After Life

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All’epoca del suo rilascio, mi avvicinai a questa serie con prudenza ma anche tanta curiosità, avendo sempre avuto molto interesse per tutto ciò che ha fatto nella sua carriera un’artista poliedrico come Ricky Gervais, a mio avviso davvero straordinario, pur nei suoi alti e bassi: ottimo scrittore comico e caustico dialoghista, sensazionale interprete dello squallore dei bassi costumi in uso nella middle-class impiegatizia occidentale, nonché efficacissimo nell’uso di un sarcasmo brillante ed uno spietato umorismo nero, sia quando ha creato character televisivi divenuti quasi archetipi (come quelli realizzati per The Office, la leggendaria e scomoda fiction britannica in due stagioni di inizio millennio, targata BBC), sia quando si è limitato anche solo alle sue tante comparsate come giullare salvifico nelle serate di gala di una Hollywood tronfia ed ipocrita, che nel suo irraggiungibile Eliseo, pieno di glamour e ricercato esibizionismo, si premia e si assolve ogni volta dai suoi peccati, fingendo di farsi fustigare per le sue debolezze, per mostrarsi così umana e vicina alla gente comune.

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Tuttavia, non essendo un ottuso fanboy, c’era in me anche il timore per un possibile insuccesso: non solo su After Life (malgrado un cast tecnico ed artistico inglese fino al midollo) c’era ben impresso il marchio della regina yankee dello streaming (quella famigerata Netflix, portabandiera di uno stile forzatamente modaiolo, come la versione hipster del cinema adulto, con presunte trasgressioni, così oculate e splendidamente studiate dal marketing per i suoi abbonati, desiderosi di avere una televisione “differente”, ma che non li spaventi troppo), ma soprattutto questa miniserie era stata accompagnata, al suo arrivo in Italia, dal solito patetico polverone denigratorio in salsa social, sollevato dai tanti pecoroni che ogni volta che si parla di un prodotto di oltre oceano sposano, senza verificarle, le tesi degli approssimativi opinion leader di turno, che in questo caso, da buoni conservatori pressapochisti, lamentavano la presenza di un Gervais in tono minore, meno cattivo e feroce e quindi più deludente per chi ogni volta ritiene sbagliato che un artista possa evolversi e fare cose differenti da quelle che lo hanno reso celebre ed apprezzato.

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Per me, che odio la stasi e l’adagiarsi sugli allori da parte di chiunque, specie di chi produce contenuti culturali e narrativi, anche di puro intrattenimento, questo fantasma di cambiamento fu invece la spinta definitiva che di fatto mi costrinse alla visione, la qual cosa si rivelò poi essere stata una delle decisioni migliori e più felici dell’anno passato, perché questa miniserie in sei episodi mi è davvero rimasta nel cuore, conquistandomi letteralmente, anche grazie ad una compattezza drammaturgica che ultimamente il nostro inglese sembrava non riuscire più ad azzeccare.

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Troppe volte, infatti, malgrado il suo grande mestiere, che gli ha comunque sempre permesso di colorare in modo vivido anche parti minori e decisamente mediocri (come quella del Dr. McPhee del primo Secret of the Tomb – Notte al museo), Ricky Gervais non si è davvero distanziato dalla versione televisiva o cinematografica del suo character di one-man-show e stand-up comedian sprezzante ed uncorrect, sacrificando anche soggetti assolutamente geniali sull’altare della battuta perfetta e della trovata che fa scattare l’applauso nichilista e compiacente, impedendo molto spesso alle varie sceneggiature di sbocciare in storie che non fossero solo l’ennesima forzatura allegorico-satirica, come nel caso dell’intelligentissimo e divertente, pur se imperfetto, The Invention of Lying (Il primo dei bugiardi), da lui scritto, diretto ed interpretato nel 2009 o anche il successivo Cemetery Junction (L’ordine naturale dei sogni), dove i due autori Gervais e Merchant frenano bruscamente di fronte ad un possibile sviluppo drammatico dell’ottimo impianto corale di quella storia di formazione giovanile, rifugiandosi nella più comoda narrazione di un esito romantico e irrealisticamente ottimista.

