente i miei meriti: hai scritto parole su di me ed hai dedicato così tanto del tuo tempo (prezioso, in funzione del tuo continuo brulicare di fermenti cerebrali e narrativi che ti contraddistingue) che mi mette quasi in imbarazzo!!
      Ho già da tempo superato la boa della falsa modestia e mi ero riproposto di arrivare fino alla successiva, con la tracotanza e la superbia che soffiavano in poppa alla mia imbarcazione (premetto che da giovane ho avuto pochi giorni di esperienza come windsurfista sul Lago di Garda, in prove talmente scadenti da farmi venire a recuperare al largo…), ma tu mi hai superato con un potente aliscafo, guardandomi sorridendo dal ponte di comando, in braghe corte e scarpe da vela, con gli occhiali da sole indosso ed una coppetta da cocktail in mano, a braccio alzato come a salutarmi con brindisi, neanche fossimo membri dello stesso yachting club!
      Ma non è così, io resto molto indietro e tu, che sei già in porto, a scambiare baci ed abbracci con i villeggianti, mi degni di considerazioni troppo alte…
      Tornando alla boa della falsa modestia (ampiamente doppiata nei miei giri precedenti) c’è chiaramente una grande soddisfazione nel leggere che quanto scrivo viene così tanto compreso da te, da spingermi a continuare (si, lo so, sembra una minaccia…), tanto che il post che dovevo pubblicare giorni fa (un excursus nella mia rubrica dei Kasa Shots e come tale, corto…) si è andato trasformando in un Que viva Mexico! di ampio respiro, che spero vedrà la luce per Pasqua.
      Detto questo, grazie, grazie, grazie, grazie…

      P.S. La storia degli Ermenauti è una cosa davvero bella e sono certo che tu avresti la tessera VIP nel nostro club…

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      • Wow.
        Il primo commento dopo aver letto questo tuo commento è Wow. Al momento non ne ho altri. 🙂
        Eh, con franchezza io son colui che dimentica e quindi non posso nemmeno legarti le scarpe. Mi dici che son già al porto mentre tu sei in mezzo al lago ma ahimé… magari.
        Però i tuoi interventi – che non trovo lunghi – sono a tutti gli effetti fonte di idee, ispirazione e pensiero e di questi tempi non è poco, anzi direi è tutto.
        Voglio il tuo Mexico, ho già l’acquolina in bocca.

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  9. Un mio momento di corsa come sto facendo in questo periodo di fine marzo, genera per forza di cose un commento di corsa… di conseguenza ti saluto cordialmente anche se non sono un “eroe” e cerco di mantenere il mio onore con un sorriso. Auguri…. E non fermarti mai !

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  10. Pingback: Give a book tag | La Corte

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