Once Upon a Time in Hollywood: la magnifica vacuità di un dio del cinema

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Mi fa male lo stomaco ed ho persino una stretta al cuore nel pensare a quanto sto per scrivere in questo post: esprimere un giudizio negativo su Once Upon a Time in Hollywood mi fa molto male, perché non solo Quentin Tarantino ha un posto d’onore nel mio personale Pantheon dei migliori registi al mondo, ma perché questo suo film in particolare è stato indubbiamente ideato, sceneggiato, prodotto e diretto pensando soprattutto ai cinefili ed io mi sento di essere tra questi.

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A scanso di equivoci e possibili mal riposte accuse di presunzione, ci tengo a precisare subito che per me il vero cinefilo non è un giornalista o un pubblicista professionista e non è nemmeno un critico: egli non è ossia parte di quell’intellighenzia giudicante, censoria o osannante, che spesso ha gusti distanti dal grande pubblico, ma è piuttosto un amante viscerale della settima arte, intesa non tanto come espressione artistica, ma proprio come un mondo parallelo a quello che tutti noi viviamo quotidianamente; il cinefilo è pertanto una persona che, al pari di Tarantino, filtra ogni istante della sua vita attraverso un ipotetico spazio cinematografico, osservando il mondo con il tecnicismo della macchina da presa.

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Il cinefilo duro e puro, quando gli riesce, ama persino riconoscere il tipo di pellicola usato (e non parlo del formato, evidentissimo a tutti, ma della qualità della grana ovvero dei cristalli di alogenuro di argento che un tempo, prima dell’avvento del digitale, ne determinavano la fotosensibilità, tanto che le riprese notturne apparivano per l’appunto a “grana grossa” e meno definita, pratica che ovviamente oggi ha solo un significato estetico creativo) o anche quale fosse, in certe scene, il sistema di ripresa (come la Louma, il braccio snodato della gru con attaccata la cinecamera, usata regolarmente da Tarantino anche negli interni, come facevano storici direttori come Roman Polansky); altresì, il cinefilo si appassiona ad alcune scelte stilistiche di grande tecnicismo, come l’uso disinvolto del cambio di focale degli obiettivi fatto per questo film, allo scopo di giocare con la profondità di campo nel fotografare gli attori, cosicché, aumentando o diminuendo la lunghezza, si sono modificate le asperità dei tratti somatici e si è potuto alternare un effetto di bellezza patinata a quello invece di realismo fotografico nei medesimi visi in diversi momenti della narrazione; Once Upon a Time in Hollywood si presenta, in questo senso, come un incredibile buffet straripante meraviglie e golosità a non finire, una vera esibizione di bravura che lo fa quasi apparire un trattato esplicativo sulle tecniche cinematografiche di ripresa.

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Quest’opera, voglio ribadirlo, è stata infatti girata tutta con grandissima abilità, stracolma di accorgimenti raffinatissimi nella messa in scena (alcuni evidenti ed altri molto più nascosti, al limite del maniacale), in un modo possibile solo per quei pochi registi che sappiano dominare il mezzo tecnico in tutti i suoi aspetti: per questo sono convinto che sia stata palesemente creata per essere probabilmente il capolavoro di una vita dedicata alla settima arte, forse persino l’opera finale di commiato di Tarantino come regista, ma purtroppo ciò che lascia, anche ad uno spettatore fedele ed indulgente come me, disposto ad accettare ogni possibile cambiamento di stile, lungo una strada di evoluzione creativa, è soprattutto una sensazione sgradevolissima di incompletezza e la cocente delusione per un’artista che non ha osato uscire dalla morbida e confortevole sfera della sua nostalgia, giocando oltrettutto in levare sulla cosa che più di altre lo aveva ai miei occhi sempre reso davvero unico ovvero lo storytelling.

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Questo decimo film (lo so che per tutti è il nono, ma io non voglio considerare Kill Bill come un’unica pellicola divisa in due parti) del cineasta di Knoxville, Tennessee, è realmente un gigantesco atto d’amore (tra l’altro debbo ringraziare la Cineteca di Bologna per aver dato alla nostra città la possibilità di gustarselo da subito in lingua originale, sottotitolato in modo impeccabile), ma che il suo autore ha rivolto soprattutto verso se stesso: non è quindi un vero regalo per quel pubblico che Tarantino ha costruito attorno a sé in tutto il mondo, quanto piuttosto un suo tentativo di emulare quei grandi maestri della settima arte che, in un momento artistico di riflessione personale, hanno deciso di mettere in scena la loro anima ed i propri ricordi, come fece Fellini nel 1963 con il suo immenso o Woody Allen cone il suo Manhattan del 1979 e più recentemente Alfonso Cuarón nel 2018 con Roma e potrei allungare moltissimo la lista, ma voglio fermarmi a questi due soli esempi, molto distanti nel tempo tra loro, per evitare al mio amato Quentin ulteriori confronti impietosi, giacché se in quei casi parliamo di capolavori davvero inestimabili, in Once Upon a Time in Hollywood siamo purtroppo invece di fronte alla sublimazione di un’immensa, meravigliosa ed elaboratissima inconsistenza, mascherata da kolossal della memoria.

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Come testimoniato anche dalle innumerevoli interviste a lui ed al cast, realizzate prima, durante e dopo la produzione del film (con una campagna pubblicitaria di taglio giornalistico davvero martellante, sostenuta da ogni scrittore di cinema su ogni mezzo di stampa, online ed offline), Tarantino ha dichiaratamente realizzato un affresco di storia immaginaria (con il suo solito splendido finto realismo, s’intende), usando però una narrazione fastidiosamente frammentaria e minimalista, seppur elegantissima e per lo più impalpabile: anche se cesellato in modo certosino e con la costruzione impeccabile di ogni inquadratura o piano sequenza, molti dei movimenti di macchina (alcuni quasi invisibili ma che rendono anche la scena più piccola una scena madre) ti lasciano una fastidiosa sensazione, non di sterile virtuosismo, questo mai, ma certo di esercizio di stile fine a se stesso.

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Anche il colore e la ratio dello schermo ci dicono più sulla forma di questo film che non sulla sua sostanza, facendo scivolare lo spettatore dal colore al bianco e nero e passando dal classico formato hollywoodiano dei 2.39:1 fino a quello tipico della vecchia tv del 1.33:1 (cosa anch’essa di certo non nuova, visti gli esperimenti di Wes Anderson, che in The Grand Budapest Hotel del 2014 usa la ratio 1:37 per le scene ambientate negli anni ’30, quella 1:85 per le sequenze degli anni ’80 ed infine la 2:35 per tutta la parte ambientata negli anni ’60, per non parlare poi dello straripante Xavier Dolan, che nel suo Mommy dello stesso anno gira quasi tutto il film nello strettissimo formato quadrato del 1:1, fino all’istante in cui il protagonista allarga le braccia verso i bordi dello schermo che si dilatano nella pellicola fino alla nuova ratio di 1:85): insomma, guardare questo Once Upon a Time in Hollywood è senza dubbio un modo per entrare nella testa e nel cuore di Tarantino ed assistere allo spettacolo delle sue passioni e dei suoi demoni, ma senza quel costrutto narrativo che rendeva quasi ogni suo film precedente un’opera drammaturgicamente tesa, spesso strizzando l’occhio alla cultura popolare condivisa e non solo data per scontata, come invece purtroppo accade qui.

