Non-Classifica Best Movies 2018

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Ci sono accadimenti e circostanze che talora sfuggono ad ogni nostro controllo e ci costringono a fare cose che vorremmo a tutti i costi evitare, ma fare una classifica dei film più meritevoli o semplicemente più graditi tra quelli usciti in versione italiana nel 2018 non era per me assolutamente tra queste!

Apostle

Perciò, dopo vari ripensamenti e tentennamenti, ho alla fine deciso di non realizzarla: al suo posto mi sono permesso di condividere con voi una serie di pellicole che, a mio modesto giudizio, sono per vari motivi davvero imperdibili, non sempre per il loro valore artistico complessivo, ma a volte anche solo per l’importanza di certe interpretazioni o persino per specifici momenti della loro narrazione per immagini.

Annihilation

A differenza di quanto detto da alcuni blogger (che davvero mi chiedo se siano veramente andati al cinema o abbiano almeno scaricato o visto in streaming le tantissime novità cinematografiche distribuite in Italia), il passato 2018 ha regalato film straordinari, con una varietà incredibile di generi, dove hanno trovato spazio anche splendide opere prodotte per essere distribuite principalmente via internet e non nelle sale tradizionali (si sappia che solo una mente ristretta ed inaffidabile può ritenere questa caratteristica una discriminante per il giudizio qualitativo di un film), come Annihilation, la sconvolgente opera di sci-fi psicadelica scritta e diretta da Alex Garland in completo tradimento e riscrittura dell’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer (primo libro della sua trilogia Southern Reach, da noi chiamata Area X) oppure Apostle, il thriller dal taglio horror di Gareth Evans e forse il suo film per ora più completo, dove una sontuosa messa in scena ha evitato la reiterazione della centralità delle sequenze action con arti marziali che avevano reso celeberrimi i precedenti lavori di questo autore, regalandoci comunque meravigliosi combattimenti, orchestrati dal maestro Iko Uwais con il suo indonesiano pencak silat, ma questa volta sullo sfondo di una storia magistrale.

Three-Billboards-Outside-Ebbing

Ogni mese dell’anno appena concluso, senza esclusione, ci ha regalato la distribuzione in lingua italiana di grandi pellicole, su cui spero si possano soffermare coloro che, per pigrizia o impossibilità (o persino cattive letture), hanno deciso di non vederle affatto, giacchè certi titoli valgono tutto il tempo impiegato per la loro visione: facciamo dunque un salto indietro nel tempo e sfogliamo questa sorta di calendario cinematografico appena concluso.

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A Gennaio, in mezzo a pellicole anche troppo osannate dalla critica di tutto il mondo (come l’elegantissimo e molto snob Call Me by Your Name del già citato Guadagnino), ad action dimenticabili e leggerissimi (come l’irreale The Commuter – L’Uomo sul Treno o il televisivo Jumanji: Welcome to the Jungle), ai soliti drammi francesi (come Un sac de billes – Un sacchetto di biglie di Christian Duguay) ed agli sgradevolissimi polpettoni statunitensi (su tutti il biodegradabile All the Money in the World – Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott), hanno brillato film dalla scrittura e dalla regia portentosa, come il grandissimo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri – Tre manifesti a Ebbing (giustamente premiato per la recitazione indimenticabile di Frances McDormand, ma del quale va menzionato anche tutto il resto del cast, in particolare gli eccellenti Woody Harrelson e Sam Rockwell) o pellicole forse troppo sbilanciate sull’esaltazione della recitazione del protagonista (in questo caso un sontuoso Gary Oldmann, assolutamente divino nel rendere vivo un Winston Churchill tridimensionale come non mai) ed un po’ troppo retoriche nella ricostruzione storica ma complessivamente più che ottime come Darkest Hour – L’ora più buia, scritto da Anthony McCarten e diretto con scrupolo maniacale da Joe Wright.

phantom-thread

Il mese di Febbraio, oltre ad avermi offerto 1 dei 3 campioni assoluti del 2018 (quella di questo post non sarà una classifica, ma ha comunque tre vincitori ex aequo dei quali parlerò alla fine), ha regalato uno dei film più raffinati, eleganti, meglio fotografati e recitati degli ultimi tempi, in cui una trama esilissima e quasi sussurrata è la scusa per un’esercizio di stile quasi maniacale ed artisticamente gratificante, in cui tuttavia la forma straordinaria odora di onanismo estetico: Phantom Thread – Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson dribbla e scavalca senza alcuna difficoltà gli ultimissimi lavori di Spielberg (The Post) e di Eastwood (The 15:17 to Paris) per mettersi in mostra, anche grazie ad uno spaventosamente bravo Daniel Day-Lewis.

the-florida-project

Almeno due sono le pellicole indimenticabili del mese di Marzo e non parlo del sopravvalutato Lady Bird (per carità, Saoirse Ronan è come sempre splendida, ma non bastante a toglierci dagli occhi la spocchia della Gerwig) o del pur clamoroso Ready Player One di Steven Spielberg (uno spettacolo per gli occhi di altissima fattura e furbizia, ma molto meno per il cuore ed il cervello, in cui buona parte del divertimento si perde nel riconoscimento dei vari easter eggs) o ancora del sorprendente I, Tonya di Craig Gillespie (in cui spicca una titanica Allison Janney nel ruolo della madre della pattinatrice) e nemmeno dell’avvincente (ma non quanto l’imperdibile Atomic Blonde di simile ambientazione e concezione) Red Sparrow: parlo invece del melanconico ed impeccabile Hostiles (film di riscatto di troppo brutto western, con un animo da post-crepuscolo del genere, condotto da un grandissimo Bale) e del vero film del mese, quell’imperfetto eppure incredibilmente vitale The Florida Project, scritto e diretto dal genio davvero indipendente di Sean Baker (coadiuvato dal sodale Chris Bergoch), con attrici esordienti scelte su Instagram e bambine straordinariemente espressive nel giocare una recitazione ed una messa in scena sempre in bilico tra realismo documentaristico e fiction, con un finale non ovvio e difficile da metabolizzare nella sua complessità.

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Aprile è stato per tutto il mondo il mese di Avengers: Infinity War, l’articolatissimo capitolo corale del MCU, orchestrato dagli abilissimi fratelli Russo e che ha bagnato i sogni di tantissimi fan con le finte morti di tanti supereroi (spero che per nessuno sano di mente questa evidenza sia davvero uno spoiler, visto che sono stati da mesi annunciati i nuovi film di personaggi che abbiamo visto sgretolarsi come statue di sabbia) e questo ha certo un po’ oscurato, nel nostro piccolo paese ai confini dell’impero mediatico disney, una moltitudine di altri titoli (come il portentoso e consigliatissimo heist movie in salsa action di Den of Thieves – Nella Tana dei Lupi di Christian Gudegast, ma anche come l’ottimo Ghost Stories di Andy Nyman o l’emozionante atto d’amore di Rupert Everett verso il suo poeta ed artista feticcio Oscar Wilde nel suo Happy Prince e perché no anche l’esperimento narrativo di John Krasinski con il suo chiacchierato A Quiet Place); tuttavia la pellicola che in questo mese più ha lasciato il segno nel mio immaginario filmico di appassionato è stato il sottovalutato Molly’s Game, scritto e diretto interamente da un Aaron Sorkin in stato di grazia, che ha cucito addosso alla divina Jessica Chastain un ruolo ed una storia da antologia del cinema, tanto che la verità della cronaca reale (da cui il film teoricamente prende le mosse per narrare la storia della vera Molly Bloom) sembra essa stessa copiare i topoi della poetica narrativa di Sorkin.

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Tutti quelli che leggono il mio blog sanno che a me non è affatto dispiaciuto il capitolo spin-off e prequel di Solo, space-opera dal taglio western scritta dal veterano Lawrence Kasdan assieme al figlio e diretta con mano fermissima da Ron Howard (un ritorno all’epica cosmica della vecchissima trilogia, miracolosamente uscito vivo da una serie di disgrazie produttive che avrebbero distrutto qualsiasi film), così come mi sono divertito moltissimo con l’irriverente Deadpool 2 e sono rimasto assolutamente deliziato dall’animazione di Wes Anderson nel suo Isle of Dogs – L’isola dei cani, ma per me il miglior film del mese di Maggio è stato quel Logan Lucky – La truffa dei Logan, diretto da Steven Soderbergh e da lui stesso sceneggiato in gran segreto (usando lo pseudonimo di Rebecca Blunt): contro questa pellicola si è scatenata l’incredibile cattiveria di tanta critica e di molto pubblico, sbagliando, a mio modesto parere, nel non aver colto il ricercato scardinamento dei ritmi tradizionali del film di genere (si ride e si piange laddove la trama sembrerebbe spingerti ad opposti sentimenti), nonché i pregi di aver fotografato l’analfabeta provincia statunitense colorandola in modo acceso e disincantato, con personaggi lontanissimi dal mondo dei social network ed all’estremo opposto di quel glamour alla Ocean Movie, saga di film di rapine creata dallo stesso Soderbergh, autore che evidentemente non ha mai smesso di reinventarsi.

