Michael Ironside: l’anima cattiva degli anni ’80 e ’90

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Il giornalista olandese Ard Vijn, della testata online Screen Anarchy, parlando a proposito dei film action ed horror, disse una volta «Any such film is as good as its evil villain», affermazione che contiene una verità incontrovertibile, poiché è davvero la qualità del “cattivo” che determina il valore di un intero film di quel tipo e il nostro Michael Ironside non solo ha salvato tantissime pellicole, che senza di lui e della sua straordinaria abilità recitativa sarebbero semplicemente andate perse nel dimenticatoio, ma ha declinato in modo definitivo il character del villain per antonomasia del cinema di genere statunitense nei decenni ’80 e ’90.

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Per tramandare la sua memoria ai posteri, sarebbe bastante già solo il suo ruolo come Darryl Revok, il potentissimo telepate che fa esplodere il cervello delle sue vittime nell’epocale Scanners di David Cronenberg, un film geniale e rivoluzionario, realizzato in modo avventuroso (la sceneggiatura veniva scritta la mattina presto e le scene girate subito dopo, per usufruire degli sgravi fiscali offerti allora dal Canada sui lavoratori a cottimo in trasferta quotidiana dagli USA), ma che divenne rapidamente un caposaldo della storia del cinema, grazie ad una grande storia, un cast tecnico eroico (pazzesche le protesi ed i trucchi orchestrati da Dick Smith, compresa la fucilata sparata da lui stesso contro un cranio finto, riempito di frattaglie di maiale, per simulare l’esplosione della testa, nella scena madre del film, a cui è dedicata la brevissima clip nelle note al post), un superbo commento musicale di Howard Shore (fedelissimo collaboratore del maestro di Toronto e che ha realizzato tutte le colonne sonore delle sue pellicole, compresi gli ultimissimi lavori, con la sola eccezione di The Dead Zone del 1983) ed infine da un attore maestoso.

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La prova offerta da Ironside in quest’opera ebbe infatti dell’incredibile, decisamente una delle migliori in assoluto di tutta la sua carriera, con quell’aspetto austero, vestito come un direttore di banca, con una voce ipnotica, che modulava in continuazione tra un ronzio ed un ruggito, aggrottando la fronte e stirando il labbro superiore all’ossesso, mentre il suo personaggio si concentrava per far esplodere la testa di qualcuno con il solo pensiero: una presenza scenica tale che l’immagine del suo character venne scelta persino come manifesto promozionale, sulle locandine fuori dei cinema e su tutti i giornali, finendo con gli anni per diventare uno dei poster più rappresentativi del cinema fantastico, ancora oggi vendutissimo ed appeso sulle pareti di molti appassionati.

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Scanners è fondamentalmente un thriller con sfumature fantascientifiche, certamente il meno disturbante ed il più mainstream dei film del geniale David Cronenberg, con queste misteriose aziende farmaceutiche rivali che tramano di nascosto per fare esperimenti clandestini, causano sparatorie, comminano omicidi a sangue freddo e permettono alla storia persino un inedito taglio action per il nostro cineasta canadese, con tanto di inseguimento in auto; è inoltre anche un unicum straordinario nella sua filmografia, perché mai in altri suoi film egli aveva parlato di persone paranormali o dotate di superoteri e mai ne parlerà nemmeno negli anni successivi.

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Anche nel caso di questa anomala pellicola, Cronenberg non abbandonò però quell’elemento di profonda denuncia di un sistema scientifico deviato, al servizio del capitalismo selvaggio, che sottende al corpo principale di tutta la sua opera, almeno fino ad eXistenZ del 1999, giacché questi telepati assassini protagonisti del film vengono chiaramente indicati come un effetto collaterale e conseguenza non desiderata dell’Ephemerol, un farmaco che, nella finzione, era stato studiato per aiutare le donne durante la gravidanza e che nella memoria collettiva degli spettatori richiamò immediatamente la tragedia reale degli effetti tetramegici (ovvero causanti malformazione dei feti) della famigerata Thalidomide e di come questa devastò la società civile a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 (nelle note alla fine del post, potete trovare al proposito un prezioso documento video della redazione del The New York Times), incrinando per la prima volta nella storia della nostra civiltà occidentale la fiducia dell’uomo comune nei confronti della medicina ufficiale e dei controli governativi su di essa (da lì nacquero le verità sussurrate, le leggende e le teorie complottiste sul cartello delle multinazionali del farmaco Pfizer, GSK, Bayer e Novartis, ovvero la cosidetta Big Pharma).

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Quel grandissimo momento di gloria fu, però, solo l’inizio, il punto di svolta nella notorietà presso il grande pubblico, giunto dopo nemmeno una decina di piccoli ruoli avuti in precedenza: era il 1981 e mentre con quel film Cronenberg firmava un’opera horror di fantascienza che non avrebbe più cessato, nei decenni a venire, di influenzare tutto il genere cinematografico (ancora oggi, le serie televisive supereoistiche in programmazione, specie quelle sui mutanti e derivati, hanno un debito visivo e concettuale enorme verso questa pellicola), Ironside stava mettendo la sua prima firma su un guest book di presenze prestigiose, per altro non ancora cessato.

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Non più di tre anni or sono, il nostro principe dei villain si è infatti messo in gioco ancora una volta in Turbo Kid, un piccolo prodigio canadese, scritto e diretto nel 2015 dalla tripletta di cineasti François Simard, Anouk Whissell e Yoann-Karl Whissell, rapidamente divenuto un’opera di culto (prima disponibile solo in lingua originale ed ora doppiato in italiano per il mercato Home Video), dove recita la parte di Zeus, un despota sanguinario che controlla i depositi di acqua pulita ed in un mondo dove tutte le falde sono contaminate, controllando l’acqua controlla anche la gente.

Molte volte, nella sua lunghissima carriera, il canadese Frederick Reginald Ironside (questo il nome vero, che si nasconde dietro quello d’arte), classe 1950, si è dedicato a pellicole quasi sconosciute, regalando loro fama e prestigio nei festival internazionali grazie alla sua personale notorietà, ma senza mai per questo prevaricare il lavoro dei veri creatori della pellicola (come fanno invece moltissimi divi hollywoodiani), ma anzi piegandosi con vero spirito di servizio alle esigenze dello script ed alla visione dei singoli registi: così è avvenuto anche nel caso di questa perla preziosa di sci-fi post-apocalittica, dove il nostro interpreta il suo ruolo nel pieno rispetto del mood dell’intero film ovvero con una continua citazione meta-culturale della pop culture degli anni ’90, sempre in bilico tra satira ed atto d’amore incondizionato, donando allo spettatore un personaggio eccessivo, ridondante, tutto frasi ad effetto e ringhi animaleschi, compreso il trucco scenico di indossare periodicamente una maschera di ferro a forma del dio greco a capo dell’Olimpo.

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Per tutti i 95 minuti della visione di questa pellicola, si respira una meravigliosa sensazione di innocenza, quasi naif ed artigianale, fatta di gadget provenienti dalla discarica della nostra memoria e che nella finzione divengono preziose reliquie (vecchie consolle della Sega e della Nintendo, guanti giocattoli che sparano veri raggi fulminanti, il View-Master con i suoi dischetti e tant’altro che scoprirete da soli), in un gioco di citazioni che impressionerebbe persino gli scenografi della bella e paracula Stranger Things di Netflix e che fa da contrasto ad esibizioni di mutilazioni ed uccisioni, talmente splatter da essere volontariamente comiche ed eccessive, sullo sfondo di una terra post-olocausto raccontata con la sintassi di un film anni ’80 e ’90, dove però al posto delle macchine rombanti dei Road Warrior alla Mad Max, abbiamo eroi ed assassini che viaggiano sulle due ruote delle BMX.