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Come uno scrittore di besteller che, affetto da bulimia di successo, schiacciato e reso pigro dai troppi cocktail party organizzati dal suo editore ed obbligato a produrre copie senza più anima dei suoi primi successi, decide di costringere il suo cervello e la sua anima ad una cura dimagrante e disintossicante, rifugiandosi in un eremo lontano da ogni superficialità, per ritrovare la linfa creativa che aveva avuto agli inizi, così Gervais per questo suo After Life ha scelto di scrivere una storia minima, senza sensazionalismi e colpi di scena impossibili, ambientandola in un piccolo centro urbano della periferia britannica, dove la routine è scandita solo dalle piccole incombenze quotidiane e dove non accade praticamente nulla di sensazionale o veramente imprevedibile, tanto che i suoi abitanti rischiano di non accorgersi che accanto a ciascuno di essi possa a volte soffiare il vento del miracolo, della vita e della morte.

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Con una narrazione squisitamente scandita da pochi episodi molto corti, che si susseguono senza alcun richiamo o cliffhanger di fine puntata, come i capitoli di un vero romanzo, ci viene raccontata la storia di Tony Johnson, responsabile della cronaca del piccolo quotidiano locale, rimasto vedovo dopo la morte per cancro di sua moglie e di come il suo intero universo di valori e comportamenti, acquisiti nel tempo senza scossoni di un menage coniugale sereno ed appagante, si sia frantumato di colpo, lasciandolo in uno stato di assoluta desolazione e disillusione senza appello.

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Ci sono frasi o parole che in pubblicità sono considerate tabù, perché in genere fanno scappare i clienti e così è lo stesso per un prodotto di intrattenimento culturale, come un film o una fiction, ma Gervais questa volta ha scelto di non restare in una comfort zone narrativa e di essere l’attore che indossa un abito viola per andare in scena, in barba a qualsiasi scaramanzia, mostrando in apertura di serie il filmato di addio della moglie del protagonista malata di tumore allo stadio terminale che, sapendo di essere oramai prossima alla sua fine, lascia al marito le istruzioni per come continuare a vivere da solo, spingendolo a costruirsi una vita dopo la sua inevitabile dipartita: usando quel filmato come traccia e come partenza per altre ricorrenti visioni di brevissimi spezzoni di vita passata e spensierata, registrati su un personal computer, la trama si sviluppa con ritmo regolare, catturando lo spettatore grazie alla cristallina credibilità dei personaggi e ad una potentissima verve sarcastica nei dialoghi, vecchio cavallo di battaglia del nostro inglese, che questa volta però non è mai fine a sé stessa, ma al servizio di una storia evolutiva, per un protagonista che non decide di voler aggiustare una realtà impossibile da riparare (perché la morte di una persona cara è un evento ineluttabile ed immodificabile senza le facili e comode macchine del tempo della Marvel/Disney), ma adatta se stesso ed il proprio comportamento al corso di una nuova vita.

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Parafrasando il film scritto e diretto nel 1986 da Étienne Chatiliez, La vie est un long fleuve tranquille, anche questa fiction ci dimostra che la vita, con i suoi lutti, i suoi cambiamenti drastici, le coincidenze ed i tanti sassi in cui inciampiamo lungo il nostro percorso, alla fine è davvero un lungo fiume tranquillo, che può offrire solo dolore a chi si oppone alla corrente o al contrario inaspettati squarci di gioia a chi invece comprende che bisogna imparare a navigare in mezzo alle rapide, così come nell’acqua stagnante della bonaccia senza vento.

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Insieme allo stesso Gervais, a dare volto e credibilità ad un gruppo di di personaggi azzeccati e non fracassoni, di questa enclave di umanità britannica, troviamo alcuni eccellenti caratteristi come Tony Way (qui nei panni di Lenny, un pacioso fotografo, collega di redazione di Tony dentro la Tambury Gazette, ma decisamente più accomodante di lui di fronte alle bizzarrie delle piccole storie e dei suoi narratori in cerca di mediocre visibilità) ed anche attori formidabili come David Bradley (nel ruolo di Ray Johnson, padre di Tony, affetto da demenza ed ospite della cittadina casa di riposo, dal nome così deliziosamente ed involontariamente comico di Autumnal Leaves, foglie d’autunno), senza dimenticare infine un volto decisamente caro agli appassionati della leggendaria fiction Downton Abbey, come quello di Penelope Wilton, che qui recita la parte di una vedova che Tony incontra spesso al cimitero e che su di lui applica quella maièutica di cui è invece paradossalmente incapace il suo grottesco terapeuta.