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Praticamente ogni cosa che si vede in Once Upon a Time in Hollywood è infatti derivativa e funziona appieno solo se si sono vissuti quegli avvenimenti in modo diretto o perché li si conosce culturalmente: la debole e fragile trama si basa sulla lunghissima descrizione del microcosmo creato con il rapporto di amicizia esclusiva tra il personaggio di Rick Dalton (un attore sul viale del tramonto, specializzato in western televisivi, citazione nel film della reale serie Lancer della fine degli anni ’60), interpretato in modo maestoso da Leonardo DiCaprio e quello di Cliff Booth (lo stuntman ufficiale di Dalton e suo tuttofare), a cui presta le sembianze un bravissimo Brad Pitt, finché questo mondo entra in contatto in modo quasi casuale con quello della Manson Family ovvero il gruppetto di adepti della comune capitanata da Charles Manson, coloro che poi nella realtà della cronaca storica, seguendo un delirante piano di liberazione della società dagli sfruttatori, culminarono nel cosiddetto eccidio di Cielo Drive, dove nell’Agosto del 1969 uccisero 5 persone, tra cui l’attrice Sharon Tate (allora moglie del regista Roman Polański ed incinta di otto mesi e mezzo), insieme a tre suoi amici che erano in visita in quel momento e un ragazzo di 18 anni, presente causalmente sulla scena.

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Questo avvenimento delittuoso, che nel film di Tarantino acquisisce la palese valenza metaforica della brutale fine di un’epoca di sogno e distacco dalla realtà (per lo più con l’uso di sostanze allucinogine e psicotrope), tipico delle comunità di studenti e giovani rampolli della middle-class, ha ovviamente un significato fortissimo solo per gli statunitensi (nemmeno tutti, oltretutto) che hanno vissuto sulla pelle quella trasformazione e quel passaggio storico della società, così come è terribilmente simbolica anche la descrizione dei set cinematografici e televisivi usati nel film per illustrare l’altro grande cambiamento culturale nel modo di produrre intrattenimento al cinema ed in televisione all’inizio degli anni ’70.

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Sia quindi molto chiaro che, quando parlo di materiale narrativo derivativo, non parlo di semplici citazioni, di cui da sempre il tessuto rappresentativo di ogni film di Tarantino è infarcito e che hanno caratterizzato ogni scelta visiva di ognuno dei precedenti nove film (perché il suo è davvero un cinema che ha sempre vissuto in modo consapevole le lezioni dei suoi maestri, in una infinta rimasticazione culturale e mai solo istintiva dei significati metatestuali di film alti e bassi, di cinema popolare e cinema d’autore), ma del delirio di onnipotenza di un dio del cinema che decide di fare un film sulla sua personalissima idea di storia hollywoodiana, cercando di riprendere di fatto quella commistione tra critico ed artrista che a suo tempo rese meravigliosa la nouvelle vague francese, quella che vide ossia colti studiosi di cinema passare dal giornalismo specializzato alla cinepresa, come Jean-Luc Godard, François Truffaut, Jacques Rivette o Claude Chabrol).

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Ho parlato appositamente di delirio di onnipotenza perché Once Upon a Time in Hollywood, a mio modesto giudizio, è l’espressione di un magnifico e luminoso re (Quentin Tarantino è stato e resta uno dei più grandi registi ed autori di cinema viventi) che si è seduto pigramente sul suo trono, convinto che i suoi sudditi non possano fare altro che bearsi di ciò di cui lui si bea, divertirsi con ciò che a lui diverte ed emozionarsi per le sue favole, nemmeno fosse non solo un despota illuminato ma persino un dio imperatore, che crea vita e luce a sua discrezione.

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È molto importante precisare, a questo punto, che definire Once Upon a Time in Hollywood un brutto film sarebbe una stupidaggine ed una banalizzazione quasi blasfema, perché comunque, malgrado il mio lungo ed articolato giudizio negativo sopra espresso, lo spettatore si trova di fronte all’opera di un genio del cinema ed anche il film meno riuscito di un tale maestro è comunque più bello della media dei lavori dei tanti artisti mediocri che lo circondano, ma il confronto con il resto dei suoi film è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

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Persino le recensioni più entusiastiche (comprese quelle che in fretta e furia hanno gridato al capolavoro e che ostinatamente sembra quasi vogliano persuaderci a tutti i costi dell’immenso valore artistico di questa pellicola) sono costrette a parlare di tanto altro che non sia lo specifico filmico, come della presenza quasi ossessiva del doppio, della cura nella ricostruzione storica ed infine dei mille easter eggs nascosti: sul web si possono trovare critici e blogger che si sono sperticati per riconoscerli tutti, dalla marche delle sigarette appoggiate sui tavolini (chiunque ami Tarantino è praticamente perseguitato dalle Red Apples, presenti ovunque!), alle bevande, ai locali storici di Los Angeles, fino ai cartelloni pubblicitari, ma se questa galassia di segni e cifre (esibite o nascoste) è sicuramente indice di una grandissima cura messa da Tarantino nel mettere in scena il suo circo della memoria, è altrettanto vero che tutto questo non trasforma il film in un capolavoro.

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Quando si arriva alla trama, come dicevo prima a mio modesto giudizio davvero esile e davvero quasi esclusivamente allegorica, anche gli entusiasti sostenitori senza dubbi del film sono costretti ad arenarsi nel ribadire fino alla nausea il suo avere la valenza della fiaba (parliamo specialmente del finale, oramai spoilerato ovunque), cosa che tutti sanno non essere affatto originale per lo stesso Tarantino e come tale di certo non bastante per essere memorabile.

Reservoir-Dogs

Quasi tutti i film del nostro cineasta sono infatti delle favole: con l’eccezione del suo primissimo Reservoir Dogs (succo concentrato di passione senza freni per il cinema di genere e pellicola seminale, quasi istintiva nella sua brutalità di ripresa, se non fosse per l’altissimo mestiere) e dello stralunato progetto Grindhouse (troppo mediato, troppo decantato, troppo artificioso per essere davvero emozionante), praticamente ogni segmento della sua filmografia è come prima cosa una fiaba raccontata agli spettatori, una grande storia dove il bene vince sul male (anche in modo straziante e quasi tragico, ma mai davvero casuale) con l’aiuto di un destino attento e parabolistico, giacchè tutto ciò che accade ai personaggi dei film di Quentin sembra un insegnamento di qualcosa, un piccolo apologo su come il nostro artista vede il mondo, non quello vero ovviamente, ma quello narrato dai film della sua vita.

