Sofia Boutella: una Principessa tra Mare e Deserto

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Il disgraziato quartiere popolare di Bab El-Oued, nella periferia povera di Algeri, teatro nel dopoguerra delle drammatiche repressioni dei moti d’insurrezione e di resistenza locali (raccontati in modo meraviglioso dal grande Gillo Pontecorvo nel 1966 con il suo bellissimo ed asciutto La battaglia di Algeri) e molto più recentemente testimonianza urbana dei disagi di una vasta popolazione di circa 100.000 operai, che accerchiano con le loro abitazioni scadenti le tantissime fabbriche del luogo, è stato portato sul grande schermo per ben tre volte dal regista algerino Merzak Allouache.

Lo ha fatto con i suoi lungometraggi Bab El-Oued City del 1994, Bab el web del 2005 ed infine con l’affascinante Es-Stouh (Les Terrasses) del 2013 (distribuito nei paesi anglosassoni con il titolo Rooftops), l’unico che ho anche visto personalmente di tale trilogia, ma che sono certo sarebbe piaciuto moltissimo allo scrittore Italo Calvino, per la stranissima circolarità della messa in scena, con le sue cinque storie, scandite dalle cinque chiamate giornaliere alla preghiera musulmana ed ambientato su cinque diverse terrazze, che raccontano l’inizio di cinque storie, come cinque incipit di cinque mondi così lontani eppure così vicini.

In lingua araba Bab El Oued significa Porta del Fiume ed è da quella porta che nel 1982, venne alla luce, in una famiglia borghese ma non benestante, Sofia Boutella, una ragazza destinata a diventare prima ballerina e poi attrice dalla straordinaria presenza scenica, con una carriera che a leggerla sembra ancora più inverosimile della sceneggiatura della commedia di impronta musicale Honey, con quell’angelo delle meraviglie (non proprio recitative) di Jessica Alba: spinta dal padre, un pianista e compositore jazz, la Boutella studiò danza classica sin dall’età di cinque anni, poi si trasferì in Francia con tutta la famiglia e là imparò anche ginnastica ritmica, con tale impeto che a diciotto divenne addirittura atleta della nazionale olimpica della sua nuova patria, senza però mai abbandonare il suo amore per la musica dance ed hip-pop, fino all’incredibile giorno in cui le sue due passioni si fusero assieme e venne scelta come testimonial per uno spot pubblicitario di sessanta secondi della Nike, coreografato da artisti del mondo della videomusic; da quel momento, aumentarono sempre di più le sue presenze nei video musicali, nei concerti dal vivo di pop star del calibro di Madonna, fino alla partecipazione nei cast di film di genere dance drama come StreetDance 2 e poi, infine, la vera svolta recitativa, quando la stramba ed artisticamente innovativa coppia di cineasti Matthew Vaughn (regista e sceneggiatore) e Jane Goldman (blogger, scrittrice e sceneggiatrice) la vollero nel loro film Kingsman: The Secret Service del 2014.

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Quell’anno, Sofia era nata per la seconda volta e questa volta come Gazelle, il prodigioso character assistente personale del malvagio Valentine, spietata killer con delle protesi affilate come lame al posto delle gambe (personaggio che non dimentichiamo nel fumetto originale corrispondeva a quello di un uomo di colore, grande e grosso ed anche se quella non è di certo l’unica differenza tra la graphic-novel ed il film, è decisamente una delle più vistose).

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Se nella finzione Gazelle avesse fatto parte insieme ad Eggsy della squadra di allievi della scuola Kingsman per futuri agenti segreti, probabilmente non solo non avrebbe esitato un secondo a sparare al cane, nello stramaledettissimo e cinico test, ma gli avrebbe anche tagliato la testa, perché il suo è un personaggio costruito in modo pop ed iperreale, in cui l’inclusività sociale della sua apparente disabilità alle gambe è vissuta come un modo per attualizzare le stranezze fisiche dei villain dei vecchi film di Bond (come le grosse dita meccaniche nere che il Dr. No, nell’omonimo film del 1962, ha al posto di quelle vere, distrutte dalle radiazioni o come Jaws, l’assassino con i denti di acciaio interpretato da Richard Kiel sia in The Spy Who Loved Me del 1977, sia in Moonraker del 1979) o altre bizzarrie fisiche che rendono quei cattivi della saga di 007 più simili ai Freaks del film del 1932 di Tod Browning, che non ai supersoldati in stile Universal Soldier di Roland Emmerich del 1992 con Jean-Claude Van Damme.

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Saltando a piè pari la sua interpretazione di Ara nel davvero troppo dimenticabile Monsters: Dark Continent, sempre del 2014, orrendo sequel dell’invece bellissimo primo Monsters di Gareth Edwards del 2010 (la cui prodigiosa visione satirica dell’aver confinato in Messico gli alieni cattivi ed infetti, da parte dell’esercito degli USA, è stata in questo seguito sepolta sotto la seriosissima noia mortale di un banale film di guerra con CGI scadente), la nostra eccellente algerina a due anni di distanza dalla meravigliosa entrata in scena con il film di Vaughn, si cimenta nello stesso anno in ben tre ruoli molto diversi fra loro, ciascuno a loro modo significativo per la sua crescita professionale, ma solo uno di essi davvero eclatante, in quanto maschera dai doppi significati.

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La prima delle tre è una di quelle parti che nei cast vengono assegnate quasi solo per ragioni etniche o molto più semplicemente per una questione di pelle: la nostra Sofia è algerina, sia di nascita, sia per gli evidenti tratti somatici e questa la rendeva idonea per rappresentare, nel film irlandese Tiger Raid, il personaggio di Shadha, character più simbolico che reale, nel suo essere oggetto del desiderio e di amore esotico di due contractor britannici (ex-soldati dal passato misterioso): ciò che forse funzionava nella piece teatrale (lo immagino, per via della sua notorietà, ma non ho elementi per fare un reale paragone, non avendola mai vista), di certo non lo fa nel film, che risulta uno strano esercizio di stile (gli attori sono bravissimi nei loro ruoli, tutti senza eccezione), con un finale davvero biodegradabile, per una pellicola che non mi sognerei mai di citare in alcun post se non vi fosse stata la Boutella tra gli attori.