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Alla fine After Life è un romanzo morale, mai pedante ed a tratti persino autocritico dell’approccio tradizionalmente tenuto da Gervais nel genere comedy: un prodotto di intrattenimento che non ha un solo momento di stanca o di caduta di ritmo, con anche la freschezza di scelte etiche non ovvie da parte dei personaggi (tanto da spingere talora lo spettatore ad interrogarsi persino sulla giustezza di certi comportamenti), per una visione che anche sulla lunga distanza mostra un vigore narrativo non biodegradabile e che non si fa dimenticare, a differenza di tanta fuffa televisiva.


Clip estratta dal primo episodio: fuori della redazione della Tambury Gazette, Tony incontra Julian, il tossicodipendente pagato dal cognato di Tony per consegnare i giornali a domicilio.


After Life” (TV series), GBR, 2019 – in corso
Creata, sceneggiata e diretta da Ricky Gervais
Stagione 1, Epsiodi 6
Commento sonoro di Andy Burrows


 

 

49 pensieri su “After Life

  1. Come sempre le tue recensioni sono splendide perché ti addentri dentro alla serie o al film spiegandone il senso a volte più nascosto senza per questo fare mai spoiler.
    Complimenti davvero è sempre bello leggerti 🙂

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    • Grazie Silvia, perché le tue parole sono sempre una vera carezza!
      Ho amato questa piccola serie, così come ho amato quei libri che all’inizio mi sembravano ostici, foss’altro per la trama, ma che invece pagina dopo pagina mi hanno conquistato…

      E poi amo le narrazioni in cui il lettore/spettatore in qualche modo cambia anch’esso mentre cambia il protagonista: sasso che rotola non fa muschio, così dice il mio proverbio preferito…

      Buona serata!

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        • È un modo per dire che ogni stagnazione è l’inizio della fine, mentre chi è capace di muoversi e di cambiare (se stesso e la propria vita) sarà sempre più vitale e meno ammuffito…
          Un sasso immobile finisce per ricoprirsi di muschio e così invecchiare e deperire prima, per lo meno nella sua essenza, mentre una pietra apparentemente pericolosa che rotola a valle, avrà sempre la sua superficie levigata e nessuno dei suoi lati dormirà nell’ombra…
          In fondo è quello che capita ahimè agli anziani lasciati in un letto, con il corpo che, senza potersi muovere, inizia a marcire ed a cedere e con esso la volontà e lo spirito.

          Scusa se per l’ennesima volta mi sono messo a pontificare…

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      • Ho finito di vedere la serie ora, mi è piaciuto immensamente, per la semplicità ma nello stesso tempo la capacità di coinvolgere anche solo con una scena senza bisogno di parole. L’attore è davvero straordinario, duro, cinico schietto ma con momenti di tenerezza infinita.
        Accade quando si costruisce una vita fondata sul noi, che una volta rimasti soli non si trovi più un perché….lui riesce solo a trovarlo nel cane….non posso dire altro per non fare spoiler, ma ti posso solo ringraziare davvero per farmi conoscere queste perle…non sbagli mai 😉

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  2. Che piacere leggerti qui, ora, così.

    Qualunque cosa scrivessi dopo questa frase, sarebbe sostanzialmente pleonastica, dal momento che il solo fatto che tu abbia pubblicato un nuovo post dopo il forzato stand by di poche settimane fa, è di per sé una realtà di così solida bellezza che potrei contemplarla per ore e ore.
    Tuttavia non posso esimermi dal commentare questo gigantesco tributo alla fragilità.

    Non ho visto (ancora) After life perchè la mia watchlist (soprattutto per colpa tua) è troppo ricca per star dietro a tutto. Pensa che ho da poco rivisto Watchmen (il film) per prepararmi alla visione della serie tv e devo ancora recuperare Carnival Row, di cui discutemmo qualche mese fa. E poi che ZeroZeroZero (che mi intriga) e una serie sterminata di film che vorrei vedere…. Insomma… ci siamo capiti.
    Però, non ho alcun dubbio, che prima o poi After Life la vedrò. Perchè mi piace Gervais, perchè mi piace la fitction britannica (ho in canna da mesi un post su Broadchurch e prima o poi lo pubblicherò…) e perchè tengo in massima considerazione il tuo giudizio.
    Ma parlavo di fragilità, prima di divagare, e voglio tornare sulla questione.