Pulp-Fiction

Una favola è stato senza dubbio Pulp Fiction, con quella manipolazione dei tempi e delle coincidenze del destino che portano a fini epiche o a gloriosi successi i suoi personaggi più amati, con quella narrazione sempre un passo oltre la credibilità, sopra le righe, in un patto emozionante tra spettatore ed autore, così come fu una fiaba in modo ancor più plateale Inglourious Bastards, con il suo aver voluto riscrivere la storia nota a tutti, senza alcun ritegno per la verità, ma nella piena coscienza di una vittoria della fantasia sulla realtà.

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Di certo anche tutto lo svolgimento dell’intricata storia di droga e denaro, narrata nel sottostimato Jackie Brown (tale perché girato con tono ricercatamente minimalista dallo stesso regista), sembrava come prima cosa un testardo voler appioppare un happy end fintamente disilluso, ma in realtà soddisfattissimo, a tutto un intero filone di film noir e polizieschi che fece del cinismo da exploitation la sua bandiera.

Django-Unchained

Come non parlare di fiaba o di riscrittura favolistica per Django Unchained, con quella sorta di palcoscenico disneyano virato splatter della storia (le sacche piene di sangue che, durante il lungo shootout finale dentro la villa di Candyland, esplodono nelle gambe degli attori, come pietre tirate in una pentola di sugo, fanno volutamente sorridere), altrimenti brutale e senza sorriso, del razzismo vergognoso condotto dai bianchi statunitensi nei confronti degli africani deportati come schiavi, in una versione post-moderna dei classici film di impianto morale ed impegno civile (come, tra i piu vicini a noi, fu il ruffiano e piacione 12 Years a Slave di Steve McQueen), giocando ancora una volta sulla storia reale e mescolandoci il mito western dell’eroe solitario, sia di ascendenza cinematografica italiana (il riferimento alla straordinaria violenza del Django del 1963 di Sergio Corbucci è palese, voluta ed assolutamente dichiarata anche nel cameo offerto nel film a Franco Nero), sia asiatica (non dimentichiamoci che lo stesso Tarantino interpretò un pistolero di nome Piringo nella sequenza di apertura del Sukiyaki Western Django di Takashi Miike del 2007).

Kill-Bill

Infine l’opera in due parti di Kill Bill, senza dubbio costruita con la perizia allucinante di chi ha sbobinato centinaia di film di bassissimo budget e quasi sconosciuti al grande pubblico (ma attenzione, si ricordi sempre che lo spettatore statunitense vede quasi ogni cosa prodotta all’estero come esotica o strana), in una vera e propria orgia di omaggi e citazioni (spesso persino pedisseque e ricalcate) ai film sui samurai giapponesi, ai wuxia cinesi, al cinema western-spaghetti, al poliziesco americano ed italiano anni ’70 ed infine alla violenza ed al cinismo degli yakuza movies moderni, ma che, aldilà di tutto questo, è soprattutto una rivalsa impossibile e cocciuta contro il torto che la sua Hollywood fece contro un certo tipo di cinema e di manovalanza artistica: la storia delle due pellicole, raccontata e messa rappresenta per l’appunto l’elaborazione complessa di una vendetta ed assieme di una riparazione storica allo scippo effettuato a suo tempo dalla Warner, quando, per far interpretare il monaco Shaolin che attraversa il West statunitense nella serie Tv Kung Fu (ideata e progettata da Bruce Lee pensando a se stesso), preferirono, all’immortale maestro di Jeet Kune Dou, un bianco ed americano David Carradine ovvero l’attore appositamente scelto da Tarantino per impersonare il character di Bill, cosicché venisse ucciso sul finale, con una valenza di spettacolare revanscismo poetico.

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In questo carrellata sulla fimografia di Tarantino, mi sono appositamente tenuto per ultimo The Hateful Eight del 2015 e non l’ho fatto solo nel rispetto di un ordine cronologico (nono film dei dieci ad oggi scritti e diretti), ma perché con esso il nostro cineasta aveva già fatto una brusca sterzata dai suoi soliti stilemi narrativi, proponendo uno spettacolo non più favolistico, nemmeno lontanamente, ma tutto drammaticamente incentrato su un whodunit di stile hitchcockiano: l’ironia beffarda e l’umorismo cinico tipico degli altri film ha lasciato qui il passo ad una storia lugubre, fredda ed intricata, dove il numero otto del titolo (in primis celebrativo della propria filmografia) era divenuto il numero diabolico dei personaggi coinvolti in un delitto da camera chiusa, sostenuto da una sceneggiatura serrata, in cui persino la musica di Morricone sembrava un commento funereo ed implacabile, come il destino che qui non si muove più beffardo e manipolatore, ma sembra farsi da parte per assistere immobile alla barbarie di uomini talmente feroci da non aver nemmeno bisogno del demonio per essere influenzati.

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Scritto e diretto ben quattro anni prima di questo capitolo di nostalgia e revisionismo storico sentimentale, The Hateful Eight, con il suo plot esemplare e romazesco, sembra oggi, dopo questo decimo film, quasi una pausa nell’evoluzione stilistica di Tarantino, un episodio a parte e non l’inizio di un nuovo percorso: se infatti io fossi uno di quei parolai supponenti, che scrivono per massimalismi e cercano a tutti i costi le frasi sarcastiche ad effetto, ad uso e consumo della platea analfabeta dei social network, paragonando la sceneggiatura di Once Upon a Time in Hollywood a quelle dei nove film precedenti, vi avrei potuto riassumere tutto questo lungo post dicendo semplicemente che il film è la descrizione di gente che per due terzi del tempo va a zonzo a piedi o in macchina senza costrutto, mentre poi finalmente fa qualcosa, fino all’esplosione finale, con una lunghissima scena da spellarsi le mani per appaludirla.

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Ovviamente la nostra pellicola è molto, ma molto più di questo, a partire da una gestione degli attori assolutamente perfetta, in particolare di Margot Robbie: non ascoltate coloro che stupidamente nel web e sui social hanno criticato il copione assegnatole in quanto ruolo di un’oca giuliva, perché la sua Sharon Tate è semplicemente sublime e mentre nella pur straordinaria caratterizzazione dei personaggi di DiCaprio e di Pitt permane fortissimo il valore citazionista, nel personaggio della Robbie ogni intento filologico e nostalgico viene scavalcato da un cocciuto sentimento, fornendo il ritratto di una attrice simbolo stesso di innocenza, trattata dal regista e scrittore con una forma di rispetto quasi sacrale, perché per Tarantino la Tate del suo film è l’angelo da salvare, la testimone di un’epoca e di un mondo che il nostro Quentin non vuole che venga dimenticato e forse nemmeno sporcato di sangue o polvere: «Save the cheerleader, save the world», continuava a ripetere il character di Hiro nella fiction Heroes, appena tornato dal futuro e questo parallelo con la Sharon Tate di Tarantino è assolutamente calzante, come scoprirà chi deciderà di vedere questo film.


