Il Dracula di Moffat & Gatiss: la leggenda, il codice, l’indagine

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Undead, non-morti, esseri umani deceduti ma che continuano a comportarsi come se fossero ancora vivi, muovendosi sotto forma di fantasmi incorporei oppure, in modo molto più doloroso e tragico, come esseri disgraziati che dopo il decesso continuano ad agitarsi dentro le tombe, urlando senza poter essere sentiti dai viventi, che grattano il coperchio delle loro bare per poterne uscire e che, se per caso il loro cadavere viene cremato, provano un dolore infinito, restando coscienti per tutto il tempo finché l’ultima cellula del loro corpo non sia stata arsa: aldilà delle leggende e dei miti popolari, oltre le tantissime storie del folklore presenti da millenni nella stragrande maggioranza delle culture e delle civiltà degli uomini, quella intessuta sui non-morti è una storia di potere equivocato, di infinita sofferenza, di enorme paura e di spaventosa dipendenza, persino quando si parla dei più evoluti tra essi ovvero i vampiri, le creature demoniache che si nutrono del sangue degli esseri viventi e con esso della loro essenza vitale.

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Fingendo di raccontare la stessa storia narrata a suo tempo da Bram Stoker nel suo famosissimo romanzo, la coppia di scrittori britannici Steven Moffat e Mark Gatiss, per conto della casa produttrice Hartswood Films, ha ideato una fiction televisiva complessa ed ingannevolmente derivativa, usando un meccanismo di storytelling molto simile a quello con cui a suo tempo costruirono la serie televisiva di Sherlock ovvero andando alla radice del mito, scomponendolo nei suoi elementi narrativi elementari e mettendoli inanzi allo spettatore, esibendoli persino in modo quasi pornografico, per poi cominciare a giocarci, con un’operazione semantica che ricorda i principi e l’aspetto ludico della moderna cucina destrutturata, in cui gli ingredienti di celebri preparazioni del passato sono smontati e messi quasi separatamente sul piatto, per essere poi riassemblati in bocca.

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Questo meccanismo è ciò che costituisce, quasi senza altre aggiunte, il primo dei tre lunghissimi episodi (quasi dei lungometraggi) di cui si compone la prima ed al momento anche unica stagione, quel The Rules of the Beast visivamente dominato dall’impostazione grottesca ed anarchica (originariamente naif, mentre qui ricercata al limite della pedanteria) che fu della britannica Hammer, la casa di produzione che divenne un punto di riferimento del cinema horror con alcune produzioni leggendarie, come il Dracula del 1959 di Terence Fisher, con Christopher Lee nei panni del mostro.

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Mentre il regista Jonny Campbell (non a caso già collaboratore di Moffat e Gatiss in The Vampires of Venice, Sesto episodio della Quinta serie del Doctor Who) si diverte in questa puntata a rimestare senza vergogna nel pentolone degli effettacci sgangherati, nel sangue finto e persino nei fantocci obbrobriosi da casa degli orrori di un Luna Park, la trama non tarda a tingersi dei controcampi e delle pause speculative tipiche del moderno giallo investigativo: con il character di Suor Agatha lo storytelling diventa da subito esplorazione ermenèutica proprio di quel codice e di quelle regole che il processo di destrutturazione hanno messo sul tavolo, ponendosi domande su ciò che fino ad ora la tradizione aveva dato semplicemente per scontato, cercando di fronte all’impossibile, ancorché evidente, la ragione del suo perché.

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Usando in modo davvero spettacolare alcuni spiazzanti plot twist, Moffat e Gatiss ci imbarcano poi nel secondo episodio, Blood Vessel, dove le citazioni cinematografiche diventano di più ampio respiro e l’Inghilterra di fine ‘800 viene mostrata in uno spazio dove i confini sociali dei personaggi sfumano le loro differenze, rendendoli tutti pedine di un macabro gioco, che si svolge con spietatezza a bordo del Demeter, un veliero di morte che diventa un raffinato mattatoio, ma soprattutto un palcoscenico per una rappresentazione teatrale non più in stile gotico ma mistery e crime (come negli enigmi speculativi del genere letterario della “camera chiusa”, dove ciò che conta maggiormente è determinare come un crimine sia avvenuto piuttosto che l’identità di chi lo ha commesso), ritmata da scoperte, rivelazioni e capovolgimenti: alla fine del Dracula di Stoker non resta altro che una manciata di nomi, asciugati, liofilizzati e condensati per un’esplosione di gusto e stupore, colorando di action e di spionaggio il canovaccio horror, con anche un clamoroso colpo di scena finale che trasporta il pubblico verso l’ultimo segmento narrativo della serie.