Per un cineasta di oggi, avere Michael Ironside nel cast significa senza dubbio avere un’icona che trasmette un valore aggiunto di natura simbolica alla sua effettiva recitazione, perché il prestigio che si è costruito, interpretando in quasi cinquant’anni di carriera il ruolo del villain (o comunque del personaggio burbero e lunare) è simile a quella che ebbe Boris Karloff nella prima metà del novecento: come a suo tempo, infatti, all’attore britannico divenuto famoso per i suoi ruoli nei più celebri film di mostri (dalla saga noir di Fu Manchu ai tanti primi Frankenstein), bastava essere anche solo presente sul set per incutere un vago timore reverenziale, quasi spettrale, così oggi ad Ironside è sufficiente essere nello spazio scenico per trasmettere la valenza di tutte le sue più famose caratterizzazioni, perché è uno di quegli attori che tutti riconoscono e di cui ognuno ha una precisa sensazione d’inquietudine, anche se normalmente quasi nessuno ricorda il suo nome, come un’anonima ombra minacciosa o un malessere indistinto.

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Prendiamo, ad esempio, un film davvero di serie Z come The Next Karate Kid del 1994, quarto inutile capitolo della già scadente saga di arti marziali con Noriyuki Morita nei panni di Mr. Miyagi, dove però per la prima volta non abbiamo più quella patata lessa di Ralph Macchio nel ruolo di Daniel LaRusso, protagonista dei primi tre film, ma una già bravissima Hilary Swank (nella parte di Julie Pierce, un’adoloscente con problemi di gestione della rabbia, personaggio nettamente più adatto ad un altro genere di film) e mentre la trama comincia a dipanarsi verso l’imprescindibile duello di arti marziali, in modo anche abbastanza surreale e con deliranti risvolti di trama (che, se siete un po’ borderline come me, potreste anche trovare divertenti, quali il gruppo di monaci tibetani che giocano a bowling contro il gruppo Alfa Elite), ecco che dal nulla spunta il volto austero e minaccioso di Ironside, nei panni di Paul Dugan, un prepotente e violento colonnello dell’esercito, che decide di cominciare a praticare il karate nella sua caserma e persino ad insegnarlo, formando una sua squadra di soldati adolescenti, solo per combattere contro coloro che lo avevano tempo addietro umiliato: spero davvero che non sia uno spoiler per nessuno dirvi che ovviamente alla fine il cattivo Dugan verrà sconfitto e ridicolizzato dalla giovane Pierce, allieva dell’ultima ora del vecchio Miyagi.

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Il ruolo del villain è essenziale, in particolar modo nei film e nelle fiction di basso budget, perché esso è davvero l’ombra che serve alla luce per risaltare e più l’attore che interpreta il ruolo del malvagio è efficace, più l’eroe stesso ha speranza di diventare memorabile: prendiamo ad esempio una serie televisiva storica, come V The Original Series del 1984, dove venivano narrate le peripezie della resistenza terrestre all’invasione aliena e che vedeva due fronti contrapposti, con gli eroi difensori della nostra amata terra da un lato ed cattivi venuti dallo spazio per conquistarla dall’altro, ma in mezzo; ebbene, a fare da vera cartina tornasole per i buoni (fin troppo spesso caratterizzati da una fragorosa insulsaggine e soprattutto schiacciati dal fascino dei nemici rettiliani, la cui pelle squamosa ogni tanto affiorava dagli strappi sulla pelle posticcia), c’era la maschera del nostro Ironside, nel ruolo del traditore Ham Tyler, ex-agente della CIA, divenuto collaboratore del nemico extraterrestre, che si fingeva convertito alla causa della resistenza solo per cercare di assassinare il loro leader, attirando su di se, per ben 13 episodi, l’odio di tutti i telespettatori, i quali tremavano ogni volta che lo vedevano avvicinarsi troppo al capo dei rivoltosi, pregando ad ogni puntata che il suo becero piano venisse finalmente sventato.

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Ovviamente quella in V non è certo stata l’unica presenza del nostro Ironside in TV, anzi, si può tranquillamente affermare che la sue apparizioni sul piccolo schermo praticamente si equivalgono a quelle cinematografiche e non poteva essere diversamente, dato che la declinazione del ruolo del cattivo o comunque del prepotente scostante ha coinvolto nella sua carriera ogni media, compresi i videogames e laddove egli non fu presente con il suo corpo di attore, lo fu con la sua voce: se infatti gli spettatori di Smalville di tutto il mondo ricorderanno senz’altro la sua caratterizzazione del personaggio del generale Sam Lane (padre di Lois e Lucy, presente in almeno tre episodi), solo gli spettatori statunitensi potranno ricordarsi del timbro imponente e carismatico, con cui il nostro doppiò l’ultra-malvagio Darkseid in entrambe le serie animate della Justice League.

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Senza contare la miriade di apparizioni in episodi saltuari di moltissimi serial dei decenni ’80 e ’90, con personaggi non ricorrenti e dal sapore di piccoli camei, ma restando nel più ristretto novero delle serie che hanno segnato quell’epoca, non possiamo certo non menzionare il suo ruolo come dottor William Swift (anche chiamato dai colleghi “Wild Willy”), portato avanti per ben sette episodi nel celeberrimo medical drama ER: anche se foriero di ricordi indelebili nei telespetttaori dell’epoca, per il soave e folle cinismo del personaggio, si trattava pur sempre di un character provvisorio, creato nella fiction per sostituire temporaneamente David Morgenstern, il precedente capo di Chirurgia d’Urgenza colpito da infarto, in uno dei tantissimi avvicendamenti creati da quella trama orizzontale, con taglio narrativo da telenovela, che legò le 15 stagioni della serie televisiva, dal 1994 al 2009.

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Torniamo adesso, però, al genere post-apocalyptic, tanto caro al cinema americano della fine del millennio scorso, ma per farlo degnamente dobbiamo andare a ritroso fino al suo vero decennio d’origine, dove troviamo un piccolo b-movie, con dietro un’affascinante grande storia produttiva e che per giunta vide il nostro Michael Ironside recitare completamente ricoperto da una pesante maschera protesica, qual’era il suo make-up invasivo nel film, per il suo ruolo di Overdog McNab, un signore della guerra, deforme e cattivissimo, un vero mostro che rapisce belle ragazze e contro il quale si scaglierà un pirata dello spazio, eroe mascalzone perfettamente in linea con i dettami di quegli anni: Spacehunter: Adventures in the Forbidden Zone.

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Il film fu all’inizio prodotto per un’uscita nei cinema prevista per il 1981 e nelle intenzioni dello sceneggiatore Stewart Harding e del primo regista, il canadese Jean Lafleur, sarebbe dovuto essere un road movie western di taglio fantascientifico alla Mad Max, con però una particolare messa in scena costruita sulla falsa riga del trasgressivo (per allora) film di animazione Heavy Metal, quasi ne dovesse essere una versione live-action: per questo motivo, tutte le scenografie e persino le inquadrature del girato inziale omaggiavano in modo sfacciato alcuni grandi artisti francesi, tra cui ovviamente Jean “Moebius” Girard.

Tuttavia, il dispotico produttore esecutivo Ivan Reitman (mago della commedia e papà dell’indiscusso fenomeno planetario di Ghostbusters) non volle entrare in competizione con il sequel del film di Miller (in uscita proprio quell’anno e già in odore di successo) ed impose una trasformazione radicale, facendo rigirare la maggioranza delle scene al nuovo regista Lamont Johnson, spostando l’azione da una terra post-apocalittica ad un pianeta sperduto nello spazio cosmico, creando infine una space opera che, alla sua uscita nei cinema nel 1983, godette persino del teorico vantaggio dell’essere stata girata appositamente in 3D, orrida tecnologia, che affonda i suoi piedi in un lontanissimo passato e che ogni tanto riaffiora a galla, come quel vomitevole fetore che fuoriesce periodicamente da un tubo di scarico condominiale non adeguatamente spurgato.