Once Upon a Time in Hollywood“, USA, 2019
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Quentin Tarantino


57 pensieri su “Once Upon a Time in Hollywood: la magnifica vacuità di un dio del cinema

  1. Questo non e’ nientaltro che il Ready player one di Tarantino.
    Niente di piu’ niente di meno.
    Almeno cosi credo io.
    E’ il modo tarantiniano di dirci addio e non tradendo cio’ che e’ sempre stato lo fa’ cosi…
    Disse che ne avrebbe fatto 10.
    E 10 sono.
    Poi vabbe’…per me quello che non capiro’ mai di Tarantino e’ Jackie Brown…ma sai io sono io..
    😉

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  2. SPOILER WARNING
    La parte in cui Cliff entra in contatto con la Manson Family mi è quasi piaciuta. Dico quasi perché non è bella neanche quella (come ho scritto nel mio post, l’unica scena davvero riuscita è quella in cui lui e il suo amico sterminano gli attentatori che gli sono piombati in casa), ma almeno trasmette tensione. E infatti se Tarantino avesse ampliato quella parte e tagliato drasticamente molte altre in cui non succede nulla, il film ci avrebbe guadagnato moltissimo.
    Tra le parti che avrei tagliato ci sono senza dubbio quasi tutte le scene in cui appare Sharon Tate: se il montaggio avesse conservato soltanto quelle in cui si incrocia con Rick Dalton, l’intreccio del film non ne avrebbe risentito minimamente.
    Di tutto questo Weinstein (celebre per i tagli che imponeva ai suoi registi) se ne sarebbe accorto al volo, e infatti ritengo che la caduta in disgrazia di questo produttore sia stata decisiva nel determinare il declino di Tarantino. Intendiamoci, lui era già in crisi per conto suo (già The Hateful Eight era un film inferiore al suo standard), ma almeno quando c’era Weinstein a stargli dietro i danni venivano arginati; adesso invece Quentin lavora per la Sony, che pur di averlo gli ha sciaguratamente concesso il final cut, e le disastrose conseguenze di questa scelta si sono viste subito.
    Mi trovi totalmente d’accordo quando dici che non sembra un film di Tarantino, e i motivi li abbiamo citati entrambi nei rispettivi post: la quasi totale mancanza di ironia macabra e un intreccio che, anziché sovrabbondare di personaggi e situazioni come suo solito, è così ridotto all’osso che per la maggior parte del tempo il film si limita a mostrarci gente che va a zonzo a piedi o in macchina senza costrutto.
    Non avevo riflettuto sul fatto che già in The Hateful Eight Quentin aveva cercato di fare un film diverso dal solito, perché fino ad allora non aveva mai diretto un giallo. Tuttavia, in quel caso c’era (eccome se c’era!) il suo marchio di fabbrica per eccellenza, ovvero un mucchio di scene creativamente cruente, e quindi in molti non si accorsero che non era il classico film “alla Tarantino”.
    Ho letto il commento di Liza, in cui si allude alla sua promessa di ritirarsi dopo il decimo film. Lui ci ha giocato molto su questa cosa, perché il numero dei suoi film è difficile da determinare con precisione: Kill Bill è da conteggiare come un film unico o come 2 separati? E i film che ha diretto con altri registi vanno inclusi o esclusi dal conteggio? Se lui avesse voluto realmente ritirarsi, questi dubbi li avrebbe chiariti; dato che invece si è sempre mantenuto molto sul vago, è evidente che lui ventila l’ipotesi di un ritiro soltanto per aumentare ulteriormente l’attesa che circonda i suoi film, per fare in modo che gli indecisi vadano a vederli “perché potrebbe essere l’ultima volta che vedo Quentin al cinema”.
    Inoltre, se finora provavo timore all’idea che Tarantino facesse sul serio quando parlava di ritirarsi, ora invece sono il primo a consigliargli questa mossa, perché altrimenti rischia di rovinare il ricordo del Quentin che fu.
    P.S.: Per chi non lo sapesse, il final cut è l’ultima revisione che viene fatta di un film prima di mandarlo in sala. Di norma viene fatta dal produttore, che taglia tutte le parti da lui ritenute superflue; nel contratto di Tarantino con la Sony invece è stabilito che l’ultima revisione la faccia lui, che non taglierebbe neanche i titoli di coda.

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    • Concordo in tutto, soprattutto sulla pericolosità di aver concesso il final cut, perché senza controllo nessuno è perfetto soprattutto una personalità artistica travolgente come Tarantino, capace di rovesciare sul pubblico ore ed ore di girato di cui lui per primo s’innamora…
      Pensando alle tue osservazioni, mi viene sempre in mente il film di Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso”, che dopo essere passato in sordina con il montaggio originale del regista, divenne un clamoroso successo di critica e di pubblico solo dopo che il produttore ci mise le mani in modo radicale, per poi riportarlo al cinema…
      Grazie ancora del commento e delle utilissime informazioni che hai fornito anche ai lettori!!
      Un abbraccio.

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      • In realtà credo che in pochissimi leggeranno il mio commento, a causa della mia scelta di farlo precedere dalla scritta SPOILER WARNING. Ma spero che qualcuno legga quest’altro commento, in cui ti consiglio un thriller da urlo che ho finito di vedere un’ora fa: 8MM – Delitto a luci rosse. A quei tempi Nicolas Cage era una stella così folgorante che un attorone come Joaquin Phoenix doveva accontentarsi di fargli da spalla; adesso invece sarebbe Nicolas Cage che pagherebbe per fare da spalla a lui. In compenso Nicolas Cage ha vinto l’Oscar, e Joaquin Phoenix ancora no. Ma magari il Joker riuscirà a riequilibrare le cose… un abbraccio anche a te amico mio! 🙂

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        • Quello da te citato è uno dei film che uso spessissimo quando discuto dello strapotere delle persone non solo ricche, ma stra-ricche, coloro che hanno talmente tanto potere economico da poter vivere al di sopra di qualsiasi legge, sia essa morale, civile o divina…
          Quando l’avvocato di tu sai chi risponde alla domanda del protagonista che gli chiede “Perché lo ha fatto” e l’altro lo guarda anche un po’ stupito e laconico dice “Perché poteva”, ebbene in quel semplice e terribile “perché poteva” c’è così tanto che mi fa ogni volta riflettere…

