Il Narcisismo fuori della Caverna delle Ombre

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Non ho una formazione in psicologia alle spalle (nemmeno un piccolo esame complentare, messo di striscio nel piano di studi all’Università), perciò ho duvuto documentarmi prima di scrivere, per evitare l’errore dei supponenti e dare per scontate le mie prime impressioni, così ogni tanto troverete nel testo dei pedanti richiami a link inseriti nelle note in fondo a questo post: oggi, infatti, parlerò del Narcisismo e delle Illusioni, usando ogni volta che mi è possibile il potere esemplificativo del Cinema e della Tv (le mie vere passioni).

Anzitutto faremo assieme un salto indietro nel tempo, fino all’essenza stessa del Cinema, laddove prima dei vecchi proiettori è esistita la Lanterna Magica, un dispositivo, probabilmente inventato dall’olandese Christiaan Huygens intorno al 1650 (anche se in molti sostengono che già Leonardo da Vinci avesse sperimentato qualcosa di molto simile, un secolo e mezzo prima), che illuminava, con la luce di una candela o di una lampada ad olio, delle immagini dipinte su una lastra e poi le proiettava, filtrate da una lente, contro una parete di una stanza buia o su uno schermo predisposto.

Magic-Lantern

Con gli anni, l’introduzione di meccanismi rotanti fecero scorrere sempre più rapidamente le immagini attraversate dal fascio luminoso, creando l’illusione del movimento ed infine, con un ultimo grande sforzo tecnologico, i fratelli Louis e Auguste Lumière crearono la pellicola cinematografica ed il 28 dicembre del 1895 mostrarono per la prima volta al pubblico un film, dentro al Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi.

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Come quei figli che, pur apparentemente ostili verso dei genitori di successo ed ingombranti, ritornano costantemente da loro per una sorta di triste imprinting a cui non possono sfuggire, così anche tutti i grandi maestri del cinema si sono sempre rivolti con estremo rispetto a quel periodo pionieristico in cui tutto ebbe origine e dal quale la capacità narrativa della settima arte cominciò a muovere i suoi primi passi, ma la pellicola che senza dubbio più di altre ha davvero reso omaggio a quei magici momenti è stata Hugo di Martin scorsese del 2011, nella quale in modo apparentemente infantile, ma in realtà fantasioso e immaginifico (cosa che non dovrebbe stupire chi conoscesse anche solo in parte il bellissimo e particolarissimo romanzo illustrato The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick, a metà tra una graphic novel ed un libro per bambini, da cui il film è tratto), viene reso omaggio all’indiscusso padre degli effetti speciali Georges Méliès e alle sue capacità di primo grande illusionista del cinema.

Nella clip seguente, invece, tratta dal monumentale Bram Stoker’s Dracula del 1992, il maestro del cinema americano Francis Ford Coppola gioca a sua volta con l’idea e con l’immagine stessa della memoria del cinema degli albori, immaginando un’impossibile cinecronaca del primo incontro tra Mina Harker ed il Principe Vlad (Conte Dracula), rendez-vous che nella scena seguente si concluderà proprio dentro uno dei primissimi teatri-cinematografo di Londra.

Lo stupore di quelle proiezioni d’avanguardia (sia le seicentesche e settecentesche silhouette ed ombre colorate delle lanterne magiche, sia le scenette animate dei fratelli Lumière o le magiche visioni del già citato Méliès) era ovviamente tutto per l’effetto realistico che la tecnologia di allora riusciva a creare partendo da un semplice effetto ottico, ma il vero segreto del successo è sempre risieduto nel pubblico stesso: più esso si abbandonava alla suggestione che ciò che stava vedendo fosse vero, più riusciva a divertirsi ed oggi questa è forse l’unica cosa rimasta identica di quel primo rudimentale modo di raccontare per immagini, assieme ovviamente al concetto stesso di illusione.

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Chiunque abbia sentito parlare del Mito della Caverna di Platone, riconoscerà nel cuore di quell’allegoria l’idea meccanicistica alla base del cinema stesso (ma chiaramente anche di qualsiasi altra forma di rappresentazione virtuale, offerta oggi dalla scienza applicata al mondo dei consumi e delle comunicazioni), ovvero l’inganno in cui cadono, più o meno volontariamente, i nostri sensi ed il nostro cervello nel guardare una manifestazione del mondo che ci circonda ed in cui viviamo: gli uomini descritti da Socrate (la voce narrante del mito scritto da Platone), vivevano incatenati fin da bambini, tanto da poter vedere solo innanzi a loro, a guardare delle ombre proiettate sul fondo della grotta in cui stavano rinchiusi, senza potersi quindi mai girare e scoprire che in realtà era la luce di un fuoco a creare quelle ombre che vedevano, partendo da persone e cose reali che scorrevano sopra un muretto, nascoste ai loro occhi perché poste dietro di loro; allo stesso modo, tutto ciò che noi oggi conosciamo del mondo lontano dalla nostra diretta esperienza è solo una visione (un’ombra o un simulacro) proiettata e trasmessa da altri, spesso con meccanismi di inganno e menzogna a molteplici livelli, perché, com’è risaputo, la bugia più diabolica è quella che contiene sempre una parte di realtà.

Il-Conformista

Nel 1970 Bernardo Bertolucci scrisse e diresse Il Conformista, uno dei suoi lavori più importanti, nonché vero gioiello del cinema europeo ed ancora oggi campione di ineffabile eleganza stilistica, con un controllo formale delle inquadrature, delle linee e dei movimenti di macchina che farebbero impallidire perfino la perfetta simmetria di Wes Anderson ed oltretutto impreziosito da uno dei progetti fotografici più costruttivi del genio delle luci Vittorio Storaro (come potete ammirare anche nella clip di analisi dello youtuber Shams Mohajerani, proposto nelle note a questo post): in quel film, Bertolucci usò in modo magistrale il mito raccontato da Platone come metafora per far dialogare il protagonista della pellicola, Marcello Clerici (uno strepitoso Jean-Louis Trintignant), insegnante di filosofia e delatore al soldo dei fascisti, con il personaggio del professor Luca Quadri, suo vecchio mentore ed anche dissidente rifugiatosi in Francia, mostrando in questo modo cosa fosse l’Italia sotto la dittatura di Mussolini e come apparisse ogni cosa al popolo quando veniva raccontata dal regime.

Quella del mito della Caverna è senza ombra di dubbio una delle pagine più famose della filosofia greca ed anche tra le più studiate ed analizzate: ha verosimilmente influenzato i pensatori dei millenni successivi ed anche segnato lo sviluppo della moderna psicologia, nonché lo stesso modo di elaborare pensieri complessi della nostra intera civiltà eppure, in questi tempi dominati dalla tecnologia, dal mondo virtuale e dai social-media, nonché da una sorta di catalessi collettiva, quell’allegoria continua a presentare aspetti su cui molti dovrebbero soffermarsi.

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In un fugace quanto luminosissimo articolo, il valente blogger Lapinsu usò quel mito per fare un intelligentissimo parallelo tra il film Matrix (certamente la più nota e fortunata delle opere delle sorelle Wachowski) e The Thirteenth Floor (sottostimata pellicola, scritta e diretta da Josef Rusnak, molto liberamente tratta dal romanzo Simulacron-3 del 1963 di Daniel F. Galouye, antesignano della letteratura sulla realtà virtuale): sono due film di sci-fi molto diversi nello stile, ma secondo Pennesi entrambi accomunati, oltre che dalla coincidenza di essere usciti negli USA nello stesso anno, soprattutto dalla medesima tesi di fondo ovvero che la limitatezza dell’umana coscienza può spiegare ed accettare solo ciò che riesce a vedere, escludendo volontariamente tutto il resto, in una sorta di cecità selettiva.

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Tornando al nostro mito, dopo il presupposto iniziale della sua allegoria, Platone continua a far dialogare Socrate insieme a suo fratello maggiore Glaucone sull’argomento ed il filosofo greco ad un certo punto s’interroga su cosa accadrebbe se uno degli uomini incatenati potesse liberarsi dalle catene e voltarsi: certamente vedrebbe il fuoco e verrebbe finalmente a conoscenza dell’esistenza delle cose reali e degli uomini veri nascosti alle loro spalle, ma non subito, perché in un primo momento, quell’uomo liberato verrebbe abbagliato dalla luce e la nuova visione delle cose lo confonderebbe in virtù dell’abitudine alle ombre maturata durante gli anni e solo dopo molto tempo imparerebbe a distinguere la vera realtà.

Matrix

Assolutamente mirabile, in questo senso, l’attualizzazione che di questo mito filosofico fa il mio beniamino Noah Hawley, nella 8° puntata (diretta da Jeremy Webb e scritta dallo stesso Hawley assieme a Jordan Crair) della Seconda Stagione della sua fiction Legion, quando con un segmento narrativo, visivamente e sintatticamente avulso dal contesto narrativo (ma in realtà inserito in una teoria di ripetizioni stilistiche, episodio dopo episodio), crea una sorta di mini-saggio scolastico, lineare e didascalico, di cui vi invito a prendere visione di seguito:

Si, prima o poi la scriverò una recensione approfondita di questa mirabolante fiction, testimone di un vero paradosso televisivo, come quello di un network generalista (quale è FX della FOX), che ha permesso la nascita e la prosecuzione di una serie televisiva assolutamente sperimentale, più interessata alla visual art che non allo storytelling; scriverò quel post per salvare questa perla preziosa dalle persone malvagie e supponenti, che la vorrebbero dipingere come una gigantesca supercazzola, priva di vero senso logico ed ingannevolmente forbita, quando invece è un’esperienza formidabile, certamente ostica, molto faticosa ed anche snervante, ma anche essenziale per chiunque si dichiari davvero amante del Cinema, della Tv e dell’Arte in generale.