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Giugno ha portato sul grande schermo la piacevolissima sorpresa di Wonderstruck – La stanza delle meraviglie, splendida pellicola (di cui potete leggere un’impeccabile recensione dal blog My Mad Dreams che debbo ringraziare per avermi fatto recuperare questa perla preziosa), diretta da Todd Haynes su sceneggiatura dello stesso Brian Selznick (il genio brillante e poliedrico della letteratura per ragazzi che scrisse nel 2011 il libro omonimo), ma il primo dei mesi estivi è stato anche il momento per poter finalmente vedere al cinema in lingua italiana The Killing of a Sacred Deer – Il sacrificio del cervo sacro, il non-thriller dell’ermetico e sadico regista greco Yorgos Lanthimos, ancora una volta impegnato in una specie di missione volta a scardinare ogni emozione umana per trovarne le parti meno nobili anche nei suoi santuari morali più protetti: infinitamente meno metaforico del suo precedente The Lobster, questo film è dedicato tassativamente solo a chi ha lo stomaco e la volontà per resistere al cinema autoriale più spinto ed estremo (il che non è né una pecca né un pregio, ma solo un avvertimento), dove il piacere per inquadrature studiate in modo millimetrico compensa qualsiasi possibile gratificazione assolutoria con un finale, tanto per cambiare, ambiguo ed apertissimo a mille congetture.

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Con un’offerta filmica ridotta al lumicino, Luglio mi permise comunque di assistere ad una prodigiosa opera prima, facente parte a pieno titolo della recente categoria dei cosiddetti elevated horror e di muoversi in essa a testa alta: sto parlando di Hereditary – Le radici del male, primissimo lungometraggio scritto e diretto dal talentuosissimo Ari Aster, pellicola di grande bellezza, che non è rientrata nel mio ristrettissimo trio di vincitori assoluti 2018 solo per un quasi inevitabile difetto nella parte finale: malgrado, infatti, tutta l’opera sia stata condotta dal suo autore, per almeno tre quarti del tempo, lungo l’ineffabile binario lirico di un dolore e di un male inspiegabile, onnipresente seppur invisibile in ogni momento della vita della famiglia protagonista della storia, Aster deve aver avvertito, ad un certo punto della narrazione, la necessità di produrre una qualche spiegazione a quanto mostrato (probabilmente vittima anche dell’incertezza nel gradimento da parte pubblico, verso un autore comunque esordiente e sconosciuto come lui) e questo, per così dire, lo ha fatto scadere nella didascalicità, producendo persino qualche risultato visivo involontariamente comico (peccato mortale per un horror di questo tipo!), ma che in ogni caso non ha oscurato la pienezza di una storia progettata su carta nei minimi particolari, dove la cinepresa volteggia con la sicurezza di movimenti e dolly decisi dentro un modellino tridimensionale (costruito dallo stesso Aster) della magione scelta come set e che ricorda la classicità delle opere del primo Hitchcock.

fallout

Agosto è stato il mese di Tom Cruise, attore oramai divenuto un tutt’uno con i suoi stessi film, giacché la sua recitazione con il tempo ha abbandonato completamente il piano dimensionale degli altri interpreti, che debbono lavorare (come faceva un tempo lo stesso Cruise, quando fu protagonista di film come The Color of Money – Il colore dei soldi di Scorsese, Rain Man di Levinson, Born on the Fourth of July – Nato il quattro luglio di Oliver Stone, Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick o Magnolia di Paul Thomas Anderson) su un copione per assumere fattezze e peculiarità caratteriali dei personaggi che sono chiamati ad interpretare, no, perché oggi il nostro divo è divenuto egli stesso la storia e la narrazione, il pivot attorno al quale viene costruito lo storytelling del film e con esso anche i dialoghi, le scene action, arrivando a misurare i carrelli ed i piani sequenza in funzione della fisicità del divo, che corre. salta e si butta nel vuoto senza stunt-man, come nella magistrale sequenza del tuffo dall’aereo a quasi 8000 metri, offertaci dal regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie nel più bel film action del 2018 ossia l’adrenalico Mission: Impossible – Fallout: è chiaro che stiamo parlando di un particolare tipo di cinema, di una estremizzazione del concetto di narrazione, divertentissima ma purtroppo anche fine a se stessa, proprio perché completamente legata alle cose che Tom Cruise fa nel film e per le quali tutto passa in secondo piano, compresa la storia ed inevitabilmente la durevolezza del suo ricordo.

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Con l’inizio dell’autunno e la riapertura delle scuole, le sale italiane cominciano in genere la lunga rincorsa per i blockbuster di fine anno, ma lo scorso Settembre ha visto almeno due grandi pellicole (il riuscitissimo sequel animato della Pixar The Incredibles 2 di Brad Bird e l’ennesimo schiaffo di Spike Lee alla società civile con il suo davvero bello BlacKkKlansman) ed un piccolo grande miracolo: dopo quasi tre decenni di dolorosa e conflittuale gestazione (con persino un documentario nel 2002, Lost in La Mancha, sull’opera incompiuta e sulla sofferenza della realizzazione), Terry Gilliam, uno dei registi più creativi e visionari della storia del cinema, finalmente fa uscire il suo The Man Who Killed Don Quixote – L’uomo che uccise Don Chisciotte, opera meta-filmica e metaforica, tra dramma e commedia, tra storia e realtà, per la cui recensione approfondita rimando all’ottimo pezzo pubblicato sul suo blog da Amulius (uno dei pochi ad aver compreso davero tutte le implicazioni letterarie e recitative).

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Malgrado sia impossibile parlare di brutti film per opere come A Star Is Born (sorprendente esordio alla regia di un attore divenuto rapidamente un vero divo come Bradley Cooper, che non avrei mai pensato avesse la stoffa per creare un remake così originale) e soprattutto per First Man – Il Primo Uomo (impeccabile trasposizione filmica del vero Neil Armstrong, un grande eroe americano, narrato e portata in scena senza un briciolo di retorica epica da un oramai inarrestabile Damien Chazelle, in un’opera volutamente giocata sotto tono dalla perfetta interpretazione di Ryan Gosling), nessuno dei film proposti in sala nel mese di Ottobre (non ho nemmeno preso in considerazione, ovviamente, titoli come Venom o Predator, che pur avendomi divertito non abitano obiettivamente nemmeno nello stesso pianerottolo delle prime due pellicole) mi ha entusiasmato o colpito quanto gli altri citati nei mesi precedenti, con un destino in parte simile a quanto accaduto anche nel mese successivo.

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È solo per il grandissimo amore che ho per la saga fantasy costruita dalla Rowling che ho effettivamente messo tra i miei preferiti del mese di Novembre The Crimes of Grindelwald – I crimini di Grindelwald, secondo capitolo della pentalogia prequel dei Fantastic Beasts (diretto ancora una volta da David Yates, veterano della saga di Harry Potter e perfetto cantore dei sogni e degli inganni letterari della scrittrice più famosa del Regno Unito), perché forse la palma d’oro di miglior film del mese dovrebbe meritarsela Widows, heist movie tutto femminile e che in più momenti si presenta come ciò che avrebbe dovuto essere Ocean’s 8 (se questo non fosse stato diretto con i piedi e scritto con il cervello in vacanza), ma che soprattutto regala allo spettatore l’ennesima prova delle superbe capacità di Steve McQueen come cineasta dal gusto pittorico nella composizione del quadro filmico, mai deludente e mai stupido.

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Siamo infine arrivati al mese di Dicembre e quindi all’abbuffata di titoli che viene regolarmente offerta in quel periodo nei cinema italiani e persino sui canali in streaming: negli ultimi 31 giorni dell’anno passato, oltre agli ultimi 2 campioni del 2018, si sono susseguiti in sala avvincenti pellicole di taglio young adult (come il dignitoso ma non del tutto riuscito Mortal Engines di Christian Rivers dal romanzo di Philip Reeve), esperimenti di suspense fantastica d’autore (come l’interessante Bird Box, diretto con grande trasporto emotivo da Susanne Bier, su uno script onestamente un po’ troppo lungo e ripetitivo di Eric Heisserer dal romanzo omonimo di Josh Malerman, ma soprattutto interpretato in modo magnifico da una rinata Sandra Bullock) ed anche film autoriali di grandissimo impatto e ricercatezza stilistica (come l’ottimo Cold War di Paweł Pawlikowski, fotografato in uno struggente bianco e nero, per un dramma amoroso talmente curato e strutturato nella sua idea di cinema, personalissima e sincera, che se non fosse per una mia assoluta mancata empatia con questo autore, sarebbe stato di certo tra i campioni assoluti del 2018).

