L’amata ed odiata Zack Snyder’s Justice League

Senza ombra di dubbio la Zack Snyder’s Justice League è il film più chiacchierato del momento ed anche uno dei più divisivi in senso assoluto: inizialmente pensato come versione director’s cut del precedente Justice League, terminato dal regista Joss Whedon (dopo l’abbandono al timone di comando dello stesso Snyder, per vicende familiari legate al suicidio di sua figlia), questo bizzarro oggetto cinematografico, dalla poderosa lunghezza di 4 ore, ha cambiato forma nel corso dei mesi della sua lavorazione, dal momento del suo annuncio ufficiale fino a quello della sua uscita, arricchendosi continuamente di nuovi spunti e suggestioni, recuperando tantissimo minutaggio scartato dal montaggio finale della prima versione cinematografica, portando a compimento scene e sequenze ancora ferme in fase di pre-produzione, restituendo la palette di colori pensata sin dall’inizio da Snyder (pesantemente modificata da Whedon per adattare la pellicola ad uno stile visivo a lui più congeniale) e ridisegnando in digitale ex-novo alcune delle creature aliene e dei costumi usati dai personaggi del film, il tutto con una vera e propria frenesia, da parte del suo autore, di marcare il territorio e di ottenere il più ampio risarcimento ai torti che si sentiva di aver subito dalla produzione, attraverso un vero e proprio suffragio popolare.

Quest’opera cinematografica, cocciutamente voluta dal suo regista, al punto da creare una campagna di sostegno a tutti gli effetti durata anni ed alimentata a colpi di scoop, interviste e petizioni, pur con tutti i possibili distinguo critici (di natura estetica, sintattica, narrativa e di coerenza interna) legittimamente sollevabili, è certamente l’opera di Zack Snyder in cui maggiormente si nota la sua firma stilistica ed il suo timbro di narratore per immagini e come tale non solo è facilmente ripudiabile da chi ha sempre odiato lo stile personalissimo di questo cineasta, ma anche oltremodo appagante per chi all’opposto è sempre stato in sintonia con quelle scelte registiche e di visione cinematografica, tanto da poterlo definire un vero e proprio territorio emblematico di discussione, nel quale si scontrano opposte fazioni, spesso purtroppo estremamente aggressive ed offensive.

La discussione su quest’opera audiovisiva è infatti profondamente inquinata da due schieramenti, contrapposti in modo talmente profondo e radicale che gli appartenenti alla sparuta porzione neutrale degli amanti di cinema tout court fanno oggi davvero fatica ad esprimere pubblicamente un parere su quest’opera senza essere identificati come appartenenti ad una o all’altra fazione e quindi lapidati o applauditi senza mezze misure: da un lato si trovano gli infantili fanboy (non semplici estimatori, quindi, badate bene) di Snyder che gli perdonerebbero qualsiasi efferatezza e che giustificherebbero qualsiasi suo errore e dall’altro gli indefinibili saccenti finto-cinefili oltranzisti che odiano Snyder per partito preso qualsiasi cosa dica o faccia.

Va inoltre precisato che il livore dello scontro, apparentemente incomprensibile, è in realtà l’effetto di una enfatizzazione alimentata dall’uso spregiudicato e furbo dei media (in particolare dei social network), compiuto sia da parte dello stesso Zack Snyder (che ha sempre saputo fare leva sullo spirito indomito dei suoi sostenitori), sia dalle testate pseudo-giornalistiche online che vivono quasi solo di sensazionalismo (leggasi clickbait), a scapito ovviamente di ogni analisi serena ed obiettiva, stuzzicando i nervi scoperti dei nerd e dei lettori di comics, ma anche dei vari noiosi e boriosi gatekeeper, difensori di un modo talebano ed immutabile di concepire la settima arte, convinti da sempre di essere gli unici depositari di ogni ragione narrativa, spregiudicati persino nel fare le pulci alle giurie dei festival internazionali, lanciando strali dalle loro paginette Facebook contro critici accreditati, sceneggiatori professionisti e più in generale chiunque di fatto non la pensi come loro.

Detto questo, procedo a prendermi la mia bella dose di merda da una delle varie fazioni a turno, perché, devo ammettere in tutta franchezza che la visione di questa Zack Snyder’s Justice League mi ha regalato uno dei piaceri che io ho sempre ricercato al cinema e che solo poche volte ho trovato davvero ossia la gioia di trovarmi di fronte ad una grandiosa e magniloquente narrazione, pensata realmente per immagini: non siamo infatti di fronte alla pedissequa messa in scena di un’ottima sceneggiatura (tutt’altro, forse l’opposto), ma ad un raro esempio di coerenza e solidità stilistica da parte del suo autore nell’idea stessa di regia cinematografica, usata forse in moltissime scene con l’impeto e l’ingenuità di un adolescente in preda agli ormoni, ma anche con la sincera partecipazione di un vero appassionato di storie supereroistiche (quindi immerso mani e piedi nella sospensione della credibilità ed in un mondo di storytelling in cui la soluzione narrativamente più efficace non è la più verosimile o la più realistica ma la più bella esteticamente e la più impattante), spesso a scapito della consecutio logica degli avvenimenti (ci sono dei passaggi davvero ridicoli, come era anche per altro nella versione di Whedon), ma con un’idea chiarissima dell’epica action presente costantemente, che arriva dritta al cuore dello spettatore che non si sia volontariamente chiuso a riccio nel ripudio snobistico di quelle esagerazioni stilistiche e di quel virtuosismo, nell’uso dei timbri e dei toni, che sono da sempre la cifra visiva di Snyder.

