Ambient Music e Cinema Contemporaneo: Parte 2 di 2, da Ross a Angelides

Nella puntata scorsa, abbiamo visto come una corrente della musica elettronica, nel suo definirsi ambient attraverso una canonizzazione più filosofica che strumentale, è entrata a gamba tesa nel mondo delle colonne sonore, caratterizzando il mood contemporaneo del Cinema e della Televisione e colorando con luci al neon le pareti del cervello dei suoi autori.

Abbiamo velocemente preso in esame il lavoro di Brian Eno, Clint Mansell, Jóhann Jóhannsson, Max Richter e Ramin Djawadi, cinque compositori per un solo percorso che ci aveva condotto dagli albori del genere fino alla successiva contaminazione con il sinfonico, ma senza mai davvero abbandonare le vibrazioni e le distorsioni metalliche tipiche della musica elettronica degli albori ed ora, con questa seconda ed ultima puntata, ci apprestiamo a salire di livello, non già come qualità artistica in senso assoluto (quando si è citato un nome come Brian Eno, una gara sarebbe ridicola), ma come complessità strumentale e soprattutto come influenza sul presente.

6 – Atticus Ross & Trent Reznor

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Con le partiture musicali di Atticus Ross (inteso sempre come parte dell’imprescindibile sodalizio con il cantante Trent Reznor, con il quale condivide un intero mondo artistico, dalla collaborazione come membri del gruppo Nine Inch Nails di genere industrial metal , fino a progetti eclettici come How To Destroy Angels‎) la composizione di soundtrack per il cinema ha infatti compiuto un netto salto evolutivo: dapprima con una brusca sterzata verso il genere ambient più puro, quasi un ritorno alle origini, recuperando tutta l’oscurità e l’alienazione della electromusic più urbana e deumanizzata, per poi specializzarsi nella costruzione di tunnel sonori ipnotici e meccanici, dove lo spettatore viene letteralmente intrappolato, di modo che non abbia quasi via di scampo mentre assiste sullo schermo a continue esibizioni (quasi celebrative) delle patologie dissociative, attraverso la rappresentazione di personalità disturbate, instabili ed impulsive, creando una nuova forma di eroismo.

The-Social-Network

Non è assolutamente un caso che Ross, non appena decise di dedicarsi maggiormente a comporre musica da film, sia diventato immediatamente il compositore prediletto proprio di David Fincher, l’inossidabile cantore della solitudine metropolitana cinematografica post-romantica e che questi, sostituendolo ad Howard Shore (sodale musicista di tutte i suoi prime lavori), lo volle in ciascuna delle sue ultime tre pellicole: The Social Network del 2010, The Girl with the Dragon Tattoo del 2011 e Gone Girl del 2014.

The-Girl-with-the-Dragon-Tattoo

Le sonorità delle soundtrack curate da Atticus Ross e Trent Reznor, inoltre, non si limitano più a seguire pedissequamente gli effetti drammatici, voluti dai cineasti all’interno dell’intreccio narrativo, ma arrivano persino a proporsi come guida nelle scelte registiche, intervenendo sull’immaginario visivo dello spettatore, che spesso viene trasportato in un ritmo serrato ed al contempo glaciale quasi senza accorgersene: in questa sorta di laboratorio emozionale, una sceneggiatura come quella scritta da Aaron Sorkin sulla biografia di Mark Zuckerberg smette di essere incensante o giornalisticamente agiografica, ma diventa una lirica sulla solitudine ed è forse in questo la difficoltà che molti critici hanno nell’incapsulare e definire la poetica dei film di Fincher, laddove questi evoca un lirismo estremo ed angosciante (nella palette dei colori, nel montaggio, nei tempi della recitazione e soprattutto sul sonoro), attraverso tuttavia una sintassi di narrazione lineare e quasi mainstream.

La clip riportata qui sopra, tratta dallo sconvolgente e minimalista Gone Girl, è un evidente campione di questa trasformazione del quotidiano in rito distante, elevando un thriller dal semplice gioco di smontaggio di un whodunit (cosa che altrimenti sarebbe stato il film, nello script di Gillian Flynn, dal suo stesso romanzo) al più alto rompicapo dell’inesorabile avvicinarsi ad una mente corrotta.