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Fermiamoci adesso, mettendo in pausa il racconto del già noto e del già agito (anche se, come ho scritto, rivisitato fino al midollo) e riflettiamo sul materiale narrativo originario, come gli stessi autori della fiction hanno spinto a fare i loro spettatori nel corso della storia, perché in una serie investigativa mascherata da melodramma horror, quale è questo Dracula degli anni 20 del nuovo millennio, ogni cosa ha la duplicità di un significato immediato e di uno evocativo, per far giungere il pubblico alla soluzione dell’enigma assieme al detective e soprattutto perché la storia del vampirismo in letteratura è di fatto la storia della sua codificazione ovvero di come sono state create le Regole della Bestia.

Lamashtu

Dalle leggende popolari dell’antica penisola arabica, con gli infernali e mostruosi Ghoul, che nascosti nell’ombra dei cimiteri si cibavano di carne umana, passando per il demone femmina Lamashtu della Mesopotomia, che sottraeva alle partorienti i loro bambini per succhiarne il sangue e rosicchiarne le ossa, fino alla figura di Lilith della mitologia ebraica, le storie del folklore dedicate ad esseri mostruosi che rubavano sangue e vita, sono presenti quasi ovunque nel mondo e distribuite nell’arco dei millenni, ma tutte queste storie maledette ad un certo punto sembrarono trovare la loro patria romantica nell’Europa Orientale, attirando inevitabilmente le attenzioni degli scrittori che, dalla metà del ‘700, si erano tuffati nel romanzo gotico.

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In particolare uno di costoro, il medico e romanziere inglese John William Polidori, nel 1819, con l’intento in realtà di inserirsi in un contest artistico con grandi personalità del suo tempo, immaginò di raccontare una versione vampiresca di Lord Byron, dando alla luce il libro considerato da sempre ed in ogni antologia come la prima vera trasposizione letterararia delle leggende sui non-morti succhiasangue ovvero The Vampyre: fu proprio allora, grazie al character di Lord Ruthven, che il vampiro divenne per tutti un demone aristocratico di nobile discendenza, dal fascino magnetico e grande crudeltà, che sceglieva le sue prede proprio nella società altolocata.

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Molto più tardi, nel 1847, James Malcolm Rymer, uno scrittore inglese di romanzi d’appendice, specializzato nei cosiddetti penny dreadful (i racconti popolari orrorifici a bassissimo prezzo di copertina, da cui appunto il nomignolo di “terribile penny”), creatore fra gli altri del celeberrimo personaggio di Sweeney Todd (il leggendario barbiere serial killer), scrisse Varney the Vampire, un corposo romanzo di più di 800 pagine complessive, pubblicato ovviamente con il solito sistema delle puntate settimanali: è in quest’opera che si parla per la prima volta di un essere con denti affilatissimi, con cui incideva il collo delle vittime per succhiarne il sangue, lasciando due ferite identiche ravvicinate.

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Tuttavia, a differenza degli altri suoi successori, Varney era un vampiro perfettamente in grado di muoversi alla luce del giorno (un po’ come i protagonisti della saga di Twilight della Stephenie Meyer, che temono la luce del sole soltanto perchè, facendo essa risplendere la loro pelle con un effetto luminoso, li renderebbe manifesti agli occhi del resto del mondo), tratteggiato inoltre da Rymer non come un nobile raffinato, quanto piuttosto come un truffatore che si approfittava di ragazze giovani e belle, entrando di notte dalla finestra della loro camera da letto, senza alcun timore per l’aglio e soprattutto (cosa ben più importante per la costruzione dell’archetipo del vampiro) affatto disturbato dalla visione della croce di Cristo.

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Come si è ben capito, quindi, non essendoci alcun copyright su una leggenda popolare, la figura del vampiro non aveva ancora delle regole di riferimento e così, nel 1872, lo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, ben noto nella Londra vittoriana per le sue storie di fantasmi, scrisse Carmilla, una novella breve di circa 100 pagine, destinata ad entrare nel mito ed ottenere alla fine una fama di gran lunga superiore ad ogni più rosea previsione del suo autore: presentata come uno dei tanti casi medici affrontati dal poco ortodosso Dr. Hesselius (character creato dallo stesso Le Fanu e molto probabilmente il primo esempio letterario di detective dell’occulto), racconta di una giovane donna gravemente deperita, vittima di un’affascinante creatura della notte, un vampiro femmina dal fascino irresistibile, dapprima definitosi come Carmilla e successivamente rivelatasi come la Contessa Mircalla (da cui l’anagramma) Karnstein.