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Come per Bertolucci la storia del Mito della Caverna fu un modo elegante per denunciare nel suo film il potere persuasivo dei media del tempo, con cui il governo fascista aveva ad arte creato un ampio consenso, attorno ad una rappresentazione illusoria della realtà italiana di quel disgraziato ventennio, così per Hawley quell’allegoria filosofica di Platone è un mezzo per introdurre un argomento più attuale, ossia il pericolo insito nell’abuso delle interfacce web dei social media specializzati in news e dei social network di messaggistica, laddove essi giocano apertamente sul latente narcisismo degli utenti, per filtrare la realtà e vendere loro un’immagine falsa del mondo che li circonda, che anche quando rivelata possa comunque essere preferibile a quella vera, per via delle sue gratificazioni artificiali.

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Questa acquiescenza nei confronti di una menzogna scoperta, tale perché il combatterla comporterebbe la perdita dei privilegi che il ruolo di marionetta concede, è stata portata sullo schermo in modo magistrale dalle sorelle Wachowski con il character di Cypher, da esse stesse creato nel sopra nominato Matrix, esattamente nel punto di svolta della trama in cui il personaggio interpretato da Joe Pantoliano (uno degli interpreti storici delle nostre geniali cineaste) accetta di tradire i suoi compagni pur di ricevere in cambio dall’Agente Smith ogni opportunità possibile, dentro la menzogna dell’immensa neuro-simulazione interattiva costruita dalle macchine.

Cypher sa benissimo che ogni boccone di quella bellissima fetta di carne che sta mangiando al ristorante ed ogni sorso di quel vino prelibato che sta bevendo è solo un’illusione, ma vuole ignorare la verità per continuare a provare sempre più piacere; allo stesso modo, coloro che si abbandonano ad un’illusione, pur sapendo essere una bugia, hanno di fatto stretto un accordo con il demone ingannatore che da dietro lo specchio del loro narcisismo rimanda loro indietro un’immagine edulcorata ed idealizzata, spesso simile ai propri ideali di cartapesta, come nella peggiore fabbrica delle stelle.

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Chiunque di voi sia un buon osservatore, anche se profano, come me, di specifici studi psicologici, si sarà di certo accorto che viviamo da tempo in una società sempre più narcisistica, dove la televisione ed i social media sono letteralmente dominati da una versione distorta della realtà, falsa tanto quanto lo sono i turbamenti dei partecipanti ai vari reality show, le labbra gonfiate delle ex-vallette televisive, i visi appiattiti e resi senza rughe dalla tossina botulinica, i sorrisi maliziosi delle blogger influencer, la politica spettacolarizzata ad uso e consumo delle testate giornalistiche sempre più interessate agli aspetti glamour anche della cronaca e tutto questo mentre amici e parenti siedono a tavola, preferendo controllare i propri profili social, piuttosto che alzare gli occhi e parlare con chi hanno di fronte.

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La professoressa di psicologia applicata Jean M. Twenge nei suoi lavori (vedi note in fondo al post) parla di una vera e propria infezione di massa, specie tra i millennial, quella generazione controversa, nata negli anni ’80 e ’90, definita da lei stessa “Generation Me”, quando nel suo lavoro afferma: «In data from 37,000 college students, narcissistic personality traits rose just as fast as obesity from the 1980s to the present (Considerando i dati di 37.000 studenti universitari, i tratti della personalità narcisistica sono aumentati altrettanto velocemente quanto l’obesità dagli anni ’80 ad oggi)».

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Obesità e narcisismo, due disfunzioni legate dalla identica necessità di soddisfare un bisogno per lo più indotto artificialmente, che stanno letteralmente devastando i ragazzi e le ragazze di quella ben specifica fascia d’età, senza che a volte ci sia il dovuto allarme da parte degli adulti: è il caso di ricordare, infatti, che nella sua accezione patologica, il narcisismo è un disturbo della personalità che, tra le altre cose, comporta incapacità empatica verso gli altri individui ed un bisogno disperato di percepire ammirazione.

Non è tutto, perché l’eventuale mancanza di consapevolezza di questa patologia crea in chi ne è affetto sofferenza, disagio sociale e difficoltà relazionali, molto spesso fraintesi dai genitori e dai professori con altro tipo di disagio.

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Assolutamente mirabili nel mettere in scena questa sorta di impermeabile assenza di una interfaccia comunicativa tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti, sono sia la celeberrima fiction Netflix 13 Reasons Why (decisamente forzata, anche se molto ben realizzata e la cui notorietà e scalpore sono chiaramente legate in primis all’argomento taboo del suicidio, inteso come possibile via di uscita), sia anche l’imperdibile e pregevolissimo film del 2016 The Edge of Seventeen, ottimamente scritto e diretto dalla film-maker Kelly Fremon Craig (che nella sua declinazione al femminile di questa commedia coming-of-age regala una prova con molta meno spocchia e più realismo della blasonata ed ultra-protetta Greta Gerwig di Lady Bird) e soprattutto interpretata dalla fantastica Hailee Steinfeld, che in questa pellicola regala una prova davvero sopra le righe.

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Quando nel 2013 la cineasta Sofia Coppola (una delle pochissime personalità del mondo del cinema che continua indisturbata a fare arte e spettacolo con la sua precisa idea di cinema, assolutamente scevra dalle mode del momento, senza mai essere costretta a scendere ad alcun compromesso ed assolutamente da ammirare, con i suoi alti e bassi, per l’incredibile coerenza) scrisse e diresse il suo The Bling Ring, partendo dal libro inchiesta della giornalista di Vanity Fair Nancy Jo Sales, praticamente nessun adulto la comprese, tranne forse quanti avevano cominciato per proprio conto ad interessarsi dei nuovi fenomeni giovanili.

Mentre gli spettatori si dividevano tra coloro che morbosamente cercavano nel film solo il finto scoop della malizia e dell’erotismo nell’interpretazione di una ventitreenne Emma Watson (liberatasi da solo due anni dell’etichetta ingombrante di una quasi asessuata Hermione Granger, amica del cuore di Harry Potter) ed altri che invece speravano in una pellicola di genere heist, magari con un pizzico di denuncia sociale sull’effimero mondo delle star hollywoodiane, la Coppola tesseva, senza essere davvero compresa, il suo limpido affresco di disagio minorile, fatto di esempi di assoluta vacuità, in cui gli adolescenti protagonisti del film si aggiravano come cavie di laboratorio nei labirinti costruiti dagli esaminatori, affamati di glamour, di feticismo, di notorietà spicciola e soprattutto smaniosi di indossare, come un vestito, la pelle dei loro idoli e giocare ad essere loro.

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Con la cadenza di una fiction televisiva pomeridiana, di argomento familiare, questa cinquina di teen-ager californiani vengono ripresi dalla Coppola mentre attraversano i corridoi della loro scuola, i privé delle discoteche più alla moda ed i marciapiedi delle strade del lusso di Los Angeles, con le movenze di un gruppo di giovani mannequin o persino top model, compiendo furti quasi ogni notte a spese dei divi hollywoodiani, assolutamente indisturbati e senza un briciolo di remore o scrupolo morale: osservate nella bellissima clip seguente il movimento rallentato (commentato musicalmente dalla verisone strumentale remixata del brano Levels del produttore e DJ svedese Avicii) della loro leggerissima e liquida incoscienza, mentre semplicemente si rallegrano del bottino derivante della vendita degli orologi preziosi trafugati da casa di Orlando Bloom, scambiandosi selfie e mettendosi in posa, come se tutta la loro esistenza fosse un continuo servizio fotografico di moda e nulla più.

Chiunque si sia avvicinato, per motivi personali e familiari o di studio, alla complessa realtà della generazione millennial, si sarà di certo accorto dell’evidente presenza massiva dei social media in essa e forse, in modo frettoloso e semplicistico, avrà attribuito ad essi la colpa dell’aumento di narcisimo tra i giovani, commettendo tuttavia un errore grossolano: i social network sono ovviamente tutti, senza eccezione, un palco dove i narcisisti vanno ad esibirsi, perché, come sostiene la ricercatrice Laura Buffadi (vedi note in fondo al post), «I narcisisti usano Facebook e altri siti simili perché sono convinti che gli altri siano davvero interessati a quello che stanno facendo», ma il meccanismo con cui i siti web di social media incoraggiano l’autopromozione è solo funzionale all’utilità di questo tipo di utenti (essi infatti generano contenuti in continuazione), ma è altrove che vanno ricercate le ragioni del narcisismo, perché esso va inteso come risposta ad una gratificazione immediata.

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L’aumento del narcisismo viene infatti da anni favorito dagli stessi genitori, alimentando quei sentimenti di inadeguatezza sottostanti, scaturiti dal fallimento dei loro sistemi educativi: per tutto il periodo di crescita dei loro figli, essi hanno in continuazione offerto la forma piuttosto che la sostanza, regali materiali invece che presenza affettiva e fisica, con la mancata consapevolezza che applaudire e gratificare un bambino senza che questi abbia davvero fatto qualcosa di suo (ad esempio, lodandolo per un’abilità che in realtà non padroneggia o fingendo che abbia un talento che in realtà non possiede), non solo non aumenterà la sua autostima, ma al contrario lo farà sentire vuoto e privo di quella fiducia in sè di cui ha bisogno per stare bene con se stesso.