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Quello più interlocutorio dei tre è certamente il personaggio di Vix, protagonista femminile del non molto fortunato giallo britannico in salsa indiana Jet Trash, adattamento dell’omonimo romanzo di Simon Lewis e da lui stesso sceneggiato assieme a Dan M Brown: un action per molti aspetti affascinante, fotografato benissimo ed interpretato in modo molto convincente sia dalla nostra Boutella, sia dal suo co-protagonista maschile Robert Sheehan (chi non lo ha apprezzato in Misfits?) ma con un debito eccessivo nei confronti sia del Guy Ritchie di RocknRolla, (per il taglio adrenalinico del montaggio e la caratterizzazione dei gangster britannici), ma prima ancora del Danny Boyle di The Beach (per quel modo da snob tossicodipendente che solo un inglese ha nel vedere la religiosità ed i colori della penisola indiana) e come tale passato in sordina.

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Il terzo e più importante ruolo della nostra Sofia del 2016 è invece la maschera aliena di Jaylah, vero protagonista assoluto (con buon pace del resto del cast, tutto di abilissimi mestieranti) di Star Trek Beyond, terzo capitolo della saga remake di Star Trek, capitanato dall’onnipresente J. J. Abrams in veste di produttore e dio in terra, ma diretto questa volta dal Justin Lin di Fast & Furious e soprattutto sceneggiato (in tandem con Doug Jung) dal brillantissimo ed inglesissimo Simon Pegg (più noto come attore lunare e sarcastico, che non come scrittore, ma decisamente un astro nascente che dal continente sta letteralmente sbancando nelle colonie): la Boutella è semplicemente meravigliosa con il suo volto reso bianco e felino da un pesantissimo make-up e soprattutto dipinta in volto da incredibili tatuaggi da guerra che la rendono sia aliena che familiare, orgogliosa e selvaggia, ma anche piena di coraggio ed onore, come è ogni guerriero solitario in qualsiasi mondo immaginario della sci-fi e del fantasy.

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Passa un solo anno e subito arrivano un altro paio di interpretazioni per l’attrice algerina oramai naturalizzata in Francia e questa volta sono ruoli importanti, così difformi fra loro da far quasi dimenticare che si tratta della stessa persona ad averli portati in scena, perché a dividerli, sulla carta, c’è persino la natura divina e metafisica dell’uno ed umana e fisica dell’altro, distanti nei due copioni come lo sono il giorno e la notte, quindi opposti ed in qualche strano modo sequenziali, come la strabordante femminilità che li caratterizza e li accomuna.

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Il primo del 2017 è tecnicamente un ruolo di supporto, poiché il personaggio della spia francese sotto copertura Delphine Lasalle in Atomic Blonde, il film che il bravissimo regista ex-stuntman David Leitch ha diretto in modo portentoso (da una sceneggiatura molto liberamente tratta dall’ancor più bello The Coldest City, primo dei due volumi a fumetti, scritti da Antony Johnston e disegnati da Sam Hart, che trovate in Fumetteria, tradotti per l’Italia dalla Magic Press) è solo una meteora sensuale ed impalpabile di omosessualità femminile, che affianca il potentissimo character della protagonista assoluta della storia, quella Lorraine Broughton del MI6 che Charlize Theron dispiega magnificamente nello spietato e crudele mondo delle spie della guerra fredda, ricostruito in modo quasi caricaturale ma efficacissimo: il personaggio di Sofia Boutella, struggente e delicato, è quasi la metafora del cuore ancora pulsante di passione, nascosto dentro la corazza dall’animo nero della Broughton ed il rapporto tra le due spie sembra quello incestuoso di due sorelle, ritrovatesi dopo vite di solitudine ed anche l’unica parentesi sentimentale di tutto il film, fatto di pura action dal primo all’ultimo minuto.

Questo 2018 ha infine visto la nostra ex-ginnasta e ballerina diventare un’attrice drammatica a tutto tondo, infatti questo è l’anno di Fahrenheit 451, il roboante, fracassone e colpevole adattamento televisivo prodotto da HBO del totemico omonimo romanzo di sci-fi, scritto da Ray Bradbury nel 1953, in cui la nostra Sofia Boutella è stata voluta nel cast per il ruolo di Clarisse, che fu di Julie Christie nel film di Francois Truffaut del 1966.

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Ho fatto davvero i salti mortali per poter vedere subito questa produzione americana (senza aspettare il già da tempo annunciato passaggio su Sky Cinema), perché a suo tempo amai moltissimo il romanzo di Bradbury ed anche il meraviglioso film del maestro francese da esso tratto, ma ora devo ammettere a malincuore che, pur senza essermi affatto pentito della visione (comunque piacevole e consigliata), ho quasi pianto per il pasticcio realizzato, in un’opera dove i rimaneggiamenti sovrapposti di varie versioni della sceneggiatura sono purtroppo palesi, come nei repentini cambi di carattere dei personaggi chiave e nello scarto netto tra la prima e la seconda parte del film: il demone tentatore del denaro veloce e quello della moda del momento hanno evidentemente avuto la meglio su ogni migliore intenzione ed alla fine il film non sembra nemmeno un prodotto HBO, quanto una delle nuovissime fiction Netflix, caratterizzate da una crosta scintillante e multicolore, con tanto vuoto all’interno.

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Tutto il cast è impeccabile e pienamente efficace, specie alla luce dell’attualizzazione necessariamente operata, sia delle storia che dell’ambientazione, dallo scrittore Amir Naderi, assieme al regista Ramin Bahrani ed anche l’idea di aver creato uno spettacolo televisivo in diretta streaming di taglio reality, in cui i bizzarri “vigili del fuoco alla rovescia” (chiamati firemen anche nel libro originale) bruciano intere biblioteche di libri in diretta televisiva è nettamente vincente ed anche molto immaginifica, come lo è la cascata di emoji che scorrono sui maxi-schermi della città, ma mentre la visione delle fiamme diventa giustamente lo specchio di una società distopica che ha paura persino di tornare ad un tempo passato, in cui la cultura spezzava il pensiero unico e creava contrapposizioni intellettuali e politiche, il nuovo film scivola troppo rapidamente nella conclusione tradizionale di ogni operazione di questo tipo, delineando un buono ed un cattivo e soprattutto dimenticandosi del messaggio essenziale del libro di Radbury, ovvero che quelle terribili leggi sulla censura, che impediscono di possedere libri e per le quali il governo ha organizzato la loro ricerca ed il successivo incenerimento pubblico, furono richieste a gran voce dal popolo stesso: questa condanna dell’intera umanità è talmente sfumata da essere quasi assente nel film HBO, dove invece si è preferito sposare una meccanica collaudata, fatta di cinici e spietati persuasori occulti (militari o governativi, poco importa) ed un popolo ignorante della verità, costringendo questo nuovo trattamento dell’opera di Bradbury nel solito circolo vizioso dell’appiattito fantastico contemporaneo, svuotato da ogni caos e retto dalla semplice equazione che è alla base dell’industria dell’enterntainment statunitense, per la quale ci sarà sempre un cattivo dittatore, un alieno invasore, un plutocrate senza scrupoli, un mago dagli oscuri poteri o altro ancora che obbliga e costringe al male gli Stati Uniti, ma poi alla fine la nazione è grande e sana e riescirà a ribellarsi.