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Questa descrizione del mostro in chiave seduttiva, con una connotazione fortemente romantica e sessuale, non abbandonerà più la figura del vampiro, specie nei suoi epigoni cinematografici, mentre per la specificità di Carmilla va tenuto bene a mente che la sua omosessualità viene nel libro descritta come decisamente predatoria e malvagia, perché rispondente alla visione che all’epoca si aveva comunemente in Inghilterra di questa variante naturale dell’orientamento sessuale degli individui.

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Il XIX secolo stava per finire e tutto sembrava convergere verso una canonizzazione di questo personaggio mostruoso, che tuttavia ancora era mancata, finché, nel 1897, l’irlandese Bram Stoker, al termine di una sua lunga ricerca sulle storie popolari dei vampiri nei paesi dell’Europa Centrale ed Orientale (specificatamente nei Carpazi), decise di concretizzare i suoi risultati sotto forma di narrazione, creando un testo capitale di tutta la letteratura gotica, Dracula.

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Recentemente sono state avanzate da alcuni studiosi delle supposizioni riguardo la natura di certe esibizioni dal carattere fortemente omoerotico del personaggio di Dracula (sessualmente non esplicite ma ugualmente avvertibili), forse da ascriversi ad un transfert, non molto nascosto, partito dalla personalità notoriamente misogina dello stesso Stoker, ma forse anche per via di una possibile omosessualità negata (come è ben descritto nel saggio di Kaya Genç Coming Out of the Coffin), che il romanziere avrebbe vissuto con grande dolore: non possiamo, infatti, dimenticare cosa accadde ad un personaggio pur ricco e celeberrimo quale Oscar Wilde, a quali soprusi giudiziari fu sottoposto e quale terribile gogna mediatica dovette sopportare per la sua sessualità non conforme, in un periodo storico dove essa era considerata un crimine spregevole).

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Tuttavia, anche se questa teoria venisse sposata da ogni antologia letteraria, si sappia che non intaccherebbe minimamente l’autorevolezza del romanzo di Stoker quale compendio e canonizzazione della figura del vampiro: in esso, infatti, viene dettagliatamente descritto l’aspetto fisico del demone, circoscritti i suoi poteri, fissati i suoi limiti e le sue debolezze, così che dal caos delle varie versioni una sola dovesse alla fine sopravvivere, in un memorabile personaggio archetipo, da quel momento facilmente trasmissibile.

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Quando tutto sembra detto e fatto, la storia della letteratura ci regala il suo affondo finale, perché Stoker, per fare tutto questo, decise di usare una variante assai innovativa del classico romanzo epistolare: il suo Dracula è un collage di lettere postali, pezzi di diario, copie di telegrammi, annotazioni e brani di prosa, tanto che l’effetto finale sul lettore, anche contemporaneo, è simile a quello che si potrebbe provare frugando nel libretto di appunti di un ricercatore universitario intenzionato a ricostruire a posteriori la storia del vampiro oppure, estremizzando (ma non tanto), al taccuino di un detective, che collazionando testimonianze, prove e documenti inerenti ad ogni protagonista dei fatti accaduti, ricostruisce il passato che ha portato ad una scena del crimine (non è un caso che proprio Sir Arthur Conan Doyle fu da subito un grandissimo estimatore del romanzo di Dracula, difendendolo pubblicamente quando, appena uscito, non incontrò subito il favore di critica e pubblico).

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Con il fantasma del concetto stesso di investigazione e con la cristallizzazione di un codice, possiamo tornare adesso alla scrittura consapevole di Moffat e Gatiss, dove il passato non è soltanto memoria individuale, ma genetica: il Conte Dracula della nostra strabiliante fiction televisiva, rivolgendosi al giovane avvocato londinese Jonathan Harker, attraverso la voce seducente e convincente dell’attore danese Claes Kasper Bang, dice «Blood is Lives», il sangue è vite, non sbagliando la categoria grammaticale del numero di quel sostantivo finale, ma scegliendone appositamente la forma plurale, finché non ribadisce la sua sentenza, guardando negli occhi il suo immane antagonista, il meraviglioso e già citato character di Suor Agatha, spiegandole come il sangue di un essere vivente è per un vampiro la sua lingua, la sua cultura e la sua esistenza, così che in lui convivono tutti coloro di cui si è nutrito e che ha per questo assorbito.

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Il sangue, dunque, è anche conservazione delle esistenze trascorse o se vogliamo, seguendo la traccia del linguaggio visivo proposto in ogni loro lavoro dai due autori del moderno Sherlock televisivo (al pari di un topos artistico), è il tramite per le molteplici stanze della memoria di un Principe della Notte come il Conte Dracula, dove preservare le anime incontrate nelle persone uccise, le loro gioie ed i loro dolori.