    Più di ogni altra cosa, è la vita ad essere fragile.
    Invecchiando mi rendo sempre più conto di quanto sia sottile la linea che separa l’essere dal non essere più.
    E in un periodo surreale come quello che l’Italia (il mondo) sta vivendo, nel quale si contano morti e posti letto disponibili come in tempo di guerra, la fragilità della vita assume un significato ancor più profondo.
    E conoscendo la tua sensibilità umana non posso non notare il parallelo, per altro non banale, tutt’altro.
    Inoltre, la fragilità dell’esistenza è un concetto poliedrico che può variare accezione in base alla prospettiva che si assume per osservarlo. Perchè pur se ontologicamente diversa, la fragilità che può determinare la fine di una vita non è poi così dissimile dalla fragilità con cui la vita di chi resta deve esser rimodulata.
    Tutti – seppur in misura e tempi diversi – dobbiamo imparare a fare i conti con il lutto, la perdita, il vuoto. E qualunque produzione intellettuale aiuti a esorcizzare e sintetizzare questo processo, merita attenzione, a patto che sia animato da onestà (come non dubito sia accaduto in questo caso).

    Grazie per la dritta, amico, anche perchè questa serie era proprio rimasta fuori dai miei radar!!!

    PS: L’ultimo dei bugiardi è un gran bel film…

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    • Hai ragione su tutto ed in particolare sul fatto che la scelta di ricominciare a pubblicare nuovi post con una recensione di questa After Life di Gervais non è affatto casuale, ma anzi assolutamente emblematica: è inglese, è narrata come un romanzo e parla di come affrontare la vita dopo una tragedia, infine è un gioiello di umanità che non fa sconti a nessuno…

      Ho visto tonnellate di film e fiction alle ore più improbabili e potrei parlare per ore, ma il tempo è ancora troppo poco: sappi che ci sono troppe cose belle per perdere tempo dietro alla mediocrità (penso a quel gioiello di Killing Eve di cui sta per uscire la Terza Stagione o alla splendida Outsider della HBO, ma anche a Mr. Mercedes e Castle Rock, sempre da King, sul canale streaming Starz da poco arrivato anche da noi, che per altro ospita anche una incasinata ma frizzantissima Pennyworth… Tra l’altro la prima settimana è gratuita e poi tre mesi a € 0,99, il che è tanto tempo per guardarsi le cose più belle e poi, dopo, c’è sempre il download non ortodosso…).

      Sono ancora arrugginito nella pratica dei commentaria, ma piano piano arrivo…

      P.S. La Gardner è assolutamente sublime in The Invention of Lying… (tra l’altro hai notato la tua svista nel riportare il titolo alla fine del tuo commento? Un terapeuta l’amerebbe…)

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      • Killing Eve prima o poi la recupererò… non foss’altro perchè ogni 4 commenti la infili (subdolamente) e me ne ricordi la valenza.
        Riguardo THE OUTSIDER ero intenzionato a vederla, ma prima mi sa che leggo il libro. Discorso diverso per Castle Rock, che non è tratta direttamente da un libro ma ispirata a un universo letterario. E poi lì c’è Lizzy Caplan, mia pupilla dai tempi di Masters Of Sex (raro caso di serie TV non eccelsa, eppure compiutissima e interpretata da dio).
        Non sapevo di questo nuovo servizio STARZ. Devo informarmi bene. Purtroppo da questo punto di vista sono tecnologicamente un po’ indietro, non avendo una smart tv. Pensa che per vedere Netflix sfrutto l’applicazione installata nel lettore bluray, mentre per vedere prime posso usare solo il telefono o il pc. Stavo meditando l’acquisto della fire stick (ora è in promozione) ma poi non so se può essere compatibile col mio televisore.
        ALla fine mi sa che sarò costretto a delinquere, come sempre 😀

        Riguardo il mio refuso finale, stendo un velo pietoso. Sono sempre stato una frana con ste cose. Pensa che una volta chiamai per sbaglio mia moglie “Roberta”. M’ha tenuto il broncio una settiana…

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        • Rido moltissimo al refuso ed alla tua add-on di Roberta…
          Pensa che nella sala degli Ermenàuti è conservato in carteggio a tal proposito di uno dei più vecchi fratelli, tal Sigmund di Vienna…

          Quando guardo questi servizi di streaming dal TV della cucina, io uso sempre e solo lo smartphone che agisce sul Chromecast attaccato al TV non-smart…
          Tra l’altro sia Netflix sia Starz (come anche RaiPlay, dove guardo Doctor Who) hanno la gestione possibile e comoda da App per cellulare…
          Solo Prime la vedo nell’altro TV, a meno di attaccarmi via Wi-Fi con un portatile…

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          • sono un mostro ibrido, nel senso che sono curioso di tecnologia ma allo stesso tempo sono pigro… quindi l’idea di usare telefono per vedere una cosa in tv mi repelle… di qui il rifiuto della chromecast.
            Mio cugino (non è pugliese) mi ha parlato bene della fire tv, ma mi fido poco delle sue conoscenze tecnologiche, quindi voglio andare a casa sua per testare con mano. Purtroppo la clausura forzata ha procrastinato il tutto…

            Ora sento la voce di mia moglie Rosanna echeggiare per casa, evidentemente si è già svegliata.