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Dopo il forzoso restyling, qualche traccia del vecchio progetto era tuttavia rimasta, in alcuni attrezzi di scena o in certi veicoli, ma in particolare tra le pieghe della sceneggiatura, specie nelle battute dei singoli personaggi: lo si nota in una sessualità irriverente, così poco americana e molto più francese, condita da cinica ironia, tanto che è ancora oggi un vero spasso vedere Ironside, gesticolando avanti e indietro per il set con le sue mani robot artigliate, recitare divertendosi mentre, da dentro il suo veicolo, indica ai suoi sgherri le tre ragazze prigioniere e con ferocia ordina sogghignando «Quella al centro, spogliala… Ma fallo lentamente!», come potete verificare dalla clip seguente, della cui scarsa qualità video mi rammarico:

Circa dieci anni più tardi, troviamo il nostro canadese di ferro di nuovo in un film dal soggetto post-apocalittico, Neon City di Monte Markham del 1991 (distribuito da noi con la solita fastidiosa fantasia dei titolisti italiani che vollero usare la serie degli anni tanto di moda in quel genere cinematografico, partorendo per l’occasione Anno 2053 La grande fuga): questa volta però siamo davvero di fronte ad un erede del genere western classico e dei suoi stilemi applicati al mondo inospitale di un ipotetico futuro, con in più soprattutto un Michael Ironside incredibilmente nel ruolo dell’eroe (anti-eroe, ad essere onesti), recitando la parte di Harry Stark, un violento e sprezzante cacciatore di taglie dell’anno 2053, costretto a trasportare una prigioniera attraverso pericolosissimi territori ostili, pieni di assassini in agguato e con i raggi del sole resi letali dall’assenza nell’atmosfera dello strato protettivo di ozono, andato distrutto anni prima da un esperimento scientifico fallito.

In una ricercata similitudine con il capolavoro immortale Stagecoach di John Ford, gli autori di questa pellicola (commovente per la sua sincera ingenuità) hanno costruito tutto il plot nel resoconto del viaggio, compiuto dai nostri protagonisti dentro un mezzo corazzato, in compagnia di altri viaggiatori, tra i quali un vecchio amore del nostro protagonista, un attore comico, un medico, una donna ricca e viziata e persino un ex-carcerato arrestato dallo stesso Stark anni prima.

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Interamente e furbamente girato nelle gelide pianure dello stato dell’Utah, questo film dal bassissimo budget godeva di due grossi vantaggi, offerti gratuitamente dall’ambiente naturale del set ossia un paesaggio ghiacciato in modo naturale (con quel sole che brilla in modo così anomalo a quella latitudine) ed il respiro visibile degli attori nel freddo dell’inverno: questi elementi contribuirono da soli a creare nello spettatore quell’immagine di una terra senza vita post olocausto nucleare, a cui allo scenografo ed al costumista bastò aggiungere qualche vecchia coperta, degli stracci ed alcune catapecchie piene di ruggine per completarne il quadro; se questo non è un esempio cristallino di vero B-Movie, non saprei cos’altro potrebbe esserlo.

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Nello stesso anno di Neon City, uscì nei cinema anche uno dei sequel più attesi da quella vastissima platea che cinque anni addietro, nel 1984, aveva amato alla follia il primo celeberrimo capitolo della saga di Highlander (ancora oggi considerato una pellicola testimone di un’intera epoca), diretto da Russell Mulcahy, il genio assoluto dei video musicali di quel decennio: purtroppo per tutti, questo secondo capitolo fu costruito su una sceneggiatura sbagliata, troppo piena di incongruenze e senza alcun rispetto per l’evoluzione dei personaggi del franchise, tanto che nemmeno una prodigiosa messa in scena del medesimo regista (per molti aspetti, anche particolarmente innovativa) potè nulla contro lo tsunami di merda e fango che il film scaraventò su critica e pubblico, deludendo ogni aspettativa possibile.

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Fu un vero peccato, perché questa sventurata pellicola, vista con la malizia dello spettatore odierno, potrebbe anche risultare simpatica, per il suo essere a tratti così surreale da permettermi per questo post di estrarre, dal bidone di melma oleosa del concept del film, per lo meno la figura del villain ovvero quella del generale Katana, del pianeta Zeist: si, perché, per chi non avesse visto questa perla dell’ignominia (che in ogni caso consiglio caldamente), si sappia che tutta la vicenda del sequel è spostata nel futuro ed anche gli stessi highlander sono in realtà degli alieni (davvero, anche adesso che lo sto scrivendo mi sembra incredibile che abbiano potuto costruire un soggetto ed una sceneggiatura così).

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Non prendetemi per pazzo o per borioso saccente, ma questo film va assolutamente recuperato da chi di voi se lo fosse perso per strada e per aumentarne l’effetto stupefacente (proprio nel senso di allucinogeno) va visto rigorosamente di seguito al primo capitolo, perché, se si è saputo tenere in vita da adulti almeno un briciolo di quella folle creatività che si aveva da bambini, a tutti noi, in uno di quei momenti particolari della nostra vita in cui ci siamo soffermati per un istante a pensare, quasi per scherzo, come realizzare il seguito impossibile di un grande classico della letteratura o del cinema, sarà probabilmente venuto in mente di dare un taglio sci-fi a famosi romanzi storici o a fiabe note a tutti, immaginando quelle storie trasportate nel futuro: questo è appunto il giusto modo per vedere e soprravivere felici a Highlander II: The Quickening.

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Non voglio dirvi nulla di più sulla trama (pensate solo che quanto vi ho comunque detto è quasi nulla in confronto a tutto quello che accade!), nella segreta speranza di aumentare il numero di pazzi adoratori del trash che avranno il fegato di vedere questo delirio e che in ogni caso saranno premiati, oltre che da un nugolo di pregiate follie nei buchi della sceneggiatura tutte da scoprire e collezionare, anche dall’interpretazione del nostro glorioso Ironside, il quale per l’occasione, in omaggio ad un film che è già tutto pazzesco, sfoggiò una fluente capigliatura con lunghissime extension (che non ho ancora deciso, dopo tanti anni, se fosse più scioccante o ridicola).

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Nella vastissima filmografia del nostro artista, si annoverano chiaramente non solo piccoli film, ma anche grandi opere, in cui la sua abituale bravura è stata usata ed esaltata da indiscussi maestri del cinema, per ruoli sempre di antagonista o di supporto, ma che gli hanno permesso sempre di spiccare in piena luce, malgrado avesse recitato a fianco di veri divi, perché la sua voce è profonda ed inquietante, perché il suo sguardo è penetrante e perché egli è soprattutto un grande attore, che ha sempre applicato con estremo rigore anche nelle parti minori il “metodo Stanislavski”, caratterizzato come è ben noto da una speciale dedizione nell’immedesimazione dell’attore nel personaggio.

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Nel primo bellissimo Total Recall del 1990 (non il vuoto ed inutile remake del 2012, dove l’unica bellezza era la visione delle divine Kate Beckinsale e Jessica Biel, quest’ultima in particolare davvero mozzafiato, ma non così tanto da salvare un film mediocre, tutto concentrato sulla lotta di classe in un mega-ascensore) il regista Paul Verhoeven gli dipinse addosso il personaggio monodimensionale dell’ultra-stronzo Richter, la devota guardia del corpo che uccide senza esitare o farsi domande, per nome e per conto di Vilos Cohaagen, il governatore tiranno di Marte (portato in scena da Ronny Cox, un altro degli attori feticcio di Verhoeven), facendolo diventare in questo modo una vera ancora per il pubblico, che guardando in faccia un vero cattivo sapeva sempre in che direzione tifare per empatizzare con il buono (dettaglio essenziale in una storia che era la libera riduzione cinematografica del racconto di Philip Dick We Can Remember It for You Wholesale, dove il gioco di ricordi nascosti dentro ad altri ricordi, in un meccanismo a matrioska, lasciava il lettore sempre nel dubbio che anche l’eroe fosse in realtà un malvagio).