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Usandolo quindi come un grosso ed ingombrante fil rouge, possiamo vedere come tutto l’impianto narrativo della fiction si snodi nei suoi tre tempi, con deliziose accellerazioni torci-budella (che spesso lasciano lo spettatore sbigottito, salvo poi venire spiegate in ogni dettaglio, sciogliendo ogni enigma come neve al sole), fino a giungere al terzo e conclusivo capitolo, verosimilmente il più sconvolgente e difficile da digerire, ma anche il più toccante ed intellettualmente gratificante, orchestrato dal veterano Paul McGuigan, squisito direttore di scena di tanti episodi di Sherlock, nonché di una delle più belle puntate di Carnival Row.

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Alla fine di ogni episodio dell’immarcescibile Poirot della serie tv britannica con David Suchet, nel rispetto dello stile del giallo classico, lo spettatore può assistere alla spiegazione finale, offerta a lui ed agli stessi personaggi della vicenda, opportunamente raccolti per ascoltare la conclusione dell’indagine: in modo non dissimile, anche in questo modernissimo Dracula arriva il momento dell’agnizione finale e vi assicuro che come la musica di commento si trasforma in una potente e struggente melodia, sulle note delle ricercate composizioni di David Arnold e Michael Price (già autori delle soundtrack di Sherlock e Good Omens), così il cuore, di chi ha seguito tutti gli stravolgimenti e le varie peripezie, si riempirà di un calore che nemmeno il sole potrebbe infondere: di più non potrei mai dire, senza spezzare, come un ramo secco o l’osso di una gamba, la poesia della narrazione di questa meravigliosa conclusione.


Dracula (2020 TV series)“, GBR, 2020 – in corso
Prodotta dalla Hartswood Films per BBC One
Trasmessa fuori dalla Gran Bretagna da Netflix
Prima Stagione di 3 episodi da 90 minuti circa cadauno
Soggetto e Sceneggiatura: Steven Moffat e Mark Gatiss
The Rules of the Beast“- Regia: Jonny Campbell
Blood Vessel” – Regia: Damon Thomas
The Dark Compass” – Regia: Paul McGuigan


In questa brevissima clip, estratta dal più lungo documentario In Search of Dracula della BBC Two, lo sceneggiatore Mark Gatiss si diverte a prendere il tè con sette attrici, che a suo tempo interpretarono la parte di una delle spose di Dracula, a partire da Joanna Lumley e Stephanie Beacham, che ebbero il ruolo di Jessica Van Helsing nei due film della Hammer The Satanic Rites of Dracula di Don Houghton e Dracula A.D. 1972 di Alan Gibson, dove in entrambi ovviamente Dracula ha le sembianze immortali di Christopher Lee e Lorrimer Van Helsing quelle di Peter Cushing.

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43 pensieri su “Il Dracula di Moffat & Gatiss: la leggenda, il codice, l’indagine

  1. Caro Paolo, mi sorprende ogni volta leggere i tuoi post, perché ogni volta mi rendo conto di quanto si assurda e ingiustificata la tua modestia! Queste recensioni sono vere e proprie opere d’arte per la competenza e la maestria con cui vengono redatte. Sai spaziare dalla serie a tante altre con mille collegamenti e attinenze, i tuoi collegamenti sia letterari, che cinematografici che storici e non per ultimo musicali, sono sempre minuziosi, precisi e particolareggiati ma nonostante questo il tutto è raccontato in maniera molto semplice e comprensibile anche a chi non ha alcuna conoscenza nel campo.
    Davvero straordinario il tutto e andrò a cercare questa serie e, come è successo per Carnival Row, spero di riuscire a trovarla perché mi ha molto incuriosito 😉
    Buon pomeriggio.

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    • Sono un discreto lettore, nel senso che macino la mia bella quantità di romanzi e di racconti ogni anno, ma sono decisamente quasi borderline per la quantità di film e serie televisive che vedo… Una montagna!
      Inoltre sono di mentalità molto aperta nelle mie scelte e nei miei giudizi, guardando davvero di tutto (dai prodotti più autorali e cervellotici a quelli più commerciali e clichettari, dai polpettoni sentimentali, alla Sci-Fi più avvenieristica, fino all’horror più estremo, che non fa sconti nelle immagini più strazianti e disturbanti…
      Tuttavia sono anche ben consapevole che oramai, dopo tanti anni divisioni, la stragrande maggioranza di ciò che guardo non vale niente: è puro divertimento, biodegradabile, che non vale nemmeno la pena di ricordare e che spesso scompare a pochi giorni della visione, lasciando un vago sapore dolciastro in bocca.
      Ciò che invece continua a colpire la mia immaginazione ed il mio spirito, aldilà dell’aspetto vivo e formale (elementi essenziali in un film o in una fiction) è senza dubbio la scrittura che c’è dietro alle scene: provo un piacere particolare nello sforzarmi di pensare a come quell’opera sia stata scritta, progettata, immaginata e scansionata.