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Quindi, voglio ribadirlo ora, prima che arrivi il passaggio televisivo italiano di questo film (che invito comunque tutti a guardare, foss’altro per ammirare deliziati una matura ed eccellente Boutella, oltre che per la qualità comunque molto alta della messa in scena e delle performances di tutto il cast, in cui spiccano la tetragona performance di un sempre bravissimo Michael Shannon e quella decisamente minore ma comunque convincente di Michael B. Jordan, quasi in una replica della figura del figlio di Apollo Creed): il problema di questo nuovo adattamento, per me, non è per nulla la mancanza di fedeltà al libro ed anzi ben venga il tradimento dello stesso se questo fosse servito a dare coerenza ad una nuova narrazione, ma nessuna bella scena potrà mai riempire quella sensazione di vuoto e banalizzazione che ho provato sulla pelle e che non proverete mai, ve lo giuro, leggendo il libro di Bradbury.

Questo 2018 è anche l’anno di due film appena usciti nei paesi d’origine e che non ho ancora avuto modo di vedere, malgrado abbia per entrambi moltissima curiosità: Climax, scritto e diretto da Gaspar Noé (di cui ho apprezzato tantissimo il suo Enter the Void del 2009, mentre ho trovato orrendo e noiosissimo il suo recente Love del 2015) e presentato a Cannes con tanta pubblicità di scandalo (cosa che ovviamente mi spinge ancora di più a vederlo, anche se ho forti timori per una supposta eccessiva presunzione ed arroganza intellettuale) e Hotel Artemis, scritto e diretto da quel Drew Pearce che ha stupito un po’ tutti con l’action di Mission: Impossible – Rogue Nation e che qui è alle prove con un noir futuristico su cui scopriremo di più vedendolo (ad oggi non c’è una data prevista per il nostro paese, ma che diamine, prima o poi arriverà e se no ce lo guarderemo in originale!), ma che di certo ha dalla sua un cast con alcune presenze eccellenti, oltre chiaramente alla stessa Boutella, come Jodie Foster, Jeff Goldblum ed il mitico Dave Bautista.

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Mi sono tenuto appositamente, per la parte finale di questo mio lungo atto d’amore verso Sofia Baustella, il suo ruolo per me ad oggi più grandioso e magniloquente, una maschera di tragedia e maestosità orrorifica che affonda le sue radici nella memoria storica dei film fantastici della golden age della Universal e per il cui valore non ha davvero alcuna importanza che la pellicola che l’ha esibito sia stata un insuccesso commerciale e soprattutto un esperimento di narrazione confusionario, messo in scena con notevole goffaggine da un Alex Kurtzman già alla sua seconda regia, condannando quasi prematuramente a morte il neonato progetto del Dark Universe, perché nulla di tutto questo potrà scalfire l’imponenza del personaggio della principessa Ahmanet nel film The Mummy.

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Tutta la prima parte della narrazione è ovviamente figlia di quel bric-à-brac di misticismo orientaleggiante da due soldi che gli statunitensi amano tanto, per il quale gli antichi egizi erano anche custodi dei segreti del mondo dei morti ed è tuttavia anche la parte migliore della sceneggiatura, che invece comincia a scricchiolare proprio attorno a quel patatone di Tom Cruise, quasi il suo personaggio debba essere introdotto a forza, con la sua abilità fisica, il suo onore dell’ultimo minuto e l’onestà spicciola di chi fino ad un secondo dalla fine è stato solo un farabutto, contrabbandiere di tesori trafugati dalle zone di guerra (praticamente uno sciacallo) ed assoluto incosciente, fino a deflagare del tutto nella seconda parte del film, in cui ogni rapporto causale che lega le scene è finalizzato ad unire in modo sgradevolmente artificioso questo plot a quello più ampio della Prodigium (associazione para-governativa , ovviamente segretissima, volta a tenere sotto controllo i mostri e studiarli) e contemporaneamente a dare vivacità ad una storia davvero tirata per i capelli, con ritmi spesso fuori sincrono.

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Teoricamente lo spettatore dovrebbe parteggiare senza tentennamenti per il personaggio di Cruise, il sergente dell’esercito americano Nick Morton e per la sua ridicola compagna di merende, l’archeologa Jennifer Halsey, interpretata da una Annabelle Wallis con lo stesso spessore recitativo di un nano da giardino, perché loro sono gli eroi della storia, mentre ovviamente Ahmanet è un mostro, sia ora che è risorta dal sonno eterno in cui era stata costretta (dentro un sarcofago sepolto in Mesopotamia ed immerso in una pozza di mercurio), sia quando era ancora in vita, per aver ucciso suo padre, la sua seconda moglie ed il loro nuovo bambino (al solo scopo di reclamare per sé il trono d’Egitto) ed essersi poi venduta a Seth, dio del caos, tuttavia, qualcosa si incrina nell’empatia di chi osserva questo spettacolo di amore, morte e vendetta attraverso i millenni.

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Quando assistiamo all’imprigionamento del mostro, ad opera degli uomini della Prodigium ed alle torture a cui viene sottoposta la deposta principessa indemoniata, attraverso l’inoculazione forzosa di nuovo mercurio direttamente nelle sue vene, quello che si presenta davanti ai nostri occhi, mentre piange e chiede aiuto urlando, non è più solo l’essere abbietto che si nutre della linfa vitale degli altri esseri viventi ma una meravigliosa e fiera donna sovrumana, una regina messa in ginocchio dal conquistatore, sconfitta fisicamente ma non nello spirito.