Sarà quasi sempre questa la caratteristica di tutti villain interpretati da Michael Ironside: un faro di malvagità limpida, una grandezza senza ambiguità, un lato oscuro senza mezzi termini, tanto che anche quando nella sua carriera il nostro attore interpretò degli eroi positivi, lo spettatore continuava per tutto il film a nutrire dei dubbi sul suo personaggio, aspettandosi qualche tiro mancino da un momento all’altro: per meglio capire come si sia costruita questa fama nel pubblico, aldilà della bravura di cui abbiamo già parlato, dobbiamo parlare delle sue mutilazioni, perché il nostro attore canadese ha subito nei suoi tantissimi film ogni violenza possibile, crivellato di colpi, bruciato vivo e per lo più oggetto di violente amputazioni di braccia o gambe, come è stato benissimo mostrato nella scena truculenta della clip qui sopra, dove il filmaker olandese fa precipitare il malvagio Richter nel vuoto, dopo avergli mozzato entrambe la braccia, in una scena di violenza spledidamente gratuita ed assolutamente compiaciuta, ma come soprattutto viene sublimato nel secondo film di fantascienza dello stesso regista a cui il nostro partecipò dopo sette anni.

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«They sucked his brains out!», gli hanno risucchiato le cervella fuori del corpo, così sentenzia il personaggio di Jean Rasczak, capo squadra veterano e luogotenente istruttore della fanteria spaziale, rivolgendosi ai suoi cadetti, tutti così giovani e glamour (in palese parodia dei serial televisivi statunitensi del periodo, dove erano sempre belli, bianchi, magri, bravisssimi e soprattutto fotogenici), in Starship Troopers del 1997, versione satirica e quasi gore, che il genio irriverente di Paul Verhoeven aveva tratto dal molto più serioso e militaresco omonimo romanzo di fantascienza di Robert A. Heinlein: il character di Rasczack, con buona pace di chi vorrebbe Ironside celebrato, forse giustamente, in parti drammatiche più quotidiane, è per me invece il suo fiore all’occhiello e la sua interpretazione migliore, una di quelle che valgono una vita di lavoro.

Nulla, nemmeno la truculenza più spinta dei corpi umani che il regista si diverte a far massacrare dagli alieni aracnidei (incredibile, per altro, in un film tutto sommato pagato con i soldi della Disney, anche se marcato Touchstone Pictures), mi colpì di più del personaggio recitato da Michael Ironside, un professore del liceo che si ritrova di colpo in guerra, a capo di una squadra di giovanissimi martiri, composta dai suoi stessi ex-studenti, che nel frattempo erano divenuti giovani cadetti, indottrinati da una falsa propaganda sull’eroismo e sulla bellezza di essere soldati: ad ogni discorso di saluto ed incoraggiamento, Rasczak vede il fantasma della morte sopra di loro, mentre nasconde dietro una crosta di finta indifferenza e cinismo il suo infinito dolore per aver conosciuto la verità sul campo di battaglia.

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L’ex professore Rasczak sa bene, infatti, che la quasi totalità della fanteria mandata nello spazio, in quella guerra contro gli invasori alieni, è solo carne da macello o come dicevano i generali europei della Prima Guerra Mondiale, semplicemente “stoppa da cannone” ed è proprio per via di questa non supposta ma evidentissima critica antimilitarista presente nel film che io, a suo tempo, rabbrividii leggendo delle accuse di fascismo portate da alcuni giornalisti, ad un film che aveva il suo punto di forza invece proprio nella critica feroce e disinibita ad ogni intervento militare governativo e tra l’altro potete voi ben immaginare cosa significasse, durante il regno di Bush senior (successore di Reagan), parlare di ipocrisia da parte dell’esercito in una nazione come gli USA: ed è proprio per questo assunto che il testo letterario di Heinlein venne modificato ed asservito nella drammaturgia del film alla scopo di mostare, come la risoluzione di un conflitto militare e geopolitico che passi attraverso l’eliminazione fisica del nemico sia sempre da preferire a qualsiasi accordo diplomatico e quindi che non ha alcuna importanza, nella finzione della storia, che ciò che si è mostrato con la forma per noi ripugnante di un insetto abbia in realtà più intelligenza e cultura di tutti noi umani messi assieme, giacché il dovere di un buon soldato sarà sempre quello di uccidere e bonificare il territorio, senza alcuna pietà (concetto ripreso 15 anni dopo dal film di Gavin Hood Ender’s Game).

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Senza un braccio, infilzato come un tordo, strappato a metà all’altezza del busto da un mostro sottorraneo ed infine ucciso come atto di pietà da un suo sottoposto, Jean Rasczak non è uno degli eroi di questa epopea militare fantascientifica, ma è la sua coscienza: condannato a morte già dal primo momento che compare sulo schermo, come una di quelle figure tragiche che servono prorio ai protagonisti buoni e belli per comprendere l’ineluttabilità delle scelte sbagliate ed al pubblico per capire che la violenza attira sempre altra violenza e che l’unico modo per sopravvivere in qualche modo è smettere di fare parte di quel sistema.

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Questo è quello che stava per capitare davvero anche allo stesso Ironside, quando al termine del quarto capitolo della saga di videogames Tom Clancy’s Splinter Cell (a marchio Ubisoft), il nostro attore, che aveva sin dall’inizio prestato la sua voce morbida e baritonale al protagonista principale del gioco, stava per mollare tutto, stanco per la ripettività della trama ed anche per la piega che negli ultimi episodi aveva preso la storyline, connotando il personaggio con degli elementi fortemente in contrasto con gli ideali politici del nostro attore, ma poi gli venne consegnata dagli autori la sceneggiatura del quinto capitolo, dove tutto era rimesso in discussione e Michael riprese fiducia nel progetto, senza abbandonarlo più: dal 2002 ad oggi la sua voce è sempre stata quella di Sam Fisher, ex membro del Third Echelon, responsabile occulto delle black ops all’interno della NSA (National Security Agency) e attualmente comandante operativo del Fourth Echelon, un nuovo gruppo addetto ad operazioni speciali segrete antiterrorismo, che riferisce solo al Presidente degli Stati Uniti.

La mia lunga digressione termina qui, anche se il portfolio delle interpretazione di Michael Ironside è talmente ricco e variegato che meriterebbe una vera enciclopedia, ma quanto avevo da dire su questa figura silenziosa e prestigiosa del cinema nordamericano l’ho detto e da adesso in poi rischierei solo di ripetermi.

Resta solo un vago dispiacere per non aver potuto spostare adeguatamente i riflettori del mio post su altre maschere ancora del nostro maestro canadese ed è per questo che mi sono concesso qui una piccola carrellata di citazioni di altri ruoli, solo per ribadire per l’ennesima volta come la sua sia stata ed è tutt’ora una figura incredibilmente presente nello schermo e nei ricordi di noi spettatori…

Michael-Ironside---Top-Gun---Rick-Heatherly

Come il rancoroso Luogotenente e Capo Istruttore Rick Heatherly, sconfitto da Maverick durante la sua prima sessione di allenamento, in Top Gun di Tony Scott del 1986…

Michael-Ironside---The-Machinist---Miller

Come Miller, il collega di lavoro anziano, che perde un braccio in un incidente per colpa di Trevor Reznik, l’operaio che soffre di insonnia cronica nel thriller psicologico The Machinist del 2004…

Michael-Ironside---Cold-Case---Murillo

Come il Comandante Murillo dell’angosciante verità sepolta nel Cold Case del 2009 dell’omonima serie televisiva…

Michael-Ironside---Terminator-Salvation---Hugh-Ashdown

Come il generale Hugh Ashdown, leader originale della resistenza contro le macchine, nella linea temporale di Terminator Salvation del 2009…

Michael-Ironside---Castle---Victor-Racine

Come il boss della mafia Victor Racine, arrestato da Beckett , Demming , Castle e Ryan, in Den of Thieves, 21° episodio della Seconda Stagione del 2010 del serial Castle.