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          • Tra l’altro il momento in cui si scopre che anche l’avvocato ci è dentro fino al collo è un colpo di scena pazzesco. E vogliamo parlare della scena in cui Nicolas Cage si introduce in casa di Macina? Passano minuti interi prima che si arrivi allo scontro tra i 2, e per tutto quel tempo lo spettatore rimane con il fiato sospeso come neanche nei film di Hitchcock!
            Tra l’altro Joaquin Phoenix è l’unico ad essere rimasto sulla cresta dell’onda nei vent’anni passati da quel film: Joel Schumacher si è ritirato da anni, e Nicolas Cage è ormai diventato l’attore dei B – movies per eccellenza. Ma chissà, magari un giorno troverà il film giusto e tornerà alla ribalta, com’è successo a John Travolta quando fece Pulp Fiction, ad Alan Arkin quando fece Little Miss Sunshine o a Michael Keaton quando fece Birdman. E’ questo il bello di Hollywood e dell’America in generale: non è mai finita per davvero, basta che un regista si ricordi di te perché è affezionato a un film che hai fatto vent’anni prima e nel giro di pochissimo ti ritrovi dal set di un film di serie Z alla notte degli Oscar. Provaci ancora, Nicolas! 🙂

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            • Mi hai fatto venire voglia di rivederlo… Cage era davvero in gran forma, splendidamente credibile nel suo ruolo…
              Il film ha comunque un bellissimo debito con uno dei capolavori del cinema anni ’70, quel “Hardcore” scritto e diretto da Paul Schrader, con la storia del padre che va a cercare la figlia scomparsa dentro il giro dei film a luci rosse…
              Conoscendoti, penso che tu l’abbia certamente visto, ma se così non fosse ti consiglio di recuperarlo…

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              • Non l’avevo mai sentito neanche nominare. Comunque, credo che lo apprezzerei di meno rispetto a 8MM: non mi piacciono i film in cui il protagonista ha uno stretto legame affettivo con la persona rapita o scomparsa, perché tendono ad essere troppo depressi e angosciosi.
                Inoltre, ho scoperto dalla sua pagina Wikipedia che Paul Schrader ha diretto proprio Nicolas Cage in quella pessima scopiazzatura di Tarantino chiamata Cane mangia cane: perdonami Kasabake, ma con questi 2 presupposti negativi credo proprio che non vedrò mai Hardcore. Ad ogni modo ti ringrazio per avermelo segnalato, e se cambierò idea sarai il primo a saperlo! 🙂

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                • Ovviamente sei liberissimo di fare come preferisci, ci mancherebbe, tieni tuttavia conto che Paul Schrader nel periodo della sua carriera in cui ha fatto “Hardcore” aveva scritto sceneggiature come quelle di “Taxi Driver” e “Toro scatenato”, insomma non proprio uno qualsiasi!

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                  • Ecco, questo mi era sfuggito. Si vede che il cervello gli è andato in pappa strada facendo. E quando ha cominciato a dirigere film escrementizi, con chi ha incrociato la sua strada? Ma con Nicolas Cage, ovvio! Una meteora tira l’altra! 🙂
                    Scherzi a parte, se Hardcore è degli anni 70 significa che Paul Schrader l’ha fatto quando era ancora capace di intendere e di volere, e quindi una chance potrei tranquillamente dargliela. Prima però andrò a vedere Ad astra: di norma evito i film cosmici perché li ritengo la noia fatta cinema (non ho visto neanche Interstellar, per farti capire quanto li odio), ma stavolta farò un’eccezione, perché James Gray non mi ha mai deluso. Ti farò sapere come l’ho trovato! 🙂

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                    • Ti ringrazio per la dritta che mi darai dopo aver visto Ad Astra… Ho sentito pareri contrastanti e sono curiosa di sapere cosa ne pensi tu che sei sempre stato di libero pensiero. Attendo fiducioso tue notizie!

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    • Mi hai citato ed eccomi qua.
      Io ho letto perche’ non ho resistito e l’ho visto in i lingua originale.Ergo no problem.
      Basandomi sulle parole di Quentin in una vecchia intervista,si Kill Bill va’ considerato un unico film,le sue collaborazioni sono appunto collaborazioni e come gia’ detto ,x me il peggiore resta Jackie Brown.
      See you wwayne. 😊

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      • Sono totalmente d’accordo: mi ha annoiato così tanto che non sono riuscito a finirlo. Ricordo di averlo interrotto al punto in cui Jackie Brown sta camminando in un centro commerciale, e ad un certo punto comincia a guardarsi intorno in preda al panico (non ricordo neanche più per quale motivo, e onestamente non mi interessa neanche scoprirlo). Buon fine settimana amica mia! 🙂

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  3. Tanto per cambiare la penso come te. Ovviamente hai messo tutto nero su bianco, con la minuzia e padronanza dell’argomento che ti contraddistingue, in un modo che io non avrei saputo tradurre in parole. Appena ho letto l’articolo mi sono ritrovato esattamente con la stessa sensazione di straniamento. A dirla tutta in sala non ero l’unico. Ho trascinato i miei amici in sala: “ragazzi, si va a vedere l’ultimo di Tarantino” e le mie aspettative, anche in virtù di recensioni sempre entusiastiche, erano alle stelle. Eppure, uscito dal cinema sentivo che mancava qualcosa. Avevo appena visto un film tecnicamente sublime ma con poca “anima”. Come poteva essermi piaciuto a livello tecnico senza avermi convinto nel resto?
    Si, è vero, c’è molta nostalgia, molto effetto “Amarcord” di un Hollywood che non c’è più, eppure percepivo l’assenza di qualche pezzo nel puzzle. E ripensandoci è stato proprio il finale a farmelo capire. Gli ultimi 20 minuti mi hanno fatto dire: “ma questo è Tarantino” e non solo per la violenza ma, sopratutto, per l’idea di rendere umano chi sembra non esserlo stato (con un dialogo dei suoi) e con le linee narrative che finiscono per congiungersi, seppur alla fine. E’ troppo poco, però. L’opera di Tarantino parla della crisi del divo, dall’attore in declino che viene fatto morire perché ucciso “metaforicamente” dai nuovi volti del cinema alla diva di secondo piano che, prima di entrare al cinema, non viene riconosciuta subito. Lo stesso Bruce Lee viene ironicamente “smitizzato”. Ma non scava a fondo come avrei sperato. Mi aspettavo magari qualcosa di “dark” alla Hateful Eight vista la posta mansoniana in gioco. Come te, confidavo in una sceneggiatura solida che più che ad intricati intrecci di nolaniana memoria, si basasse su dialoghi magistrali, pronti a raggiungere i loro predecessori della cinematografia tarantiniana. Invece mi sono dovuto accontentare di piccoli sprazzi di genio, intervallati da lunghi momenti riflessivi.
    Infine, personalmente trovo un errore madornale quello di subordinare la stessa comprensione del messaggio finale con la necessaria conoscenza dei fatti di Cielo Drive. I miei amici ignoravano quanto fosse avvenuto e, in effetti, appare difficile comprendere l’insistenza di Tarantino per le camminate di Tate senza avere la consapevolezza dell’ombra mortifera che incombe su di lei. Il plot twist, difatti, presuppone che lo spettatore abbia una determinata aspettativa che poi, con un guizzo dei suoi, Tarantino capovolge. Se però tale aspettativa non c’è, il film finisce per perdere anche quella carica di un finale agro-dolce dove la fantasia prende il sopravvento.