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Probabilmente c’è anche una sorta di latente senso di colpa di chi da uomo bianco occidentale si sente in qualche modo erede degli stolidi inquisitori che condannarono a morte per stregoneria tante donne innocenti sia nel Medio Evo europeo sia in quello di fine seicento tutto americano ed astorico di Salem e dei disgraziati bigotti del New England, oppure è solo la facile commozione del pubblico pagante che pianse per la morte di King Kong quando cadde dall’Empire State Building, prima rapito dalla sua isola e poi esibito come un prodigio oppure ancora è l’animo sensibile e politicamente corretto che ci fa parteggiare per chiunque esibisca con timore e vergogna una menomazione fisica, come l’uomo elefante del film di Lynch, che mentre viene circondato da una folla di curiosi e morbosi assetati di sangue urla inerme «sono un uomo!»

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Sappiamo bene che il tema del mostro e dell’accettazione della sua diversità è stato trattato magnificamente in moltissime opere di genere horror e fantastico, come il romanzo Cabal, scritto dal britannico Clive Barker nel 1988 (in cui viene fornita una lettura completamente diversa della storia della stregoneria, nella quale tutte le creature mostruose conosciute nella nostra mitolgia, dalle streghe ai lupi mannari, sono in realtà vittime innocenti, costrette da millenni a scappare dagli umani carnefici, cercando di rifugiarsi in una sorta di eden quasi utopistico, dove sarebbero potuti finalmente vivere in pace) o come il film Creature from the Black Lagoon diretto nel 1954 da Jack Arnold (in cui l’ultima inquadratura che mostra il corpo senza vita dello strano essere anfibio, ucciso a fucilate dagli scenziati che volevano liberare la ragazza rapita, è accompagnato da struggimento e persino vaga commozione del pubblico, sia di allora che di oggi), fino alla sublime poesia in pellicola di del Toro che nel suo meraviglioso The Shape of Water non ha mai nemmeno un minimo tentennamento nel mostrare a tutti che il vero mostro è sempre stato il cinico Generale dell’Esercito ed il suo brutale scherano, il colonnello Richard Stricklan, al quale ha dato il suo volto un perfetto Michael Shannon), così come nemmeno il più indulgente degli spettatori potrebbe paragonare questo modesto film di Kurtzman con questi fulgidi esempi o con tantissimi altri campioni di purezza stilistica, tuttavia, anche di fronte all’orrore dei suoi omicidi ed aberrazioni, io non ho mai smesso nemmeno per un minuto del film di tifare spudoratamente per la mummia, forse, anzi certamente, stregato dalla bellezza, dalla bravura ed infine dalla alterità mediorientale della nostra musa algerina.

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Ho scoperto che nella lingua francese di strada, il nome della città natale di Sofia Boutella, Bab El Oued, è anche usato comunemente come espressione per indicare un luogo distante, come ad esempio nell’espressione gergale «Oh mais c’est à Bab El Oued ça (Oh, ma quanto è Bab El Oued quel posto)» e questo mi fa sognare ancora di più i paesaggi mozzafiato di quella stranissima terra a metà tra mare e deserto e quindi, sorseggiando un saporito tè alla menta, porgo a tutti i miei saluti ed i più cari auguri per qualsiasi cosa stiate facendo.


A questo link, potete trovare la sotto-pagina del blog dedicata a Sofia Boutella

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In questo post abbiamo parlato dei seguenti film:

Kingsman: The Secret Service“, GBR, USA, 2014
Regia: Matthew Vaughn
Soggetto e Sceneggiatura: Jane Goldman e Matthew Vaughn
liberamente tratto dal comic Kingsman di Mark Millar e Dave Gibbons
Sofia Boutella è Gazelle

Star Trek Beyond“, USA, 2016
Regia: Justin Lin
Soggetto e Sceneggiatura: Simon Pegg e Doug Jung
Sofia Boutella è Jaylah

Tiger Raid“, IRL, GBR, 2016
Regia: Simon Dixon
Soggetto e Sceneggiatura: Mick Donnellan, Simon Dixon e Gareth Coulam Evans
tratto dalla commedia teatrale Radio Luxemburg di Mick Donnellan
Sofia Boutella è Shadha

Jet Trash“, GBR, 2016
Regia: Charles Henri Belleville
Soggetto e Sceneggiatura: Dan M Brown e Simon Lewis
dall’omonimo romanzo di Lewis
Sofia Boutella è Vix

The Mummy“, USA, 2017
Regia: Alex Kurtzman
Sceneggiatura: David Koepp, Christopher McQuarrie e Dylan Kussman
Soggetto: Jon Spaihts, Alex Kurtzman e Jenny Lumet
Sofia Boutella è Ahmanet

Atomic Blonde“, USA, 2017
Regia: David Leitch
Soggetto e Sceneggiatura: Kurt Johnstad
tratto dalla graphic novel The Coldest City
scritta da Antony Johnston e disegnata da Sam Hart
uscita in Italia come La Città più Fredda per la Magic Press
Sofia Boutella è Delphine Lasalle

Fahrenheit 451“, USA, 2018
Regia: Ramin Bahrani
Soggetto e Sceneggiatura: Amir Naderi e Ramin Bahrani
tratto dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury
Sofia Boutella è Clarisse


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18 pensieri su “Sofia Boutella: una Principessa tra Mare e Deserto

  1. Premetto che non ho visto i film da te citati (nemmeno Kingsman del quale ho perso pure la messa in onda in chiaro – mannaggia – e Atomic Blonde che spero di godermi in qualche cinema all’aperto ormai) nei quali ha recitato la Boutella (che recupererò)…tranne uno. Se non lo avessi specificato, non avrei mai immaginato che fosse Jaylah di Star Trek Beyond! . Quanto a Fahrenheit 451, cosa posso dire? Mi hai un pò spento l’entusiasmo e l’attesa per un degno adattamento ma, ahimé, se il risultato è quello, c’è poco da fare. Lo guarderò sicuramente, anzi, con aspettative più basse forse lo potrò pure apprezzare (anche se, come hai perfettamente evidenziato, quella differenza non da poco con la controparte cartacea in merito all’appoggio dietro la censura dei libri si ricollega al voler esternalizzare qualsiasi regime autoritario, come se il popolo fosse semplicemente ingenuo e perennemente in balia degli eventi, pronto a risollevarsi sotto una guida illuminata. Un’occasione mancata). Mi hai molto incuriosito con la Mummia (film da me evitato perché avevo un brutto presentimento in merito): lo guarderò per Lei, dopo aver letto il tuo articolo. Sul film non posso pronunciarmi non avendolo visto ma non darei per “morto e sepolto” (pessimo gioco di parole, visto l’universo cinematografico in questione ma non ho saputo resistere) il Dark Universe, almeno per ora.
    Complimenti ancora, ora vado a sorseggiarmi un tè alla menta rinfrescante (con questo caldo è d’obbligo).