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Come ci insegnano sia la professoressa Jean M. Twenge, sia il dottor W. Keith Campbell (vedi note in fondo al post), mentre la vera autostima rappresenta un atteggiamento basato sulle realizzazioni che ognuno di noi ha appreso da solo, grazie all’applicazione di valori ai quali ci siamo attenuti e del cui possesso abbiamo dato prova al nostro prossimo, il narcisismo è al contrario basato sulla paura del fallimento, come una malsana spinta a essere visti sempre come i migliori, con un’insicurezza profonda ed un inevitabile sentimento di inadeguatezza.

Alla luce delle parole della Twinge e Campbell, la brevissima sequenza sotto riportata, in cui la nostra regista ritrae un desolante quadretto familiare, dove i genitori annusicono, come cuccioli ammaestrati, di fronte al racconto assolutamente vacuo delle attività giornaliere delle due ragazze, fingendo che abbiano fatto un ottimo lavoro semplicemente scodinzolando di fronte a manager o fotografi, come loro stesse hanno raccontato, assume la valenza di una satira graffiante, al limite del caustico.

Ah, dimenticavo!

Alla fine del suo racconto, Socrate, dopo aver parlato di quell’uomo che una volta liberatosi dalle catene e ripresosi dal bagliore accecante del fuco, aveva finalmente compreso la verità, ebbene costui, concluse il filosofo, avrà il dovere di mettere al corrente i compagni incatenati, anche se essi, in un primo momento, riderebbero di lui, ma l’uomo liberato non potrà più tornare indietro e concepire il mondo come lo vedeva prima, quando l’unica cosa che vedeva e capiva erano le ombre.

Un augurio a tutti voi: «che la forza sia con voi, sempre!»


In questo post, abbiamo citato le seguenti opere d’ingegno:

Il conformista“, ITA, FRA, DEU, 1970
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci
dal romanzo omonimo di Alberto Moravia

Bram Stoker’s Dracula“, USA, 1992
Regia: Francis Ford Coppola
Soggetto e Sceneggiatura: James V. Hart
dal romanzo gotico Dracula di Bram Stoker del 1897

Matrix“, USA, AUS, 1999
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski

The Invention of Hugo Cabret“, USA, 2007
Autore: Brian Selznick
Scholastic Press, USA, 2007, pagg. 526
La straordinaria invenzione di Hugo Cabret
Traduzione: Fabio Paracchini
Mondadori, ITA, 2007, pagg. 542

Hugo“, FRA, GBR, USA, 2011
Regia: Martin Scorsese
Soggetto e Sceneggiatura: John Logan
dal romanzo illustrato The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick

The Bling Ring“, USA, GBR, FRA, DEU, JAP, 2013
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Sofia Coppola
dal libro-inchiesta della giornalista Nancy Jo Sales
The Suspects Wore Louboutins

The Edge of Seventeen“, USA, 2016
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Kelly Fremon Craig

13 Reasons Why“, USA, 2017 – in corso
Ideata e supervisionata da Brian Yorkey
tratta dal romanzo young-adult omonimo di Jay Asher

Legion (TV series)“, USA, 2017 – in corso
Creata da Noah Hawley
Regia: Noah Hawley, Michael Uppendahl, Tim Mielants ed altri
Soggetto e Sceneggiatura: Noah Hawley, Nathaniel Halpern, Peter Calloway ed altri


Approfondimenti bibliografici:

The Cinema and Magic Lantern Culture“, Sydney, 1998
saggio di Deac Rossell
(pdf di 14 pagine scaricabile qui)

Il Tredicesimo Piano“, ITA, 2017
articolo di Gianni Pennesi
apparso sul suo blog Lapinsu

Narcissism and Social Networking Web Sites“, USA, 2008
scritto da Laura E. Buffardi e W. Keith Campbell
University of Georgia

The Narcissism Epidemic: Living in the Age of Entitlement“, USA, 2009
Autore: Jean M. Twenge e W. Keith Campbell


Materiale video aggiuntivo a corredo del post:

Aesthetics of The Conformist“, USA, 2017
video-saggio di Shams Mohajerani

Dal film di Sofia Coppola The Bling Ring, il piano-sequenza ad inquadratura fissa, con la vista dall’esterno della casa di Audrina Patridge durante il furto perpetrato da Marc Hall e Rebecca Ahn: una poesia in immagini, con un lentissimo movimento dello zoom della cinepresa in avanti (non un carrello, ma proprio l’ottica), interpuntato dalle luci delle camere che si accendono e si spengono, nella quale non è possibile non trovare un affettuso ricordo del cinema di Jacques Tati e per caduta una ironia sottotraccia sulla facilità di questi furti, per via dell superficialità dei padroni di casa.

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41 pensieri su “Il Narcisismo fuori della Caverna delle Ombre

  1. Che grande articolo, tra filosofia (il fil rouge del Mito della Caverna) e film / serie tv più o meno recenti (e che film, verrebbe da aggiungere!).
    Da millenial quale sono (pensavo la qualifica fosse riservata solo alle generazioni più giovani e invece ci rientro pure io, eh, eh!) concordo e se posso – pur senza avere alcuna pretesa scientifica o sociologica particolare – aggiungo che l’idea dell’apparire, quel narcisismo che, come giustamente evidenzi, nasconde un’insicurezza di base, si traduce in una freddezza nei rapporti ed in un “mondo ad etichette” che sui social trova la sua massima espressione. Per quanto sia un film di ormai 21 anni fa (mamma mia come passa il tempo), Will Hunting offre uno tra i miei monologhi preferiti (reso dal magistrale e compianto Williams), che forse è ancora più attuale oggi rispetto a quanto lo fosse nel 97…

    Non è la tecnologia ad aver reso questo mondo più freddo e superficiale al tempo stesso, bensì sono le paure e la carenza di sicurezze / bassa autostima ad aver creato il mondo dell’apparenza e i genitori di ieri (come quelli di oggi e domani) hanno enormi responsabilità. E questo ha implicazioni su tutto. Ormai Internet, che doveva essere la porta per la conoscenza, ha paradossalmente reso buona parte delle persone che la frequentano abitualmente più pigre. Ed ecco che fioriscono le fake news su qualsiasi argomento e le polemiche scattano e divengono dirompenti, feroci, personali. Ogni volta che mi imbatto in qualche sproloquio e violenti attacchi alla persona in un banalissimo commento su Facebook, mi vengono i brividi. Non c’è curiosità, ci sono dogmi. Si vive di mode anche nell’articolare un pensiero, per qualsiasi argomento (politica, film, fumetti, libri e chi più ne ha, più ne metta) c’è una rissa da stadio con persone che rimangono strenue nelle loro posizioni con il desiderio di acquisire magari consenso della propria fazione e, al tempo stesso, denigrare l’altra nella maniera più rapida e violenta possibile. Ecco che il social diventa quasi un ossimoro perché, anziché favorire lo scambio, diventa quanto di più autoreferenziale esista al mondo (e non parliamo poi della filter bubble che propone ciò che ci piace vedere e sentire, castrando in nuce la possibilità di confrontarsi). La società nel suo complesso (e non solo i millenial ma le generazioni successive, anche quelle più vetuste) è sempre più composta da persone che, nella caverna, hanno addirittura gli occhi chiusi.
    C’è un grande bisogno oggi di articoli come il tuo.

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    • Mamma mia che commento, Amulius! Che tu scriva bene, te lo dico praticamente sotto ognuno dei post che riesco a commentare (e sono molti meno di quelli che dovrei!), ma questa volta è come se mi avessi accompagnato nel mio viaggio personale dentro il fenomeno del narcisismo e delle false illusioni… Ecco, per un attimo mi sono visto davvero come uno dei discepoli di Platone, che ascoltava e ragionava assieme a persone come te e con esse passeggiava per discettare non solo sui massimi sitemi ma anche sulla minima immoralia

      Per gli psicologi statunitensi (che tanto per cambiare hanno creato il termine) la Millennial Generation comprende un arco di vent’anni, da chi è nato nel 1980 fino a chi è nato nel 1999 (o 2000 che cambia poco!), perciò ci stai dentro, amico! Non è un caso che sia anche chiamata Generation Y (perché la precedente era la Generation X, ti ricordi?) o addirittura Net Generation, perché è indubbio che la rete ed i social network sono le nuove frontiere dell’educazione sentimenatle, ma come hai detto anche tu è altrove che si annidano le distorsioni…

      La scena che hai poi citato nel tuo commento effettivamente contiene un monologo grandioso, assolutamente calzante al mio ed al tuo discorso ed è davvero bello che tu lo abbia ricordato… Tra l’altro, quello resta uno dei film più belli ed anche di maggiore successo di Gus Van Sant, un regista che ha sempre avuto una sua idea di cinema personalissima (il suo capolavoro per me resta sempre Elephant, a cui dedicai un fiume di parole, seguito a stretta distanza da Promised Land, che io considero l’antesignano dei quel Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di Martin McDonagh, che tanto sucesso ha avuto quest’anno), nella maggior parte dei casi schiva, appositamente lontana dai riflettori e dal glamour, tranne appunto due incursioni sensazionali nel mainstream, Finding Forrester con Sean Connery e lo splendido Will Hunting da te citato, dove parlò letteralmente al nondo ed è pazzesco pensare che una simile pellicola sia stata interamente dialogata e sceneggiata da Ben Affleck e Matt Damon, in un periodo in cui tutti pensavano fossero solo due belle facce da film!

      Permettimi infine un applauso in piedi per quella tua strepitosa chiusura, in cui dici «ecco che il social diventa quasi un ossimoro perché, anziché favorire lo scambio, diventa quanto di più autoreferenziale esista al mondo e non parliamo poi della filter bubble che propone ciò che ci piace vedere e sentire, castrando in nuce la possibilità di confrontarsi», gettando un ponte su uno degli argomenti maggiormente cruciali, come quello delle osservazioni evidenziate da Pariser.