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    • Si, hai proprio ragione, amico, ancora una volta siamo assolutamente sulla stessa lunghezza d’onda ed oltretutto su un film che non è facile inquadrare…
      La cosa che mi fa più piacere, tuttavia, è proprio la comune intuizione tra noi due del vero problema di questo comunque straordinario film (come hai detto tu e come ho sostenuto anch’io per tutto il post, la pellicola di Tarantino è tecnicamente impeccabile) ovvero non tanto il mancato mix di violenza ed ironia epica a cui eravamo abituati, ma la referenzialità della storia, perché come hai detto tu, nell’esemplare racconto post film che hai fatto, chi non conosce bene la storia di Sharon Tate e dell’eccidio di Cielo Drive non può nella maniera più assoluta comprendere la maggioranza della messa in scena ed in particolare quella scelta registica di creare attorno al character della Robbie “un’ombra mortifera” (che splendida espressione che hai usato… Avrei voluto scriverla io nel mio post!).

      Insomma, grazi davvero del tuo intervento… Sei un grande, Amulius!

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  4. Questa si che è un’opinione interessante. Prima di tutto complimenti per aver scritto del meraviglioso lavoro tecnico che ha fatto Tarantino con questo film. Profodnità di campo, inquadrature perfette, riprese meravigliose… tecnicamente è un film perfetto che si mangia quasi tutti i film che sono usciti quest’anno. Però hai avuto molto da ridire sulla trama e sul suo modo di narrarla e questo è una cosa che, ho notato, non è piaciuto neanche a molti altri. Personalmente mentre guardavo il film la pensavo più o meno allo stesso modo ma a ripensarci in seguito mi sono ricreduto. Alla fine questo film è letteralmente una storia del cinema (del cinema che ama Tarantino) e di come il cinema possa cambiare la nostra vita o influenzarla. Almeno io è questo quello che ci ho visto e capisco molto bene chi non lo ha apprezzato. Però adoro quanto ci sono queste discussioni. Si può discutere in modo molto interessante sull’argomento.

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    • Carissimo Butcher, come mi piace discutere di cinema con te, perché si può parlare anche di cose non semplicissime da spiegare e ci capiamo lo stesso! Miracolo offerto dal medesimo amore che abbiamo per la settima arte…

      Quando ho scritto il mio post, era per me importante far capire che il mio giudizio parzialmente negativo ed il mio non considerare Once Upon a Time in Hollywood un capolavoro a tutto tondo, non fosse assolutamente basato sulla mancanza di alcuni stilemi narrativi tipici di Tarantino (come la violenza insistita, ma anche ironica ed iperreale), presenti invece in quasi itutte le altre sue pellicole o su una distribuzione anomala ed apperentemente squilibrata delle scene di azione pura (cosa che invece magari ha disturbato la maggioranza dei detrattori di questo film), ma solo sulla debolezza di uno storytelling in cui sia la nostalgia e sia persino quel girovagare in una città della memoria fossero anch’essi in qualche modo derivativi…

      Per chi ama il cinema nordamericano è impossibile non notare come l’assenza della cinepresa a bordo delle auto o l’assenza del classico shot da dentro il bagagliaio siano stati sostituiti da altri tòpoi che hanno caratterizzato altri storici film della memoria: non ho citato a caso Manhattan perché moltissime delle riprese esterne auto fatte da Tarantino riprendono il quadro cinematografico creato da Allen, così come l’apparente guidare senza costrutto ricorda quello del protagonista di quel Somewhere della Coppola tanto amato dallo stesso Tarantino ed al quale, in veste di presidente della giuria, contribuì ad asegnargli a suo tempo la palma d’oro a Cannes).

      Insomma, penso che anche questo Once Upon a Time in Hollywood sia a tutti gli effetti un film citazionista di uno stile preciso (la Nouvelle Vogue francese interpretata dagli americani) ed in questo è estremamente tarantiniano, ma avrei preferito una trama più originale ed uno storytelling che fosse più empatico con il pubblico, specie nel trasmettere il senso di morte imminente che aleggia attorno al character della Tate.

      Comunque è facile essere fraintesi, specie da chi degli altri film ha colto solo le parti più evidenti… Puoi capirmi, vero Butcher?

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      • Forse non è un film accessibile a tutti. Sicuramente chi adora il cinema e lo conosce lo adorerà perché capirà le varie citazioni. Però la maggior parte del pubblico no. Mi ricorda un po’ quello che è avvenuto con Ave Cesare; un film che citava e parlava di un certo tipo di cinema che non tutti potevano comprendere.

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        • Splendido, splendido! Hai fatto un paragone con un film che io, da amante del cinema, ho semplicemente adorato! Il cuore del film dei fratelli Coen è proprio la figura delle sceneggiatore americano, intellettuale e di sinistra, in un momento storico in cui le majors volevano esattamente l’opposto e che hanno regalato alla storia capolavori indimenticabili, con sottotesti meravigliosi… Ed il tutto raccontato con il codice doppio tipico dei due cineasti…
          Sei veramente una lettura preziosa, amico mio!

          P.S. mi farebbe tanto piacere ricevere la tua opinione sulla serie televisiva “Euphoria” della HBO, per me prodotto assolutamente imperdibile per chiunque ami l’evoluzione registica televisiva e su cui sto ancora elaborando il giudizio, ma che per molte cose mi ricorda quello che fu la prima stagione di 13 Reasons Why prima di trasformarsi in una porcheria inguardabile…

          Buona domenica, amico!

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  5. Pingback: Once Upon a Time in Hollywood: la magnifica vacuità di un dio del cinema — kasabake – Alka Traz shop

  6. Ciao Kasabake,
    ho visto Once Upon a Time in Hollywood venerdì scorso ed ho letto con molto interesse il tuo lungo e accurato articolo che dimostra una preparazione cinematografica ed una sensibilità artistica ed umana di tutto rispetto.
    Complimenti, prima di tutto!
    Non ho le competenze per ribattere punto per punto la tua dissertazione e nemmeno ne avrei ragione perchè condivido molto del tuo pensiero. Ciononostante a me Once Upon a Time in Hollywood è piaciuto e pure tanto. Intendiamoci, dopo la visione di Hateful Eight sono uscito dal cinema chiedendomi se quello che avevo appena visto dovesse diventare a pieno titolo il mio film preferito di Tarantino; il dilemma non mi ha nemmeno sfiorato nel caso del film in oggetto.
    Ciò premesso Once Upon a Time in Hollywood penso sia un’opera più che degna di trovare il proprio spazio nella filmografia di Tarantino senza rappresentarne in alcun modo una decadenza artistica e narrativa.
    Tarantino è Tarantino, riesce sempre a spiazzare lo spettatore, a demolire le sue aspettative, a farlo riflettere costringendolo ad un esame critico lungi da una visione passiva.
    Mi permetto una riflessione ed una domanda:
    – in Hateful Eight, Tarantino dimostra come si possa fare grandissimo cinema con null’altro che una storia forte; in Once Upon a Time in Hollywood, Tarantino dimostra l’esatto contrario: si può fare altrettanto grandissimo cinema con la sola, pura, sublime tecnica, sullo sfondo basta una storia elementare su cui si innestano innumerevoli sottotesti;
    – definisci (giustamente!) Inglourious Bastards una fiaba, perché altrettanto non fai con Once Upon a Time in Hollywood? Alla fine succede la stessa magia: il cinema riscrive la storia.
    Grazie per l’attenzione che vorrai darmi.