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    • Ciao Amulius! Saro franchissimo con te, visto che oramai abbiamo imparato a conoscerci: dei film da me citati nell’articolo, solo 3 sono davvero essenziali e sarebbe davvero un peccato se non tu non trovassi modo di vederli e questo aldilà della loro comunque intrinseca bellezza…

      Kingsman: The Secret Service
      Atomic Blonde
      Fahrenheit 451

      Infatti, persino The Mummy, malgrado sia il primo capitolo del Dark Universe (concordo anch’io che non sia del tutto morto, ma solo in restyling…) e malgrado abbia la migliore mummia di sempre, non è così assolutamente indispensabile, ma i tre campioni sopra riportati, ognuno a loro modo lo sono: il nuovo adattamento del testo di Bradbury è assolutamente bello e diventa persino bellissimo per chi non ha letto il libro, anzi, il suo problema è proprio avere dietro non un semplice raccontino di fantascienza ad effetto, ma un testo monumentale, sociologico, filosofico e politico ed alla fine la pellicola HBO soffre dello stesso dramma di cui ha sofferto la pur bella operazione fatta da Jean-Jacques Annaud nel 1986 dal romanzo di Eco Il Nome della Rosa; il film dell’ex-stuntman è un B-Movie di genere, realizzato con una tale amore per la settima arte che lascia sbigottiti (basta solo vedere le locandine del film russo che proiettano nel cinema dove si svolge uno dei tanti inseguimenti, per capire l’omaggio che David Leitch fa all’arte), dove tutto è azione pura, sentimenti sparati a mille, combattimenti corpo a corpo estremamente fisici, recitazione hard-boiled e storia da grande fumetto; Kingsman (il primo capitolo, sia chiaro) è il capolavoro di Matthew Vaughn, ancora un fumetto (dopo Kick-Ass e gli X-Men), un tripudio di cultura nerd, sia visiva che musicale, farcito di citazioni e strizzate d’occhio, irriverente, provocatorio e poi, quando arriverai alla lunga scena di lotta dentro la chiesa, beh, il tuo cuore nerd si fermerà per un istante e ringrazierai l’esistenza dei supporti elettronici per rivederla più volte!

      Trattieni il fiato finchè non li avrai visti tutti e tre: vederli è ottenere il necessario punteggio abiltà ed esperienza che ti permetterà di andare avanti nel percorso post-nerd… Senza non avrai accesso a molte zone della mappa… 🙂

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  2. Oh, che sincronia o sintonia leggere di questi film. Io che parlo di fantascienza e tu pure (fatto salvo qualche movie-to-dance). Gli ultimissimi film citati non li ho visti, ma mi soffermo sul concetto di mostri e mostruosità che in alcuni ci viene dato in modo mirabolante… E senza troppi effetti speciali.
    Attrici e attori da due soldi (ma a volte incolpevoli perché su certe macerie di storia non si riesce a recitare) su cui spicca la nostra Sofia…
    Ti ho letto critico quasi più di me ultimamente (solo che io non le scrivo e tu invece sì) contro questo ossessivo modo USA di appiattire tutto, e questo mi preoccupa. Che non ci sia più niente per salvare il fantastico?

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    • Oh, mio carissimo amico, il fantastico è più che vivo, è vivissimo!

      Se ti sono sembrato più causitico del solito con certe produzioni USA (ben precise, tra l’altro) è perché ho sempre pensato che il modo più veloce per uccidere la fantasia è replicarla, come chiudere un farfalla in una mano o sforzarsi di replicare la risata di un bambino, ma il fantastico non solo vive in te ed in me ed in tutti i folli sognatori, ma anche in coloro che riconoscono il valore del caos e del dolore e delle emozioni, come il pluripremiato Damien Chazelle, autore di una favolosa sceneggiatura ai confini della realtà per il film 10 Cloverfield Lane ed anche del sublime monologo cantato da Emma Stone (fools who dream) nel gioiello da lui scritto e diretto La la land, così come è parte fondante di quel genio di Noah Hawley da me spessissimo citato e che nelle sue fiction mescola rock e magia, come nel video qui sotto, prologo allo scontro finale della seconda stagione di Legion, di cui forse riconoscerai la canzone…

      Il fantastico è il sorriso del giullare ad un mondo falso e serioso, motivo del perché io ogni anno premio perosnalmente nel mio blog i film fantastici ancora più degli altri e come sicuramente premierò a fine anno il mervaiglioso The Shape of Water di del Toro che sono risucito a citare anche nel post della Boutella…

      Insomma, ho paura di chi non comprende la bellezza di una space opera come Jupiter Ascending delle sorelle Wachowski o la colorata follia del loro Speed Racer, ma anche chi cerca di classificare l’inclassificabile, didascalizzando l’ineffabile e campionando gli sprazzi di follia di un genio e per questo disprezzo franchise come Transformers ed esalto invece capitoli come Kong Skull Island, per questo critico il vuoto dietro il nuovo adattamento di Fahrenheit 451, ma mi entusiasmo per la nuova versione al cinema dei Power Rangers… Tu mi capisci vero?