      Tu lo dici di me ed io lo dico di te: c’è un grande bisogno oggi di riflessioni come le tue.

      Domo arigatou gozaimasu, millennial sensei!

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  2. Secondo me finirai fatto a fettine, messo in migliaia di barattoli e congelato in un dome di dimensioni epiche per tenerti a temperatura prossima allo zero assoluto, esattamente come Akira, perché il tuo cervello contiene un sacco di cose, che per il momento non possiamo studiare, ma che forse, in futuro…

    Fatta questa breve premessa, mi metto a studiare quello cha hai appena detto. Mi affascina la quantità di sfumature che noti, perché le inserisci nel contesto cinematografico, perché il cinema è comunque frutto di un periodo e, essendo un prodotto, risente di ciò che pensano i registi, produttori e sceneggiatori, oltre che di ciò che pensano gli analisti di mercato.
    Siamo narcisisti sì, perché dagli anni ’80 a ora ci siamo visti sempre di più, ci siamo rispecchiati sempre pià nell’immagine dell’altro, del famoso, del mito e ora più che mai, perché ci vediamo on line, e vediamo che ci vedono. Wow, corto circuito.
    Non so cosa ci abbia resi così, forse l’essere diventati da clienti a consumatori dal dopo guerra a oggi, boh! Resta il fatto che a nessuno si negano un po’ di notorietà (seppure di scarsa qualità) e a tutti piace quel briciolino di considerazione. Ci specchiamo? E quindi il cinema ci rispecchia? Forse è per questo che ultimamente è più vuoto e meno florido di idee?

    Bello bello il post! Bello davvero.

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    • Andy Warhol, l’artista simbolo di quel processo di trasformazione del quotidiano e del banale in arte d’elite e contemporaneamente anche guru dello sdoganamento della pop culture in strumento di comunicazione di valori non popolari (per i quali l’artista, in quanto influencer per una intellighenzia, usa ciò che per noi è di uso semplice, come un barattolo di zuppa, in un contenitore per contenuti metaforici ed allegorici, annullando i veri significati e riempiendolo di altri), a suo tempo disse «In the future, everyone will be famous for 15 minutes», ma tutto questo non ha che fare con il narcisismo in quanto disfunzione comportamentale…

      Parlare con alcuni ragazzi della facoltà di Psicologia, carissimo Gianni, mi ha aperto un mondo e mi rendo conto sempre più che il rischio più grande per una mente (di chiunque) è chiudersi nella prigione di una monade leibniziana, nella quale il cervello e lo spirito vivrebbero di assertività verso se stessi, come uno stilita convinto di aver trovato il nirvana in cima ad una colonna o una monaca di clausura che ha sposato il simulacro di una divinità ultraterrena cancellando la sua stessa umanità o un divo del cinema che vivendo in un piano di coscienza traslato dal nostro non comprende la disonestà e la criminalità dei propri soprusi perché nel suo mondo tutto gli è dovuto.

      Qu ci sono grosse responsabilità da parte della Generation X, quella che ha allevato la Generation Y (la MIllennial) e che spesso preferisce vedere dalla finestra non solo gli scontri di piazza ma anche il fiume del degrado: ogni tanto bisogna uscire di casa e scoprire cosa accade…

      Tu, Gianni, sei uno scrittore vero e nella mia arca di salvataggio la tua cabina è già pronta, come la stiva delle pareti del mio cervello hanno il tuo nome scritto sul muro e le tue tendenze narcisiste non sono mai una disfunzione, ma una necessità dell’artista che vive il suo nome in mezzo al mondo, ma per gli altri, per i tantissimi altri, non è condivisione ma uno smarrimento ed il gorgo è impressionante, perché è una tromba alla rovescia, un putrido imbuto che conduce in un inferno dove al posto delle malebolge si trova la bolla di filtraggio dei risultati di ricerca dei vari browser web.

      Ad maiora.

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  3. Come tu riesca a trattare nello stesso articolo di filosofia, psicologia, cinema e sociologia è un fatto che le mie limitate capacità intellettive non riescono a comprendere. Forse ha ragione il mio omonimo blogger che poco più sopra suggerisce di vivisezionarti e congelarti in attesa che l’Umanità abbia raggiunto un grado evolutivo sufficientemente eccelso per comprenderti appieno.

    Se quindi mi permetto di commentare qui, sappi che lo faccio con un pizzico di incoscienza (laddove incoscienza va intesa nella sua accezione letterale\etimologica).

    Innanzitutto ci tengo a ringraziarti per la citazione che hai regalato al mio vecchio articolo sul film IL TREDICESIMO PIANO e più in generale sul MITO DELLA CAVERNA. Seppur immeritata (hai menzionato tanti dei immortali e solo un misero mortale, ovvero me) è stata oltremodo gratificante.
    Parto da qui per una riflessione che pur avendo fondamenta gnoseologiche e percettive, ha poi una valenza cognitiva e psicologica enorme.
    Ricordo ancora che quando l’insegnante di filosofia ci introdusse alle categorie Kantiane, cercando di esemplificarne una (credo fosse una una di quelle della Qualità), ci suggerì di immaginare un extraterrestre munito di sensi percettivi non solo diversi dai nostri per qualtà (appunto) e quindi magari incapace di riconoscere alcuni colori o alcune forme oppure di sentire determinate frequenze acustiche, ma anche diversi da noi per caratteristiche perchè potrebbero non avere l’olfatto oppure il tatto a vantaggio di possibilità percettive impossibili per noi in quanto noi conosciamo soltanto i nostri 5 sensi e non possiamo concepirne di diversi e nuovi.
    (In questo senso è stato oltremodo paradigmatico ed epifanico il film ARRIVAL, giacchè la diversa struttura della lingua determina anche una diversa percezione del tempo, da lineare a circolare, quindi capirai ancora di più la cascata di emozioni intellettuali per cui adoro questa pellicola).
    Ecco, scoprire la possibilità che tutti potrebbero vedere o sentire cose diverse fu per me una rivelazione simile a quella della forza di gravità: bisogna però fare attenzione perchè la caduta di ogni certezza empirica (quello che per me è tondo per te o un alieno potrebbe essere quadrato) deve però essere bilanciata dalla consapevolezza che la visione altamente prospettica e quindi individuale della realtà non deve essere concepita come una limitazione bensì come un arricchimento sensoriale prima e intellettuale poi, perchè sforzarsi di immaginare e comprendere le diverse prospettive percettive è uno degli esercizi più importanti nel percorso di maturazione intellettuale.
    Ovviamente il discorso va poi esteso dalla sfera fisica a quella riflessiva e finanche a quella metafisica.
    Per farla breve, la scoperta del “pensiero laterale” (concetto che tu più volte hai trattato) e la consapevolezza che per comprendere appieno il significato di quanto ci comunicano gli altri bisogna sforzarsi sempre di inquadrare bene da quale prospettiva stanno comunicando, rappreenta uno dei pilastri della mia personalità come uomo, come professionista,come blogger, come studioso appassionato e, infine, anche come marito e padre.

    Questa lunghissima premessa era però necessaria per arrivare al punto. Viviamo l’epoca della glorificazione della superficialità (in ogni sua sfaccettatura) perchè è sempre più dilagante l’incapacità di assumere riflessioni prospettiche, di utilizzare quindi il “pensiero laterale” di cui sopra per capire e approfondire. Tutto così si banalizza ed è per questo, in fondo, che si tende a confondere narcisismo con vanità: errore gravissimo (che per altro denota ignoranza doppia, sia del significato delle parole nel dizionario, sia del mito greco di Narciso da cui la parola deriva) perchè la vanità è essenzialmente un peccato e quindi afferente alla sfera etica, laddove invece il narcisismo è un comportamento talvolta perfino patologico e quindi afferente alla sfera sociologica e\o psicologica.

    Poi per fortuna arrivi tu con questo articolo, un pugno nello stomaco per chi ha voglia di capire e progredire e soprattutto una delle cose non solo più intelligenti e interessanti che mi capita di leggere sul web da tempo (prima o poi manderò a quelli di the Vision quache tuo pezzo: sono certo che ti scritturerebbero in quattro e quattr’otto), ma anche più coraggiose, perchè trattare questi temi, sforzarsi di approfondirli (per altro con successo) ammettendo al contempo la propria ignoranza di base su alcuni aspetti trattati, è un atto di umiltà e grandezza che raramente mi capita vedere.

    Un applauso a te, quindi, non solo per quello che scrivi e spieghi divinamente, ma anche per la tua sfacciata sincerità intellettuale che sempre ti contraddistingue ma quasi mai come in questo caso.
    Non basta il cervello per scrivere un articolo del genere: ci vogliono anche le palle.
    Quindi non posso solo che ringraziarti!!!!