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Ho appositamente tenuto fuori i due titoli migliori del mese: Spider-Man: Into the Spider-Verse di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman , senza dubbio alcuno il più bel film Marvel e probabilmente una delle pellicole di genere supereoistiche meglio riuscite di sempre e The Ballad of Buster Scruggs, film antologico scritto e diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen per Netflix, con una struttura in sei capitoli così indipendenti tra loro da far pensare ad un riassunto di una mai nata serie tv e che se non fosse per una certa disomogeneità (di stile e qualità) tra i vari capitoli, non tutti perfettamente riusciti, meriterebbe l’appellativo di capolavoro, ma ma che in ogni caso è tra le opere imperdibili dell’anno scorso.

Adesso è infine arrivato il momento di presentarvi le tre pellicole capolavoro di questo 2018, tre film che già alla loro prima visione mi sono apparse immediatamente come vincitrici assolute e tali sono rimaste fino all’ultimo giorno dell’anno, senza dubbi o perplessità alcuna, perché la loro potenza evocativa era per me come fuoco ardente: perdonatemi quindi le iperboli che seguiranno, ma faccio fatica a distinguere ragione e sentimento quando vengo rapito da tanta bellezza.

best movies 2018 - masterpieces

Ghostland

Pascal Laugier (CAN, FRA, 2018)

ghostland

Come ho già scritto sui social network in vari commenti, è dal giorno dell’uscita di questo film che tutti noi spettatori abbiamo un metro di giudizio in più per sapere quanto un recensore capisca davvero di cinema horror: se infatti egli definira questa pellicola come un’opera grossolana, giocata soltanto sulla violenza eccessiva e sul jump-scaring, elencando con rammarico i punti distanza dal celebre Martyrs, beh, allora avrete la certezza che costui sarà probabilmente un finissimo intenditore di tanto altro tipo di cinema, ma di certo non ha avuto né tempo né voglia di formarsi un gusto ed una capacità di giudizio su questo specifico genere cinematografico e soprattutto è dimentico del fatto che, se non piace il genere horror, è inutile guardare un film come questo solo per poi parlarne male: molto meglio guardare altro, poiché tanto Pascal Laugier ed i suoi film non sono un farmaco che si è costretti dal dottore ad assumere.

Detto questo ed entrando nel merito della pellicola, si sappia che in questa sua ultima fatica il maestro francese abbandona volutamente quel distacco dal dolore e dalla sofferenza che aveva reso armonioso ed equilibrato il suo secondo lungometraggio e si avvicina in modo morboso, fotografando strazi e tumefazioni, rendendo infine lo spettatore un curioso voyeur delle atrocità, inflitte alle vittime con una ferocia assolutamente inaudita (espressa con una violenza sempre estrema, ma mai gore), perché tutto in questo film diventa sopraffazione visiva e cacofonia di rumori ed urla, con un sound design ricercatissimo e talmente affascinante da costringere persino ad empatizzare (masochisticamente) con le ragazze brutalizzate e (sadicamente) con i loro aguzzini, portando quindi tutti noi a soffrire a nostra volta, in uno stato costante di attesa affinché tutto quel dolore infine cessi.

In mezzo a tutto questo frastuono visivo ed uditivo, Laugier ci sommerge inoltre di informazioni e cifre significative, mai ovvie e spesso fuorvianti, per un film che va palesemente visto e rivisto più volte, come una tortura a cui non ci si riesce ad abituare, come un dente o una gengiva infetta, che sappiamo bene farci male ma che ricerchiamo lo stesso con la lingua: non va dimenticato infatti che le trame di tutti i suoi film non sono mai state ciò che sembravano all’inizio e così accade anche questa volta, in un depistaggio che imbroglia l’osservatore, ma che lo sveglia anche con stillettate di consapevolezza lancinanti, tanto che persino le bambole, che noi spettatori siamo da sempre abituati a vedere come archetipi di paura di un certo cinema, non sono adoperate per ciò a cui l’horror le ha da sempre destinate.

Potrei anche parlarvi dei riferimenti culturali, da quello evidentissimo a Lovecraft o all’omaggio palese al capolavoro di Tobe Hooper The Texas Chain Saw Massacre, nonché della valenza di aver voluto riprendere i volti delle protagoniste (costantemente gonfi e tumefatti per le botte prese) con lo sguardo della cinepresa ad altezza bambino, ma lascio ai coraggiosi, che accettassero di concedere a Ghostland almeno una visione, il piacere di scoprire tant’altro, in un film che si snoda tra vari piani temporali, in cui il significato si nasconde in scatole dentro altre scatole, dove il principio di una fiaba dark diventa qualcos’altro, perché Laugier ci inganna ogni volta fingendo di assomigliare a qualcuno o qualcosa per poi mostrarsi tutt’altro.

Roma

Alfonso Cuarón (MEX, USA, 2018)

roma

Dopo aver visto questa meravigliosa pellicola per la prima volta su Netflix ed essere tornato a vederla una seconda volta al Cinema, gustandomi sul grande schermo la perfetta fotografia in bianco e nero, mi sono trovato a doverne parlare su Facebook, non solo in un mio post scritto di getto, ma anche come commento sotto ad alcune critiche davvero eccellenti qui su WordPress e purtroppo anche su altre, pubblicate su testate generaliste, invece davvero sbalorditive per la loro pochezza culturale: per non ripetermi e per confermare che la mia primissima impressione, di fascino e stupefazione, è rimasta intatta, ho deciso in questo post, di usare le stesse parole che usai allora per parlare del capolavoro di Alfonso Cuarón.

Periodicamente compaiono sugli schermi dei cinema film appartenenti ad un genere particolare, che potremmo definire quello della memoria personale mescolata ad eventi storici ovvero storie di formazione e di passaggio, dall’infanzia all’adolescenza ed infine all’età adulta, raccontate da artisti che sullo sfondo hanno posto eventi storici importanti del loro tempo: il risultato finale, la bellezza complessiva di questi film dipende però solo dalla sincerità e dalla bravura dell’artista che li realizza.

Quello di questi film è infatti un genere estremamente difficile, a rischio ripetizione e soprattutto con il pericolo della noia dietro l’angolo, ma alcuni dei più grandi registi della storia hanno realizzato i loro capolavori proprio in questo ambito e sicuramente quello dell’ultimo film di Cuarón è uno di questi casi: Roma non è solo un film stupendo, un vincitore degnissimo dell’ultimo festival di Venezia e probabilmente anche il miglior candidato per l’Oscar al miglior film straniero di quest’anno, ma è in assoluto il più bel film di questo straordinario regista messicano e l’apice della sua carriera artistica fino ad ora.

Senza bisogno di conoscere nulla della trama, ambientata a Città del Messico negli anni 70 (nei luoghi dove Cuarón è realmente nato e vissuto), basterà a chiunque perdere due minuti del suo tempo per accorgersi anche solo dal trailer dell’eleganza della messa in scena, della sontuosità di ogni sequenza, della meticolosità con cui sono stati costruiti i vari piani prospettici di ogni singola inquadratura, ma anche dell’amore e della passione con cui ogni personaggio è stato fotografato, inseguito, ritratto, rendendo così la pellicola uno “spremiagrumi” da cui il regista ha estratto ogni sentimento possibile ai suoi characters.

Insomma vedere Roma è un’esperienza straziante, meravigliosa e dolorosamente magnifica.

The Shape of Water

Guillermo del Toro (USA, 2017)

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Il capolavoro di Guillermo del Toro, pensato e costruito da lui stesso affinché fosse palesemente il suo stesso manifesto poetico: in ogni sequenza, inquadratura, luce, colore, movimento di macchina, in ogni dettaglio con cui i vari set sono stati scenografati, in ogni dialogo o sequenza di campo e controcampo, si percepisce che ogni cosa è il punto di arrivo di un percorso stilistico iniziato molto tempo prima, perché The Shape of Water è davvero il culmine artistico di un cineasta che ha vissuto il suo essere messicano con l’orgoglio di chi non è mai stato un paria negli USA (i suoi film americani sono sempre stati anche dei successi commerciali), ma certamente un esule, perché nei suoi lavori prodotti in terra d’origine di certo ha dato artisticamente la parte migliore del suo cuore: Cronos del 1985, El espinazo del diablo del 2001, El laberinto del fauno del 2006.

Appositamente girato due o tre note sopra lo spartito, il film nella sua interezza è un apologo morale, una fiaba educativa ed infine un’allegoria sull’accettazione della diversità come risorsa e soluzione: il mostro è l’angelo della salvezza, che ridà i capelli al calvo ma non modifica il gender del vecchio omosessuale perché quella non è una malattia, ma una diversità e di certo, per l’America di quel periodo, una difficoltà, che può renderti la vita difficile, come l’essere muta della protagonista, a cui parimenti non verrà donata la voce, ma un prodigio anche maggiore e se vogliamo una diversità ancora più straordinaria.