Come già per i precedenti Man of Steel e Batman v Superman: Dawn of Justice, anche questo terzo capitolo del tentativo di Zack Snyder di costruire un universo narrativo cinematografico per i characters fumettistici della DC (assolutamente fallimentare sotto l’aspetto di capacità aggregante delle sceneggiature, specie se confrontato con la potenza di coordinamento degli script del MCU) ha proprio il suo punto di maggiore debolezza nella sceneggiatura, con scelte e svolte narrative spesso ingenue e persino pretestuose, tuttavia va ricordato che in una sceneggiatura non sono mai indicate le modalità di ripresa ed il tipo di inquadratura che dovrebbero essere usate, ma solo la descrizione delle singole scene, separate le une dalle altre dalle variazioni di tempo e di spazio, perché è da sempre compito esclusivo del regista decidere come fotografare una scena (se in campo lungo, in primo piano, al ralenti, dall’alto, dal basso, in modo frenetico o all’opposto chiarissimo, con camera a mano o fissa, con riprese statiche o mobili in steady-cam, etc.) e se in tantissimi casi, specie negli action ed in modo particolare nei blockbuster miliardari, il regista si limita a realizzare un bel compitino, portando in scena lo script con soluzioni visive collaudate e senza rischi (ma anche senza personalità), in questo, ancor più degli altri suo film, Snyder filma ogni segmento come fosse impregnato di chissà quali verità epifanica, gestendo anche le maggiori assurdità con il linguaggio della profezia ed una valenza sempre emblematica se non allegorica.

Il supereroe dei film di Snyder è difatti senza mezzi termini una divinità sovrumana, pensata e disegnata come uno dei litigiosi dei descritti nella mitologia dell’antica Grecia, potentissimo eppure così pieno di umani vizi e difetti, incapace di empatizzare realmente con gli esseri umani (se non fingendo con grande fatica) e persino infastidito dai loro problemi, che scende dall’alto a risolvere, con la spocchia e la prosopopea di un dio che si aspetta di essere adorato, privo della Misericordia Mariana ed Evangelica ed armato solo di invincibili super poteri, che incutono terrore prima ancora del rispetto: per tutto questo e per non dimenticare mai che al centro di ogni azione di un eroe deve trovarsi quell’umanità sofferente che è chiamato a proteggere, Snyder mette Bruce Wayne, l’uomo dietro la maschera del Batman giustiziere, perché è l’unico vero essere umano in mezzo a quei fenomeni, siano essi creature mitologiche, esseri potenziati, campioni atlantidei o potentissimi cyborg ed è proprio a questo eroe mascherato, partito nella sua battaglia dal basso delle strade ai piedi dei grattacieli devastati dal combattimento tra i due alieni provenienti dal pianeta Krypton (Superman ed il Generale Zod), che viene affidata la necessaria bussola morale ed il compito di aggregare l’eterogeneo super-gruppo.

Entrando invece nel merito dello specifico filmico, rispondo pubblicamente a quanti mi hanno chiesto privatamente, dopo aver saputo del mio piacere provato durante la sua visione, se questo film possa essere definito un capolavoro: no, non è possibile, sia per alcuni suoi limiti di coerenza narrativa interna assolutamente innegabili (di cui abbiamo parlato anche sopra), sia soprattutto perché è intrinsecamente e consapevolmente asservito alle regole di un genere geneticamente molto limitante dal punto di vista creativo e di costruzione drammatica dei personaggi, quale è appunto quello supereroistico.

Voglio subito chiarire questa mia ultima affermazione, proprio per evitare ogni fraintendimento e magari (si spera!) per schivare le lamentele dei fan di questo genere di film: non sto assolutamente dichiarando che le pellicole di tipo supereroistico siano il “male assoluto” (come qualcuno ha più volte scritto su pagine Facebook e siti web di finta cinefilia) o che siano la versione statunitense degli italici cine-panettoni (sì, ho letto anche questo) e nemmeno che esse siano per principio dei brutti film, ma sto solo sottolineando l’evidenza che la scelta di produrre, scrivere e dirigere una qualsiasi opera cinematografica di questo genere comporta obbligatoriamente il rispetto di alcune regole di spettacolarizzazione e costruzione dei personaggi, tali da vincolare necessariamente i suoi autori ad un ben preciso standard di fruibilità comunicativa per il pubblico e di effetto sorpresa (il cosiddetto effetto wow) e costringendoli pertanto a muoversi nei confini di opere che, per quanto affascinanti, complesse ed appassionanti, restano sempre forme narrative di manierismo popolare: questo limite produttivo è poi ciò di cui, di fatto, si è recentemente lamentato anche uno dei massimi esponenti dell’arte fumettistica ovvero lo sceneggiatore Alan Moore (al quale si devono capolavori della nona arte come V for Vendetta, Watchmen, Batman The Killing Joke, The League of Extraordinary Gentlemen, Promethea, Providence e molti altri), ripensando a posteriori al periodo in cui fu pagato per scrivere comics di taglio supereroistico.

Per avvalorare la mia affermazione sopra stante, valga l’acclarata innegabilità di come le pellicole considerate unanimemente più valide artisticamente, di questo sottogruppo del più ampio genere cinecomics, siano non a caso quelle che maggiormente si allontanano da tale stilema, tanto addirittura da uscirne fuori, come la quasi irraggiungibile trilogia del Dark Knight di Nolan (di fatto un’epopea costruita attorno ad una action-detective story con characters non sovrumani ed un pizzico di misticismo) o il dolente ed affatto consolatorio Logan, mentre quelle che a mio modestissimo giudizio sono i veri gioielli dello specifico genere sono all’opposto i film che non hanno avuto timore di spingere sull’acceleratore della totale sospensione della credibilità, usando al meglio la libertà fantastica di impressionare lo spettatore e giocando con i cliché del genere stesso, come i due Guardians of the Galaxy di James Gunn ed ovviamente Thor Ragnarok di Taika Waititi.