      Con il tempo mi sono sforzato di cercare i nomi delle persone che avevano scritto qualcosa di davvero brillante ed acuto e facendo in questo modo, cercando film.e serial non per regista ma per sceneggiatore, ho avuto modo spesso di scoprire le cose più belle ossia quelle che sono entrate a far parte del mio immaginario e rimarranno nella mia memoria per sempre.
      Per questo ho visto il Dracula della BBC, perché ho amato alla follia le quattro stagioni dello Sherlock sempre inglese e sempre scritto dai due Moffat e Gatiss: ho imparato a capire il loro umorismo sottile, il loro sarcasmo spietato e soprattutto la loro incredibile consapevolezza della Storia della letteratura e del cinema.

      Se mai riuscirai a trovare e vedere questa serie, una volta superato l’ostacolo visivo degli effetti orrorifici messi lì a bella posta per scandalizzare e colpire un pubblico poco abituato, ti si apriranno le porte di alcuni tra i più bei dialoghi mai scritti per un uomo e per una donna, entrambi intelligentissimi ed entrambi desiderosi di verità.

      Per il resto, le tue parole come sempre mi scaldano il cuore per la generosità incredibile con cui mi giudichi.

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  2. Ho sempre schifato l’horror in tutte le sue forme, dalle più eleganti come Dracula e Frankenstein ai più beceri slasher americani. Le pochissime eccezioni le ho elencate nel tuo terzultimo post (https://kasabake.wordpress.com/2020/01/06/2010-2019-a-decade-of-horror-reblog-dal-sito-ilgiornodeglizombi/), scordandomi di precisare che in realtà mi è piaciuta anche una parte di The Blair Witch Project. Ho scritto una parte perché paradossalmente il primo film mi ha fatto schifo, invece il sequel del 2000 e il reboot del 2016 mi sono piaciuti da morire (soprattutto il sequel).
    Dato che l’horror mi fa schifo, il buon senso dovrebbe impormi di non commentare il tuo post. E invece qualcosa da dire l’ho trovata lo stesso, perché proprio stamani ho visto un film che, pur non essendo un horror, ha anch’esso un plot twist più spiazzante che mai: L’uomo della luna. Se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente.

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    • Ricordo con grande tenerezza il film di Mulligan, primo perché fu l’addio al mondo del cinema di un vero titano (le sue pellicole sono celeberrime ed io e te chiacchierammo a suo tempo del suo classico intramontabile “To Kill a Mockingbird – Il buio oltre la siepe”), secondo per la delicatezza di una storia di formazione davvero struggente, con una giovanissima Witherspoon alla sua primissima prova in un film…
      Una storia di amore adolescenziale che consiglierei a chiunque.
      In realtà, poi, l’horror fa breccia nel tuo cuore, amico Wwayne, quando ha una buona storia, come nel caso di uno degli horror più belli degli ultimi anni, che tu stesso hai più volte decantato nei tuoi commenti ovvero “Get Out”…
      Quindi, anche per gli horror, la scrittura dietro un film è davvero importantissima e riesce a catturare anche uno spettatore poco disposto a tale genere…

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      • Così come un bravo cuoco riesce a farti leccare i baffi anche per un piatto che normalmente non mangeresti mai, allo stesso modo un bravo sceneggiatore riesce a farti apprezzare il suo film anche quando il genere a cui appartiene è quanto di più lontano ci possa essere dai tuoi gusti personali. Questo è esattamente il caso di Jordan Peele e del suo splendido Scappa – Get Out.
        Riguardo a Reese Witherspoon, onestamente se avessi saputo in anticipo della sua presenza nel film non l’avrei guardato, perché l’ho cancellata dalla mia vita da quando l’ho sentita pronunciare una battuta fortemente e gratuitamente blasfema in Wild.
        Tra l’altro quest’orrendo road movie è uno dei peggiori film che abbia mai visto al di là del fatto che abbia urtato la mia sensibilità di cattolico, perché si basa tutto sulla ripetizione ossessiva della solita, noiosissima scena: Reese Witherspoon che vaga per un paesaggio brullo con l’aria spaesata e abbattuta. Hai presente quegli alunni senza idee che scrivono un tema ripetendo lo stesso concetto mille volte? Ecco, il regista di Wild ha fatto esattamente la stessa cosa.
        Passando a parlare di argomenti più felici, di recente ho visto un altro film d’esordio, ovvero quello che fece debuttare al cinema la splendida Kim Novak: Criminale di turno. E’ un noir coi fiocchi, quindi non puoi perderlo! 🙂

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        • Povera piccola e bionda Witherspoon (con o senza il suo cucchiaino, come ironizzano sul web i giochi di parole)… Non puoi darle la colpa per i copioni che le scrivono!!
          È un po’ come diceva il character dell’incredibilmente formosa Jessica Rabbit, quando si strusciava in modo sensuale addosso all’imbarazzato detective Eddie Valiant: “Non è colpa mia se mi disegnano così!”