Persino il classismo ed il razzismo della società statunitense del dopo guerra appare filtrata dalla lente poetica del messa in scena ed ogni battuta cessa di essere testimonianza per divenire significanza, così non ci sono commando di soldati a salvare la situazione, ma delle addette alle pulizie e persino il villain della storia non è tale solo perché mostruoso, ma perché mostruosi sono i suoi valori e perché è la cinica dignità dell’esercito degli Stati Uniti a volerlo per quel posto e per quel momento: del Toro non ci pone, infatti, di fronte ad una devianza dall’ordine costituito, ad un criminale che verrà alla fine sistemato dal governo e dalla giustizia, ma solo ad un lacché, semplicemente sotituibile da un altro, in caso di fallimento.

The Shape of Water è un capolavoro che i più superficiali (gli stessi che per lo più non capirono nemmeno la grandezza epocale di La La Land di Damien Chazelle) hanno in fretta etichettato come film zuccheroso e citazionista e quindi persino minore dentro la filmografia del nostro cineasta, non solo peccando quindi di approssimazione, ma soprattutto offendendo sia del Toro (che tantissimo aveva creduto in quest’opera), sia la lungimirante giuria del festival del cinema di Venezia, che nel 2017 assegnò a questa meraviglia il Leone d’Oro quale miglior film in concorso: dopo pochi mesi, nel 2018, il film vinse anche 4 Oscar, quale Miglior Film, Miglior Regista, Miglior Colonna Sonora e Migliore Scenografia.


In questo post abbiamo citato e mostrato immagini di svariati film, ma mi soffermo a dare i credits solo di quelli la cui visione penso sia assolutamente imperdibile e che, anche nelle immagini dentro al test, ho etichettato come

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Annihilation“, USA, GBR, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Alex Garland
liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer

Apostle“, USA, GBR, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Gareth Evans

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri“, USA, GBR, 2017
Regia: Martin McDonagh
Soggetto e Sceneggiatura: Martin McDonagh

Darkest Hour“, GBR, 2017
Regia: Joe Wright
Soggetto e Sceneggiatura: Anthony McCarten

Phantom Thread“, USA, 2017
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Paul Thomas Anderson

Hostiles“, USA, 2018
Regia: Scott Cooper
Soggetto e Sceneggiatura: Scott Cooper e Donald Stewart

The Florida Project“, USA, 2017
Regia: Sean Baker
Soggetto e Sceneggiatura: Sean Baker e Chris Bergoch

Molly’s Game“, USA, 2017
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Aaron Sorkin
dal libro omonimo di Molly Bloom

Logan Lucky“, USA, 2017
Regia: Steven Soderbergh
Soggetto e Sceneggiatura: Rebecca Blunt (aka Soderbergh)

The Killing of a Sacred Deer“, IRL, GBR, 2017
Regia: Yorgos Lanthimos
Soggetto e Sceneggiatura: Efthymis Filippou e Yorgos Lanthimos

Hereditary“, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Ari Aster

Mission: Impossible – Fallout“, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Christopher McQuarrie

The Man Who Killed Don Quixote
Regia: Terry Gilliam
Soggetto e Sceneggiatura: Terry Gilliam e Tony Grisoni
liberamente basato sull’opera di Miguel de Cervantes

Fantastic Beasts: The Crimes of Grindelwald“, USA, GBR, 2018
Regia: David Yates
Soggetto e Sceneggiatura: J. K. Rowling

Widows“, USA, GBR, 2018
Regia: Steve McQueen
Soggetto e Sceneggiatura: Gillian Flynn e Steve McQueen
basata sulla fiction britannica omonima di Lynda La Plante

Spider-Man: Into the Spider-Verse“, USA, GBR, 2018
Regia: Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman
Soggetto e Sceneggiatura: Phil Lord e Rodney Rothman

The Ballad of Buster Scruggs“, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Joel e Ethan Coen

Ghostland“, CAN, FRA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Pascal Laugier

Roma“, MEX, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Alfonso Cuarón

The Shape of Water“, USA, 2017
Regia: Guillermo del Toro
Soggetto e Sceneggiatura: Guillermo del Toro e Vanessa Taylor


 

 

 

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30 pensieri su “Non-Classifica Best Movies 2018

  1. Forse hai ragione nel dire che Lady Bird è sopravvalutato, ma mai quanto il film dei Tre manifesti: lo considero un concentrato di depressione fine a se stessa con pochi eguali nella storia del cinema, e tutta questa inutile tristezza non è neanche compensata da chissà quali colpi di genio (come vogliono farci credere praticamente tutti i critici cinematografici del mondo).
    Anche a me non è piaciuto L’uomo sul treno, e mi ha fatto storcere il naso proprio per il motivo che hai detto tu: è troppo inverosimile perfino per i larghissimi standard dei film d’azione.
    Mi fa piacere che siamo sulla stessa lunghezza d’onda anche per quanto riguarda Hostiles – Ostili: come ricorderai, anch’io l’ho inserito nella mia classifica dei migliori film dell’anno. Purtroppo però è stato un flop al botteghino: non è riuscito a ripagare nemmeno i costi di produzione, principalmente perché non ha sfondato all’estero (su 35 milioni incassati, 30 li ha presi negli Stati Uniti). Purtroppo per un film gli incassi esteri (in particolare cinesi) sono diventati semplicemente fondamentali, e se non ti imponi in Oriente difficilmente eviterai il flop.
    Hai ragionissima nel dire che Maggio è stato un mese esplosivo: tra Deadpool 2, La truffa dei Logan e L’isola dei cani ci siamo proprio divertiti. Anche questo mese promette bene, dato che stiamo per gustarci la combo Glass – Creed II: se questi 2 sequel saranno belli anche solo la metà degli originali, sarà stato comunque un mese da urlo. Mi intriga abbastanza anche City of Lies, perché il trailer lascia trasparire un’atmosfera da poliziesco duro e puro che mi manda sempre in brodo di giuggiole.
    Mi dispiace che tra i migliori film di Luglio tu non abbia citato Bent – Polizia criminale (forse perché non l’hai visto): in merito a questo gioiellino ho già detto tutto nel mio ultimo post, quindi non mi ripeterò.
    Sono d’accordo sul fatto che Blakkklansman abbia segnato il ritorno a grandi livelli di Spike Lee, sotto il profilo sia degli incassi che della qualità. Non a caso è uno dei titoli di cui si parla di più per i prossimi Oscar (in particolare la nomination per la sceneggiatura sembra scontata): l’Academy si è già scusata con Spike Lee per averlo lungamente ignorato con uno scintillante Oscar alla carriera, ma sarebbe bello se lui riuscisse a vincerlo anche in una gara vera e propria.
    Widows è un titolo attorno al quale sto ronzando da molto (principalmente per la presenza di Liam Neeson), senza mai decidermi a vederlo: questo perché ho sentito molto parlare delle opere di Steve McQueen, e più fonti indipendenti tra loro dicono che siano come il film dei Tre manifesti, ovvero gratuitamente depresse e/o crudeli. Anche la durata non aiuta. Ma magari presto o tardi lo vedrò.
    Mi stupisce che nel Best of di Dicembre tu non abbia citato Bohemian Rhapsody: sfigura rispetto ad altri film che ho nominato in questo post, ma si tratta comunque di un film davvero magnifico e trascinante. Tra l’altro ha avuto degli incassi inauditi, e molto prolungati nel tempo: questo significa che si è innescato un passaparola molto positivo, e così potente da portare in sala anche degli spettatori che di norma al cinema non ci vanno mai. Alla faccia di chi crede che il successo di un film sia decretato dal capriccio dei critici o dalla pervasività del marketing.
    La ballata di Buster Scruggs è il film con cui ho chiuso il mio 2018: sui suoi pregi e difetti ho detto tutti nei commenti all’ultimo post di Lapinsù (https://lapinsu.wordpress.com/2018/12/27/i-film-da-non-perdere-nel-2019/), quindi anche qui non mi ripeterò.
    Voglio parlare anche di Annientamento: non l’ho neanche preso in considerazione per la mia classifica dei migliori film del 2018, e adesso che me l’hai ricordato mi sono reso conto di aver sbagliato. E’ già la terza dimenticanza imperdonabile di cui mi accorgo, perché anche Giorno maledetto e Black Book avrebbero meritato almeno una menzione onorevole.
    Tornando ad Annientamento, si tratta di un film potentissimo dal punto di vista visivo, e anche molto profondo per quanto riguarda i contenuti. Del resto Alex Garland è un maestro nel tirar fuori delle sceneggiature che fanno pensare, dei film che ti rimangono in testa anche per giorni dopo che li hai visti: apprezzo anche i film di puro intrattenimento, quelli che ti gasano per un’ora e mezza e poi scivolano via senza lasciare traccia (ogni riferimento al fighissimo Venom è puramente voluto), ma quando mi trovo davanti dei film di livello superiore come i suoi chiaramente mi accorgo della differenza.
    Sarebbe bello se, dopo la candidatura per Ex machina, Alex Garland riuscisse a venire nominato come sceneggiatore anche per Annientamento: gareggerebbe proprio con Spike Lee (perché entrambi i film sono tratti da un libro), e sarebbe davvero uno scontro tra titani. Il che ti fa capire quanto sia in ripresa il cinema moderno: qualche anno fa si faticava a trovare anche solo un titano tra i 5 nominati nelle varie categorie, ora invece c’è l’imbarazzo della scelta in questa e in molte altre categorie significative.
    Ai prossimi Oscar dovrebbe recitare la parte del leone anche Bradley Cooper, che grazie al suo A star is born potrebbe venire candidato come:

    – produttore;
    – regista;
    – attore protagonista;
    – miglior canzone (perché ha scritto parte della colonna sonora);
    – miglior colonna sonora.