      Nel mio prossimo post, andrò alle radici degli anni ’80 e ’90, usando come guida un attore che per me è stato il simbolo dei “cattivi” di quei decenni e per farlo, oltre ai film magnifici, mi perderò in un gruppo di B-Movie davvero pazzeschi…

      Buona notte amico mio e non smettiamo mai di sognare…

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  3. Oggi è stata una giornata frenetica: di conseguenza, quando sono tornato a casa, ho pensato che il miglior modo per rilassarsi fosse guardarmi il finale di stagione di Westworld. Non l’avessi mai fatto: è stato forse il peggior episodio di una stagione che era escrementizia già da prima, e mi ha lasciato un amaro in bocca che non sapevo come mandar via. Poi dopo cena ho aperto la posta elettronica, e ho scoperto che avevi pubblicato un nuovo articolo: ecco, questa era proprio la zolletta di zucchero che mi ci voleva per rifarmi la bocca dopo quell’orrenda visione.
    Riguardo a Sofia Boutella, il tuo post ha messo in luce il fatto che ha partecipato a molti blockbuster, quindi è sicuramente un astro nascente di Hollywood. Lapinsù la adora, io invece non sono messo molto meglio di amulius: tra tutti i suoi film ho visto solo Atomica Bionda. Ovviamente non mi basta per esprimere un giudizio su di lei: la sua parte era troppo piccola, e non era neanche particolarmente significativa. In pratica il suo personaggio è stato infilato nella storia soltanto per soddisfare i bassi istinti degli spettatori, ai quali sicuramente non avrà fatto schifo vedere Charlize Theron che faceva le cosacce lesbo con un’altra bonazza.
    Ho appreso dal tuo post che Guy Pearce si è cimentato anche nella regia. Si tratta di un attore a cui sono affezionato: non tanto per il suo talento, quanto per il fatto che ha partecipato a tanti film di altissima qualità. L.A. Confidential, Lawless, Alien: Covenant… ho volutamente escluso da questa lista Il discorso del re, che trovo molto sopravvalutato. Non ho potuto mettere invece 2 cult come Memento e The Road, per il semplice fatto che non li ho mai visti. Il primo neanche mi interessa vederlo, perché mi è stato descritto come un film dalla trama intricatissima, e io i titoli così li snobbo per principio; il secondo invece sarà uno dei prossimi film che vedrò, perché come sai il post – apocalittico è un genere che amo alla follia.
    Tra le foto che hai caricato ce n’è una anche di Anthony Hopkins, e mi ha mandato in brodo di giuggiole: un mio amico lo adora, e a furia di guardare i suoi film insieme a lui ho sviluppato anch’io una grande passione per quest’attore. Della sua sterminata filmografia ho apprezzato in particolare questi film (elencati in ordine cronologico):

    Vento di passioni
    Bobby
    Tutti gli uomini del re
    Il caso Thomas Crawford
    Quella sera dorata
    Il rito
    Premonitions
    Conspiracy – La cospirazione
    Autobahn – Fuori controllo

    Di tutti questi titoli, il migliore è senza dubbio Bobby: è uno dei miei film preferiti in assoluto. Per quanto riguarda gli altri, ce ne sono alcuni che sono stati stroncati da pubblico e critica, ma a me sono piaciuti tutti.
    Nel tuo post hai parlato anche di fumetti. Ebbene, proprio oggi ne ho letto uno bellissimo: era un trade paperback importato dall’America, in cui veniva raccolta una miniserie pubblicata dalla DC tra il 2016 e il 2017. Il volumetto in questione era “Supergirl: Being Super”, e te lo consiglio caldamente: è di gran lunga il miglior fumetto che abbia letto in questa prima metà del 2018.
    Adesso ti saluto: domattina presto parto per una breve vacanza (tornerò per qualche giorno nella mia amata Liguria), quindi sarei dovuto andare a letto già da un bel pezzo. Ma prima di coricarmi, chiudo il commento con questa canzone:

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    • Come mi dispiace, carissimo John, non averti potuto rispondere subito ieri sera, quando mi hai mandato il tuo commento, perché avrei volto farti i miei auguri per la tua vacanza, ma ora sarai già partito per la Liguria e chissà quando leggerai queste righe…

      La Liguria è una terra che adoro e dove ho passato delle bellissime vacanze gli ultimi due anni… Sono stato ospite, con mia moglie e mio figlio, per due anni di seguito appunto in un delizoso appartamento di Rapallo, di proprietà di un’amica di mia suocera, in cambio di un po’ di manutenzione allo stesso locale, facendo la spesa nei supermercati rionali e nella coop presente in paese e ci siamo goduti delle settimane mervaigliose con pochissimi soldi, specie se confrontati con i prezzi davvero molto alti delle pensioni e degli alberghi nei dintorni!).

      Venendo invece al tuo commento, trovo molto onesto da parte tua non poter giudicare un’attrice come la Boutella da solo un film ed in più dove non era nemmeno protagonista! Quello che mi stupisce di più, però, è che tu non abbia visto un filmone come Kingsman, che invece sono certo avrebbe incontrato il tuo gradimento e che ti consiglio caldamente anche adesso, soprattutto per la parte in cui in modo disinibito e provocatorio mette in berlina tutti i clichè del classico agente 007, ma contemporaneamente ne fa uso in scene action di rara bellezza (quella dentro la chiesa è un capolavoro!).

      Il mio secondo grandissimo rammarico è invece per una di quelle incompresnibili distonie del web, per le quali la versione del mio post che tu hai letto era quella inviata in automatico via mail e senza le correzioni che ho fatto prima della pubblicazione finale (che per altro era programmata da un  mese e forse è proprio questo che ha confuso la cronologia delle modifiche, che io faccio sempre online su vari supporti, dallo smartphone al pc), così che tu hai letto effettivamente il nome di Guy Pearce al posto di quello da me corretto di Drew Pearce, ingenerando per colpia mia l’equivoco: purtroppo infatti non è l’attore che entrambi stimiamo ad essersi occupato della regia dell’imminente Hotel Artemis, ma il cineasta Drew. Ti chiedo ancora scusa per l’inconveniente…. Per inciso, ti avviso che la visione di Memento ti darebbe invece notevoli soddisfazioni: ha una struttura narrativa solida e coerente, logica come lo sono i veri gialli e senza trucchi, in cui la difficoltà di comprensione è legata solo al trucco di voler raccontare un mistero mettendo lo spettatore nella stessa situazione del protagonista che, essendo affetto da perdita di memoria a breve, cerca di ricostruire il suo passato partendo da dei tatuaggi che lui stesso si fa sul suo corpo ad ogni svolta narrativa, ma di più non ti dico per non svelarti il piacere per un film che non ha un finale aperto o di dubbia interpretazione, giacchè tutto viene svelato e tutto viene chiarito, come se guardassi un film alla rovescia.