          Il che mi riporta alla mente un discorso di cinema che io e te facemmo tempo fa ovvero come spesso il pubblico tenda ad identificare un attore con un personaggio, finendo quasi a credere nella bontà o nella perfidia di un attore nella vita reale in base ai ruoli interpretati: per anni Kostner fu il volto pulito di un America che difendeva i diritti civili, così come all’opposto un grande attore drammatico come Robert Ryan, specializzato in ruoli da cattivo, era nella vita reale una persona dolcissima e di incredibile dirittura morale.
          Di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe e sono quasi tutti di stelle hollywoodiane, vera fabbrica dei sogni, quasi sempre di cartapesta, dove l’ipocrisia e le facce pulite hanno per decenni nascosto ricatti, soprusi, vite dissolute e violenza.
          Bye.

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          • La Witherspoon quel film non l’ha solo interpretato, l’ha anche prodotto. Ci teneva così tanto a spiattellare quella bestemmia sugli schermi di tutto il mondo che ha tirato fuori di tasca sua i soldi necessari per realizzare Wild. Ergo, non ha nessuna giustificazione.
            Riguardo a Robert Ryan, mi si è allargato il cuore quando l’hai nominato, perché ha recitato in uno dei film più belli di tutta la vecchia Hollywood, Giorno maledetto. Pensa che ci misi più di un anno a trovare le parole giuste per recensirlo degnamente, e quando alla fine ce la feci fu davvero una soddisfazione immensa. Se non ti ricordi il post in questione, eccolo qua: https://wwayne.wordpress.com/2019/08/18/un-grande-uomo/. Grazie per la risposta! 🙂

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  3. Se mai dovessi tratteggiare un demone tentatore, lo descriverei identico a te. Il colore degli occhi, innanzitutto, sarebbe lo stesso. Non uguale: lo stesso, come se fosse generato per osmosi. Anche i lineamenti del viso sarebbero i tuoi, mutuati durante un pernicioso amplesso di clonazione. I capelli, forse un po’ radi, sarebbero comunque acconciati in maniera così fascinosa da impedire di esprimere un giudizio negativo. E infine la voce: calda, suadente, foriera di grazie e supplizio al medesimo istante.
    Dannato sia l’uomo che cadrà sotto cotanto sortilegio.
    Dannato sia io, dunque, perchè sono “sortilegiato” (perdona l’orrido neologismo).
    Ma ancor più sia dannato tu, o demone Kasabake, Principe della Logorrea, Maestro della Persuasione, Incantantore dell’Animo. Perchè se già a suo tempo, con qualche stringato messaggio, mi avevi persuaso a non solo a vedere la serie tv scritta da Moffat e Gatiss ma perfino l’essenziale film sul tema diretto da Coppola e che (mea culpa mea culpa mea maxima culpa) non ho mai visto, ora sono totalmente circuito che non solo anelo la lettura del romanzo di Bram Stoker, ma addirittura bramo le letture di Polidari, Rymer e Le Fanu.
    Tu sei il vampiro.
    Tu sei il mostro.
    Tu sei il demone concupiscente che trascina nell’oscurità anime innocenti.
    Tu sei Dracula….

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    • Arrivo tardi a rispondere al tuo commento, arrivo tardi come sto arrivando tardi a quasi qualsiasi cosa ultimamente, tutto preso dall’immanenza delle cose esterne (estranee) a WordPress e non ho ancora avuto il tempo nemmeno di commentare io stesso sotto alla tua classifica di narrativa…

      E la narrativa, anzi la letteratura, mi porta alla questione vera del tuo commento, che non è, si sappia subito ed in modo ben chiaro, il mio post o la fiction scritta da Moffat e Gatiss (che più tardi guarderai, peggio sarà, visto che Netflix ha fatto trapelare che finanzierà la Quinta Stagione di Sherlock), no, il vero focus del tuo commento è la prosa straordinaria con cui lo hai scritto, il climax che ti porta ad identificarni con il Signore della Notte, questo tuo andare a capo come in una lirica o in un enunciato potente…

      Insomma, è evidente oramai che anche nei commenti sei diventato uno scrittore a tutti gli effetti e questo, senza bloccare le cose che dici (opinioni, critiche, complimenti), rende davvero una bella esperienza il leggerti.