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    • Il tuo essere così mattutino anche la Domenica mattina è una di quelle cose che nel mio immaginario personale è entrata a far parte stabile delle ambientazioni, giacché ho la distorsione mentale di vivere una parte delle persone che conosco (quelli che m’interessano e che stimo o per le quali provo forti sentimenti) come character di qualche fiction ed è così che ogni volta che leggo qualcosa da te scritto, sia essa un post o un commento, si accende una luce in una stanza del mio cervello, dove viene allestito rapidamente un set di ripresa ed entri tu, con passo sicuro, mentre una parte degli operai agli ordini del capo scenografo stanno ancora finendo di montare gli ultimi mobili o sistemando qualche oggetto qui e là (anche se in genere quello dei soprammobli, non so se lo sai, ma è una civetteria che si riservano molti registi, per dare un tocco più personale alle loro inqudarature, specie in close-up).
      Così è capitato questa mattina, negli studios marchigiani, dove ad un’ora quasi antelucana hai cominciato a rimuginare sul mio post, che in realtà avevi letto ancora prima, ma non volevi in alcun modo “sporcare” con qualche battuta di spirito fuori luogo o un commento sbrigativo tipo «se l’Italia vince questi mondiali ti vengo a trovare» o altre cazzate… Sono quei momenti intimi, in cui pensiamo di essere soli con noi stessi (non lo siamo mai, in realtà, perché la nostra mente non taglia fuori mai davvero il mondo) ed una mescolanza di sentimenti si affollano, tra pudicizia, rabbia, amore sincero, affetto, amicizia e stima ed altre cose demoniache che resteranno per sempre nascoste, anche di fronte all’Armageddon, perché quando si scende nel cuore della balena (come capita al giovane mozzo del film pittorico, molto affascinante ma anche un po’ inutile di Ron Howard, sulla presunta intervista fatta da Melville al supertsite della Essex) per cercare di raccogliere tutto il grasso e l’olio presente ci si avvede che esso quasi non ha fine…
      Nel fotografare il tuo ménage familiare ti ho sempre visto come un incrocio tra Chris Pratt, per l’ironia dei suoi atteggiamenti e Joaquin Phoenix, per la tua capacità di nascondere i dolori profondi e capace di far oscillare il tuo cervello sulle conseguenze più terribili che potrebbero spingere un sano padre di famiglia solo per difendere ciò che ritiene di possedere di diritto e non parlo solo dei beni materiali, tutt’altro…
      Comunque mi sono immaginato questo Pratt/Phoenix ragionare sulla risposta al mio post, scriverla e poi passare le ore che egli considerava già tardive (le 7:30, cazzo, il mondo è già in piedi!) ed affrettarsi, per poi alle 8:00 spedire il tutto, senza errori di battitura, impeccabile, fresco di proofreading… Bellissimo…
      Come sempre, una prosa eccellente ed un linguaggio alto, altissimo, da corte, da filologia classica, memore di quel Graecia capta ferum victorem cepit di Orazio che si potrebbe traslare a qualsiasi impero militare e parallela superiorità culturale dello sconfitto, perché i miti e l’epica greca, si sa, sono stati saccheggiati praticamente da tutta la scienza medica che ha indagato il cervello e l’animo umano, compresa la filosofia nella sua interezza (perché si sappia che la psicologia brancola a metà ra i due regni, speculativo ed empirico delle branche dello scibile umano).
      Non ho appositamente parlato ancora del Narcisismo, giacché ribadire ancora quanto detto da me nel post e dai commentatori sopra sarebbe stato non solo pleonastico ma noioso!
      Infine il link al tuo articolo: era un atto dovuto, perché quel tuo articolo fu per me fonte di ispirazione già allora (ne parlammo in privato, ti ricordi?) e questo mio post ne è figlio molto più di quanto il belletto da me aggiunto non mostri, perciò sono io che dico grazie a te.
      Buona domenica, amico mio.

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      • In realtà domenica mi sono alzato molto più tardi del solito, circa alle 6:30.
        E’ stata colpa di mia moglie, ovviamente. Sabato sera infatti, dopo aver messo a letto la piccola, abbiamo recuperato gli ultimi episodi delle serie tv ambientate a Chicago e firmate dai 4 moschettieri del procedural a nord di New York: Chicago Fire, Chicago PD, Chicago Med. In totale 4 episodi.
        Mi sono coricato che era mezzanotte passata, tuttavia non potevo addormentarmi senza leggere prima il tuo ultimo articolo: la notifica mi fissava corrucciata dalla mascherina android del mio telefono e non potevo nè volevo ignorarla.
        Così, a letto, cullato dal respiro lento e regolare di mia moglie, ho viaggiato con te nelle lande del pensiero estetico e filosofico, lasciandomi avvolgere e coccolare dalle tue parole. Che percorso meraviglioso, amico mio, affrescato con luminosità e sincera passione.
        Finito di viaggiare, pardon, di leggere, ho spento lo smartphone e mi sono accucciato sotto la coperta (mia moglie già pretende di dormire con la finestra aperta, ma siccome mi muoi di freddo, io mi ostino a ficcarmi sotto la coperta), tuttavia non riuscivo a prendere sonno: da un lato ricordavo le tue parole e le immagini nitidi che avevano scolpito nei miei pensieri, d’altro canto immaginavo i mille modi in cui avrei potuto risponderti non solo per manifestarti la gratitudine e il piacere di un articolo così bello, ma anche per approfondire (semmai fosse ancora possibile) i temi da te trattati.
        E così mi sono addormentato, ben oltre l’una di notte, ripensando alle scene di Bling Ring, film notevole che tuttavia , a mio modsto parere, funziona di più analizzandone i singoli segmenti che non considerandolo nella sua globalità.
        Quando poi al mattino mi sono svegliato, ho riletto il tuo articolo, ma non prima di aver preso il caffè ovviamente. Poi ho risposto, di getto, come sempre, rinnegando tutti i pensieri e le possibili risposte ma andando a braccio, come mi veniva. Per altro, sappi che non rileggo MAI i miei commenti, adoro che siano una cosa spontanea, nel bene come nel male. Perdonami quindi eventuali refusi o inessettezze nella consecutio temporum.

        Avrei potuto risparmiarti tutto questo inutile pippone spiegandoti quanto io adori leggere i tuoi articoli, ma spero che raccontandoti la sequenza di lettura e di risposte e come si sono incastrate nel mio week-end caratterizzato dal solito e meraviglioso menage familiare, ti renda conto di quanto siano preziosi i tuoi articoli.
        Non smettere mai di scriverne, posso chiederti solo questo.

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        • Grazie, per prima cosa grazie e sopra ogni altra considerazione, grazie, grazie, grazie.

          La tua scrittura è palesemente figlia sia della cultura classica che ti ha formato, sia del cinema nordamericano perché se nelle locuzioni temporali, nel tuo periodare, nel dizionario forbito ricordi i grandi maestri del giornalismo italiano, come ti ebbi già a dire tante volte, invece nelle tue nunciazione e nei colpi di scena della tua narrazione ed infine in questa mescolanza tra prosa romanzesca e sceneggiatura, ricordi le scene madri di tanti film statunitensi, in cui il protagonista entrava e si metteva in mezzo a tutto e tutti, ribaltando la situazione inizialmente suo sfavore in un successo personale e facendo spesso scattare l’applauso.

          Inoltre, proprio in quel tuo aver voluto raccontare in modo dettagliato la scansione temporale degli eventi di lettura e riflessione che ti hanno poi portato la scrittura del commento, si nasconde il troppo spesso da te stesso sottovalutato apprezzamento per la lentezza di certo storytelling perché questa volta, molto più che altrove, avevi il piacere di farti capire fino in fondo.

          In una puntata delle 7 stagioni del serial televisivo Star Trek Next Generation, l’androide tenente colonnello Data, costantemente affascinato dalle bizzarrie dell’animo umano, in una ricerca velleitaria di imitarle, lui che invece è fatto di pura ragione e calcolo, resta estasiato dalla figura di un ufficiale della marina galattica terrestre, di stanza in un altro quadrante, che è famoso tra i  suoi colleghi per essere in grado di parlare per ore assolutamente di nulla; ebbene, il nostro androide nella puntata vive questo fatto quasi come una sfida personale e comincia a dialogare con questo personaggio mettendosi alla stessa sua altezza di assoluta vacuità nelle argomentazioni e dopo quasi mezza giornata in cui assieme, in varie occasioni conviviali, tra pranzi e colazioni, i componenti di questa singolare coppia non hanno fatto altro che parlare di tutto e di nulla, spaziando dalla situazione meteorologica a quella sociale senza mai approfondire alcuna questione, l’umano verso sera si dichiara sconfitto ed ammette di aver trovato finalmente una persona che più di lui è capace di parlare per un giorno intero senza dire assolutamente nulla!

          Siccome però il demonio si nasconde nei dettagli e siccome oltretutto la circolarità e l’unione degli opposti insieme alla capacità di andare costantemente fuori argomento sono tra i pilastri dell’essenza stessa dell’ermenàutica, io e te abbiamo superato anche questi due contendenti virtuali e certe volte è davvero essenziale il ruolo della vita quotidiana, fatta di famiglia e lavoro, che mette un freno alle nostre discussioni!

          Beninteso, ad esse non rinuncerei mai, neanche sotto tortura.

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          • Ogni volta che penso al corpus della produzione televisiva e cinematografica ambientata nell’universo di Star Trek, mi trovo invariabilmente rassegnato, esattamente come quando mi pongo l’obiettivo di recuperare la lettura della Commedia in generale e del Paradiso in particolare.

            Ai tempi del liceo (e per altro anche ora) non ho mai amato studiare la letteratura: anzichè leggere il Ferroni che discettava su quello e quell’altro, preferivo leggere direttamente quello e quell’altro. Il gioco funziona facilmente con la letteratura moderna (degli ultimi due secoli), un po’ meno con quella precedente: vuoi per il lessico e il periodare vetusti, vuoi per la pervicacie ricerca di stratificare gli argomenti creando una semantica mediamente più profonda rispetto ad oggi, la lettura di quei testi antichi è sempre stata più complessa e richiedente la mediazione di qualcuno più esperto (un saggio letterario o un insegnante). Mio malgrado il mio professore non era un granchè, quindi la Commedia l’ho potuta appocciare in maniera molto superficiale. Conosco un po’ l’Inferno di Dante, ma purgatorio e soprattutto Paradiso sono due cose a me totalmente sconosciute. Più volte mi sono ripromesso di recuperare, ma ormai temo sia impossibile: da solo non avrei chance nè tempo, e la mediazione di un esperto dove la trovo?
            Ecco, con Star Trek ho la stessa sensazione: la mia cultura e i miei interessi personali mi spingono a recuperare le serie classiche e i film degli anni 70, ma la consapevolezza che quelle produzioni sarebbero ostili ormai alla mia piena compresione, mi frena inevitabilmente. Ovviamene, poi, il loro volume e il mio limitato tempo libero, rappresentano ulteriori elementi di desistenza… E così mi sono accontentato di gustarmi i film del reboot governato da JJ Abrams. Amen

            Però, ogni volta che tu mi tiri fuori queste citazioni, la spina sotto l’unghia riprend a pungere e il dispiacere per la lacuna torna in superficie. Comunque mai dire mai, anche se stavolta la vedo dura.