    E non è finita qui: può concorrere anche come attore non protagonista in The Mule! Insomma, sarebbe davvero clamoroso se questo non fosse l’anno buono per lui.
    Può darsi che sia l’anno buono anche per Ryan Gosling: praticamente tutti i film che ha fatto negli ultimi anni sono stati nominati all’Oscar, quindi è inevitabile che presto o tardi tocchi anche a lui. E First Man sembra essere davvero il titolo ideale, visto che in quel film incarna un eroe americano a 24 carati. Tra l’altro mi ha stupito il totale cambio di registro di Damien Chazelle: è passato dal barocchismo ipertrofico di La La Land alla messa in scena sobria e sommessa di First Man, dove anche i momenti più solenni sono stati recitati in modo volutamente poco caricato. Onestamente nessuno di questi 2 film mi ha entusiasmato, ma apprezzo la volontà di questo regista di reinventarsi continuamente, e di dare ad ogni sua opera un’impronta diversa. Sono proprio curioso di vedere cosa si inventerà e che tono darà al suo prossimo film.

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    • Buona domenica e buona festa dell’Epifania, amico Jonathan e sono davvero felice di poterti fare come prima cosa gli Auguri, perché c’è qualcosa di incredibilmente gentile ed affettuoso nel tuo essere sempre presente con i tuoi commenti nei miei post: qualcuno una volta ha detto che ognuno trova Dio dove vuole, in chiesa, per strada, nella natura, nella capacità di superare le sofferenze o nella bellezza del mondo nascosta in mezzo agli orrori, nel potere della giustizia di sopravvivere ai soprusi ed ai razzismi ed io penso che tu lo abbia trovato nell’amicizia: perdonami questa parentesi seriosa ma era un sentimento che avevo nel cuore da tempo.

      Resto nell’ambito della spiritualità per dirti anche che a mio avviso il film di Martin McDonagh, da me osannato e da te invece aspramente criticato, è invece un inno alla vita ed alla religiosità (laica ovviamente) nascosta nei rapporti umani: una parabola raccontata con personaggi veri, non piatti e non artificiosi, ognuno guidato da un’anima talmente annerita dal dolore e dall’ignoranza da togliere speranza e che invece riescono ad aprire le loro ali come angeli (magari goffi ed imbranati ma sempre appassionati) e così ci viene raccontato di un poliziotto malato terminale che saluta il mondo con il sorriso sul viso, senza rancore, senza rabbia, senza frustrazione, regalando alla donna che combatte per sapere la verità i soldi che le servono per continuare la sua battaglia ed ancora di un poliziotto bifolco e borderline che viene praticamente illuminato dalla verità dopo aver rischiato di morire, diventando l’alleato più sincero proprio della donna che stava per ucciderlo ed infine ci viene mostrata la storia della protagonista, sepolta nel dolore e nella rabbia, abbandonata da un marito violento ed adultero, che ha visto sua figlia stuprata ed uccisa, ma che invece di abbandonarsi alla depressione, trova la forza per combattere contro qualcosa che sa bene nel suo cuor essere solo un mulino a vento, ma proprio grazie a quella lotta ritrova la vita ed i suoi valori, fino al finale, solare e delizioso, di due anime che erano smarrite e che si sono ritrovate, aldilà dell’impossibile, baciate da una provvidenza che nei film del cineasta inglese di origini irlandese ha sempre avuto un grande senso dell’ironia.

      Mi preme inoltre sottolineare che anche, quando io e te abbiamo gusti diametralmente opposti ed una idea di cinema fondamentalmente diversa, il nostro approccio ha una caratteristica in comune per me essenziale ed ovvero che noi due non subiamo mai alcuna influenza né da parte della critica né da parte del grande pubblico: non a caso io mi trovo spessissimo nelle mie recensioni e nei miei commenti a dover difendere pellicole, a mio avviso meritevoli, dalle critiche di un pensiero comune, sia quando gli attacchi provengono da una certa orgogliosa ignoranza culturale (quella di chi non avendo studiato o letto pretende che tutti si abbassino alloro livello, come se la conoscenza ed un gusto estetico siano un difetto e non un valore), sia quando arrivano da una critica tradizionalista che non riesce a vedere al di là del proprio naso e del proprio circolo di amicizie autoreferenzianti.

      Senza entrare nel merito specifico di ciò che mi ha portato a difendere l’indifendibile (alcuni dei titoli da e celebrati non li troverai in nessun’altra classifica) e del perché io abbia effettivamente deciso di selezionare come migliori film dell’anno alcuni titoli invece disprezzati da altri, voglio comunque precisare che quelli che ho indicato come i miei tre campioni sono film per me talmente belli che per salvarli io sarei pronto a buttare via tutti gli altri prodotti e distribuiti nello stesso anno!!

      Concludo questa mia noiosa e logorroica risposta al tuo commento, parlando di quello che, nella mia non-classifica di disamina di un anno di cinema, è il classico esempio di “elefante nella stanza” ovvero Bohemian Rhapsody: ovviamente ho visto il film e l’ho fatto anche a pochissimi giorni dalla data di uscita, facendo una notevole fatica a tacere quando tutti intorno a me lo esaltavano senza esclusioni (non amo mettermi in mostra come bastian contrario solo per godere di un pizzico di notorietà ed un’aura di alterigia e snobismo), praticamente circondato da coetanei ed amici fan sfegatati dei Queen, che per tutto il film hanno, con gli occhi e con vari mugolii, ritmato le canzoni che venivano proposte, in questa pellicola certamente straordinaria e quasi mimetica nella voluta glorificazione (in quanto tale, quindi, furbamente ripulita da qualsiasi riferimento ai risaputi eccessi nei comportamenti dei singoli membri del gruppo, neanche fossero stati degli stinchi di santo) di un gruppo musicale considerato (non da me, ma praticamente da tutto il resto del mondo) uno dei più importanti gruppi rock che siano mai esistiti…

      Ecco, il problema per me è questo ed ossia che Bohemian Rhapsody semplicemente come film non esiste, essendo all’opposto della mia personale idea di cinema e rappresentando esattamente ciò che per me non è e non deve mai essere un film: voglio essere ancora più chiaro, per non essere frainteso, perché io non ho detto e non dirò mai che sia una brutta pellicola o malfatta, ritengo anzi che Bryan Singer abbia fatto un lavoro incredibile, con una meticolosità ed un’attenzione ai dettagli soprattutto musicali e scenografici senza precedenti, ma dico solo che se togli l’adorazione per i Queen al film non resta nulla, se non che una storia ridicola ed una recitazione che è solo imitazione.

      Sapendo inoltre quanto questo film sia amato praticamente da tutti, avevo appositamente evitato di parlarne nel mio post, per evitare di concentrare tutti i commenti sulle mie affermazioni che sarebbero state giudicate ingiuriose, ma l’amore per la verità e la stima che ho nei tuoi confronti mi hanno impedito di tacere.

      Grazie ancora della pazienza e della gentilezza che hai nei miei confronti e di nuovo buona festa!