      Sul resto, che posso dire che io non abbia già scritto nel post? Nulla se non il desiderio che tu, come sta accadendo con Silvia, possa con me condividere ciò che non posso dettagliare di più, pena terribili spoiler… Pensa che ho personalmente accuratamente evitato persino di inserire immagini tratte dalla Terza Puntata, se non qualcosa che aveva dell’onirico…

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  4. Ho finito di vederlo, meraviglioso è dire poco, ricco di colpi di scena, di capovolgimenti, di sorprese e per ultimo il finale davvero straordinario! Non posso dire di più….ma una frase in particolare mi ha turbato molto: La raffinatezza di un gentiluomo è sempre e solo una facciata…….ci devi dire qualcosa Paolo????? 😉

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    • Accidenti, mi hai scoperto!! Prima Lapinsu che ha capito che sono io Dracula ed ora tu, che hai scoperto come le mie buone maniere siano solo una copertura per terribili sconvenienze…

      Scherzi a parte, Silvia, è così tanto il piacere di poter condividere i mille momenti di dialogo altissimo, di battute sarcastiche, di scoperte intelligenti, che malgrado abbia già visto la serie due volte dall’inizio alla fine per poterne scrivere degnamente, non esiterei un istante a rivedermela tutta una terza volta in tua compagnia, per poter con te commentare in diretta tutte le scene più belle… “Bissima signora” e tu sai a cosa mi riferisco…

      La corsa, il salto, la rivelazione ed infine la presa di coscienza e secoli di equivoci svelati… Ho ancora i brividi e forse anche una lacrimuccia… Ma è solo la polvere…

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  5. E’ sempre un piacere leggerti. Non ho commentato subito il tuo articolo perché ancora non avevo visionato quest’ultimo lavoro sul Conte Dracula. Per lo più avevo sentito critiche molto negative su questa mini-serie. Alcune molto mature e inteligenti altre un po’ camapte per aria soprattutto quando dicono che il Dracula di Francis Ford Coppola (film che amo tantissimo) era praticamente fedele al libro di Stoker. Cosa che ovviamente non è vero, la storia d’amore presente in quella pellicola non esisteva nel romanzo.
    Comunque sia tornando alla serie ammetto di non averla apprezzata quanto te, trovo a volte dei difetti nella narrativa e in qualche caso nella messa in scena, ma le critiche negative che gli è stata fatta a mio avviso sono tremendamente esagerate e a volte fuori contesto. Non capisco il motivo per tutto questo astio, è comunque una serie che in certi casi sa affascinare.

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    • La tua gentilezza nei miei confronti si percepisce da come hai moderato il tuo giudizio negativo sulla fiction e questo certamente ti distanzia (com’era ovvio) dalla moltitudine che ciecamente si muove davvero senza capire…

      Ho letto di tutto su questa serie televisiva ed a volte mi sono persino imbarazzato ed anche vergognato per la pochezza di alcuni blogger e finti opinon leader (non veri critici, ovviamente, ma solo parolai presuntuosi o persone che di letteratura e tv non capiscono nulla) che non hanno criticato la mancanza di aderenza al testo di Stoker (cosa che posso capire, non accettare, ma almeno capire), con le stesse modalità che hanno avuto gli strenui difensori del canone starwarsiano di Lucas nei confronti delle variazioni fatte da Abrams (che poi sono gli stessi conservatori che stanno idolatrando una serie di fan-service puro come The Mandalorian, con cui appunto mi sono divertito anch’io ma nulla più ed assolutamente non quel capolavoro come viene dipinta dai ciechi talebani dell’universo di Star Wars), ma criticando la modernità di questa serie, le scelte trasgressive (la testa usata come bouquet, la trasformazione da lupo a uomo che ricorda quella del film di Joe Dante, la caratterizzazione al femminile di Van Helsing, la Lucy di etnia non caucasica, etc.) e questo è stato patetico.

      Si, mi sono vergognato tantissimo per costoro, perchè è davvero spaventoso quanta superficialità ci sia in giro e penso sul serio che il grande pubblico si meriti solo cose banali, ovvie, dirette: parlano tutti di Twin Peaks senza capirlo solo perché fa figo parlarne, definiscono “sopravvalutata” una serie assolutamente perfetta (sono ancora spaventato per la compattezza drammaturgica e per la creatività) come il Watchmen della HBO e poi sparano a zero con una cattiveria che andrebbe riservata ai veri prodotti di merda sopra una serie concepita con un’eleganza intellettuale incredibile, come questo Dracula di Moffat e Gatiss…