Michael-Ironside---X-Men-First-Class

Come l’anonimo Comandante della 7° flotta della Marina degli Stati Uniti, che osserva terrorizzato i missili da lui stesso lanciati che stanno tornando indietro, contro le sue navi, deviati da Magneto in X-Men: First Class del 2011…

Michael-Ironside---The-Flash---Lewis-Snart

Come Lewis Snart, l’ex-agente di polizia corrotto di Central City, padre violento di Captain Cold e Golden Glider in “Family of Rogues“, terzo episodio della Seconda Stagione del 2015 della fiction The Flash

Michael-Ironside---Sincronicity---Klaus-Meisner

Come il bieco uomo d’affari Klaus Meisner che vuole prendere possesso del Ponte di Einstein-Rosen artificiale creato dai due fisici nel B-Movie Sincronicity del 2015…

Michael-Ironside---The-Alienist---JP-Morgan

Come il banchiere JP Morgan nella serie televisiva The Alienist del 2018…

Ora è davvero tutto! Grazie ad ognuno di voi per la gentile pazienza.


A questo link, potete trovare la sotto-pagina del blog dedicata a Michael Ironside

Michael-Ironside


In questo post abbiamo citato i seguenti film:

Scanners“, CAN, 1981
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: David Cronemberg

Spacehunter: Adventures in the Forbidden Zone“, USA, 1983
Regia: Lamont Johnson
Soggetto e Sceneggiatura: David Preston, Edith Rey, Daniel Goldberg e Len Blum

Total Recall“, USA, 1990
Regia: Paul Verhoeven
Soggetto e Sceneggiatura: R. Shusett, D. O’Bannon, G. Goldman, R. Shusett e J. Povill
dal romanzo We Can Remember It for You Wholesale di Philip K. Dick

Neon City“, CAN, 1991
Regia: Monte Markham
Soggetto e Sceneggiatura: Ann Lewis Hamilton, Jeff Begun e Monte Markham

The Next Karate Kid“, USA, 1994
Regia: Christopher Cain
Soggetto e Sceneggiatura: Mark Lee

Starship Troopers“, USA, 1997
Regia: Paul Verhoeven
Soggetto e Sceneggiatura: Edward Neumeier
dal romanzo omonimo di Robert A. Heinlein

Turbo Kid“, CAN, NZL, 2015
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: F. Simard, A. Whissell e Y. K. Whissell


Per chi volesse approfondire la vicenda tragica della Thalidomide, oltre alla miriade di articoli e reportage sparsi per la rete, può anche vedersi questo breve documentario di 12 minuti circa, realizzato dalla redazione del The New York Times:


Mark Irwin è uno dei più famosi direttori della fotografia canadesi, specializzatosi in film horror, collaboratore fidato di Cronenberg e Wes Craven, nonchè da tempo membro sia della ASC (American Society of Cinematographers) e della CSC (Canadian Society of Cinematographers), le quali ricordiamo a tutti (nel caso ve ne foste mai chiesto il significato, quando vedete quelle sigle nei titoli di coda, a fianco del nome dell’artista) sono una sorta di onorificenza di cui fregiarsi, assegnata da organizzazioni culturali senza fini di lucro, che raccolgono i migliori professionisti del settore, distintisi come esempi da imitare nel loro lavoro.

In questo brevissimo intervento, Irwin ci spiega come è stata realizzata la famosa scena della testa che esplode, nel film Scanners:


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57 pensieri su “Michael Ironside: l’anima cattiva degli anni ’80 e ’90

  1. Ci sono ben 2 piacevoli coincidenze relative al tuo post.
    La prima è che l’ho letto subito dopo aver visto Chef – La ricetta perfetta, film diretto da uno dei tuoi beniamini (Jon Favreau). Ebbene, qua dimostra di saper intrattenere egregiamente gli spettatori anche senza le fracassonate alla Michael Bay: se ti sei perso questo film decisamente atipico per lui, te lo consiglio caldamente.
    La seconda è che ho parlato di Karate Kid 4 proprio pochi giorni fa, in una conversazione con il mio amico Conte Gracula (https://cupavoliera.wordpress.com/2018/07/06/geekoni-film-festival-super-8/). Non è la prima volta che mi capita: già in passato un film o una canzone non di tendenza finiva per spuntarmi fuori dappertutto. Ad esempio, nei momenti cruciali della mia vita mi è successo più volte che per puro caso ci fosse in sottofondo questa canzone:

    Forse Dio vuole farmi capire qualcosa, ma ti confesso che non sono riuscito a decifrare il messaggio.
    Riguardo al tuo post (strepitoso come sempre), mi sono piaciuti 2 punti in particolare:

    – Quello in cui condanni il 3D, inutile orpello che induce gli spettatori a focalizzarsi più sulle scene spettacolari che sulla storia, e quindi li porta a badare più alla forma che alla sostanza;
    – Quello in cui condanni il remake di Atto di forza: infatti anch’io sono stufo marcio di sequel, prequel, remake, reboot e tutti gli altri termini con cui fa figo indicare la rimasticatura di roba già fatta. Tuttavia il mese prossimo farò un’eccezione, e andrò a vedere The Equalizer 2: il primo capitolo era troppo figo per ignorare il secondo. 🙂

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    • Carissimo Jonathan sei sempre tra i primissimi miei follower ed amici che commenta i miei post e che oltretutto mi riempie sempre di belle parole! Non so se Dio ti voglia dire qualcosa, ma di certo se il Nuovo Testamento ha aggiunto alla primaria obbedienza e fede cieca nella divinità (del Vecchio Testamento), il concetto di “misericordia” con la figura della Maria Vergine e di “amore icondizionato per il prossimo” con la figura del Cristo, tu di questo sai bene come declinarne il sinonimo ovvero l’amicizia.

      Coincidenza per coincidenza, nel marzo del 2015 io sul mio blog recensii (in uno dei miei rarissimi post interamente dedicati ad un solo film) proprio il film di Jon Favreau di cui parli tu ed ovviamente usai per esso parole entusiastiche, conscio dei suoi limiti, certo, ma anche memore della gioia che mi aveva fornito (la moglie cubana di Casper, poi, era interpretata da un mio idolo anche di Instagram, la giunonica e solare Sofia Vergara!).

      Comunque si, il 3D è una tecnologia che mi fa schifo, mi ha sempre infastidito e per la quale mi rifiuto categoricamente di guardare al cinema un film così realizzato (tanto si puà sempre optare per la versione 2D in tutti i multisala).

      Ancora grazie, amico mio!

      P.S. MItico Alan Parson, era grande sia quando faceva l’ingegenere del suono dei Pinl Floyd, sia quando ha fatto musica da solista!

      P.P.S. Non è assolutamente il migliore dei brani della bravissima Zilli, ma il video è carinissimo

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      • Sofia Vergara è anche un mio idolo: ricordo che ne parlammo nei commenti di un vecchio post di Lapinsù (https://lapinsu.wordpress.com/2016/03/03/knock-knock-il-panino/). Tra l’altro, riguardo a lei c’è anche una terza incredibile coincidenza: stamani ho guardato questo film soltanto per lei, e soltanto dopo ho scoperto che proprio oggi è il suo compleanno.
        Riguardo a Nina Zilli, è tutto il suo ultimo album a non essere un granché. In pratica salvo soltanto “Mi hai fatto fare tardi”, che guarda caso è stato il primo singolo che ha lanciato. Tra l’altro è proprio nel video di “Mi hai fatto fare tardi” che la sua particolarissima bellezza e sensualità trova sfogo in tutta la sua evidenza. Quest’ultimo video non l’ho ancora visto, e adesso colmo subito la lacuna. Grazie a te per la risposta e per avermelo fatto scoprire! 🙂

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          • Hai detto bene: con le giuste canzoni. Questa volta purtroppo non è riuscita a produrle (perché lei se le scrive da sola, e questa è senza dubbio una nota di merito).
            Tornando a Sofia Vergara, oggi sono andato a vedere La prima notte del giudizio (film da 3 stelle), e durante i trailer mi è piombata addosso una notizia celestiale: tra 15 giorni esce il suo nuovo film, Bent – Polizia criminale. Mi costerà una fatica immane uscire di casa con il sole a picco del 25 di Luglio, ma mi fionderò comunque a vederlo il giorno stesso dell’uscita: per Sofia questo ed altro! 🙂

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              • 3 stelle su 5: tra tutti i film che ho visto in vita mia, quelli a cui darei 3 su 10 sono una ventina al massimo. Purtroppo l’anno scorso me ne sono toccati ben 5 (su 112 film visti); quest’anno ne ho già guardati 169, ma di film pessimi me ne è capitato solo uno (5 bambole per la luna d’Agosto).
                Tra l’altro negli ultimi giorni ho visto 2 filmoni che mi ero scordato di segnalarti:
                – The Program: visto solo per Craig Sheffer, l’adorabile protagonista di In mezzo scorre il fiume. Riesce ad emergere anche in questo film corale, pieno di personaggi interessanti e di attori bravi quanto lui;
                – Bronx: De Niro si è palesemente ispirato al suo amico Scorsese per la sua prima prova da regista, e il risultato è stato il film migliore che abbia visto nel 2018.