            Permettimi poi di concludere sul parlare del nulla: se fatto di proposito è l’esercizio retorico per eccellenza. E poi, diciamocelo, un po’ di sofismo ma non ha mai fatto male a nessuno: dimostrare che la tartaruga è più veloce di Achille, infatti, non serve a una beneamata cippa, tuttavia non è divertentissimo lo stesso????

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            • Assolutamente daccordo con te su tutto: a volte il recupero di opere letterarie o visive troppo ampie è difficle, se non impossibile e tutto sommato, tranne rarissimi casi, non così essenziale… Io poi sono un inguaribile nerd (o meglio post-nerd, vista l’età ed il significato non settario! Sic) ed amo citare situazioni visive che possano esemplificare certi discorsi o avvalorare tesi…

              Che è poi uno degli elementi del sosfismo: la costruzione di un’impalcatura architettata nei minimi dettagli, poggiata sopra una tesi effimera… In questo modo l’ascoltatore dopo un po’, distratto dalla vastità del disegno successivo, rischia di dimenticare la vacuità dell’assunto iniziale… L’esempio che mostravi tu è chiarissimo in questo senso e giustamente divertente ed i greci antichi erano davvero maestri in questo!

              Visto che tu spesso mi leggi dal PC (il reader dello smartphone non gestisce i commenti con link video, tranne particolari casi, tanto che in genere i video musicali che mi linka Wwayne, per esempio, li vedo solo quando leggo il suo commento da pc oppure se apro WP fuori dalla sua app, ma diviene una tv per criceti e lillipuziana…), mi permetto di metterti ora 2 link a due digressioni, la prima soifistica e la seconda filosifica, entranbe non casualmente tratte da Legion che non devi vedere nella sua interezza per accoglierne il messaggio specifico, perché poi vale sempre la regola aurea del “chissene”…

              Sofistico:

              Filosofico:

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              • Due video meravigliosi. MERAVIGLIOSI.

                Debbo dire che, in quanto ermenauta della prima ora, ad affascinarmi di più è stato il sofisticato esercizio sofistico del primo video: dimostrare l’indimostrabile partendo da premesse vacue è sempre impresa ardita, arditissima.
                Tuttavia il secondo video è nettamente più istruttivo.
                Ma ormai noialtri siamo oltre l’istruzione, a noialtri non importa la forma o la sostanza, tantomeno l’essenza: a noi piace l’idea di discettare in quanto tale, non in quanto rappresenta.

                Quindi ti ringrazio sentitamente per questi due brevi filmati, entrambi (a modo loro) illuminanti!!!!

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  4. Mi vengono in mente almeno altre 2 opere d’ingegno che possono costituire una moderna rielaborazione del mito della caverna.
    La prima è The Truman Show: anche lì abbiamo un protagonista che all’inizio crede ciecamente a tutto ciò che gli viene “proiettato” da Christof, ma poi “si sveglia” e capisce di essere cresciuto nel mondo sbagliato.
    La seconda è Westworld: anche lì i residenti all’inizio sono sinceramente convinti che il loro mondo sia autentico (e soprattutto che sia l’unico mondo esistente), ma poi si accorgono che ci sono diverse cose che non tornano, e quindi acquisiscono una consapevolezza sempre maggiore della triste sorte riservata loro dai demiurghi di quel parco divertimenti. Questo è particolarmente evidente nella puntata che ha Akecheta come protagonista assoluto.
    Tra l’altro quella è l’unica puntata decente della seconda stagione di Westworld: le altre non raggiungono neanche lontanamente i picchi di qualità della prima stagione. Anzi, non raggiungono neanche la soglia della decenza. Speriamo che in questi ultimi episodi ci sia un miglioramento.
    Nota off topic: negli ultimi 6 mesi sto esplorando un genere che conoscevo bene ma non benissimo, il giallo all’italiana. Adoro questi film sia per le trame (sempre intelligenti e cariche di suspense), sia perché l’atmosfera dell’Italia anni 70 era qualcosa di meraviglioso.
    Tra tutti i gialli all’italiana che ho visto in questi mesi, ti dirò che sono rimasto folgorato da quelli di Sergio Martino: lo ricordavo come lo scanzonato regista de “L’allenatore nel pallone” e di qualche commedia sexy con Edwige Fenech, e invece ho scoperto che quando voleva sapeva girare dei gialli con i controfiocchi, che pagano da bere a tutti i thriller hollywoodiani che girano nelle sale oggi. I gialli in questione sono:

    Lo strano vizio della signora Wardh
    La coda dello scorpione
    Morte sospetta di una minorenne

    Te li raccomando ad occhi chiusi. E se ti interessa il genere, ho anche altri titoli da consigliarti.

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    • Buongiorno Wwayne! Grazie anzitutto di essere passato di qui e grazie per le due interessantissime aggiunte: sul meraviglioso Truman Show (film che adoro e che cito spessissimo per la tonnellata di implicazioni) sono ultra-d’accordo perché oltretutto è un esempio perfetto, data la sua critica alla superficialità dell’american dream nonché al cinismo dello show business ed in parte anche su WestWorld, dove però secondo me ci sono discorsi più complessi legati alla mente bicamerale nella prima stagione ed alla continua ricerca dell’immortalità nella seconda, ma ciò che mi ha davvero colpito e la tua passione per il cosiddetto cinema di genere italiano, che nacque dalle ceneri del neorealismo romantico degli anni ’60 ed esplose nel cinema horror, noir e western degli anni’ 70…

      Ahimè, John, sappi che io sono vecchio in confronto a te e ciò che per te è una meravigliosa scoperta per me spesso è il ricordo di ciò che vedevo a suo tempo persino nei cinema!

      Quando una Rai migliore di oggi trasmetteva, dentro programmi deliziosi come Stra-Cult di Marco Giusti, pezzi di film gialli e thriller di Sergio Martino, Bruno Corbucci, Lucio Fulci, Mario Bava come fossero archeologia culturale, io sorridevo perché anche se con leggero ritardo quel periodo lo avevo vissuto sulla mia pelle specie la trasformazione del giallo in slasher, grazie a gioielli come I corpi presentano tracce di violenza carnale del grande Sergio Martino, ma potrei andare avanti per ore, perché la cosa straordinaria non è che li abbia visti io i film da te citati ed altri ancora (c’era quasi solo quello al cinema quando ero adolescente!) ma che li abbia visti tu, che sei giovane ma affamato di cultura.
      Buona domenica amico mio.

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      • Ho visto anche “I corpi presentano tracce di violenza carnale”, e mi stupisce che io mi sia scordato di citarlo nel mio personale Best of di Sergio Martino. Mea culpa.
        Ho esplorato anche la filmografia di Lucio Fulci, ma con esiti meno felici: come un altro maestro di questo genere (Dario Argento), quando era in forma faceva delle cose meravigliose, ma quando non era in vena produceva dei filmetti appena guardabili.
        Hai scritto che potresti andare avanti per ore nel citare i gialli all’italiana che ti sono rimasti nel cuore: a questo proposito, potresti farmi anche tu il tuo Best of? Potrebbero esserci dei titoli che non conosco, e in tal caso ti sarei molto grato per avermeli fatti scoprire! 🙂

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        • Un mio best of parte anzitutto dai film gialli del primissimo Argento, fino a Profondo Rosso, per me inarrivabili e poi, oltre al già citato film di Martino aggiungo in ordine sparso lo splendido Una sull’altra di Fulci, La donna della domenica di Comencini, Cosa avete fatto a Solange? di Massimo Dallamano (per allora incredibilmente innovativo sul tema degli omicidi tra adolescenti) ma poi mi fermo, John, perché mentre su alcuni capolavori sono assolutamente certo del mio giudizio critico, su altri temo che la nostalgia per il periodo dell’adolescenza mi faccia vedere cose che in realtà in quelle pellicole non c’erano!

          Inoltre molte di film che mi sono piaciuti di più passavano con grande Libertà dal giallo al horror o al thriller puro E questo rende tutto più complesso nelle dividerli Ma è stato comunque un periodo incredibilmente creativo che sono d’accordo insegnerebbe alla grande a tantissime storie hollywoodiane!!