7 – Ben Salisbury & Geoff Barrow

07 Ben Salisbury and Geoff Barrow

Quanto essenziale possa essere il giusto commento musicale di genere ambient ed elettronico, soprattutto in pellicole di soggetto mistery o apertamente fantascientifico, lo sa benissimo un cineasta come Alex Garland che dopo aver lavorato come screenwriter per Danny Boyle (28 Days Later del 2002 e Sunshine del 2007) ed essersi confermato punto di riferimento del cinema fantastico britannico con Never Let Me Go del 2010 di Mark Romanek, conquistò in modo netto pubblico e critica nel 2015 con il suo impeccabile Ex Machina, film che scrisse e diresse in solitario, attorniandosi di un cast incredibilmente in parte (su tutti ovviamente una Alicia Vikander, nel ruolo nettamente più carismatico della sua carriera) ed affidandosi per il commento musicale alle sonorità della coppia artistica inglese Ben Salisbury & Geoff Barrow.

Per questo thriller tecnologico, dove si racconta la parabola di un robot costruito per testare i confini tra uomo e macchina, il compositore Salisbury ed il musicista Barrow (ex-batterista dei Portishead), riprendono in mano le sonorità da loro create tre anni prima con il loro album digitale Drokk: al servizio questa volta delle oscure immagini dell’animo umano, in conflitto con l’autodeterminazione di un androide, con una violenza prima cerebrale e poi fisica, la colonna sonora diventa organica e senza micro-parti, con composizioni di lunga durata, per seguire il flusso della storia in modo avvinghiante e coerente, come si evince dalla clip di montaggio che avete trovato sopra, dove il brano Titan Bound fa da commento ad alcune scene.

Dredd

Quello di Drokk non era però un semplice album, ma la colonna sonora non ufficiale (come loro stessi la definiscono sul sito di ascolto) di Mega-City One (la città-stato immaginaria, in cui si ambienta la storia di Dredd, sia per quel che riguarda i fumetti originali, sia il film britannico del 2012 di Pete Travis): anche solo l’idea di creare una soundtrack, ispirandosi ad una immensa e futuristica megalopoli, di una società immaginaria, totalitaria e disumana, trasuda electropop e Brian Eno da tutti i pori!

Black-Mirror-Men-Against-Fire

Come già per gli altri musicisti del nostro gruppo, anche Ben Salisbury e Geoff Barrow si ritrovarono a lavorare quasi subito per i grandi network d’intrattenimento per pubblico adulto e dopo le esperienze nella fiction Black Mirror (loro è infatti la musica dell’episodio Men Against Fire, diretto da Jakob Verbruggen e scritto nel 2016 dallo stesso creatore e showrunner di questa serie capolavoro, Charlie Brooker), si ritroveranno a lavorare di nuovo per Alex Garland, nel suo film successivo ovvero il molto discusso e divisorio Annihilation, liberissimo adattamento e necessario plateale tradimento del primo libro, della teoricamente intraducibile in film, trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer, prodotto con pochi soldi e poca convinzione dalla Paramount e distribuito in esclusiva mondiale sul piccolo schermo da Netflix a soli 17 giorni di distanza dall’uscita nelle sale cinematografiche.

In modo ancora più evidente che nelle precedenti composizioni, le sonorità della coppia di artisti sono realizzate tirando letteralmente il collo a sintetizzatori e strumenti analogici, al fine di accompagnare le visioni da sogno e da incubo, in cui l’alieno (inteso da Garland come anomalo) prende la forma dell’impossibilità, con sequenze surreali di evidente e smaccato omaggio sia a David Lynch, sia al Tobe Hooper di Space Vampires.

8 – Jeff Russo

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Quando si parla di collaborazioni eccellenti tra un musicista ed un autore di film e fiction tv, vengono in mente moltissimi nomi, ma per il nostro speciale punto di osservazione sul cinema e la televisione contemporanei, forse il sodalizio più eclatante è quello che si è stretto nel 2014 tra il cantante, chitarrista e musicista Jeff Russo (fondatore della band di rock acustico Tonic) e lo scrittore e sceneggiatore Noah Hawley: parliamo di una collaborazione dominata dalla massima libertà creativa (fatto davvero anomalo e quasi inspiegabile, specie considerando che tale autonomia si esplica all’interno di un network generalista come FX, della Fox Entertainment Group) e da un’alchimia speciale, che ha spinto i due artisti ad un continuo e mutuo scambio, tanto che alcune delle cover usate da Russo nelle sue soundtrack (fra tantissime, davvero eclatante è la rielaborazione del brano Burning Down The House dei Talking Head, usata nel quarto episodio della seconda stagione) sono frutto di arrangiamenti costruiti assieme a Hawley ed al contempo alcune delle sequenze più immaginifiche presenti nella serie televisiva Legion, appaiono costruite quasi a commento della texture musicale e non viceversa.