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                  • Diciamo che è solo uno dei tanti temi toccati dal film. Un po’ come il genocidio degli armeni è solo uno dei tanti temi toccati da The Promise, anche se a leggere le recensioni sembra che parli solo di quello. Davanti ad un film ricco di tematiche, anziché sviscerarle tutte, molti recensori preferiscono mettere in risalto solo quella che gli interessa di più, oppure quella che ritengono preponderante rispetto alle altre. Forse è anche un modo per non svelare troppo in merito al film.
                    Detto questo, è necessaria una precisazione: La prima notte del giudizio è un film come ce ne sono tanti, The Promise è un filmone come ce ne sono pochi. Li ho accostati unicamente perché in entrambi i casi la trama è molto più ricca di quanto non sembri a leggere le sinossi su Internet. Per Bent – Polizia criminale le sinossi non le leggerò proprio: c’è la Vergara, e tanto basta! 🙂

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                    • Fai bene! Comunque Bronx di De Niro l’ho vista a suo tempo ed effettivamente è un gran bel film, anche se effettivamente il debito che ha nei confronti del cinema di Scorsese è molto forte e ne limita un po’ l’originalità, ma resta una grande bella prova di regia da parte di un attore che nessuno pensava sapesse anche dirigere film così belli… The Program invece lo devo ancora vedere, ma non mancherò certamente di farlo!

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  2. “Più il cattivo è riuscito, più il film sarà bello” è una frase fatta, di quelle che si ripetono ad una cena tra amici comuni dei perfetti sconosciuti, mentre annuiscono distrattamente. Si potrebbe realizzare un vocabolario di queste frasi: “Ho visto il film, ma il libro è nettamente più bello”, “Ah, i film indie sono i migliori”. Si tratta insomma di varianti cinematografiche delle banali amenità di cui si discute in ascensore: “Non ci sono più le mezze stagioni”, “Piove, governo ladro”, “Rigore per la juve”.
    Ora, come tu sia riuscito non solo a dare forma ma per di più regalare una preziosissima e interessantissima sostanza a una banalità come quella del cattivo nel film, è francamente un mistero difficile da disvelare.
    Sicuramente le carismatiche interpretazioni di Ironside aiutano: chiunque, almeno una volta nella vita, lo ho visto in un film o in un telefilm (poi un giorno ti spiegherò perché, pervicacemente, continuo a usare il termine telefilm, reminescenza degli anni 80 che però secondo me calza perfettamente con la nuova serialità televisiva).
    Tuttavia c’è dell’altro, perché il surplus di conoscenza, competenza e capacità divulgativa che TU hai messo sul piatto fa la differenza. Perché se gli ingredienti del ciambellone li compri al supermercato, puoi fare un dolce commestibile. Ma se prendi le uova del contadino, la farina del molino di campagna, il lievito del fornaio e lo zucchero non raffinato, allora avrai fatto un dolce coi controcosi, esattamente come questa tua lunga e piacevolissima dissertazione.
    Conosco poco Ironside, il primo suoi film di cui ho memoria è ATTO DI FORZA co Swarzy. Ovviamente lo ricordo in Smallville e più recentemente l’ho visto in Turbo Kid (film che tu mi consigliasti ma che, te lo confesso candidamente, pur non lasciandomi nauseato, ho apprezzato blandamente, di sicuro molto meno di te). Alla luce di ciò nemmeno mi permetto di entrare nel merito del tuo post perché, molto semplicemente, non lo farei senza cognizione di causa, imbruttendo la qualità di questa pagina.
    Pertanto, con quello che potrebbe sembrare un volo pindarico che in realtà è un triplo salto carpiato effettuabile senza sbavature solo da Tania Cagnotto o dagli Ermenauti, passo comunicarti che
    HO FINITO LA SECONDA STAGIONE DI WESTWORLD
    Ammetto di essere dovuto ricorrere a non pochi spiegoni su internet per capire tutti i passaggi (e comunque alcune cose rimangono immerse nel dubbio).
    Non entro troppo nel merito, perché temo di non esserne capace. Mi permetto però di convenire con la breve disamina che mi fornisti via whattsapp: il plot della stagione è meraviglioso ma purtroppo è stato parzialmente vanificato da una sceneggiatura che nei primi 5/6 episodi è un po’ vacillante, per poi iniziare un intenso crescendo dall’episodio 7 (Les Écorchés) fino all’ultimo meravigliosissimo THE PASSENGER.
    Credo che però il punto dolente della stagione sia stato l’impossibilità di giocare con le linee temporali illudendo lo spettatore circa la loro sequenzialità: il giochino (per altro meraviglioso) visto nella prima stagione non poteva ripetersi nella seconda.
    E poi, diciamocela tutta, l’uso centellinato di Hopkins è stato negativo… tutti avremmo voluto più FORD nella serie…
    Ma vabbè, prodotto resta bellissimo, una spanna sopra la quasi totalità della produzione seriale degli ultimi tempi. E tanto basta.
    Lunga vita a Westworld