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      • Ti capisco benissimo: anche a me è capitato più volte di disprezzare un film del quale il resto del mondo era innamorato pazzo. L’ultima volta credo che sia stata proprio con un film nominato nel mio precedente commento, La La Land.
        Chazelle non è riuscito a far amare il suo film successivo allo stesso modo, e infatti i numeri sono impietosi: First Man ha incassato 100 milioni tondi in tutto il mondo, La La Land 446. Insomma, il suo cambio di registro non è stato affatto apprezzato, e neanche le numerose fan di Ryan Gosling sono bastate ad evitargli un mezzo flop.
        Parlavamo prima dell’importanza degli incassi cinesi: ebbene, la tua pupilla Hailee Steinfeld ne sa qualcosa, perché il suo ultimo film (Bumblebee) stava andando malino, ma adesso un ottimo esordio nel mercato cinese sta decisamente rialzando le sue quotazioni.
        Mi fa piacere non per il film in sé (una baracconata verso la quale non nutro il minimo interesse), ma per lei: infatti, se un film con la Steinfeld protagonista si fosse rivelato un flop, la sua carriera hollywoodiana poteva dirsi conclusa. Va detto che lei si è già preparata un piano B (facendo qualcosa anche in campo musicale), ma io ho piacere di vederla sul grande schermo, non a cantare qualche vuota canzoncina pop. Grazie a te per la risposta, e buona Befana anche da parte mia! 🙂

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  2. In fatto di cinematografia io vivo in un universo parallelo al tuo (vostro) ma traslato cronologicamente di circa 6 mesi, ossia il tempo che intercorre tra l’uscita cinematografica e la distribuzione in honme video.
    Va da sè che quindi non abbia (ancora) visto molti dei film dell’anno appena concluso e che quindi la mia futura classifica come anche qualsiasi commento in merito alla tua, sarebbe doppiamente parziale: mi mancano ancora molti film del 2018 da un lato, mentre dall’altro sono troppo poco esperto di cinema per poter effettivamente redigere una classifica (la predominanza che do alle qualità emotive ed empatiche per giudicare un film è un difetto di cui ormai sono certo mai guarirò.
    Per tutti questi motivi non voglio e non posso commentare la tua classifica, bensì limitarmi ad appuntare alcuni titoli che erano sfuggiti al mio radar (come il THE FLORIDA PROJECT da te ampiamente lodato) per un prossimo recupero.
    Mi preme però fare una riflessione, prima di concludere.
    Agli albori della nostra amicizia su wordpress, pubblicasti un sontuoso e meraviglioso articoli sulle produzioni messicane (https://kasabake.wordpress.com/2016/03/26/the-strain-que-viva-mexico/): ora a distanza di 3 anni (e dopo che i registi messicani han fatto man bassa di oscar nell’ultimo lustro) inserisci due film messicani tra i tre migliori dell’anno. Tutto questo per dire che all’epoca fosti preveggente, quasi come un “precon” di Minority Report (uno degli ultimi film in cui Cruise ancora recitava una parte, come giustamente hai evidenziato tu, anzichè mettere in scena se stesso o, più precisamente, ciò che il pubblico pensa sia Tom Cruise)
    Per chiudere, voglio segnalarti alcune pellicole dell’anno scorso, nessuna particolarmente famosa o lodata, che però hanno trovato il mio massimo apprezzamento. Mi piacerebbe avere un tuo sincero parere su quelle che hai visto o, viceversa, caldeggiarti la visione di quelle che ti mancano perchè, quand’anche non ti piacessero, ti assicuro che non sarebbe tempo perso.
    Wind River di Taylor Sheridan
    Love Simon di Greg Berlanti
    The Bachelors di Kurt Voelker
    Almost Friends di Jake Goldberger
    The Clapper di Dito Montiel
    Brawl in Cell Block 99 di S. Craig Zahler
    Professor Marston and the Wonder Women di Angela Robinson
    The Hitman’s Bodyguard di Patrick Hughes

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    • Buongiorno amico mio ed auguri per la festa di oggi!
      Prima di rispondere degnamente al tuo commento e soprattutto alla lista di titoli che mi hai sottoposto, volevo sapere da te se per caso avrei trovato quei medesimi titoli anche nella classifica 2018 che da quello che ho capito è di imminente pubblicazione anche sul tuo blog… Se così fosse, per una questione di rispetto nei tuoi confronti, ne rimanderei la disamina nel tuo spazio,sì invece non facessero parte dei tuoi preferiti allora ti risponderò qui in maniera più completa… Tassativamente dopo pranzo!

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      • Caro amico, dovresti ormai sapere che le mie classiche nn hanno (e nemmeno potrebbero) avere ambizioni e velleità di importanza, pertinenza e critica estetica.
        Pertanto discutiamo pure qui dei titoli che vuoi: nel mio post di domani, temo che finiremo per parlare d’altro 🤣

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        • Ricomincio da capo con la mia risposto al tuo commento, ringraziandoti anzitutto per avermi riconosciuto capacità precognitive sulla questione del cinema messicano, (capacità che ovviamente non ho), cosa che mi permette di insistere però sulla qualità gigantesca degli autori messicani e sull’influenza incredibile che stanno avendo sul cinema nordamericano, il quale, facendo un paragone calcistico, è come una ricchissima e potentissima squadra di club, che ogni anno butta campioni stranieri nel suo team, modificando inevitabilmente il suo gioco ed in più (solo nel caso del cinema e non in quello della sfera presa a calci) rinnovando il suo sangue e la sua forza.

          Sui film da te elencati, ti dico subito che The Hitman’s Bodyguard ha mancato per un soffio l’inserimento nel mio post come miglior buddy movie dell’anno: è adorabile e non conto nemmeno le volte che l’ho rivisto su Sky! Stunt di eccellenza, battute al fulmicotone, regia umile al servizio della scena e grandi divi che recitano divertendosi e divertendo. Splendido. Imperdibile.. Mi cucaracha

          Da amante dei comics ho visto ovviamente Professor Marston and the Wonder Women, ma l’ho trovato un po’ stucchevole e falsamente scandalistico… Impressione questa forse dovuta al fatto che la storia, da me ampiamente nota, viene trattata come chissà quale rivelazione. Un film che mi è piaciuto ma che non riguarderei.

          Love Simon è assolutamente gradevole, anche in modo sorprendente: anche se in grandissimo ritardo sulla sua distribuzione, lo vidi con piacere e non perché fosse stato fatto dal profeta principe della mia divinità preferita, ma perché molto pubblicizzato sia da te che da Wwayne nei vostri commenti… Da consigliare, ma non lo metterei mai in una classifica annuale.

          The Bachelors , un buon film, ma un po’ troppo classico sia nello stile che nella messa in scena, raccontato con i mezzi toni, senza osare mai nemmeno un inciso e che ha il pregio di lasciare spazio agli attori (su tutti ovviamente il titanico Simmons, che però ha fatto decisamente film migliori): visione consigliata ma non imperdibile.

          Non ho visto per scelta né Almost FriendsThe Clapper: il primo per via di un cast davvero troppo “televisivo” ed il secondo perché non aveva ai miei occhi alcun possibile appeal, ma se me li consigli entrambi potrei cambiare idea…

          Mi sono tenuto per ultimi i due più belli e non di poco!…

          Brawl in Cell Block 99 è la conferma che quello del precedente film, il davvero bello zombie-western Bone Tomahawk non era stato un caso: stesso stile, stessa discesa all’inferno e soprattutto un personaggio che ha regalato a Vaughn una parte che mi davvero impressionante! Craig Zahler è davvero un grande regista.

          Non sono tra quelli che a suo tempo gridarono al capolavoro quando Netflix trasmise l’anomalo western Hell Or High Water, anche perché dopo la meravigliosa sceneggiatura che Taylor Sheridan aveva scritto per Villeneuve ed il suo Sicario (film che ho adorato) e le tante critiche entusiastiche, diciamo che mi aspettavo di più, ma con questo film, forse perché lo ha diretto lui stesso, penso abbia fatto centro: non tanto da poterlo scegliere per la mia classifica, ma ha un gran bel film.

          Adesso aspetto il tuo post!

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          • Parto dal fondo, ossida WIND RIVER.
            TI rivelo senza un briciolo di vergogna che lo considero uno dei migliori film dell’anno.
            Individuando 5 categorie molto “lapinsiane” i miei oscar sarebbero infatti questi 5:

            DIVERTIMENTO = Ready Player One
            EMOZIONI NEGATIVE = Wind River
            EMOZIONI POSITIVE = Love Simon
            RIFLESSIONE = Annihilation
            ORIGINALITA’ SCENEGGIATURA = A Quiet Place

            E se proprio ne dovessi scegliere uno, incapace di decidermi restringerei però il campo a 2 titoli: Annihilation e, per l’appunto, WIND RIVER, di cui ho adorato la narrazione asciutta e i personaggi ruvidi, che sembrano quasi intagliati nel legno. E poi quel senso di tragedia cupa che aleggia su ogni fotogramma: praticamente l’evoluzione nichilista del cinema dei fratelli Cohen. Che spettacolo!
            (so che sei troppo intelligente per pensare che con questa penta-rivelazione mi sia bruciato il mio prossimo post sui film più beli dell’anno…)

            Chiudo con una riflessione dovuta, riguardo un film da te citato e lodato e invece da me sommamente schifato: Il sacrificio del cervo sacro.
            Se da un lato sono sufficientemente oggettivo dal riconoscere la mia incapacità a entrare in sintonia con un cinema troppo autorale che da un lato liquida le emozioni come superflue e dall’altro ovatta le riflessioni nei binari strettissimi della didascalia, d’altro canto non posso non esternare l’obbrobrio suscitato dalla visione dell’ultima pellicola di Lanthimos.
            Ma la colpa è mia: se il precedente The Lobster l’avevo visto perchè la Rachel, qui c’erano solo attori a me indigestissimi (la Kidman e poi carciofone Farrel), quindi mi sono dato la martellata sul dito consapevole di quel che facevo.
            Tutto questo pippone sul cervo sacro, per chiederti dove sbaglio quando rigetto questo genere di visioni….