      Si, sparano a zero senza rendersi conto del lavoro di destrutturazione fatto, dell’indagine analitica sul mito, del lavoro quasi semantico del concetto di paura, del supermaneto dello spazio drammaturgico tradizionale per entrare in quello fluttuante della mente (le stanze, la memoria, il sogno, l’illusione, il vacsello, il non-spazio della condivisione dei ricordi), della metafora dello strapotere dei non-morti evoluti (i vampiri, i nobili, l’aristocrazia dominante) sugli altri non-morti sacrificabili (memorabile la scena del cimitero, con Lucy che riesce tramite la connessione di sangue con Dracula a sentire i colpi sui coperchi delle bare), dell’attualizzazione del character (un nobile ricchissimo che ai nostri giorni può contare sull’appoggio di uno studio legale, che usa la tecnologia intuitiva dei social network come Tinder per scegliere le prede, che si adatta al nostro mondo senza problemi, che si stupisce del consumismo messo a disposizione anche delle classi povere, che ironizza sul concetto di “diritti civili” delle donne e degli individui in genere, che vede nel sangue la memoria culturale, che teme il vero male sociale del cancro (dipinto come vero mostro), che teme ciò che tu sai (senza spoiler) e ricerca istintivamente una sposa che gli permetta di comprendere l’oggetto della sua paura…

      Una serie che ho visto tre volte prima di scriverne, di cui ho confrontato scene, riletto i dialoghi, pesato il ritmo ed il decoupage di sceneggiatura, che ho amato per la sapienza della sua scrittura e che ovviamente può non piacere, ma solo per una questione di gusti, come avviene per ogni opera estrema, come per un film di Herzog o di Lynch o di Malick, ma su cui è impossibile parlare di serie raffazzonata, di banale traduzione o altre stupidaggini che ho letto in giro… Ci vuole un minimo di decenza quando si scrive o si parla, davvero.

      Voglio portari un esempio: una blogger che stimo moltissimo, Clarice Lecter del sito Omniverso, scrisse a suo tempo una recensione fondamentalmente negativa di questa fiction, specificando il suo mancato apprezzamento per alcune scelte narrative e strutturali degli autori (cosa assolutamente legittima e rispettabilissima da parte sua), ma il suo pezzo era scritto benissimo, tanto che, pur essendo lei tra i detrattori della fiction, ha preso le distanze in modo netto da tutta la massa ebete dei pecoroni che hanno messo in ordine di gradimento le puntate e che hanno bovinamente definito molto bella solo la prima, così così la seconda ed infine una “porcheria” la terza (mi fa male solo scriverlo!), facendo invece Clarice notare che proprio l’ultima puntata è la migliore, laddove Moffat e Gatiss prendono davvero il volo, staccandosi dall’eredità di Stoker e da quella immaginifica della Hammer e di Coppola e creando finalmente una nuova narrazione: insomma, si può criticare una serie come questa, ma come ha fatto lei con il rispetto per l’intelligenza di chi l’ha scritta, per il palese lavoro di ricerca e di studio del character… Ma questo, ahimé, è possibile solo per chi un gusto se l’è creato davvero con gli anni e con le tante visioni (come hai fatto tu, pur essendo molto giovane) e non certo per chi accende la televisione e pensa che Dracula sia un prodotto Netflix…

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      • Questo è un problema molto attuale e molto pesante. Una cosa che non capisco è perché le persone ora tendono a considerare un film o un capolavoro o spazzatura. Per dire Underwater, il film che ho recensito ora, è un bel film ma non è per niente un capolavoro. Una cosa che noto con dispiacere è che c’è mancanza di giudizio. Sì va da un estremo all’altro senza riflettere bene su quel che si è guardato. Non parliamo poi di Star Wars. Io adoro quella saga ma certi fan sono davvero terrificanti e ciò dispiace molto sia a me sia a Shiki che con Star Wars ci è cresciuta.
        Bisogna sempre cercare di essere un minimo oggettivi e di riflettere prima di scrivere.
        Il problema di adesso per quanto riguarda le critiche è che si tende a essere troppo superficiali. Fin troppo superficiali.

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  6. Io gli ho dato una possibilità nonostante il mio integralismo con Dracula. Sono andata anche ben oltre quella cosa uscita anni fa con protagonista Jonathan Rhys Meyers e ho visto tutti e tre gli episodi.
    Praticamente ho iniziato il primo episodio e tutto ok, alla fine mi si è inarcato il sopracciglio.
    Col secondo il mio sopracciglio si è inarcato ancora di più ma stavo apprezzando tutto sommato, solo che poi è arrivata la fine della puntata e mi è venuta una paresi.
    Il terzo episodio non reperito.
    Peccato perché ero esaltatissima per il casting.

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