    Andrea

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    • Cavoli, Andrea, sei talmente cortese che non avrei potuto non risponderti nemmeno se avessi commentato che tutto il mio post era una emerita fesseria!!
      Quindi, come primissima cosa, grazie, grazie ed ancora grazie, per le bellissime parole nei miei confronti, perché si, siamo tutti umani e come tali non immuni alla vanità ed ai complimenti (i tuoi me li terrò ben stretti!).

      Detto questo, passo subito a rispondere alle tue osservazioni, aggiungendo anche dell’altro…

      1. Come ho detto nel post, a scanso di equivoci, «definire Once Upon a Time in Hollywood un brutto film sarebbe una stupidaggine ed una banalizzazione quasi blasfema», tuttavia proprio la straordinaria cira formale e l’eccessivo peso dato ai rimandi interni, al meta-testo, ai camei dei figli di attori resi famosi da quel periodo di transizione, l’uso del dolly quasi sublimato e questo girovagare fisico che diviene un girovagare dell’anima, insomma tutta questa meraviglia e tutto questo “tanto” rischia di far dimenticare cosa è un film, che per me non è mai solo aspetto formale, a meno che non sia volutamente provocatorio: pensa alle ripetizioni continue di Fata Morgana di Herzog, volutamente privo di apparente senso logico e con sequenze montate senza consecutio o agli ultimi film di Terence Malick, che sembrano quasi solo splendide inquadrature montate assieme, laddove tuttavia, in entrambi questo casi citati, come in altri, la perfezione della forma era quasi una denuncia ed una provocazione mentre qui Tarantino non abbandona mai le strizzate d’occhio al suo pubblico.

      Non ho la vertità in tasca, Andrea e sappi che tu nel giudicare molto positivamente questo film sei in compagnia dei migliori critici in circolazione ed è quindi probabile che io abbia torto e tu ragione!

      2. Deve esserci un equivo, perché per me Once Upon a Time in Hollywood è assolutamente un fiaba, su questo non si discute! Quello che nel post ho sostenuto, invece, è che il suo essere per l’appunto una fiaba non lo rende più originale degli altri film, giacché lo erano anche quasi tutti gli altri nove.

      La tua osservazione mi permette ora di aggiungere un ulteriore elemento negativo e lo faccio usando le parole di Giuseppe Marino, mio concittadono ed anche critico cinematografico professionista oltretutto molto più bravo di me nell’usare le giuste parole, quando, parlando proprio di Once Upon a Time in Hollywood ha detto…

      «Sono rimasto abbastanza stupito dal fatto che [Tarantino] abbia ripreso lo stesso espediente di Bastardi senza gloria, la storia che, riportata al cinema, diventa permeabile e vulnerabile alle sue reinterpretazioni; m’è sembrata geniale la prima volta, m’è sembrata una seconda volta la seconda volta»

      Non sarei mai stato capace di dirlo meglio!

      3. Sappi infine Andrea che non ho alcuna intenzione di convincerti delle mie opioni ed anzi rispetto massimamente il tuo giudizio e se ho voluto risponderti così lungamente non era per contraddirti o per giocare a d avere l’ultima parola, tutt’altro, ma solo ed esclusivamente per dimostrarti il dovuto rispetto, come tu ne hai dimostrato leggendomi ed apprezzandomi.
      Grazie ancora!

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      • Ciao Kasabake e grazie per l’articolata risposta che mi hai dato.
        Non temere che io creda che tu voglia avere l’ultima parola sul tema come un qualsivoglia guru del web. Stiamo solo esprimendo le rispettive opinioni nel pieno rispetto uno dell’altro ed anche di Tarantino e di Once Upon a Time in Hollywood. Tutto questo mi piace assai. 🙂
        Non ho molto da aggiungere a tutto quanto detto fra noi e, soprattutto, in questo lungo ed appassionato post ove hanno trovato voce i tuoi tanti e meritati utenti. Mi permetto solo di consigliare a tutti di rivedere Once Upon a Time in Hollywood (magari fra un anno o due). Una visione “a freddo”, lontana dalle passioni confermate o tradite della prima visione e delle correlate aspettative è sempre un ottimo modo per (ri)valutare un film quando è di qualità come quest’ultimo del buon Quentin.
        Sono sicuro che quando lo faremo entrambi, tu riconoscerai al film qualche merito in più, io qualche merito in meno e ci ritroveremo in posizioni ancor più prossime magari parlandone brindando con una buona birra!
        Un caro saluto

        Andrea

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        • Che bellissimo commento, Andrea! Ed hai anche perfettamente ragione: non è la prima che una seconda ed anche una terza o persino una quarta visione mi hanno fatto cambiare opinione su un film su cui avevo delle perplessità, come ovviamente ci sono altresì state conferme… Chi può dire cosa sarà di Once Upon a Time?

          D’altronde stiamo parlando di un film che è oggettivamente bello e straordinariamente ben realizzato, perciò il tempo ci saprà dire, come hai giustamente concluso tu, se sarà il caso di esaltarlo o di svalutarlo.

          Per ora l’unica certezza è la bellezza di queste pacate discussioni, di cui ancora una volta ti ringrazio!

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  7. Sapevo che la tua rece sarebbe stata priva di spoiler (sei una delle poche persone che conosco che sa districarsi benissimo in quella giungla di sfumature chiamata “spoiler”) ma volevo comunque aspettare di vedere il film prima di leggerti. Ebbene, ho visto il film, ti ho letto e che dire…mi hai spiazzato!

    Stavo sentendo glorificazioni di ogni tipo (sintomatico quando si parla di un cineasta dalla fanbase tanto solida quanto cieca…e alle volte anche sorda) che quando a visione conclusa mi sono sentito insoddisfatto come dopo una festa finita prima che sia veramente iniziata, ho pensato che mi sarei trovato da solo contro il mondo. Anzi peggio, da solo contro i fan di Tarantino (quelli con cui non si può scherzare, quelli esperti di cinema, del “””vero””” cinema)! Invece ancora una volta fa piacere sapere di non essere soli da questa parte della barricata XD

    Volevo fare un paragone di questo film con lo scivolone chiamato READY PLAYER ONE di Spielberone mio, ma l’arguta Liza mi ha battuto sul tempo!
    Come darle torto.
    In entrambi i casi abbiamo una glorificazione esagerata (per quanto giustificata dalla trama) della cultura pop di un determinato decennio; in entrambi i casi abbiamo un finto canto del cigno che sfrutta le caratteristiche principali dei due registi (nel caso di Spielberg è pure ironico dato che lui stesso ha contribuito a plasmare il decennio in questione…lui ha diretto il film tratto dal romanzo, ma senza di lui non esisterebbe nessun romanzo XD) ma le sfrutta in modo sterile senza offrire niente di veramente emozionante; in entrambi i casi abbiamo due giganti del cinema che, seppur confezionando un film mediocre superiore alla mediocrità media, si ha quella sensazione che si siano accomodati sui famigerati allori.