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  3. Ho visto la serie e concordo con te e posso dirti che un anno fa un mio caro collega ha perso la moglie come nella serie e si comportava come il protagonista, quando ho visto After life mi sono resa conto che era reale e non come quelle cazzate che vedo in giro sullo stesso tema che mi fanno venire solo male allo stomaco. Conosco Gervais da un bel po’ infatti su Netflix ci sono anche dei suoi spettacoli. Alcune volte lo trovo veramente odioso ma non posso fare che ridere ma in After Life è profondo ed è nella profondità del dolore che il protagonista trova la sua modalità, in fondo è solo nei momenti dolorosi che si trova il modo di resistere o no?

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    • Con una capacità di sintesi che, ahimé, io non posseggo, hai nel tuo commento tirato la volata al concetto di base del mio post e lo hai ampliato con una chiusura su cui non solo concordo, ma mi strappa un applauso sincero…

      Chi non conosce il tuo sito ed il tuo approccio logico e disilluso al mondo (la tua mission paròla da sola), chi non ha nai letto le tue parole sincere e dirette con cui nei tuoi post fai considerazioni sulle minima moralia in cui siamo immersi (che bello quando parli di «suicidio dell’autoironia» nel tuo post Senza Uscita) ed infine il tuo sguardo rapace su frammenti del mondo dell’intrattenimento cinematografico e televisivo (si, Mindhunter è una serie straordinaria), chi non sa non può capire che grande complimento hai fatto e mi hai fatto: il sarcasmo fine a se stesso vende certamente di più (anzi, nell’initimità dei tanti inutili leoni da tastiera, la battuta ad effetto serve a garantirsi qualche like in più), ma non crea un film, non crea una fiction e non raggiunge la verità, ma soprattutto l’umorismo da teatro e caberet non fa un film o una serie televisiva, cosa che invece After Life fa in modo completo.

      Il mio approccio come blogger è molto diverso dal tuo, quasi diametralmente opposto, dato il mio concentrarmi quasi esclusivamente sugli specifici filmici e televisivi, ma dal punto di vista contenutistico mi piace pensare che in realtà le nostre visioni si completino vicendevolmente: scusa se questa risposta puoi apparirti come una sviolinata, ma non sono assoltamente in caccia di visibilità (anzi, in questo periodo quasi spero di ricevere pochi commenti per non essere costretto a rispondere) e ciò che ho detto è pura sincerità.

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      • Mi hai fatto un grande complimento non è una sviolinata, la sviolinata (secondo il mio cervello) ha un secondo obiettivo, il complimento si ferma lì. Grazie del complimento e mi piace molto leggere il tuo blog, è sempre pieno di particolari e di una bella dialettica, cosa che io invece non curo. Sì è vero siamo diametralmente opposti ma siamo curiosi e attratti dalla diversità e questo ci avvicina insomma ci sono persone che quando incontrano qualcuno di diverso scappano altri invece pensano “Ma questo che vuole dire?” noi facciamo parte della seconda specie nel bene e nel male.

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  4. Non potevi ritornare con un post migliore, anche perché ritengo gli inglesi straordinari nel gestire le sceneggiature proprio in questo tipo di serie, le quali, con pochi episodi, riescono a disegnare un affresco talmente efficace, in cui sei veramente coinvolto. Ottimo prodotto il quale fa pensare e che misura tutta l’umanità che abbiamo intorno, fuori e dentro di noi, in maniera a volte irreparabile e a volte poetica. Poi è sempre difficile calarsi nei panni di un protagonista in una situazione del genere, perché certe vicende bisognerebbe viverle personalmente per capirle, e non sempre si riescono a comprendere le sfaccettature di un dolore. Alla fine però quando la vita si muove dove veramente dovrebbe andare, i sentimenti ritornano ad essere quelli reali, lasciando che i sogni o i confini paralleli che ci circondano rimangano confinati nei loro destini, e vince sempre la vitalità.
    Grazie maestro oggi mi hai fatto felice !!! Un brindisi alla vita…

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    • Il mio è decisamente un ritorno alla scrittura molto, ma davvero molto graduale…
      I nervi Sono scoperti e di problemi in lentissima risoluzione, ma la mente è vigile, lo spirito attento e l’amore per l’arte e le sue espressioni comunicative sempre presente…
      Come tale, è il tuo di messaggio a me ti rende questa mia giornata decisamente più bella!