            Buona serata, fratello!!!!

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            • Non so se risponderti qui o nello spazio commenti del tuo nuovo post: là hai infatti appena pubblicato un post spiazzante, con una vera non-classifica (la tua tale davvero, non come la mia!) in un delizioso gioco d’identità, che mi ricorda un altro gioco, quello in cui ognuno di noi potrebbe sciogliere la propria complessa tridimensionalità in vari alter ego, costruiti in modo manicheo, ciascuno contraddistinto da un aspetto preponderante del nostro animo e come tale pubblicherebbe la sua specifica classifica… Avremmo così la chart della nostra anima caciarona, quella della parte femminile, quella intimista e riflessiva, quella cinica e disillusa, quella da intellettuale e così via…

              Chissà, anche se non è accaduto (ancora) forse quella graduatoria (quella sorta di Lapinglobe) che mi hai postato con 5 posizioni dorate, forse prima o poi apparirà sul tuo blog e sarà allora che risponderò: tanto i miei gusti e le mie preferenze te l’ho già espresse nel mio post….

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              • Lo scrivo qui perchè di là c’è qualcuno che ha abboccato e crede davvero che il post l’abbia scritto mia moglie, ma siccome so per certo che tu non lo avresti creduto nemmeno se te lo avesse ribadito Charlize Theron vestita di nulla, con te posso essere franco continuando però a tenere sulla corda chi è stato ingannato dal post.

                Come ormai mi accade da tempo, queste occasioni con post “comandati” (oscar, classifiche di fine anno, etc) mi piace giocare molto più che in altre occasioni: ci sono già tante altre classifiche, tutte sicuramente più attendibili e complete della mia (che come ti ho spiegato vivo in un delay-time che mi impedisce di aver visto ad oggi molti dei film più importanti dello scorso anno (come ad esempi Widows o BlacKkKlansman ), quindi che senso fa farne una nuova di scarso interesse? Meglio utilizzare l’occasione per divertirsi e (magari) pure divertire.

                Così mi sono inventato questo giochino della classifica di mia moglie. Inizialmente l’esperimento voleva essere più ardito: volevo chiederle di scrivere lei direttamente il post, seguendo ovviamente il mio canovaccio (l’occhio attento non può non riconoscere il mio stile di scrittura, che per altro nemmeno ho cercato di camuffare…), ma poi ho desistito perchè temevo di fare una cosa troppo forzata.
                In tutta sincerità non è nemmeno la classifica di mia moglie, nel senso che non le ho chiesto quali sono stati i duoi film preferiti, bensì ho estratto dai film che ho visto io quelli che SUPPONGO sarebbero stati i suoi preferiti.
                Quindi è una non classifica al cubo… un non sense assoluto.
                Ma non puoi sapere quanto mi sono divertito a scriverla… e pensa che la deve ancora leggere mia moglia… ho fatto lo schezo pure a lei: di sicuro già le sono arrivati i msg delle sue amiche che si complimentano per il post che ha scritto sul mio blog ahahahhahaha

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  3. va bene va bene, la classifiche servono un po’ per gioco e un po’ per fare letteratura, ma in fondo, personalmente, servono proprio per verificare le scelte di chi, essendo intenditore, può passare la sua cultura ad altri che agiscono sempre in senso strettamente emozionale.
    Io ti lasci la mia che ho già descritto sul blog di Wwayne, ma prendila come un esercizio di stile, proprio perché non essendo un intenditore come te, agisco su coordinate mie, magari solo sul determinato momento e sulle situazioni della vita che ti sconvolgono nel preciso istante che lo vedi, per esempio “Annihilation”, non mi è proprio piaciuto, ma rispetto le scelte altrui, che sostanzialmente agiscono professionalmente, e va bene così. Intanto colgo l’occasione di augurarti un 2019 cinematograficamente eccellente !!!!!!!!!!!!!!!!

    Tre Manifesti a Ebbing
    Atlas
    The Post
    La Ballata di Buster Scruggs
    The Shape of Water
    Red Sparrow
    Dovlatov – i libri invisibili
    Ready Player One
    Downsizing
    Climax
    L’ora più buia
    Roma
    La favorita
    High Life
    Peterloo
    Santiago, Italia
    Van Gogh – sulla soglia dell’eternità
    Caravaggio – L’anima e il Sangue
    Gli Incredibili – 2
    First Man

    Ancora auguri (sei sempre il migliore)

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    • Una lista magnifica, con alcune identità essenziali (titoli come Tre Manifesti a EbbingLa Ballata di Buster Scruggs, The Shape of Water, L’ora più buia e Roma non possono non essere tra i più belli dell’anno!), un gruppo di titoli di forte impegno e solidissima costruzione (The Post, Downsizing, First Man, La favorita, Peterloo), una manciata di clamorose sorprese (leggere tra i tuoi preferiti film come Red SparrowReady Player OneGli Incredibili 2 è l’ennesima dimostrazione della tua grande ecletticità… Lungometraggi che si sappia mi sono piaciuti molto, anche se con i distinguo che ho citato nel post, specie nel confronto tra Red Sparrow ed Atomica Bionda, film quest’ultimo che mi ha portato persino a pensarti moltissimo mentre ero seduto in sala, nella scena in cui la protagonista, inseguita da agenti dei servizi segreti dela Germania Est, si rifugia in un cinema della vecchia Berlino, dove stanno trasmettendo Stalker di Andrej Tarkovskij… Un piccolo omaggio che il muscolare regista ex-stuntman David Leitch ha voluto fare ad un mito della settima arte) una doverosa citazione di film e docufilm sull’arte (Caravaggio – L’anima e il Sangue e soprattutto lo splendido Van Gogh – sulla soglia dell’eternità, con un Defoe straordinario e che quasi certamente figurerà nella mia lista del 2019, vista la data di uscita) ed infine il rammarico per alcune mie mancanze ovvero titoli che non ho ancora visto e che cercherò di recuperare il prima possibile:

      Atlas
      Dovlatov – i libri invisibili
      High Life
      Santiago, Italia

      e soprattutto Climax che aspettavo dai tempi in cui scrissi della Boutella…

      Che dire? Grazie delle dritte, ma soprattutto dei complimenti, perché quando si parla di arte sai bene che la tua voce per me risuona alta e cristallina!

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  4. Accidenti! Concordo quasi in tutto e per tutto con quello che hai scritto.
    Penso che Tre manifesti a Ebbing comunque si meriti di stare tra i migliori in assoluto (un film meraviglioso).
    Mentre per tutti gli altri non ho nulla da dire (è stato bello vedere l’uomo che uccise Don Chiquote al cinema, un evento quasi storico e soprattutto un’esperienza meravigliosa).
    Ovviamente Roma, The Shape of Water e Ghostland sono tra i film più belli che ho visto quest’anno e mi hanno regalato tante emozioni.
    Purtroppo non ho potuto vedere The Florida Project e Molly’s Game (entrambi film che mi interessavano molto ma che hanno trasmesso per pochissimo tempo nel mio cinema).
    L’unico punto in cui non mi trovo d’accordo è I Crimini di Grindewald. Anche se non lo reputo un brutto film, I Crimini di Grindewald è pesante e troppo confuso in certi punti e anche la regia a volte lascia a desiderare. Al suo posto io avrei messo lavori come Gli Incredibili 2 o perfino Ready Player One.

    Comunque sia è stato una Non-Classifica molto interessante, mi è piaciuto il modo in cui hai gestito il tutto.

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    • Tu non sai quanto io mi sia affezionato ai nostri scambi di opnioni, carissimo Butcher, tanto che, quando ho inserito (quasi per civetteria o dispetto) il titolo di Yates l’ho fatto sorridendo! Si, mentre scrivevo quelle poche note ed aggiungevo al post l’immagine dal film ridevo letteralmente sotto i baffi, ben conoscendo la tua opnione sul film ed assieme rispettandola massimamente!

      Tra l’altro, indipendentemente dalla critica estetica sull’opera filmica nel suo complesso, sappi che io amo alla follia il concept della famiglia Lestrange, con la loro parentela con i Black, Malfoy e Rosier, con il loro status di pure-blood, con le implicazioni di razzismo in odore di nazismo che questo fatto comporta nei plot della Rowlings, ragion per cui, come potrai immaginare, ho palpitato nell’assistere alla narrazione del rapporto sentimentale ed amicale tra Leta Lestrange (fantastica Zoë Kravitz, che scoprii in Divergence ed amai in Mad Max Fury Road) e Newton Scamander (straordinario Eddie Redmayne, di cui non finirò mai di tessere le lodi recitative).