In questi giorni, dopo l’uscita praticamente in contemporanea USA ed Italia (grazie allo streaming di Now ed alla messa in onda su Sky), ho letto davvero di tutto, ma ciò che più mi ha annoiato sono state le inutili discussioni sul “sesso degli angeli” ovvero i fiumi di parole spesi per condannare svolte narrative della trama poco credibili o inutili (perché Snyder fa fare questo a Tizio? Perché Caio non fa semplicemente così o cosà?) nemmeno questi saccenti critici avessero visto un docu-fiction di ricostruzione giornalistica su fatti realmente accaduti ed altrettanti fiumi di divertenti sproloqui di persone che in risposta difendevano l’indifendibile, facendo stridere le dita sullo specchio come hanno fatto a suo tempo (e continuano ahimè a fare!) i marvel-zombie che cercavano di mettere le pezze su quell’obbrobrio di sceneggiatura di tutta la vicenda di Thanos, della cancellazione di mezzo universo e della scampagnata nel tempo per sistemare le malefatte del truce despota calvo.

La cosa che invece mi ha davvero addolorato (ma effettivamente il mondo social dei commenti creati da inutili invertebrati capaci solo di sputare veleno ed acredine, pensando che il loro cinismo e l’umorismo d’accatto li possa consolare da un’esistenza miserabile), spingendomi a scrivere questo post dopo mesi e mesi di silenzio da parte mia, è stata la cattiveria aprioristica con cui taluni sono stati in grado persino di scagliarsi contro il tributo che Zack Snyder ha voluto riconoscere alla scomparsa figlia Autumn, morta suicida il 12 marzo 2017 ed a cui il cineasta ha dedicato questa intera sua versione della Justice League: può benissimo non piacere l’abuso del ralenti che Snyder fa nelle sue opere o la tanto chiacchierata “fotografia desaturata” (definizione di cui molti pseudo-esperti si riempiono la bocca, magari senza mai nemmeno aver fatto una foto senza smartphone o una ripresa che non fosse il filmino delle vacanze), ma fare ironia sulla figlia morta (in alcune pagine Facebook uno dei più noti finti-cinefili odiatori di Snyder si chiede come mai il regista non abbia usato una sequenza in slow motion per omaggiare Autumn) solo per ridicolizzare il suo modo di fare cinema è davvero da sciacalli senza possibilità di redenzione.

Un’ultima risposta ad un’ultima domanda, magari non posta da chi è già arrivato con sforzo fin qui, ma di certo pensata dai tanti curiosi che non hanno ancora visto questa opera e sono indecisi se spendere quattro ore del loro (preziosissimo?) tempo: vale la pena, alla fine, di vedersi questa lunghissima Zack Snyder’s Justice League? Assolutamente si, nel modo più categorico possibile, specie se si è appassionati del genere fantastico, ma anche se si amano scene e sequenze ben costruite o se semplicemente non si vuol perdere l’occasione di vedere al lavoro un maestro contestatissimo, amatissimo ed odiatissimo assieme, ma di certo con un grande mestiere ed innegabile bravura dietro la macchina da presa anche se decisamente non nella writer’s room.

Buona visione a tutti coloro che sono in grado di non odiare gli altri e che non pensano sempre di essere gli unici con diritto di essere ascoltati.


29 pensieri su “L’amata ed odiata Zack Snyder’s Justice League

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  2. Infatti non ho mai capito questo odio per alcuni registi come Ridley Scott e Zack Snyder che sono per lo più narratori per immagini che storyteller alla Spielberg, poi trovo appiatiti i film Marvel che di fatto sono una serie tv stirata all’infinito che hanno tutti lo stessa fotografia e stile e li trovo piacevoli ma poco riguardabili.
    Ma poi non si sono mai chiesti perchè Spielberg, Scorsese, Fincher non hanno mai fatto un cinecomics.
    Condivido la scelta dei film nel post.

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    • Grazie moltissimo Denis ed in effetti hai ragione nel non comprendere la scelta di odiare per partito preso chi riesce a comunicare per immagini, come i due maestri che hai citato ma purtroppo la motivazione, assai meschina, è proprio nella capacità di Scott e Snyder di raggiungere con immediatezza il grande pubblico e questo è inaccettabile per coloro che vorrebbero avere il primato di unici conoscitori dell’arte cinematografica: come le vestali degli dei delle popolazione protoromane, i cinefili di internet (non parlo quindi di chi il cinema lo ama davvero, che lo ha studiato per pura passione e non per darsi un tono, che si è adoperato per costruirsi un gusto e che quando parla lo fa per comunicare e non per umiliare) vogliono essere gli unici che possono parlare di arte e disprezzano tutto ciò che ha di conseguenza troppo successo…
      Ancora mi ricordo quando negli USA era uscita la prima stagione di True Detective: questi finti estimatori e custodi della sacra fiamma si sperticavano nel decantare le meraviglie di questa fiction, ma poi accadde (sciagura!) che la serie fu tradotta e trasmessa su Sky Italia e tutti ne cominciarono a parlare con successo crescente ed allora questi odiatori di professione compirono un salto mortale e dalle loro pagine Facebook cominciarono a denigrarla, a sminuirne la portata, perché era inaccettabile per il loro palato trovare bello ciò che era piaciuto anche alla massa…

      Io amo sia il cinema autorale, che non cerca consenso e che si prende il suo tempo per narrare una storia, sia quello mainstream, emozionante e di comunicazione diretta, purché entrambi siano fatti bene ed onesti con il pubblico e davvero provo pena per chi invece usa le proprie conoscenze non per elevare se stesso ma per umiliare gli altri.

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      • Purtroppo alcuni autori sono uomini di personalità per questo fanno “paura”, per Justice League mi viene in mente la director cut’s di I cancelli del cielo film monumentale nel rappresantare il ben poco epico West.
        Chiudo con il film Amadeus dicendo che si sono più Salieri (mediocri) che Mozart (geni).