      Appena mi sarò ripreso, avremo tempo di chiacchierare ancora più a lungo: per adesso mi godo il tuo brindisi alla vita e rilancio con un altro giro ad ogni grande bellezza, fisica, artistica e intellettuale!

      P.S. cosa consiglia il Barman per brindare in casa in tempi di allontanamento sociale come questi?

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      • visto che non si può più di tanto sbizzarrirsi con i cocktail, o con gli acquisti, direi che un’ottima birretta può andar bene lo stesso: ci dissetiamo e nello stesso tempo possiamo brindare tutto d’un fiato, alla faccia del virus e dei cattivi pensieri…
        Auguroni intanto soprattutto per te !!!

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  5. Accidenti, ammetto die sser erimasto molto colpito sia dal tuo articolo sia dal modo con cui hai parlato di questo After Life. Ricky Gervais è un attore e regista che rispetto molto ance se non sono un suo grandissimo fan e mi fa piacere vedere come non tenda a dormire sugli allori. Il fatto che si parli di quotidinaità e il modo con cui ne parla mi ha davvero incuriosito e grazie a te cercherò di recuperare questa serie tv molto interessante. Grazie mille!

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    • Grazie a te per le tue parole, per esserci sempre stato, per avere la forza morale di non giudicare e per continuare a nutrire il lupo famelico di novità, sempre curioso e sempre libero che vive in te.
      Ci risentiamo a breve…
      Intanto ho deciso di leggere un romanzo spaventosamente lungo, di un geniale autore inglese, che giaceva in silenzio sul mio comodino senza che io avessi il coraggio di iniziarlo: ho trovato la molla grazie ad un tuo post ..