          Un abbraccio

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          • Dei titoli che hai citato ho visto soltanto “Cosa avete fatto a Solange?”, e sono d’accordo con te: è davvero un filmone.
            In questo florilegio del giallo all’italiana non possono mancare questi altri titoli (elencati nell’ordine in cui li ho visti):

            Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?
            Sette orchidee macchiate di rosso
            Sette note in nero
            Lo squartatore di New York
            La morte cammina con i tacchi alti
            La casa dalle finestre che ridono
            Solamente nero
            Mio caro assassino

            Il primo lo trovi completo su Youtube, e gli sono molto legato, perché è stata proprio la sua visione a farmi riscoprire l’amore per il giallo all’italiana (che avevo appena lambito molti anni fa, anche nel mio caso nel periodo adolescenziale).
            Proprio riguardo al mio primo contatto con il giallo all’italiana, ricordo che allora ne vidi uno magnifico, in cui l’assassino lasciava sempre un profumo particolare sul corpo delle sue vittime. Rammento in particolare una scena ambientata in ascensore, in cui il produttore del profumo si rallegrava cinicamente della pubblicità gratuita che l’assassino gli stava facendo. Ho provato in ogni modo a ritrovare questo film, ma non ci sono mai riuscito: se ti venisse in mente il titolo fammi un fischio, mi raccomando. Un abbraccio anche da parte mia, e buona Domenica anche a te! 🙂

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            • Okay. Sappi che per colpa tua ho iniziato un lavoro di raccolta e revisione di tutti i miei appunti e recensioni passate sul cinema poliziesco, thriller, giallo e parzialmente horror all’italiana, a partire dalla prima metà degli anni ’60, in cui saranno usciti 2 o 3 titoli in tutto del genere, passando per la seconda metà decennio con alcuni titoli importantissimi e poi con l’incredibile decennio anni 70! Avendoci vissuto la mia adolescenza e avendo inoltre persino studiato alcune di quelle pellicole, sto prendendo in esame un corpo di circa 300 titoli, che mi porteranno alla fine, spero, a tratteggiare un quadro completo di circa 15 anni di cinema di genere, tutto italiano ed in cui a fyria di scartare troveremo qualche decina di perle in mezzo ad una marea di copie, fotocopie, clonazioni e prodotti più o meno inutili.
              Qui a Bologna il cinema di genere giallo e poliziesco degli anni ’70 è tenuto in grandissima considerazione e nella biblioteca multimediale della Sala borsa del comune, ci sono delle sale in cui gratuitamente ti puoi piazzare al computer e guardare centinaia e centinaia di pellicole salvate in digitale e selezionate per la sola visione, senza ovviamente la possibilità di copia o trasmissione online.
              Non so quando finirò, ma quando accadrà ne pubblicherò solo una sintesi della sintesi altrimenti ci vorrebbe un libro!
              Ci si sente in futuro!

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              • Mi fa molto piacere di averti ispirato un post, a maggior ragione se consideriamo che tale post verterà attorno ad un filone che ho imparato ad amare moltissimo.
                Nell’attesa che venga pubblicato, mi sono fiondato su ebay a comprare la vhs de La donna della domenica. Sarebbe stato disponibile anche Una sull’altra, ma l’unico venditore che lo possiede chiede SESSANTA euro per sganciarlo, quindi temo proprio che dovrò farne a meno.
                So già cosa stai per chiedermi: perché hai comprato la vhs e non il dvd? Per un motivo molto semplice, caro Kasabake: mi è capitato più di una volta (soprattutto con i film vecchi) che il dvd facesse dei bruschi balzi in avanti, saltando a piè pari minuti e minuti di film, e non c’è stato verso di recuperarli. Dopo aver preso tutte queste sòle ho imparato a riscoprire il fascino vintage della vhs, che magari non avrà la qualità visiva del dvd, ma che almeno ti fa vedere il film dal primo all’ultimo minuto. A presto amico mio! 🙂

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  5. Come sempre leggere i tuoi post (e chiamarli post è riduttivo) è un’immersione veramente esaustiva, per tutte le dinamiche affrontate, perché se il tema principale fa da spina dorsale della questione, tutte le derivazioni nervose susseguenti, sono l’esempio migliore di come, partendo da una metafora, si arrivi alla rappresentazione della nostra vita, fatta di mille questioni, intorno al nucleo che le ha generate. Ed è proprio così: dagli atomi ai pianeti, dall’immensamente piccolo all’immensamente grande, fino all’immensamente organizzato, tutti noi ruotiamo e facciamo parte di un universo complesso e bellissimo al tempo stesso. Probabilmente il suo narcisismo, il nostro narcisismo, è proprio derivativo da questa enorme magnificenza che ci circonda. Quello che siamo riusciti ha generare, con il cinema per esempio, tanto per fermarsi ai tuoi rimandi, è l’esatta incarnazione che dalle nostre mani si può generare un’altra “creazione”, non tanto per essere dei nuovi “dei”, ma perché “la forza” (da te citata) o se vogliamo “l’energia”, rappresenta quel mistero che fa parte del nostro essere. Ecco che il narcisismo, fondamentalmente, deve continuamente appartenerci, un po’ per sperare che la bellezza continui ad esistere, e un po’ per continuare ad ammirare opere straordinarie che altrimenti non vedremmo mai. E’ vero che come sempre esiste l’altra faccia della medaglia, perché in un mondo di luce e buio, siamo sempre noi che dobbiamo decidere da quale parte stare. Certo, il mito della Caverna è una delle rappresentazioni più vicine noi per quanto riguarda la conoscenza, o per come delle persone possano manipolare altre masse di persone, speriamo soltanto che non continui la deriva che, generazione per generazione, ci porterà alle soglie di una realtà virtuale tanto vicina ai suoi creatori da scambiarla per la creazione stessa. Ma se la vita è (o sarà) un’illusione, cosa ci potrà salvare? Non lo so se sono controcorrente, ma sarà proprio il narcisismo, o meglio, quella voglia di stupire il prossimo con quello che di più bello, e affascinante, o di meraviglioso potrà uscire dalle nostre mani, chiaramente quelle migliori.
    Noi amiamo il cinema, la musica, l’espressività artistica che sfodera capolavori anche semplici, ma eterni per il nostro modo di pensare, e allora lasciamoci andare, specchiamoci nella pozza della nostra conoscenza, con l’accortezza di non farci inghiottire dalla spessa acqua che ci ha generato, perché lo dico sempre: il mondo è un luogo meraviglioso, e come ci hai suggerito, basta uscire dalla caverna. Gli strumenti li abbiamo, cerchiamo di non dimenticarli. Se nel corso dei secoli abbiamo fatto della bellezza lo specchio dei nostri desideri, perché non realizzarli?

    P.S. Era un po’ che no ascoltavo la colonna sonora de “Il conformista” di Georges Delerue, e chissà perché mi ha rimandato a quella di “The Belly of an Architect” di Win Mertens, quasi per compiacere il collegamento che ogni cosa è inevitabilmente collegata l’una all’altra… mamma mia (quanta meraviglia!!!)

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    • Si narra che ogni anno, almeno una volta, il grande romanziere russo Fiodor Dostoevskij si mettesse in viaggio per recarsi ad ammirare la bellissima Madonna Sixtina di Raffaello e che là restasse in contemplazione per ore e questo perché per tutta la vita, pur avendo contemporaneamente indagato negli anfratti più bui dell’animo umano, egli ha sempre cercato la bellezza e la meraviglia: come scrisse in uno dei suoi romanzi più famosi, L’Idiota, «la bellezza salverà il mondo» e non c’è narcisismo in questo, ma l’epifania di una certezza dell’animo ovvero, come scriverà chiaramente nell’altro suo gioiello, I Fratelli Karamazov, che solo grazie alla bellezza che ci conduce all’amore condiviso con il dolore, il mondo sarà salvo, oggi e per sempre.

      Questa è la bellezza e la meraviglia delle tue parole, gentilissimo e paziente Barman, parole di un vero appassionato e cultore delle tante espressioni artistiche, con quella sinestesia di conoscenza circolare della creazione, intesa non come ripiegamento su stesso (la chiusura del narcisismo), bensì come espressione assoluta: è forse questo l’ultimo monolite kubrickiano che ci mancava per ascendere ad un nuovo grado evolutivo? La possibilità di espandere (senza gli eccessi lisergici di una generazione geniale ma ahimé falcidiata dalle droghe) la nostra coscienza oltre l’ovvio, oltre la logica, come la lingua degli eptapodi ed allora si che ci si accorge di come l’armonia (anche delle stonature) di mille colonne sonore e mille timbri è collegata assieme, in una sorta di entanglement quantistico che fa virare gli storni contemporaneamente nella stessa direzione, creando figurazioni a cui cerchiamo di dare significati senza capire che lo scopo finale di tutto questo non è la realizzazione di un disegno ma è il loro farsi (la loro costruzione) l’obiettivo finale, come nell’infinita poesia e liturgia dei mandala di polveri colorate dei monaci tibetani, che è proprio con il loro processo di creazione che rappresentano la preghiera, la pazienza e la meditazione.

      Perdonami se mi lascio trasportare con le parole, ma ti ho sentito così vicino quando scrivevi «tutti noi ruotiamo e facciamo parte di un universo complesso e bellissimo al tempo stesso» perché è quello che provo quando vedo le sequenze con cui Malick vola all’altezza dei polpacci dei suoi personaggi, per poi soffermarsi su un dettaglio della mano, da cui dopo ancora se ne vola come una farfalla ed è la stessa vibrante scoperta che ho quando vedo e rivedo la cinepresa di un Tarkovskij che ricrea l’illusione del sogno e del ricordo del suo protagonista nel suo meraviglioso Lo Specchio e così se siamo fortunati riusciamo a farci trasportare, con consapevolezza ed un briciolo di incoscienza, da questa corrente transoceanica fino alle rughe di marmo sui volti misteriosi delle statue dell’incompiuto michelangiolesco….

      Ecco perché, infine, come ho già scritto tante volte nel mio blog, io ammiro nelle recensioni la logica e la didascalia, giacché entrambe le odio nell’arte, che è materia più vicina al caos ed al capriccio, come il sorriso di Jane Fonda nella Barbarella di Roger Vadim.

      Questo e quanto e sappi che se scrivo così è anche colpa tua. Nel bene e nel male, con stima e rispetto.