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        • Sublime la citazione del Salierni eternamente in ombra di Mozart…
          Sappi tra l’altro che hai citato un film che adoro, senza dubbio il “film mondo” di Cimino, saga massacrata dall’icomprensione.
          È stato un vero piacere chiacchierare con te!
          Alla prossima!

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  3. Felice di rileggerti, perché hai mosso un problema che nel mio ultimo post ho praticamente cercato di mettere in evidenza. Chiaramente come sai parlo spesso di musica, e in questo campo, ultimamente, soprattutto verso quegli artisti che sono quasi intoccabili, esiste una reverenza che da fastidio, nel senso che la critica, il pubblico, i fans e i social, hanno appiattito i loro giudizi accettando qualsiasi prodotto senza nessuna analisi effettiva. Sembra (sempre parlando di prodotti musicali) che vada tutto bene, le recensioni sono tutte uguali, gli articoli sui giornali (anche del settore), sempre accondiscendenti e pieni di stereotipi, la televisione peggio ancora e via di questo passo. In anni migliori, una recensione fatta da un giornalista serio, poteva affossare o fare la fortuna di un disco, e costui era consapevole di questo. Ora invece è tutto il contrario, e uno come me, molto esigente e sempre alla ricerca della qualità, non dico assoluta, ma eccezionalmente buona, tutto questo “volemose bene” non lo regge più. Per questo mi sorprende di come invece il mondo del cinema sia più vivo, più attento, più partecipe e molto più critico sulla riuscita di una pellicola, a tal punto come sottolinei tu, che spesso si esagera nei commenti o nelle prese di posizione. La tua analisi è bella perché è fatta col cuore e riesce a circoscrivere tutta una serie di elementi mettendo in evidenza anche i loro difetti, paragonandoli poi con i pregi e senza alterare il peso della bilancia. Tutto è visualizzato in maniera intelligente a tal punto che un lettore attento come me, anche se non ha le caratteristiche specifiche per giudicare un’opera cinematografica (se non istintivamente o con il proprio retroterra culturale) riesce a capire tutte le dinamiche incise, e in una eventuale visione successiva (a meno che non l’abbia già visto) potrà entrare nella sua comprensione in maniera direi perfetta. Grazie ancora, perché passare di qua è come entrate in un mondo di fantasia e realtà unite insieme, cosi come i film che analizzi e che ci fai venir voglia di andare a vederli di corsa. Ad maiora…

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    • Roland Barthes era un critico e come tale prima di tutto un lettore ed uno spirito sensibile che univa alla capacità di analizzare le strutture (definizione asciutta di intelligenza secondo l’epistemologo Piaget), una speciale abilità nel creare visioni delle sue parole, perciò sapeva comunicare il suo pensiero in modo partecipe, unendo chiarezza didascalica ad emozione, mentre Paul Klee, all’opposto, era un artista e come tale odiatore della didascalia e del modo di procedere logico per consecutio e directory di pensiero, preferendo i salti della passione o le assonanze empatiche, così, quando faceva il saggista, uscivano dalle sue parole fraintendimenti clamorosi… Ecco, in campo cinematografico (che conosco molto meglio di quanto invece non conosca quello della critica musicale) il nome di riferimento per tutti i cinefili veri (non quelli del web, veri haters travestiti da colti) è stato per anni Roger Ebert, vero amante della settima arte, al quale, malgrado qualche cantonata di cui lui stesso fece ammenda, non si potè mai rimproverare di avere i paraocchi…
      I paraocchi, questo è il punto, reali o fittizi, dettati ovvero da un proprio limite culturale (quando parli di gender o di famiglia allargata o di omofobia con un suprematista bianco o un razzista dell’ultima ora, ti accorgi che non ci arriva davvero a comprendere le cose) oppure dalla malignità di chi si è venduto ad una causa (come alcuni parlamentari, sia italiani che stranieri o certi docenti interessati solo all’auto promozione dei propri libri): i paraocchi sono il limite che spinge molti ad essere massimalisti, a dividere la realtà in due sole fazioni, bianco e nero, amico e nemico, arte o commercio, pop o rock (penso alle discussioni che in questi giorni si stanno facendo sul gruppo italiano dei Måneskin, in cui il chitarrista, pur usando il classico distorsore hard-rock compie accordi molto più puliti di tipo funky, posizionando i brani della band in un territorio difficilmente comprensibili per chi vive di -ismi).
      Ho parlato di -ismi, perché gli -ismi ci stanno uccidendo e nel senso letterale della parola, perché amare la propria casa e la propria terra non può comportare solo scelte di patriottismo ma anche di apertura mentale (ponti e non confini) e ci si ritrova circondati da persone che usano i media per propugnare la loro idea di mondo e di società, filtrando per gli utenti cosa devono leggere e soprattutto come la devono leggere, ergendosi a custodi del cancello (gatekeeper) e facendo entrare nella sfera social (nelle nostre bolle) solo le pagine consentite… Che è poi una sorta di velina 2.0 delle vecchie dittature europee ed allora se parli bene di alcuni aspetti di un film (opera corale e complessa, decisamente multistrato e geneticamente fusa tra arte e industria) molti lettori si fermano al primo capoverso e ti etichettano e ti rispondono in modo lineare e monodimensionale (mi è piaciuto, non mi è piaciuto, stop)…
      Ho fatto Lettere e Filosofia all’Università ed amo la linguistica, che ha come regola quella di osservare i mutamenti della lingua stessa, perché una lingua è viva e la fa il popolo che la parla e come tale si modifica e per questo provo un senso di ribrezzo quando sui social trovo i soliti opinionisti da bar (quelli che sono anche virologi, economisti, alenatori, etc.) che pontificano su parole che secondo loro non si possono usare, anche quando l’Accademia della Crusca o lo Zanichelli le ha sdoganate, ma in fondo va bene così…
      Già, va bene così, perché se amiamo la libertà dobbiamo tenerci questo mondo fatto di comunicazioni aberranti, cacofoniche, caotiche che sono i social, pagando lo scotto di sopportare il dato di fatto che gli idioti, prima relegati in un angolo, ora possano parlare di tutto: si, è uno scotto che dobbiamo pagare per non avere il contraltare ben peggiore di un censore che decida per noi chi ha diritto di parola, perché alla fine, caro amico, come diceva Giovenale nella sua satira, Quis custodiet ipsos custodes?