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    • Sto ancora ridendo per il fatto che hai inserito nel rapido elenco delle più comuni frasi fatte anche una spassosissima «rigore per la juve», cosa che fa meglio comprendere a chiunque ti legga il significato di codice doppio, come definizione stessa dell’ironia, di cui tu sei maestro, insieme alla capacità di mettere in scena delle pantomime di situation comedy familiari (ma quella è un’altra storia… ed anche «è un’altra storia» è una frase fatta di secondo livello, un po’ come la risposta buona per tutte le situazioni sentimentali «è complicato»…)!
      Per altro, cosa ci si può aspettare da due ermenàuti che chattano, se non che una svalangata di ermenàuticissimi commenti? Quindi salutiamo Ironside e passiamo ad altro…
      WESTWORLD SECONDA STAGIONE
      – – – SPOILER ALERT (per chi non ha visto ancora la seconda stagione) – – –
      Il meccanismo di sceneggiatura zoppicante delle prime puntate era per me basato proprio sulla volontà degli autori di non replicare quel meccanismo di narrazione su diversi piani temporali narrati in modo quasi simultaneo, che ad onor del vero non è stato gettato via del tutto, ma solo non è stato più usato come cardine del mistero (nella prima stagione un po’ del fascino era stato infatti creato ad arte, usando la confusione per aumentare la suspence e la fascinazione) e questo forse ha dato meno mordente ed appeal ai primi 5 episodi, rendendo al contempo la storia (solo apparentemente) più lineare, almeno finché lo spettatore non ha compreso l’inganno in cui era caduto nei primi episodi ed ovvero che non si trattava assolutamente di narrare in modo piatto la prosecuzione della storie individuali dei vari personaggi, introducendone anche di inutili (come la figlia di William), ma l’inizio di una nuova cronaca e di una nuova verità (bellissimo il parallelo tutto meta-filmico e meta-narrativo tra ciò che Nolan, come sceneggiatore, fa nelle singole stagioni, creando delle storie e quello che fa il personaggio di Ford nel parco, con le sue nuove narrazioni), molto più vaste e complesse della prima, perché includono una riscrittura dei significati della prima stagione (Ford come apparente geniale creatore di un mondo artificiale dove i robot/residenti vivevano per far divertire i ricchi ospiti, ma Ford anche come messia salvatore, che con il gioco del labirinto voleva condurre i residenti verso la Terra Promessa dell’autocoscienza, usando lo schema evolutivo della mente bicamerale) e soprattutto creava il presupposto per l’uscita reale dei robot nel mondo reale.
      Tutto questo lo si evince solo dalla due figure centrali della stagione ovvero Bernard e Dolores, il primo costruito come replica impossibile del socio di Ford e co-creatore del parco e la seconda come campionessa dei robot, il vero spirito libero che incontro dopo incontro setta lo stesso Bernard, in quelle riunioni nella cantina, affinché fosse fedele non agli umani ma ai nuovi robot liberi ed audoterminanti.
      Ci sono dei momenti altissimi in questa stagione, come tutta la caratterizzazione dell’anima nera di William (in quell’episodio in cui lui stesso ci parla di quella macchia di cui all’inizio lui solo si avvedeva ma che poi apparve anche la moglie, portandola al sucidio, in una parabola di dolore e paranoia e che si conclude con l’omicidio della figlia) o la parentesi action ambientata nel parco a tema nipponico o il concetto di eden per i robot che valicano il confine elettronico come coscienza per rifugiarsi in un cloud altrove, come dati in una mega SSD (come dice Dolores, l’ennesima prigione dorata di Ford) o l’immagine di una resuscitata e modificata Clementine che cavalca tra i robot dissidenti come il cavaliere dell’apocalisse della morte, seminando odio e violenza come emanazione elttromagnetica di comando, da sé ai cervelli positronici degli androidi, grazie ai privilegi di ammnistratore concessi dai meccanici che l’hanno modificata e poi il finale, con la circolarità di quella casa costruita nel mondo reale dal socio di Ford, in cui Bernard portava Dolores quando pensava di essere umano ed in cui si ritrova alla fine come alter-ego robotico di Adamo insieme ad un Eva con cui sarà inevitabilmente in conflitto, ma solo per rendere in un futuro davvero possibile la vera libertà per gli altri robot, per ora salvati e confinati, con una meccanismo narrativo che è palese omaggio alla filosofia creata dalle Wachowski alla fine della trilogia di Matrix, in cui mostrano l’Architetto e l’Oracolo, entrambi programmi creati dalla macchine, apparentemente in lotta, l’uno per distruggere la ribellione degli umani liberatisi e l’altro per incoraggiare la speranza di vittoria e per questo entrambi funzionali, come la notte ed il giorno per garantire la vita.
      Un’ultima chiosa: Ford non doveva nemmeno esserci in questa seconda stagione e solo grazie ad un artifizio narrativo di Nolan e consorte poterono richiamare Hopkins sul set, perché il suo personaggio era morto e tale è rimasto, giacché come viene detto nel finale non era vera nemmeno la sua sopravvivenza come sola coscienza dentro una simulazione virtuale, così come non era vera nemmeno la sub-routine in cui il suo ricordo impartiva ordini, ma era sempre e solo la coscienza di Bernard (di nuovo la mente bicamerale, con la parte cosciente che da ordini all’altra) e per questo scompare come la schiuma delle onde, in quella magnifica scena anche troppo spiegata.
      Sugli attori, oltre chiaramente ad Hopkins ed alla protagonista assoluta Evan Rachel Wood (una dea), ho amato particolarmente tutte le scene con Tessa Thompson (grandiosa nel finale!) e la stralunata Shannon Woodward (forse la più in parte di tutti e che quando faceva duettare la tecnica Elsie con Bernard era deliziosa), mentre tra gli uomini mi sono proprio crogiolato sulle scene in cui Zahn McClarnon fa il nativo americano che scopre la verità sul mondo aldilà della porta, come uno di quegli eroi della mitologia greca antica che va nel mondo dei morti (con le scene piene di robot cadaveri o spenti assolutamente meravigliose) alla ricerca della sua amata e che condurrà il suo popolo oltre il mar rosso, nei campi elisi lussureggianti di erba, come quelli che accarezza Russel Crowe in Gladiator.
      Tutto questo è meraviglioso ma anche nulla nei confronti della serie tv che da qualche giorno mi sta devastando per la sua mostruosa bellezza e di cui ho già rivisto QUATTRO volte il primo episodio, alternando la lingua italiana con la lingua originale sottotitolata… Ma come dicevo prima, questa «è un’altra storia».
      Un abbraccio

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      • Non ho letto il saggio di Jaynes sulla mente bicamerale ma ne ho tratto solo alcune considerazioni mediate da altri, il che è sempre rischioso perché nella fase di mediazione si inseriscono sempre concetti altri, spesso alieni alla teoria originale.
        Tuttavia, dato che non sono antropologo o psicologo, me li devo far bastare.
        È una teoria interessante, non c’è che dire, che per altro si adatta perfettamente per essere il file rouge intorno al quale si svolge la ridefinizione della propria consapevolezza di cui sono protagonisti molti androidi, per altro in maniera eterogenea. In questo senso, i 3 androidi più significativi sono Dolores, Meave e l’indiano (scusa non ricordo il nome esatto) ma tutti arrivano alla consapevolezza di sé e della propria coscienza seguendo modi diversi che li portano su direttrici spesso anche discordanti.
        Forse sono il solo (ma non lo credo) tuttavia ho rilevato diverse commistioni ontologiche con Blade Runner (sia il primo che il secondo): in fondo in ambi i casi ci sono degli androidi che più o e meno consapevolmente cercano di autodeterminarsi e affrancarsi dai loro creatori. Questo, in somma sintesi, è un po’ il percorso che da millenni cerca di compiere l’uomo stesso.
        In pratica (e qui chiudo la premessa pallosa) questi racconti di Chricton e di Dick potrebbero essere considerati come degli esperimenti meta-narrativi attraverso cui viene rappresentato il percorso di autocoscienza dell’uomo stesso. Ma qui mi fermo, perché le mie competenze gnoseologiche e filosofiche sono superficiali e rischierei di impatanarmi.
        Alla fine resta solo una serie meravigliosa che l’indiscutibile e imbattibile merito di usare molti registri attraverso cui creare innumerevoli strati di significato: lo spettatore può fermarsi ad uno o due oppure può decidere di approfondire e scoprirli tutti, il che rende Westworld una delle serie più complesse e belle di questo decennio.
        PS 1: mi hai incuriosito. Quale è la serie tv che hai iniziato a vedere adesso e di cui ti sei gustato per ben 4 volte il primo episodio????
        PS 2: permettimi di dissentire sul personaggio di Emily, la figlia dell’uomo in nero. Asserire che fosse inutile è oltremodo oltraggioso:

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        • Ah, ah, parlavo solo ai fini della trama (bastava già nell’episodio sul suicdio della madre, il resto è stata ridondanza), per il resto è impeccabile e necessaria e vederla è sempre un piacere!!!
          Sulla tua premessa, caro amico, applausi, applausi ed appalusi: c’è moltissimo di Blade Runner, perché c’è moltissimo di Dick, del suo pessimismo, della sua visione nichilista sui replicanti e su un’umanità dall’anima replicabile e perfettibile, quindi concordo con te, assolutamente.

          P.S. 1: Patrick Melrose. Ho dovuto persino modificare il mio Pantheon sul blog… Cumberbatch, ora, in questo istante, è per me il più grande interprete maschile vivente e prima di questa serie non lo avrei mai detto… Lo avrei messo tra i migliori, forse, ma avrei apprezzato in molti casi più il personaggio dll’attore, ma qui no, qui vince lui, in modo talmente devastante da togliere il fiato! Inoltre, tu che hai sky lo puoi vedere in originale con i sottotitoli, perché l’apprezzamento è completo e te lo giuro in ginocchio il mio non è snobismo! In questo caso la differenza è mostruosa, perché il doppiatore per quanto bravo non può arrivare fino alle stelle!!!