      Su Hopkins che dire: ha una filmogrfa talmente vasta e lui è talmente bravo che indicare quali sono i suoi film più belli è per me davvero difficile, perché lui recita bene anche quando fa delle porcherie… Tanto per capirci, la sceneggiatura e la regia di James Ivory in quel gioiello di The Remains of the Day sono impeccabili, come la titanica interpretazione del nostro, che però sa recitare anche quando gli danno copioni minori, più telefonati: dei film che citi, ho apprezzato molto Autobahn – Fuori controlloVento di passioniBobby, mentre addirittura moltissimo PremonitionsIl caso Thomas Crawford (una delle sue prove migliori, per un character che sembrava essergli stato cucito addosso), ma ad essi aggiungerei una formidabile prova in un film povero ma bello come Go With Me (dove tra l’altro recita a fianco di una matura e più drammatica Julia Stiles) e quasi tutti i suoi titoli della gioventù, come The Elephant Man (da me citato nel post), 84 Charing Cross Road ed un sottostimato e pochissimo conosciuto Ore disperate di Cimino, dove è quasi irriconoscibile nella parte del padre di famiglia sbeffeggiato e tiranneggiato da un Mickey Rourke in stato di grazia nella parte di un criminale rapitore e rapinatore.

      Passa una bella vacanza, amico mio e grazie per lo splendido e rilassante brano!

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      • Go with me non l’ho apprezzato quanto te, ma ho comunque un ricordo molto piacevole di questo film, perché lo vidi in un cinema davvero molto particolare. Ne ho anche parlato in uno dei miei ultimi post (https://wwayne.wordpress.com/2018/05/12/i-10-film-che-ho-visto-con-quattro-gatti-vol-2/).
        Temevi che avrei letto la tua replica chissà quando, e invece mi sono portato dietro il computer: stare qualche giorno senza WordPress significa perdersi almeno 5 – 6 post di altissima qualità, e non ero disposto a fare questo sacrificio. E poi, se per la sera non trovo nessun amico che mi invita al ristorante o a cenare a casa sua, l’unico modo per passare la serata è guardarsi un buon film su Youtube. Non sarà mai piacevole quanto una farinata con un amico che non vedevi da un anno intero, ma è comunque un ottimo modo di concludere la giornata. Grazie a te per la risposta! 🙂

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  4. Anni fa iniziai un post con una fase che suonava più o meno così:
    Le canzoni sono come le ragazze, quelle che ti piacciono subito ti stufano presto
    e le tue adoranti parole dedicate a Sofia Boutella me l’hanno prepotentemente ricordato
    (lo so che autocitarsi è una delle cose più vanesie che esista, e siccome come ebbi modo di scrivere in un altro post tempo fa, “la vanità è il mio peccato preferito”, spero perdonerai questa debolezza)

    La bellezza dovrebbe essere come un prisma in grado di creare una moltitudine di colori a partire da un unico raggio di luce: era questo, in sintesi, il senso di quella mia frase. Le ragazze delle copertine di Playboy, le vallette di tante trasmissioni tv, molte modelle dei cataloghi di lingerie sono quasi sempre bellezze a senso unico e prive di elementi distintivi o affascinanti. Stufano presto, appunto: perchè non dissimili da molte altre bellezze come loro (in fondo anche la bellezza risponde a dei canoni estetici che si attualizzano del tempo quindi non solo è normale che le bellezze di una stessa epoca abbiano dei tratti somiglianti, ma addirittura è probabile che bellezze di qualche decennio fa non risultino più del tutto tali coi canoni attuali).
    Però la Bellezza con la B maiuscola dovrebbe saper andare oltre queste schemi e talvolta ci riesce, come nel caso di Sofia Boutella.
    Che sia gnocca è evidente, tuttavia che riesca ad esserlo pure con protesi affettanti al posto delle gambe, truccata da aliena macrocefala o travestita da mummia, ebbene ciò è il segno che ci troviamo innanzi a una bellezza non comune, “prismatica” per riprendere la metafora di poco sopra.
    Non mi permetto di giudicarla in quanto attrice, in quanto l’ho ammirata in troppe poche pellicole per poter esprimere un giudizio con cognizione di causa. E’ però evidente che, probabilmente anche per i suoi trascorsi di ballerina, sappia comunicare moltissimo con il corpo: è così in Kingsman, dove non parla quasi mai e si limita a mulinare le gambe per affettare gli avversari, ma anche in The Mummy dove si contorce e si allunga nella sua forma mummificata.

    Vado a memoria e ricordo solo altri tuoi tre post celebranti la bellezza e la bravura di una attrice: Jennifer Lawrence, Hailee Steinfeld e Emily Blunt. Direi che la Boutella si trova quindi in ottima compagnia!!!

    PS: il tuo post mi ha ricordato una gravissima lacuna che però conto di colmare nelle prossime settimane, ovvero la mancata lettura di Fahreneit 451. Ai tempi della scuola, lo ricordo benssimo, comprai l’edizione oscar Mondadori di questo romanzo di Ray Bradbury, tuttavia, senza una ragione specifica, non la lessi mai. La tua menzione dell’adattamento cinematografico dell’opera, mi ha rammentato questo titolo, che conto di leggere presto, subito dopo aver finito il “recuperone” di Don Winslow di cui davo conto al nostro comune amico wayne stamattina. Non ricordo se abbiamo mai parlato di questo autore insieme: tra quelli scoperti negli ultimi anni è senz’altro uno dei miei preferiti. Adoro principalmente il suo stile di scrittura: leggero, ironico, profondo, sempre brillante. E confesso anche che mi piacerebbe leggere qualche suo romanzo che uscisse dal thriller poliziesco in cui ormai è un campione avversario. Tu lo hai mai letto?

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    • Parto dal fondo ed ammetto subito la mia lacuna: no, non ho mai letto nulla di Don Wislow, mlagrado tu e Wwayne siate solo gli ultimi (e non nel senso di meno importanti, anzi, come dicono i britannici last but non least) di una lunga fila di persone da me stimate che hanno nel tempo decantato le gesta di questo scrittore che, a sentire ciò che mi dicono, sembra lo Sturm und Drang applicato al noir, che dicono abbia saputo cantare dell’ascesa dei narcotrafficanti, della corruzione della polizia e della droga dilagante in America, anche sotto forma dei caslinghi antidolorifici… Insomma Wislow, con King sembra completare il quadro dello specchio oscuro della società nordamericana, perciò dovrei averlo già letto… dovrei leggerlo e… lo farò!