    Come hai detto tu OUATIH (cazzo, è lungo pure ad abbreviarlo) non è un brutto film…eppure non so, mi ha lasciato un senso di incompiuto, come se avessi assistito ad un’anteprima del film non ancora completo (sebbene duri 2 ore e 40). Bello eh, ha degli spunti interessanti e tutto, ma vorrei vedere il prodotto finito. Anzi, rifinito.

    Non so dove l’ho letto/sentito (a sto giro ho fatto ingordigia di recensioni e review del film…volevo capire cosa mi stavo perdendo, cosa hanno visto gli altri che io non vedevo) ma per quanto mi riguarda il modo migliore per descrivere questo film è “rilassato”. Questo è il film di Tarantino più rilassato in assoluto. Rilassai i suoi personaggi (non c’è mezza evoluzione), rilassata la storia (tolto dal suo contesto storico di fatto il film parla di niente e non porta da nessuna parte), rilassati i dialoghi (splendidi e incontestabilmente magnetici come solo Tarantino ne sa scrivere…ma ovviamente manca di tensione e di mordente, ma perché la situazione non lo richiede) e rilassata anche la regia, voluta o meno che sia.

    Lo rivedrò sicuramente perché le emozioni e le aspettative giocano sempre un ruolo importante nella prima visione. Magari lo rivedrò in lingua originale. Ma per ora per quanto mi riguarda, questo resta il film peggiore di Tarantino (ebbene si Kasa, a me Death Proof è piaciuto 🙂 ).
    Che poi “peggiore”. Cazzo ce ne fossero di film non-brutti così.

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    • Non posso autoincensarmi, citandomi anche nei commenti, perciò senza ripetermi ti dico solo che effettivamente siamo sulla stessa lunghezza d’onda, amico mio…

      Tra l’altro (questa la cosa bizzarra ed anche antipatica di quella meravigliosa creatura che è il web) non è facile fare critiche di questo film senza essere fraintesi, perché appena se ne parla in termini non entusiastici si viene subito catechizzati (dai finti conoscitori di cinema) come dei rozzi ignorantoni che si aspettavano solo carneficine e battute epiche alla Pulp Fiction, quando invece ciò che noi due lamentiamo è solo la mancanza di una storia robusta dietro tutta l’altra meraviglia: cavolo, parliamo di Tarantino! Un cineasta che si è sempre scritto i film da solo e che era famoso per le sue sceneggiature piene di risvolti, perciò non era pretendere troppo da un film che lui stesso ha venduto al mondo come il suo personale Amarcord!

      Adesso, però, dopo averti ringraziato per la stima che riponi sempre in me ed anche per le belle parole che spendi ovunque quando parli di me, devo farti io uno speciale omaggio: devi infatti essere orgoglioso del tuo gusto, del tuo fiuto e del tuo spirito critico, perché a suo tempo ci fu un film che solo le tue parole mi spinsero a vedere e fu una vera bomba!

      Sto parlando di War Dogs e non ho mai smesso di ripensare alle tue parole, che oggi è giusto che il mondo ricordi… «Todd Phillips è una bomba pronta ad esplodere. Il mondo che quelli di Hollywood gli hanno ritagliato è troppo piccolo per la sua vulcanica anima, il Todd ha voglia di spaccare ma non con i party movie» e poi continuavi dicendo «Al Todd non interessano i personaggi quando sono al loro apice, lui inizia a divertirsi quando il loro mondo inizia a crollare e devono fare i conti con l’imminente insuccesso. È lì che il Todd sfodera il suo più colorato e tragicomico sorriso.»… Il post da cui ho estratto queste tue affermazioni è del Dicembre del 2016 ovvero tre anni prima della vittoria a Venezia di Todd Phillips con il suo Joker ed è davvero impossibile non vedere che tu avevi previsto tutto questo…

      Sei un fottuto genio, amico mio! Stima e rispetto, stima e rispetto!

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      • Hahaha oddio così mi fai arrossire XD
        Non ricordavo nemmeno di averlo scritto! Questa fa di te forse il mio fan numero 1 sai Kasa? Mamma mia XD
        Comunque sottoscrivo ogni parola detta da me medesimo ormai 3 anni or sono e per questo motivo non vedo l’ora di vedere l’ultima opera del Todd, quel JOKER che, personalmente già mi pregustavo prima ancora che uscissero le prime critiche. Ma che dico, appena fu annunciato il progetto e le persone coinvolte già ero in fibrillazione! 😀
        Spero che scriverai un pezzo per l’occasione così ne potremo parlare, sperando di poterlo vedere il prima possibile e di non dover aspettare troppo come per il film di Tarantino (o come per LEGION…non me lo sono perso sai, il tuo post? Lo tengo nel cassetto pronto a tirarlo fuori non appena avrò concluso la terza stagione…be prepared!)

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        • Sono in treno ora e non riesco ad andare questa sera al cinema, come avevo invece programmato, ma rimedierò in questo weekend, perché non avendo avuto la possibilità di vederlo a Venezia, Non vedo l’ora di poterlo guardare nei circuiti cinematografici normali…

          E di certo un bel post ci starebbe , amico mio, ma devi sapere che è da quando hanno fatto uscire i primissimi trailer del film di Phillips, nel ripensare a quelle tue bellissime frasi, dette quando nessuno ancora le diceva (perché lo sai, da domani tutti si scopriranno grandi conoscitori di Todd Phillips…), io ho nel cuore un desiderio che ora ho bisogno di confidarti: questo film, (non un altro, ma proprio questo) sarebbe meraviglioso se avesse un tuo post!

          So benissimo che hai messo in stand-by il tuo blog, ma so anche che non lo hai chiuso del tutto e che ogni tanto, per le occasioni specialissime, potresti tornare a scrivere una recensione… Beh, se questa del Joker non è l’occasione giusta, davvero non me ne viene in mente nessun’altra!!

          Insomma, questo è il TUO film e tu lo sai: io voglio leggere la TUA opinione e vorrei che la leggessero tutti.

          Questo è quanto, dovevo dirtelo.

          Dimmi solo che ci penserai, amico, dimmi solo questo.

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  8. Pingback: Sul mare .5: Long John Silver secondo Björn Larsson – Le cose minime

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