      Scusa la logorrea, ma nasconde l’imbarazzo per non averti letto da molto tempo!

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  4. Figurati lo stesso vale per me, questo non importa, e la tua risposta mette in evidenza tutta la tua cultura sull’argomento e sottolinea quell’aspetto che anni fa era una regola per gli appassionati di qualsiasi genere artistico e non: seguire quel giornalista o quel critico, il quale era più vicino possibile al tuo modo di vedere, e i suoi scritti ti rappresentavano. Poi ampliavi la tua visione, ma con quella persona in particolare (insieme ad altre selezionate) andavi sul sicuro, anche quando non eri d’accordo con lui o con loro. Lo si può fare anche adesso per carità (se io sono qui a leggerti una ragione ci sarà) ma il punto è una sorta di omologazione della parola simile al qualunquismo (ecco… un altro ‘ismo) di cui siamo circondati. Probabilmente esagero, ma sta di fatto che queste cosiddetta libertà è reale? Probabilmente si, ma come sempre proprio un’eccessiva esagerazione della sua identificazione alla fine ci porta dalla parte opposta. La frase di Giovenale mi fa venire in mente quell’aneddoto che riguarda Napoleone e della sua idea (che poi si realizzò) di deportare quelli che dovevano scontare un crimine in un carcere lontano dalla Francia, nella Guyana, in Sudamerica: quella che divenne famosa come la Caienna. Ebbene, quando alcuni gli chiesero chi avrebbe controllato i carcerati in quell’inferno, Napoleone rispose dicendo: “ma delle persone peggiori dei carcerati stessi”. Ecco, questo è il punto. Poi per carità, siamo qui a parlarne e in fondo, la bellezza dei social è proprio questa, saper scegliere il questo mondo affollato, le persone giuste con cui parlare. Chi cerca trova, diceva mio nonno e penso anche il tuo. Salute ragazzo!

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    • L’aneddoto che hai riferito di Napoleone e del famigerato carcere non lo conoscevo ed è splendido proprio perché emblematico di quanto io e te abbiamo detto: è un periodo difficile, specie per chi come me e te preferisce mantenere dritto il tiomne e non lasciarsi soltanto trasportare dalle correnti (la tentazione è ovviamente fortissima e la pigrizia spesso ha la meglio), perché il grande insegnamento della tua citazione sui maestri che si seguono per poi prendere a propria strada è esattamente il succo della vera educazione ovvero quella che ti fornisce gli strumenti per arrangiarti poi da solo… Ma è davvero tutto complesso molto complesso e confuso e sempre più difficile da discernere… Too much information.. Come negli ipermercati, dove sei sommerso da cartelli di ogni tipo, sulle promozioni, sulle spese per beneficenza (che bel termine che hanno inventato nel marketing, quando usano la “charity”, no?), sui prodotti per vegani e quelli senza lattosio, su quelli a chilometro zero e sull’acqua sul pavimento che se la pesti cadi, ma poi, se chiedi qualcosa a qualcuno, ti guardano come se il loro compito non fosse servirti ma scansarti…
      Sto divagando (ne parli anche tu nel tuo nuovo commento) ed ora sono già in ritardo, come il cappellaio matto, che corre e non arriva mai in tempo, ma corre ugualmente ogni volta…
      È un piacere leggerti ogni volta e sappi che la mia stima è enorme nei tuoi confronti (prima o poi riuscirò a scriverti sul tuo blog una serie di domande sulle modalità di intendere la critica musicale inventata da Cameron Crowe di Rolling stones divenuto celebre per il suo Almost Famous, ma non qui da me, no, dovrà essere da te!).

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    • No, no, il tuo commento è perfetto, anzi: lo scopo del mio post non era infatti parlare del film (lo vedi, ti piace, no, boh, è lo stesso), ma del modo di concepire la critica e di come parlare di un opera d’arte senza vedere solo una faccia del poligono, quindi ciò che ci siamo scambiati io e te è meglio di quanto sperassi!
      Io, Lapinsu e l’amico Wwayne ci siamo a suo tempo inventati un termine scherzoso, “ermenàutica”, mutuandolo da “ermenèutica”, perché se l’ermenèutica è l’attività filosofica che si esplica nell’interpretazione dei testi e del mondo che ci circonda, per noi l’ermenàutica è la navigazione che si compie a casaccio dentro la stessa ermenèutica e per farlo l’andare fuori tema (o meglio, come si dice in linguaggio internettaro “off topic” o anche solo OT) è quasi obbligatorio!
      Perciò, benvenuto nel club!

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  5. Come sempre mi hai incuriosito ed ho compreso benissimo il tuo punto di vista che, peraltro, già conoscevo bene e che mi trova assolutamente d’accordo. Per il resto, sinceramente nella prima parte non ho capito molto, colpa della mia ignoranza nella materia che mi rende sconosciuti molti dei termini tecnici da te usati, ma vedrò di riuscire a trovare il film e poi ti dirò cosa ne penso, come sempre del resto 😉
    Buona serata amico mio.