      Ho da tempo indagato ed ho identificato i 3 filoni narrativi sequenziali essenziali per me (tralasciando i romanzi singoli ed i due libri delle avventure del trio Ben, Chon e Ophelia): Neal Carey Mysteries, Boone Daniels Series, Frank Decker series…. Un corpo ridotto all’osso di ben 11 romanzi, non pochi… Siccome però la pentalogia di Neal Carey è antecedente a tutto come data di scrittura, partirò da questa e per questo ho già comprato il primo, London underground, 8 euro in brossura da Ibs a Bologna e me lo porterò in vacanza… se mi piace mi sparo gli altri quattro.

      Detto questo, passo al tuo come sempre molto elegante commento e semplicemente mi tolgo simbolicamente il cappello dalla testa (non ne porto mai, ma nel caso lo farei senz’altro) e faccio un cenno d’inchino, perché le tue asserzioni sulla bellezza femminile (anzi, direi sull’eterno femminino) sono impeccabili, indiscutibili, assolute e pur verità: non cè un modo diverso per dirlo o parole migliori di quelle che hai usato, ma solo inutili ripetizioni dello stesso concetto ed hai anche ugualmente ragione per aver identificato, come comun denominatore (da me sottaciuto) dei tre post da te stesso citati, proprio quel mix di bravura, appel e soprattutto quel concetto di bellezza non intesa come adesione a canoni di perfezione geometrici, ma intesa come «un prisma in grado di creare una moltitudine di colori a partire da un unico raggio di luce»….

      Quando si parla di bellezza femminile sei un maestro assoluto… Tra l’altro aggiungo solo per amore di precisione che c’è anche un quarto mio post dedicato ad un’altra attrice, in cui effettivamente la bellezza tracima sulla bravura ma la cui somma delle parti è devastante, quello su Jessica Alba.

      Buon domenica, buon mare, buon tutto!

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      • Se posso permettermi, amico mio, iniziale dai romanzi di Neal Carey non è il modo più fruttifero per accostarsi alla bibliografia di Don Winslow.
        Intendiamoci, sono bei romanzi (io ho letto il primo e sono in dirittura d’arrivo col secondo) ma in quanto a bellezza non hanno niente a che spartire con quelli successivi. Corruzione (titolo originale The Force) è di un altro livello, quasi di un altro pianeta. Il potere del cane, poi, risiede direttamente nell’empireo dei migliori romanzi di intrattenimento di questo secolo (parere personale, che sicuramente condivide il comune amico wayine che me lo consigliò molti anni fa).
        Quindi, in sintesi, comincia pure da dove vuoi , però per apprezzare pianamente Winslow alcune opere non sono trascendibili e non farti fuorviare dai suoi primi lavori che, seppur belli, lo sono molto meno di quelli più recenti.

        Dopo questo pippozzo, torniamo a parlar di stratopassere
        (che la facoltà di parlare di romanzi e passere nello stesso discorso è proprio solo degli ermenauti più alti, ma tu questo lo sai già)).
        Confesso di aver rimosso dalla memoria il tuo post dedicato a Jessica Alba, probabilmente perchè a differenza delle altre muse precedentemente citate, lei è l’unica a non aver sviluppato il minimo spessore artistico in quanto attrice ed essere rimasta solo una tanto gnocca che fa film. Che poi è il problema di tante sue colleghe (Amber Heard, la Daddario, etc) e noi mica ce ne crucciamo. Almeno finchè restano gnocche.

        Talvolta mi chiedo che relazione esista tra talento e bellezza.
        Pensa alla tua dea, Charlize Theron: modella strafiga diventata poi attrice fenonenale (ce ne sono molti altri di esempi così, anche tra gli attori, basti pensare a Di Caprio o McConaghey). E’ come se certe attrici fossero così belle che la loro bellezza tracima nel talento riempendolo di sostanza e concretezza. Ora è presto per dirlo, ma le premesse che anche la Boutella possa rientrare in questa categoria ci sono tutte (l’unico inconveniente è che è ascesa nell’olimpo Hollywoodiano abbastanza tardi, ormai ha infatti già 36 anni).

        La mia prima tranche di ferie è ahimè già terminata e domani si torna in ufficio 😦
        Buon mare e buone vacanze anche a te.

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        • Felicissimo di ascoltare i tuoi consigli, anche perché non ho il tempo per leggere tutto e se posso “sgrossare” l’elenco, mantenendo comunque la cronologia di scrittura (per me come lettore concetto essenziale, con cui giudicare eventuali evoluzioni o involuzioni stilistiche), colgo l’occasione al volo!

          Quindi, diciamo che per ora accantono le sue prime opere, quelle scritte dal 1991 al 1996 (ovvero tutta la pentalogia di Neal Carey) e parto con Il Potere del cane del ciclo Art Keller … Poi magari il primo del ciclo di Boone ovvero La pattuglia dell’alba… Poi vedrò… L’unica cosa che non vorrei fare è leggere da subito gli ultimi 3 romanzi, Il Cartello (2015), Germany (2016), Corruzione (2017), che mi gusterei alla fine…

          Che ne pensi?

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  5. La Boutella è un’attrice che in poco tempo è riuscita a farsi un nome nel cinema e a rimanere nel cuore di tutti. Io la considererò sempre Gazelle di Kingsman (film eccezionale e villain che ho adorato) e mi rimarrà sempreimpressa nel ruolo di Atomica Bionda.
    Mi dispiace parecchio invece per La Mummia, primo perché ero curioso di vedere questo Dark Universe all’opera e secondo perché anch’io come te tifavo per la Boutella piuttosto che per Cruise.

    Un articolo davvero interessante!

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    • Devi scusarmi Robby!
      Mi sono accorto solo ora del tuo come sempre molto gentile commento al mio post sulla Boutella!
      Mannaggia alle notifiche!

      Sì, senza ombra di dubbio il suo personaggio nel primo Kingsman è senz’altro il suo migliore in senso assoluto, nonché un character con talmente tanto carisma da essere indimenticabile!

      È terribile da dire, ma probabilmente la cosa migliore de La Mummia di Kurtzman è il make-up dei tatuaggi sulla Boutella, una maschera magnifica! In compenso, purtroppo, il personaggio di Cruise è davvero dimenticabile, tanto che quasi speri di non rincontrarlo più…

      Scusa ancora il ritardo nella risposta in buona serata, amico!

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