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          • La prima volta che ammirai Cumberbatch fu nel film ESPIAZIONE (ATONEMENT). Interpretava il “cattivo” di turno e lo faceva alla grande ma confesso che in quel bellissimo film rimasi principalmente folgorato da McAvoy e dalla Knightley (all’epoca di una bellezza conturbante come poche).
            Qualche anno più tardi me lo ritrovai però nella serie SHERLOCK di Moffat e Gatiss e ne fui letteralmente folgorato.
            E’ una delle poche serie tv che ho sempre visto sia doppiata che in lingua originale ed effettivamente le sue capacità vocali sono impressionanti (non è un caso che presti la sua voce a tantissimi cartoni).
            Tuttavia quell’amore incondizionato per la sua interpretazione poteva essere drogato: la mia passione per HOlmes, infatti, temevo inficiasse il mio giudizio.
            A ben vedere sarei dovuto rendermi conto che il mio religioso apprezzamento per Holmes mi rendeva più critico di chiunque altro verso chi interpreta il suo ruolo e quindi il mio gradimento verso lo Sherlock di Cumbebatch aveva valore doppio.
            Tuttavia, ogni mio dubbio fu sicuramente fugato dalla visione di The Imitation Game (che gli valse anche la candidatura all’Oscar): una interpretazione sempliemente sontuosa.

            Avevo visto su SKY la pubblicità di questa nuova serie con lui protagonista ma poi mi son dimenticato di programmare il mysky… mannaggia a me.
            Vado subito a recuperarla sull’on demand ma, al solito, aspetterò di avere tutti gli episodi (mi pare siano solo 5) prima di gustarmi di nuovo Benedetto Nostro.
            Anche se, te lo confesso, le tue lodi sperticate fanno vacillare i miei propositi di binge watching…

            E ti confesso anche che mi ha stupito il suo assurgere così rapidamente nel tuo olimpo, tanto da definirlo il miglior interprete vivente. Per carità, son gusti personalisi e per questo insindacabili, ma questo tuo sbottanarti così apertamente mi ha lasciato a bocca spalancata.

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            • Ha lasciato stupito anche me! Te lo giuro!!! E’ stata un’epifania, come quando di colpo tutte le tessere di un mosaico vanno ad incastrarsi e trovi il posto per pezzi che hai cercato di abbinare per ore o giorni…
              Come dicevo con Gianni Ilperdilibri, ho fatto anch’io un medesimo percorso del tuo, considerando da sempre Cumberbatch molto bravo ma il suo magistrale lavoro in Sherlock mi faceva dubitare del mio senso critico, perché anch’io come te temevo di applaudire il character più che l’attore (amiamo Sherlock ed amiamo quegli adattamenti televisivi specifici), poi una serie di prove magistrali, tra cui la da te citata in The Imitation Game ed altre parti invece minori, in cui comunque mostrò grande ecletticità, come ne La Talpa o fare il gigione in Doctor Strange… Ma quello che ho visto in questa fiction è stato qualcosa di travolgente: mi ha letteralmente steso sul pavimento!!!

              I romanzi da cui la minisrei è tratta (molto inglesi, molto cinici, molto perfida Albione) richiedevano un interprete dal carattere shakespeariano (vittima del padre violento e potente, parla con i fantasmi della sua coscienza, va a recuperare le ceneri del genitore defunto), con prestanza fisica magnetica ma anche stralunata ed allampanata alla Peter O’Toole (c’è una citazione sublime del capolavoro di David Lean Lawrence d’Arabia, quando al ristorante da solo, parlando a se stesso, in preda alla droga, urla «Abbiamo preso Aqaba!» tra lo stupore generale) ed infine un interprete contemporaneo di taglio sociopatico alla Trainspotting e la scelta di Cumberbatch è stata assurdamente azzeccata: guardi la prima puntata e sembra un monologo teatrale e poi arrivi alla fine della puntata, con la telefonata all’amico e vedi Cumberbatch cambiare lentamente espressione sul volto, spaventarsi, poi intristirsi e poi ancora vedi nei suoi occhi lo sgomento che apre la porta all’angoscia e poi al dolore e poi lui che piange senza stacchi di cinepresa e… Ho riavvolto e rimesso più volte la scena!

              Inoltre la fiction è ambientata negli anni ’80, con una dovizia culturale sugli effetti reali delle droghe più in voga in quel periodo (ti ricordi il Quaalude? La droga protagonista della mitica scena in cui DiCaprio si trascina a terra incapace di usare braccia e gambe in modo coordinato? Ebbene qui ne trovi un sunto, meno ridondante, più realistico ma anche ironico nel suo essere tragico…).

              Poi il padre è l’Agente Smith di Gran Burrone…

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              • ho stampati nella memoria i primi piani di CUmberbatch sulle scene finali di The Imitagion Game, quando ormai la mente di TUring sta lentamente cedendo sotto l’effetto dei farmaci.
                Lo spavento e il vuoto, mai prima di allora li avevo saputi leggere così bene nello sguardo di un attore.
                Posso invece confessarti che il suo Doctor Strange mi ha fatto abbastanza cagare?
                Cioè il film è carino, è simpatico, è divertente, lui è sempre eccelso e poi la McAdams che è bella e brava pure quando si taglia le unghie dei piedi, però alla fine della fiera non resta niente. In generale resta poco alla fine di ogni film marvel-disney perchè sono prodotti che puntano un gradimento immediato ma poco profondo e quindi per natura volatile, tuttavia in questo caso resta meno di altre volte.
                E il fatto che mi abbia fatto questa impressione NONOSTANTE l’interpretazione di Cumberbatch, non è un bel biglietto da visita.

                Ora so curioso di vederlo nel film dove interpreterà Edison, dovrebbe uscire a breve (anche se poi è un dettagli inutile dato che vado al cinema ogni morte di papa e mi toccherà aspettare come sempre l’uscita in home video)

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                • Quello che molti finti appassionati di cinema non tengono in conto quando parlano dei cinecomics di taglio supereroistico è proprio quello che hai detto tu ovvero che alla fine quando esci dal cinema, una volta passata l’eccitazione e l’adrenalina per quello che si è visto, spesso nel cuore ti rimane davvero poco. Basti solo pensare che il blogger nostro amico maggiormente nemico del cosiddetto cinema autorale da Festival e più amante del cinema trash ovvero Wwayne li disprezza massimamente. Vorrà pur dire qualcosa?

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  3. Ho avuto il piacere di scoprire Ironside da bambino, quando in TV con i miei vedemmo “Scanners”: ovviamente quel volto e quegli occhi mi si impressero a fuoco nel’anima. Hai ragione, ogni film, anche il più Z, è impreziosito se nel cast spunta Michael, e sono davvero tanti i suoi ruoli. Mi è capitato anche ultimamente in un incredibile filmaccio che scopiazzava proprio gli scanner di Cronenberg: vedere negli anni Novanta Ironside di nuovo alle prese con una sfida psichica è stata una bella emozione ^_^

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    • Lucius Etruscus, ho il terrore di apparire troppo ruffiano ai tuoi occhi, ma sappi che la tua presenza nello spazio commenti del mio blog mi onora non poco!

      Sono come sai tuo fedele ed ammirato follower e lo sarò anche qualora tu non trovassi mai né tempo né occasione per leggere le mie cose: non credo nei “like di scambio” e tantomeno nelle marchette di reciproca pubblicità, ma i tuoi siti valgono sempre il tempo speso nel leggerli… Foss’altro per la miniera di informazioni su cui costruisci i tuoi interventi, mentre io sono infinitamente più altalenante e troppo “pontificante”…!

      Ironside è un grande, davvero e mi fa piacere che anche tu ne condivida l’apprezzamento!!

      Alla prossima, collega!

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  4. La prima volta che lo vidi su uno schermo era con Starship Troopers. Un attore che fa una certa impressione per la sua bravura. Sicuramente questo tuo articolo fa onore a questo attore che meriterebbe più rispetto. Tra l’altro mi hai appena ricordato di vedere Turbo Kid. Mi aveva incuriosito ma per vari motivi non l’ho ancora visto. Grazie mille!

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    • Sono quasi commosso dal fatto che continui a frugare nei miei post, lasciando sempre commenti non solo generosi ma anche stimolanti!
      Ti ringrazio quindi per l’ennesima volta, sia per le tue belle parole, sia anche per la tua passione e voglia di cinema! … Che bello!

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