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    • Grazie Silvia di seguirmi anche in argomenti che non sono proprio di tuo particolare interesse, sul serio!
      Questo film effettivamente è una vera e propria anomalia, un film che doveva uscire così ma che fu trasformato ed in buona parte tradito e per colpa della debolezza di un grande regista che ha dovuto allontanarsi dal set per fare fronte ad una tragedia familiare da cui non tutti sarebbero in grado di risollevarsi: una vicenda che mi colpì molto, sia perché ho sempre apprezzato Snyder come autore visionario, sia perché mi spingeva a portare rispetto… Purtroppo per alcuni (ahimè molti, troppi!) cercare di umiliare chi non la pensa come noi, magari facendosi grosso con i propri follower, è un’occasione troppo golosa e così sono nati questi scontri tra tifoserie, entrambe troppo stupide per capire che il più furbo era quello che si fermava prima…

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      • Come promesso eccomi, ho finito ora di vedere il film, ne parlo da profana del genere perché non sono esperta come te delle tecniche e di nient’altro che riguardi la fantascienza.
        A me è piaciuto davvero molto, per il tipo di inquadrature che ho trovato eccezionali, per le varie ambientazioni, per le figure dei supereroi, ognuno con la propria storia, ecco quello che ho apprezzato maggiormente è stato proprio il voler “raccontare” i vari personaggi e le loro storie, non è il solito filma di fantascienza fatto di tanti effetti speciali, combattimenti, e nessuna o molto debole trama….tutt’altro, qui la trama e la storia di ogni personaggio diventa la cosa principale e a parer mio la cosa più bella!
        Grazie come sempre per i tuoi suggerimenti che non deludono mai, l’ho trovato un film davvero fantastico!

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        • Sono felicissimo ed anche piacevolmente sorpreso che tu sia già riuscita a trovare il tempo (oltre che una buona copia!) per vedere un film che ha spaventato molti, sia per la lunghezza (quattro ore sono davvero tante, anche se a me personalmente sono passate in modo leggerissimo), sia per l’inusitato formato in 4:3 (in realtà talmente gradevole a mio avviso che non me ne sono quasi accorto ed anzi ho pensato che questo formato permettesse di vedere meglio i personaggi), quindi ti faccio i miei complimenti!!
          Il fatto oltretutto che ti sia goduto lo spettacolo è un elemento in più di piacere personale!!!
          Ripensavo a quanto hai scritto e concordo con te su un elemento molto importante che ho taciuto nel mio post e che tu hai invece evidenziato: i protagonisti sono tutti caratterizzati benissimo, con le loro storie personali prima ancora dei loro poteri e questo permette allo spettatore di partecipare con emozione alla storia.
          Personalmente una delle parti che ho preferito è quella più fredda e livida, con il villaggio sul mare che difende la privacy di Aquaman, il loro santo benefattore e uomo della provvidenza, anche se il mio cuore è tutto per Martha, la mamma terrestre che ha raccolto Superman da bambino e l’ha cresciuto fino a vederlo diventare il più potente supereroe del pianeta ed anche il modo con cui il regista Snyder li fotografa entrambi, in mezzo al campo, con inquadrature che ricordano i film western di John Ford…

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  6. Citare se stessi è una pratica patetica, un onanismo letterario di cui vergognarsi senza remore. Tuttavia, leggendo il tuo post accorato, schietto e bello non ho potuto fare a meno di ripensare a un post che scrissi ormai 5 anni fa (caspita come vola il tempo…) spinto da ragioni in parte simili a quelle che hanno spinto te a tornare (mi mancavi!!!!).
    Quando infatti SNYDER realizzò il criticatissimo BvS il web impazzì cricifiggendolo senza ritegno. Io trovai invece quel film bello proprio per la potenza visiva che SNYDER sa evocare come pochi altri suoi colleghi.
    Per denigrare i denigratori usai queste parole:

    Per un attimo, un istante breve ma intenso, provate a tornare bambini. Chiudete gli occhi e viaggiate con la mente al vostro pupazzo preferito, quello che portavate sempre con voi; e poi ripensate al cesto di giocattoli – magari un vecchio fustino del detersivo – dentro cui stipavate costruzioni e macchinine oppure bambole ed accessori; e poi ricordate i lunghi pomeriggi in cui, seduti per terra, creavate mondi paralleli che si intrecciavano nei vostri pensieri e nei vostri giochi scivolando nell’oblio quando la mamma vi chiamava per cena. Lasciate che le emozioni si accavallino nel vostro cuore ed assecondate il selvaggio messaggio di purezza che nascondono: la mano di vostro padre che vi stringe e vi solleva in un abbraccio, il seno di vostra madre dentro cui affogare le lacrime di una brutta caduta in bicicletta, i vostri piedi che penzolano da un muretto o da una sedia dandovi l’impressione che stiate per volare, il profumo dei fiori in primavera mentre giocate sull’altalena, il gusto delle caramelle che comprate di nascosto in tabaccheria, la certezza che quell’ingenua estasi infantile non sarebbe mai finita.

    Aprite gli occhi.

    Ora riuscite a vederlo: un mondo parallelo dove prende vita una realtà di fantasia incondizionata che non si pone limiti e trova nell’ipertrofia la sua sublimazione. Abbracciate questo mondo e non vi limitate a vederlo: vivetelo. Per un istante. E in quell’istante di perfetta sintonia la favola diventerà vita. La vostra vita.

    La tua analisi lucida mi ha riportato in mente quel post, quelle mie parole e una essenziale consapevolezza: i pregiudizi sono pericolosi come poco altro, sia quando sono positivi che quando sono negativi
    Buona domenica fratello ermenàuta!!! E’ sempre bellissimo passare di qui e trovare un tuo nuovo post da leggere tutto d’un fiato!