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  6. Se pensiamo ai fatti più sfortunati che possano succedere a una persona, sicuramente uno dei peggiori in assoluto è quello di morire soli come un cane. Morire è sempre un dispiacere, questo è ovvio; tuttavia, se nei nostri ultimi momenti sentiamo il conforto e l’affetto delle persone che ci vogliono bene, questo rende meno amara la nostra sofferenza, e ci aiuta a lasciare questo mondo con maggiore serenità.
    Questo conforto è negato a tutti coloro che in questi giorni stanno morendo di coronavirus. Il rischio di ulteriori contagi infatti è talmente alto che a nessuno è permesso avvicinarsi al letto di morte se il malato è affetto da coronavirus, neanche ai parenti più stretti.
    Lo strazio non finisce qui per i parenti del defunto. A questi ultimi infatti è negato non soltanto l’ultimo saluto al loro caro, ma anche la possibilità di celebrarlo degnamente con un funerale, perché in tal caso ci sarebbe un assembramento di persone, e quindi anche lì ci sarebbe un rischio di ulteriori contagi.
    Quand’è letale il coronavirus è quindi doppiamente spietato: con il defunto che muore in totale solitudine, con i suoi parenti che non possono stargli accanto nei suoi ultimi momenti, e neanche organizzargli un funerale. Anzi, in un certo senso il coronavirus fa diventare spietati anche noi, nel senso che ci costringe contro la nostra volontà ad assumere dei comportamenti disumani, come appunto far morire in solitudine i nostri cari e rinunciare al culto dei morti.
    In un periodo come questo la visione di After Life è quindi particolarmente indicata. Ma io, ti confesso, non la guarderò comunque: le serie tv non fanno proprio per me. L’ho capito proprio in questo periodo di quarantena, perché in teoria avrei tutto il tempo che voglio per guardarle, ma in pratica finisco per mollarle tutte dopo pochissimo, per un motivo o per un altro.
    Ad esempio, avevo iniziato Black Lightning e mi stava piacendo da impazzire, ma poi è arrivata la sottotrama del ragazzo rimasto paralizzato: quell’evento ha dato alla serie un’atmosfera troppo depressa, e quindi mi ha indotto a interrompere la visione.
    Poco dopo ho mollato anche la terza stagione di Daredevil: nonostante la mia passione per il personaggio (è il mio supereroe preferito da quand’ero bambino), la prima puntata era così lenta e noiosa che mi ha fatto chiudere gli occhi dopo 20 minuti, e non ho mai avuto la tentazione di riprenderla.
    In pratica, se escludiamo quelle durate un battito di ciglia (come Blood Drive, The Unusuals e Femmes Fatales: Sesso e crimini), in vita mia le uniche serie tv che sono riuscito a seguire fino in fondo sono Beverly Hills 90210 e Shades of Blue. In tutti gli altri casi prima o poi è iniziata la parabola discendente della serie, dell’entusiasmo che provavo nei confronti della serie o di tutte e 2 le cose.
    In compenso questa quarantena ha riacceso la mia passione per i fumetti di supereroi, che avevo smesso di leggere da 2 anni a questa parte (pur continuando a comprarli per collezionismo). Ho scoperto che in questi 2 anni di pausa il fumetto di Daredevil si è sempre mantenuto su livelli altissimi, e anche quelli italiani hanno raggiunto dei picchi di qualità davvero eccezionali.
    Ad esempio, Nathan Never 340 presenta un personaggio femminile palesemente ispirato alla Dolores Abernathy di Westworld, e rielabora la trama di quella serie tv in modo semplicemente geniale: non è una banale scopiazzatura, è una vera e propria riscrittura.
    Mi è piaciuto molto anche Dylan Dog 397, che aveva previsto con mesi di anticipo (è uscito nell’Ottobre 2019) come si sarebbe comportata la popolazione mondiale in caso di epidemia. Ho trovato molto bello il messaggio di fondo della storia contenuta in quell’albo: per sconfiggere un’epidemia la medicina è fondamentale, ma è importante anche la speranza. Se invece ci mettiamo a fare i disfattisti e a fare previsioni catastrofiche basate sul nulla o comunque su dati non conclusivi, non solo non risolviamo il problema, ma rendiamo anche la situazione ancora più pesante da sopportare.
    Tornando alle serie tv, delle 3 che sono durate un battito di ciglia la più bella è senza dubbio The Unusuals: se non l’hai già vista te la raccomando ad occhi chiusi, è semplicemente strepitosa.

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    • Ben ritrovato, amico mio!

      Parto dal fondo, perché l’argomento è più lieve: sottoscrivo con forza ed anche un sorriso largo quanto tutta la mia faccia il tuo apprezzamento per la sfortunata serie The Unusual: non avrei mai potuto evitarla perché fu creata da un mio idolo ovvero sua maestà della televisione “intelligente” Noah Hawley (creatore di Fargo e Legion), ma quando la vidi, pur temendo il disastro (in genere mal sopporto la serializzazione di un film, specie se mi era piaciuto molto, come era stato appunto il caso del film di Singer omonimo della fiction), rimasi estasiato dal gran lavoro fatto! Anche per tutto questo, fui molto dispiaciuto per la sua prematura cancellazione, ma il pubblico statunitense è troppo spesso dal gusto monocorde, specie nei network generalisti come la ABC…

      Venendo invece al cuore del tuo commento, mi addolora darti ragione: ciò che sta accadendo per colpa del pericolo di diffusione del Covid 19 è spaventoso e con risvolti disumani…

      Per chiunque abbia studiato la storia, come hai fatto tu, è infatti ben noto come una civiltà si possa giudicare da come pratica il culto dei morti, dalle sue cerimonie, dal rispetto della memoria e non ultimo dal rispetto per chi si trova in uno stadio terminale: vedere i camion dell’esercito portare via i cadaveri di notte, ascoltare la voce commossa dei parroci che non riescono a fare nemmeno in tempo a benedire tutti prima della sepoltura o della cremazione ed infine l’essere i sanitari costretti a tenere lontani i familiari disperati dal capezzale di chi sta morendo in una solitudine assordante è qualcosa che non si dimenticherà facilmente (stavo rivedendo l’altra sera con mia moglie il bellissimo film di Edgar Wright AtonementEspiazione… e ripenso alla scena in cui, dentro l’ospedale militare dove sta prestando servizio quasi sacrificale la giovane protagonista, la caposala chiede all’infermiera di tenere la mano di un giovane soldato francese colpito mortalemnte al capo e lei gli fa compagnai finchè non esala l’ultimo respiro, mentre il giovane morente stava fantasticamndo sulla sua vita prima della guerra).
      Questa delle morti per il virus è una pagina buia della nostra storia italiaca, che spero sinceramente possa pesare sulle spalle dei faciloni che continuano a dire che in fondo questa epidemia è poco più di una banale influenza, dimentichi di come, in assenza completa di anticorpi, anche uno stupido raffreddore può uccidere, come sembra che sia accaduto alle popolazioni meso-americane durante la spietata colonizzazione spagnola del continente…