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  6. Causa ed effetto: è sempre così, perché in questa tua straordinaria risposta, è tutto racchiuso il modo di vedere la bellezza, e farne parte.
    Probabilmente io sono sono uscito un po’ fuori tema da quello che volevi intendere con il tuo articolo, ma cosa ci vuoi fare, sono troppo contaminato dall’arte che ormai non ne riesco ad uscire, perché in ogni cosa che vedo, la trasformo nel mio modo di pensare (probabilmente la seconda legge della termodinamica non è casuale, anzi…) eppure il tempo di essere vivi per ammirare tanta evoluzione, probabilmente, ce lo siamo meritati, nel senso buono. In fondo, la celeberrima frase dell’androide di Blade Runner: «ho visto cose che voi umani…», racchiude il mistero e la scoperta che non dobbiamo mai fermarci, perché abbiamo tanto ancora da vedere (!) Poi è vero, c’è sempre chi rema contro, ed è qui la fonte del problema.
    Tu hai fanno cenno alla generazione lisergica: molto creativa, ma rovinata dalle droghe, ebbene, io mi sono sempre chiesto (anche altri se lo sono chiesto), perché ad un certo punto l’eroina è entrata nei loro gruppi (casuale?); poi debellate le idee del movimento, con la successiva rivoluzione punk, ritorna ancora l’eroina, quasi a voler a tutti i costi distruggere gli spiragli della libertà.
    Ma come ho detto prima, nulla si distrugge, tutto si trasforma, ed ecco che il miracolo della fantasia, forse non andrà mai al potere, ma ci regalerà ancora attimi d’incantamento, dove perderci e ritrovarsi.
    Mi ricito (è giusto il verbo?) oppure citiamo il vecchio refrain: «la vita è un’illusione», ma si chi se ne frega, mi piace perdermi in questo mare.
    Vedi, sono affascinato da quello che ho letto, come è sempre bello leggerti…
    Continua così, senza fermarti !

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    • No, non mi fermerò mai e procederò con ritmo sincopato, certe volte rallentando il rirmo, altre volte invece aumentandolo, come faceva il giovane batterista Andrew Neiman sotto la pressione del dispotico direttore d’orchestra Terence Fletcher in Whiplash per cercare di arrivare al battito perfetto (film che è stato oggetto di una doppia incompresnione, prima da chi ci ha visto solo l’epica di chi combatte per il raggiungimento di uno scopo (i giornali americani) e poi da chi ha troppo semplicisticamente interpretato il film come un’espressione della filosofia calvinista sposata al capitalismo americano di dividere il mondo in vincitori e perdenti – come la critica tradizionale italiana – quando invece biosgnava prendere la poetica di Chazelle, legarla al filo con cui ha costruito un giallo musicale con il suo Grand Piano del 2013, unirci il cortoremtraggio del 2013, la sua sceneggiatura del fantascientifico quasi vintage 10 Cloverfield Lane ed infine il suo successo di La La Land, ma per farlo non bisognava essere schierati partiticamente tra opposte tifoserie).
      Ora mi fermo, perché sono affetto dallo stesso tuo male meraviglioso ed il mio cervello correrebbe per infinite associazioni.
      Un’ultima cosa (chiosa): l’eroina sta al peyote, come il cuore di un cervo mangiato caldo dopo l’uccisione sta ad un hamburger decongelato e messo tra due fette di pane in un fast-food, come l’ebrezza dell’alcol sta alla metanfetamina, come la vera libertà di girare il mondo sta alla finta libertà di un gabbia dalle pareti molto ampie e sbarre sottili come finestre di vetro… Le black ops della CIA nei campi di papaveri, gli agenti della FBI infiltrati nei gruppi di protesta, il sistema che ingloba e controlla… Ti seguo nei tuoi ragionamenti, mi basta un cenno.
      Buona serata.

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      • bello il riferimento a Whiplash, perché al di là dei tanti luoghi comuni americani, in film mi è piaciuto, soprattutto pensando alla batteria come protagonista: una volta tanto un protagonista delle retrovie che diventa oggetto di discussione… e poi quel finale, troppo bello. Io personalmente mi sono emozionato, e per il resto chissenefrega (!!!)
        Buon tutto anche a te

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  7. Penso che questo sia stato uno degli argomenti più interessanti che tu abbia portato fin’oraCome al solito mi complimento con te per il modo in cui sei riuscito a destreggiarti perfettamente tra i vari film e le tematiche da te portate. La cosa brutta è che le tematiche da te toccate sono tremendamente attuali e quasi alla radice della società odierna. Oggigiorno si tende a lodare la mediocrità come se fosse qualcosa di incredibile. L’ho notato in televisione con persone che partecipano a vari show o giochi che dimostrano un’ignoranza enorme e dove a volte si vince più per fortuna o simpatia che per merito o bravura. La stessa cosa vale per il cinema, almeno riferito al nostro. Per esempio in molti hanno lodato “Come un gatto in tangenziale” definendola una stupenda commedia che mancava da tempo. Sinceramente non sono riuscito a capire tutto questo entusiasmo. Ha dei momenti carini e due o tre battute mi hanno fatto ridere, ma per il resto è una normalissima commedia, nella media se devo essere preciso. Siamo arrivati a un livello di bassezza tale che anche un film mediocre o carino viene acclamato a gran voce.
    Come hai ben detto tu, la mediocrità non fa che aumentare il narcisissmo delle persone e tende a renderle vuote e io sono abituato a vedere questa cosa fin da quando ero piccolo. Purtroppo sono molto giovane e sono cresciuto nel periodo in cui la mediocrità stava prendendo violentemente il posto del buon gusto e dell’arte.
    Il fatto di aver parlato della Caverna di Platone è stata una scelta eccellente perché ha spiegato perfettamente il tema. E poi era uno dei miei argomenti preferiti quando studiavo filosofia: semplice ma allo stesso tempo complesso, immediato e accessibile a tutti. Tra l’altro questo argomento è reso magistralmente nel film di Bertolucci in una delle scene probailmente più belle dell’intera pellicola.
    Sono anche felice che tu abbia reso giustizia a film Hogu Cabret da molti definito infantile ma dove tu sei riuscito a conglierne gli aspetti maturi e fondamentali. Non conosco invece il film con Hailee Steinfield (quest’ultima un’attrice fenomenale), ma lo recupererò appena possibile.

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    • Com’è ormai diventata abitudine nello scambio di commenti tra di noi sui rispettivi post, anche qui, in aggiunta alla tua solita generosità nell’apprezzamento, hai dato interessantissimi spunti di riflessione: in una sorta di delirio populista, si sta sempre più imponendo nei media nazional-popolari (ed i social sono la versione 2,0 dei reality televisivi) la supremazia della mediocrità e la glorificazione dell’orgoglio ignorante.

      Guardando fiction antologiche come Black Mirror questi sono temi enucleati benissimo, ma tu hai fatto qualcosa in più ovvero hai portato in primo piano anche delle considerazioni di merito artistico in cui l’abbassamento medio generale della qualità crea automaticamente dei primati mediocri… l’esempio della commedia con Albanese e la Cortellesi che hai portato è perfetto perché si tratta davvero di un filmino e nulla più, ma che diventa un gioiello se paragonato allo schifo della produzione media italica nel campo della commedia…

      Il film con Hailee Steinfeld che ho citato non può certo rivaleggiare con gli altri capolavori di cui ho parlato nel post, a livello di qualità artistica complessiva, tuttavia The Edge of Seventeen è proprio un esempio di commedia che riesce in maniera perfetta a parlare degli adolescenti in modo credibile senza enfasi retorica e senza mai perdere la voglia di far sorridere lo spettatore oltretutto un’opera tutta al femminile scritta e diretta in modo autoriale da una cineasta onesta e silenziosa come Kelly Fremon Craig Idi interpretato da una Steinfeld che per l’occasione abbandona completamente qualsiasi atteggiamento glamour o malizioso che invece ha normalmente come popstar nei suoi video musicali.

      P. S. Non ti ho mai chiesto se tu e Shiki avete mai visto il film di David Cronenberg ExistenZ

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      • Cercherò di recuperare The Edge of Seventeen appena potrò. Per quanto riguardo ExistenZ, io l’ho visto anche se tanto tempo fa quando la mia cultura cinematografica era poco estesa, mentre Shiki ancora non l’ha visto. Potrebbe essere un buon momento per recuperarlo visto che lo ricordo poco (ma ricordo che mi piacque).

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        • Il film con la Steinfeld è divertente, mentre quello di Cronemberg è seminale: ti chiedevo se lo avevate visto perché, avendolo rivisto proprio ieri sera, in un ciclo della cineteca deicato all’horror come mutazione del corpo e motazione dello spirito, sono rimasto molto più colpito ora di quando lo vidi anni fa… Sono passati più di 18 anni dalla sua distribuzione eppure è incredibilmente innovativo e trasgressivo… E mentre lo guardavo pensavo tra me e me che oggi, in questo momento, non conosco altre persone più di te e Shiki (che conoscete l’horror, che non temete la trasgressione, che siete eanche videogiocatori, che riuscite sempre a vedere aldilà della maschera) che potreste apprezzarlo (ha incassato praticamente il nulla assoluto!) e capire quanto cinema e quanta tv ha copiato da esso… Siamo quattro gatti, ma sappiamo miagolare benissimo!

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          • Cronenberg è sempre stato un regista stupendo che affrontava tematiche affascinanti e terrificanti (la mutazione del corpo era qualcosa presente in molte sue pellicole). Cercheremo di recuperarlo anche perché il cyberpunk è uno dei generi da noi due amato alla follia. Penso uno dei generi che possa parlare meglio dell’uomo e di se stesso.

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