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    • Anch’io cerco di reprimermi e di non usare mai la pericolosissima arma dell’autocitazione (so bene quanto può essere fastidiosa per chi ci legge, mettendoci a rischio di essere tacciati di presunzione o egocentrismo), ma in questo caso la tua citazione a te stesso è assolutamente doverosa: sei davvero nel sangue un ermenàuta ed il tuo discorso di coerenza, partito proprio con Batman v Superman: Dawn of Justice (tu non l’hai fatto, ma sarò a mettere qui, per chiunque legga, il link al tuo post di allora, non solo puntuale ma anche letterariamente di altissima qualità), si sviluppa anche nella mia recensione e come tale il tuo nome sarebbe rimasto sottinteso, pertanto hai fatto benissimo ad uscire allo scoperto, perché certi miei post esistono anche per merito tuo!
      Anch’io cerco di reprimermi e di non usare mai la pericolosissima arma dell’autocitazione (so bene quanto può essere fastidiosa per chi ci legge, mettendoci a rischio di essere tacciati di presunzione o egocentrismo), ma in questo caso la tua citazione a te stesso è assolutamente doverosa: sei davvero nel sangue un ermenàuta ed il tuo discorso di coerenza, partito proprio con Batman v Superman: Dawn of Justice (tu non l’hai fatto, ma sarò a mettere qui, per chiunque legga, il link al tuo post di allora, non solo puntuale ma anche letterariamente di altissima qualità), si sviluppa anche nella mia recensione e come tale il tuo nome sarebbe rimasto sottinteso, pertanto hai fatto benissimo ad uscire allo scoperto, perché certi miei post esistono anche per merito tuo!

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  7. Finalmente dopo tanto tempo vedo un tuo articolo e me ne accordo dopo quasi un mese! Shame on me!
    Mi fa piacere finalmente poterti leggere, per me è sempre un piacere e hai praticamente parlato di uno dei film più discussi di questo periodo, un film con una storia incredibilmente complessa (ci si potrebbe fare un film a riguardo!) e che ha avuto dei risvolti inaspettati.
    Sul web sono anni che si parla di questa Snyder’s Cut, ma onestamente non credevo che l’avrei mai vista invece eccola qui. Sul web Snyder ha fatto un buon lavoro per far incuriosire le persone, ma la cosa incredibile è stato vedere in fan (anzi, i fan-boy) di Snyder portare avanti questa specie di crociata per avere questo film. Una cosa impressionante che ho osservato con una certa curiosità e interesse. Io personalmente sono una persona che non riesce ad apprezzare i lavori di Snyder. Non lo odio e non lo considero come uno dei peggiori registi di sempre (sia mai), però non sono mai riuscito a apprezzarlo. Nelle sue pellicole, una cosa che lui tende a fare è concentrarsi sulla singola immagine ma non sull’insieme della pellicola. In questo modo lui crea singole immagini epiche m che non riescono a stare bene insieme al film. Ci sarebbe molto da dire su Snyder e sui suoi fan, ma non sono uno che insulta i suoi lavori a mani bassi. Ci sono dettagli che in certi suoi film mi sono piaciuti (come ad esempio Zodd in Man of Steel oppure quella scena con Superman che ha fatto storcere il naso a tutti. Una scena con Zodd che conosciamo bene). Lui ha degli ottimi momenti ma non riesco ad apprezzarlo. In ogni caso questo film è stato affascinante. Sicuramente è molto più compatto a livello di sceneggiatura (purtroppo Whedon ha dovuto lavorare con un progetto già iniziato a cui era stato chiesto di cambiare letteralmente il mood della storia) e molti personaggi come Cyborg e Steppenwolf ne guadagnano parecchio, ma comunque rimane a mio avviso un film troppo lungo che mostra scene non proprio utili e soprattutto è strapieno di rallenty. I rallenty non mi dispiacciono, ma devono essere usati con ritegno e in questo film ne ho visti una quantità assurda. Gli effetti speciali in certi casi sono veramente ottimi mentre in altri si vedono che sono stati fatti in fretta.
    Il film è un’altalena continua, ha vari alti e bassi, ma posso dire che a mio avviso merita la sufficienza e che è stato sicuramente interessante anche per tutta la storia produttiva che ha avuto.