      Un abbraccio virtuale

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      • A mio giudizio l’iniziale sottovalutazione del virus dipende dal fatto che, dopo i tanti progressi scientifici e tecnologici che abbiamo fatto negli ultimi decenni, ci eravamo convinti di essere invincibili. Il coronavirus è stato un brusco risveglio in questo senso, e ci ha fatto scoprire un senso di vulnerabilità che molte persone non avevano mai provato in vita loro. Il panico che ne è seguito, visibile ad esempio dai tanti assalti ai supermercati, è dovuto proprio al fatto che molti non erano assolutamente abituati a una situazione del genere.
        Passando ad argomenti più leggeri, ieri ho visto un noir coi fiocchi: Analisi finale. Il regista ha assegnato la parte della femme fatale ad un’attrice che è semplicemente nata per interpretare questo ruolo (Kim Basinger): quest’ottima scelta di casting e una sceneggiatura da urlo hanno prodotto un risultato davvero strepitoso.
        Tra l’altro scorrendo la sua filmografia su imdb ho scoperto che il regista di Analisi finale ci ha regalato un altro film da urlo, Stato di grazia: se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente.
        Rimanendo in tema di cinema, sono in febbrile attesta di vedere un film in programma stasera su IRIS, La guida indiana: la pubblicità che ho visto qualche giorno fa lascia intuire che sarà un filmone da 10 e lode. Spero di non rimanere deluso. Un abbraccio anche a te amico mio! 🙂

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        • Come già ti dissi altre volte, amico mio, sono vecchio e se ti dico che un film come quello della Basinger da te citato io l’ho già visto non è perché sono un cinefilo, ma ho solo più anni!

          Comunque si, non avevo mai riflettutto abbastanza su quanto la Basinger possa essere davvero definita un prototipo di attrice da noir… Semplicemente perfetta, sia nel fisico che nella recitazione per i ruoli femminili proposti in quel genere di storie! Come sempre hai grande occhio nel riassumere temdenze e stili.

          Un carissimo saluto.

          P.S. Non vedo l’ora di sapere cosa ne pensi di un film passato alla storia per non aver potuto conquistare il giusto merito: all’ultimo momento John Ford rifiutò di dirigerlo (preferendogli quello che poi si rivelò un filmone-one come The Horse Soldiers – Soldati a cavallo e si portò dietro anche John Wayne che doveva fare il protagonista al posto di Clint Walker… Quando vedrai Yellowstone Kelly – La guida indiana, immaginati il duca a recitare e dimmi se la parte di Kelly non sembra davvero scritta per lui!!

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          • Ho da poco finito di vedere La guida indiana. Non mi è piaciuto, principalmente per il ritmo esageratamente lento: stando ad imdb dura 90 minuti, ma a me sono sembrati il doppio.
            Apprendo sempre da imdb che questo film è tratto da un libro di Heck Allen, che con gli pseudonimi di Clay Fisher e di Will Henry ha scritto dei romanzi western davvero indimenticabili (uno su tutti “Da dove adesso si trova il sole”). Fare un brutto film è sempre una colpa, ma fare fiasco partendo da una base eccelsa come un romanzo di Heck Allen è ancora più grave.
            Riguardo all’attore protagonista, si vede benissimo che la sua parte era stata scritta per John Wayne, perché nei film del Duca succedeva di frequente che lui prendesse un giovincello sotto la sua ala, creando una sorta di Batman e Robin in salsa western. Il suo sostituto (Clint Walker) non è stato all’altezza: gli occhi azzurri e il petto larghissimo lo rendevano fisicamente gradevole, questo è innegabile, ma non aveva neanche un briciolo di carisma, e questo è un handicap non da poco quando devi recitare in un film che ruota interamente attorno al tuo personaggio.
            Tirando le somme, che cosa salvo di questo film? La bellezza dell’attrice protagonista: è l’unico motivo per cui do al film 2 stelle su 5 anziché una. 🙂

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