      Detto questo, devo anche confessarti che sto da tempo elaborando un lungo pezzo sulla saga fantasy della Rowlings e dei suoi adattamenti in film, tanto che mi sono comprato anche le sceneggiature dei nuovi film e studiato molta documentazione…

      Al propisto devo togliermi il cappello di fronte al lavoro di alcuni videorecensori come Kaija Siirala che ci ha regalato il seguente pregiatissimo e cristallino lavoro pubblicato sulla pagina Vimeo di Fandor:

      Alla prossima, amico mio!

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  5. Grandiosa lista, Kasabake. Purtroppo nel 2018 non ho visto tutte le pellicole che avrei desiderato ed approfitto della tua top 10 per mettere nella lista dei must-watch in home video un pò di film.
    Dei film classificati che ho visto, come sai, apprezzo moltissimo Roma, La forma dell’acqua, la ballata di Buster Scruggs (l’ultimo episodio è il mio preferito), Infinity War (al contrario di Pantera Nera e Ant Man 2 che, seppur godibili, li ho dimenticati in fretta) e l’uomo che uccise Don Chisciotte (grazie per la citazione, troppo gentile). Su Annientamento ho le mie riserve, non non sono riuscito a godermelo a pieno. Anche Darkest Hour è un ottimo film col monumentale Oldman.
    Non ce l’ho fatta nemmeno a vedere il secondo capitolo di Animali Fantastici che, a quanto ho capito (ma non ho approfondito per evitare spoiler), ha irritato non poco la fan base potterhead per delle incongruenze con l’universo potteriano. Mi dispiace essermi perso anche la truffa dei Logan (un Driver instancabile l’anno scorso e quest’anno farà la sua ultima comparsa in Star Wars) perché sembrava essere davvero esilarante. Questi saranno i primi 3 che andrò a recuperare… e poi tutto il resto della lista.

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    • Anche se può sembrare infantile (ma in realtà è sentimento dettato solo da comune passione ed emotività), mi piace considerare tutti i meravigliosi successi che il film Roma di Alfonso Cuaron sta raccogliendo ad ogni premiazione, in modo pressoché unanime e devastante, quasi come una vittoria personale, mia e tua, perché sin dalla prima visione entrambi abbiamo creduto tantissimo in quest’opera cinematografica stupenda e che, se mai esistesse un titolo simile, ambirebbe tranquillamente al titolo di miglior film dell’anno!

      Tutto il resto, come dire, è in discesa, con tanti alti e tanti bassi, tante eccellenze e tanti film che pur non essendo capolavori sono senz’altro gradevolissimo e sorprese: da qui la mia idea di fare un elenco, non una classifica vera e propria, di film a mio avviso da vedere e mi piace sottolineare che nessun film supereroistico è rientrato per me in questa categoria, nemmeno il miliardario Infinity War (Black Panther per me è una ciofeca, quindi non ne parlo nemmeno…), così come non entrerà negli imperdibili del 2019 il pur divertentissimo e godibilissimo Aquaman (che va visto tassativamente nella grande sala per la sua spettacolarità altissima e che sposa in pieno quel sense of wonder che qualsiasi film con soggetto un eroe infantile dovrebbe avere, ma che nel caso della pe ha una storia così imbecille da togliere il fiato!).

      Se vorrai recuperare qualcosa di perso, ti consiglio caldamente, fra tutti quelli evidenziati da me in rosso, la visione dei seguenti film, giacché tu possiedi sia la cultura sia la capacità artistica di poter apprezzare nelle loro non ovvie narrazioni:

      Apostle
      The Florida Project
      Molly’s Game

      Un abbraccio, Amulius!

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  6. Credo di avere capito – credo – il senso del tuo blog, ma credo anche che sia il tuo pensiero. Il cinema è arte, e non intrattenimento, perciò le valutazioni sono più profonde: tecnica, riferimeti, studio, anche la storia, ma anche la messa in scena, sennò è raccontare e allora basta un libro.
    Ho sempre letto i tuoi articoli con questo in mente, e li ho sempre amati.
    Questo è un articolo da amare. Preciso, netto come sempre. Niente classifica caciarona o da botteghino, ma valutazione artistica.
    Hai un compito terribile, rimanere a questi livelli. E’ tipico di chi è nella parte alta della classifica, il numero 1 pesa. 🙂
    Grazie perché ancora scrivi

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    • Quando molti anni fa, da studente universitario a Bologna, frequentavo le lezioni del professor Canziani di Filmografia (per me esame complementare nel piano di studi di Lettere e Filosofia), rimasi praticamente folgorato quando, in una lezione su Kubrick, lui fece notare l’effetto portentoso che sullo spettatore avevano i suoi movimenti di macchina, proprio perché avvenivano dopo lunghi momenti di stasi ovvero li si notava proprio perché erano un’interruzione di silenzio ed immobilità, una sveglia, un grido nel silenzio: questo caricava quelle riprese di una valenza ulteriore, data dal valore aggiunto della sorpresa e dell’attenzione dello stesso spettatore… Così ultimamente fai tu nei commenti ai miei post, come un attore di teatro che entra in silenzio, quasi di soppiatto sulla scena, senza parlare o gesticolare e come ha raggiunto la prima fila incomincia ad intonare a squarciagola l’Ave Maria di Schubert, tra lo stupore ma anche l’ammirazione del pubblico.

      Anche adesso hai fatto la stessa cosa, arrivando con il tuo commento a declamare una profondità di veduta inaspettata, non perché tu ci abbia abituato ad espressioni più basse, tutt’altro, ma perché inattesa nel contesto di giudizi tutti legati agli specifici filmici: siccome la tua è diventata recensione non di un’opera ma dal sottoscritto, ne sono rimasto emozionato ed estasiato e spero davvero di deluderti il meno possibile in futuro.

      Grazie di cuore e ricordati tu, proprio tu, di non smettere di scrivere e di credere in quello che scrivi!

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      • Ti ringrazio, diciamo che, più che una recensione su di te, è una (mia) chiave di lettura dei tuoi post. Qualche giorno fa ho visto il documentario su Steve McQueen e il suo, non granché ricco di trama, La 24 ore di Le Mans. Questo film sta venendo rivalutato e, come tutte le cose rivalutate dopo 50 anni, forse ha poco senso considerarlo un capolavoro. Io l’ho sempre apprezzato, perché ha comunque colto gli aspetti di quella gara, del rischio, della velocità, della stanchezza. C’è una storia? Ma chi se ne frega se non c’è.

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        • Whao, Gianni! In poche righe hai condensato tanti di quei concetti, profondi ed importanti, che sono trasalito… Steve McQueen, una narrazione che può fare a meno della storia ed ancora una volta, lo scrittore che è anche lettore e critico di se stesso e degli altri… Fantastico…

          Alla prossima, amico!

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  7. buongiorno esimio,
    ti trovo in gran forma e caricato a pallettoni, chapeau!

    più che un blog questo tuo spazio è un vero e proprio Master, sempre detto, la competenza non è acqua bensì un raffinato distillato. 😉

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    • Siamo rimasti davvero in pochi ad appellarci con “esimio”, titolo di cortesia che io stesso ho più volte usato nel rivolgermi alla tua augusta penna in quelle ingenerosamente troppo poche volte che ho commentato i tuoi post… Come diceva mio padre, ogni qual volta riscontrava la pochezza dei figuranti che lo circondava nella vita professionale e pubblica, “siamo rimasti in pochi e possiamo contarci uno ad uno” ed oggi ripenso a questo, sorvolando, per comodità di non-polemica, il suo essere stato sempre scomodo, con il suo status di esule istriano un po’ bastian contrario, polemico liberista durante il ventennio che lo vide in gioventù e nostalgico di un Italia scomparsa nel dopo guerra… Ma tant’è.

      Ora invece ti ringrazio in modo sentito per il tuo complimento, non ovvio e non d’occasione (lo sei mai? Non penso), che ti assicuro m’inorgoglisce non poco: resti una penna ed un uomo che ha tutto il mio rispetto, quello vero.

      P.S. Noto che anche tu hai diradato le frequenze su WordPress come creatore di contenuti… Schiacciato come me dagli impegni?

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      • Non sono tipo da farsi schiacciare dagli impegni ma forse è una mia lacuna, diciamo che alla bisogna valorizzo l’ozio e la contemplazione del nulla, mi rigenera. 😉
        Ogni tanto mi prendo delle pause, sono tornato a pubblicare dopo ben sei mesi, comunque sì, in linea generale ho rallentato il passo da qualche annetto. Mi avvantaggia il mio trattare tematiche sociali e tendenze che non hanno scadenza rapida.

        Non preoccuparti per la tua assenza, no problem, la scala delle priorità detta legge, quando hai tempo e voglia… sei e sarai sempre ospite gradito

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