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    • Anche se ultimamente scrivo così di rado di cinema sul mio blog (le incursioni che ho fatto e che continuo a fare in campo videomusicale sul blog condiviso con Silvia e Paola sono difatti solo in parte contaminate da cinema e tv), devo ammettere che provo ogni volta un forte orgoglio ed anche una certa gioia nel vederti commentare, come è appunto capitato ora!
      Vedi, amico mio, al di là degli impegni personali e delle preoccupazioni che mi rendono davvero difficile astrarmi per scrivere di ciò che in realtà di più amo, una cosa che mi addolora da tempo è lo “sfascio” (penso ottimisticamente per lo più momentaneo) in cui versa buona parte della critica amatoriale (di chi come me e te scrive per diletto e passione) e persino professionale (quella dei giornalisti e dei pubblicisti pagati per farlo), completamente asservita a logiche di clickbait, in cui il sarcasmo è spesso fine a se stesso, dove i film non vengono talvolta nemmeno visti e già condannati o esaltati (basta leggere i commenti e trovi miriadi di persone che già da un trailer fanno recensioni aprioristiche), dove lo scopo è leccare il culo all’opinion leader di turno (sia esso una persona che si stima sul serio e che si vuole compiacere o peggio qualcuno che può pubblicizzare con i suoi tanti follower le paginette di chi scrive inutili post e commenti), rispondendo alla logica settaria degli schieramenti contrapposti, usando la critica solo per costruire o diffondere meme a caso (alcuni dei quali spesso creati dai gatekeeper sessisti e destrorsi statunitensi dell’orbita di 4chan ed eredi ed usati senza nemmeno rendersene conto da molti italiani stupidi) forzando le interpretazioni e soprattutto non amando davvero il cinema… Ma tu no, tu Butcher sei diverso, perché come me ami il cinema come mezzo espressivo e lo ami tutto, senza riserve e senza paraocchi.
      Ecco perché amo leggerti.
      Ecco anche perché ho voluto scrivere questo post: non mi interessava minimamente discutere se fosse o meno ridicolo un wurstel che galleggia nell’istante del ralenti di Flash che salva la ragazza o sull’assurdità di un gruppo di amazzoni che rimangono per giorni impietrite con l’arco teso pronte e a scoccare le frecce contro una minaccia, perché tutto questo NON era l’anima del film e NON è l’anima del cinema di Snyder: tutti i limiti della scrittura del film di Snyder sono nel suo essere di genere e nello stesso calderone ci metto anche film che adoro letteralmente da tempi non sospetti (li ho citati nel post e non mi ripeto), perché la cosa davvero debole e stupida e fintamente inclusiva delle diversità e fintamente rispettosa delle figure femminili è proprio il genere supereroistico, che vedo, che seguo, che mi diverte ma che resta ciò che il grande Scorsese a suo tempo definì ovvero una serie di attrazioni di un parco giochi a tema.
      Tuttavia, anche in queste attrazioni può esserci vero cinema e quello di Snyder, con tutto il baraccone di ralenti esasperato, di fotografia desaturata ed altre sue cifre stilistiche, lo è in modo netto: Snyder ha un’idea di cinema personalissima, magari non condivisibile, ma realmente sua, cosa che molto spesso tanti registi talentuosi non hanno.
      Nella costruzione delle scene trovo quella passione e quel rigore (certamente non asciutto ed anzi sempre virato verso un’epica di cartapesta) che trovo nei grandi direttori di scena che amano il mezzo cinematografico (penso al Sam Raimi che in Darkman usa la mimica facciale degli attori per simulare maschere di gomma che in realtà non esistevano o un Bong Joon-ho che costruisce la diversità e la terzietà di un mostro con carrelli laterali diurni in sequenze fisiche meravigliose nella scena dell’avvento dell’anfibio in riva all’acqua nel suo The Host o la sontuosa cinepresa (di ascendenza hitchcockiana e depalmiana) con cui Ari Aster collega le scene (mirabile come lo spazio ed il tempo tra le varie scene della partenza vengono scanditi dalla ripresa dall’alto della Plugh che entra nel bagno della casa e si ritrova in quello dell’aereo in volo, per vomitare la sua depressione d il suo dolore di donna mortificata e che sfocerà poi nell’ordalia giustizialista finale in quel monumento al cinema puro che è Midsommar), meravigliosamente simile ai carrelli con cui Raimi guidava la cinepresa sopra le travi del controsoffitto nei corridoi della casa di Evil Dead II: Dead by Dawn e chiaramente, per quei bellissimi cortocircuiti visivi che costellano la storia della settima arte, ai corridoi di Ghostland di Pascal Laugier.
      C’è una sospensione della credibilità estetizzante in Snyder che non è solo (lo è “anche”, purtroppo) quella dell’incapacità di scrivere copioni credibili che è propria anche del tanto blasonato MCU, perché in Snyder c’è una sorta di piacere non-sessista ma voyeuristico per la figura (per il corpo) sia femminile che maschile (basti pensare al suo acclamato 300), così che le inquadrature di Gal Gadot ricordano il suprematismo fisico della diafana e conturbante Cara Delevingne, fotografata da Luc Besson nella sua versione dell’eroina femminista e disinibita di Laureline presentata nel (ahimé!) sottovalutatissimo Valérian et la Cité des mille planètes

      Insomma, per concludere questo pippone, quando escono film come questa versione estesa della Zack Snyder’s Justice League, mi piacerebbe parlare di cinema, di scene, di sequenze, di costruzioni dei personaggi, di fisicità dello strumento di ripresa, di ottiche, di costruzione dello spazio cinematografico, di come la diversa aspect ratio slanci i personaggi a figura quasi intera, come in alcuni film di Wes Anderson…

      Ma parlare di cinema sul serio è possibile oggi davvero solo con pochissimi e tu sei sempre, immancabilmente, uno di quei pochissimi!

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      • Il tuo commento è stato veramente molto interessante e prima di tutto ti ringrazio per l’enorme fiducia che riponi in me. Io adoro parlare di cinema, che siano film che ho apprezzato oppure no, e su questa Justice League di Snyder si potrebbe dire di tutto e di più. Ormai sai come la penso su di lui come regista, ma non per questo smetterò di guardare i suoi lavori. Ammetto che mi incuriosisce sempre e spero tanto che un giorno lui riesca a creare veramente una pellicola capace di darmi delle belle sensazioni. Ancora non ho visto il trailer del suo film prodotto da Netflix. Devo ricordarmi di dargli un’occhiata. Parlando del film, i difetti che ha sono legati in parte ai vari problemi dei cinecomic (ossia la sceneggiatura), ma in parte è legato anche al fatto che hanno voluto accelerare i tempi per costruire il DC Universe, mentre la Marvel era andata con calma, facendo conoscere al pubblico i vari protagonisti. Per non parlare delle singole scene. Come ho già detto in precedenza, Snyder adora il singolo momento, adora curare in ogni dettaglio la singola immagine, senza però riuscire a dare unicità e organicità all’intera pellicola. Se lui riuscisse a fare ciò, potrebbe veramente realizzare degli ottimi lavori. A volte penso che Snyder possa veramente dire qualcosa al pubblico (ha comunque il suo stile) e forse un giorno potrebbe realmente creare qualcosa di interessante, che possa unire tutti, sia i fan che coloro che non lo apprezzano. Staremo a vedere.

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        • Grazie per la risposta, soprattutto perché hai ribadito questa tua idea molto affascinante riguardo l’estetica particolare di Snyder che costruirebbe singole scene intese come momenti, unicum narrativo, che potrebbero come tali essere dietro alla incapacità presunta (o reale) di costruire una fluidità drammatica.
          Hai una mente acuta e conosci benissimo il cinema, perciò i tuoi giudizi sono da me sempre letti con grande rispetto!

          Il trailer di Army of the Dead? Io lo adoro… Poi c’è una tigre zombie e per me è già leggenda!!

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