Legion-season-2

Se infatti la primissima collaborazione tra i due artisti si verificò durante la realizzazione della colonna sonora e del tema musicale portante delle tre stagioni televisive di Fargo, il momento di massima espressione della loro ricerca quasi sperimentale di una musica da cinema, plasmata attorno a dei plot oltre il limite dell’inverosimile, si ottenne indubitabilmente proprio con le due stagioni (ad oggi) del serial televisivo dedicato al mutante David Haller, teoricamente collegato come origine fumettistica all’universo mutante degli X-Men, ma per ora completamente svincolato da essi.

Fargo-Season-2

I picchi di creatività ed innovazione anche irriverente toccati durante la lavorazione degli episodi di Legion (aldilà dei gusti soggettivi e del gradimento o meno di un ritmo di narrazione volutamente disturbante e per molti anche irritante) sono davvero irraggiungibili ed è per questo che vi suggerisco con tutto il cuore di abbandonarvi all’ascolto ed alla visione del video posto qui sotto, costruito con alcune brevi sequenze e l’accompagnamento musicale del celeberrimo Choir And Crickets, brano composto da Russo appositamente per la colonna sonora della fiction, ma che ha acquistato rapidamente una notorietà virale nel web, grazie anche ad una delirante versione estesa a due ore dello stesso pezzo.

Il suo lavoro svolto per le bizzarre serie create e prodotte da Hawley ha senz’altro contribuito alla notorietà di Russo nel mondo delle produzioni televisive statunitensi, tanto che Netflix, sempre molto attenta alle nuove tendenze, lo ha immediatamente reclutato per la creazione della soundtrack e del tema principale della sua Star Trek Discovery, dove accontenta il committente nella sua ricerca costante di reboot sequenziali: ascoltate, nel video promozionale della serie, come il main theme creato da Russo si adagi perfettamente sul solco della tradizione, impresso negli anni ’60 da Alexander Courage, ma poi se ne fugga avvicinandosi alle sonorità sincopate di Djawadi, come a ricordarci che quella che stiamo per vedere è soprattutto una serie di sci-fi bellica.

Penso che sia oramai evidente per tutti che nel nostro veloce percorso dentro la musica ambient per il cinema e la televisione, più che le contaminazioni siano molto frequenti gli scambi artistici, in un gioco di staffetta tra musica pop e sperimentale, tra colleghi che si stimolano vicendevolmente e refrain che riafforano in continuazione, come macchie di umidità su strati e strati di vernice, dati sopra ad un intonaco non trattatto: non è plagio, sia chiaro, ma tautologia ipnotica e diafora (figura retorica in cui la ripetizione si amplia e diviene conferma identitaria, come nell’immortale verso di Gertrude Stein «Rose is a rose is a rose is a rose», dal suo poema Sacred Emily del 1913).

9 – Mark Mothersbaugh

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Negli anni ’80 ci fu una band che più di altre ha rappresentato lo scarto evolutivo della musica elettronica nel rock e nel pop moderni, ma che fu anche uno dei gruppi musicali più incompresi di quel decennio: i Devo.

Devo

Erano giovani arrabbiati, che negli anni ’70 giravano assieme agli altri adolescenti per le strade della provincia di Akron, in Ohio, mentre ascoltavano Captain Beefheart e cercavano di capire cosa fare del punk e del rock e dell’arte in generale, finchè nel decennio successivo elettrizzarono i recettori della pop music, scalando le chart e diventando celebrità mondiali, per poi fingere di scomparire: in realtà essi sono ancora tutti presenti, negli oltre quarant’anni di carriera musicale di Mark Mothersbaugh.

The-Life-Aquatic-with-Steve-Zissou

Come un mutaforma alieno, l’anima dei Devo si è insinuata con Mothersbaugh nel cuore del cinema e della televisione hollywoodiana, adattandosi e mettendo la sua firma su più di sessanta colonne sonore di film, telefilm e videogiochi: seppur specializzatosi per lo più in produzioni dirette ad un target infantile o pre-adolescenziale, l’animus musicale del nostro immarcescibile musicista è rimasto integro e coerente alla rivoluzione sonora dei Devo ed è proprio per questo motivo che un lunare ed attento direttore di scena come Wes Anderson lo volle per la composizione delle soundtrack di tutti i suoi primi film, da Bottle Rocket del 1996, fino a The Life Aquatic with Steve Zissou del 2004, per poi sostituirlo con il suo attuale musicista feticcio ovvero quel Alexandre Desplat, che gli ha garantito una più ampia condivisione di pubblico con le sue sonorità neo-romantiche.

Thor-Ragnarok-Grandmaster

Malgrado questa altisonante e lunga collaborazione, a me piace tuttavia vedere come massima espressione del lavoro di Mark Mothersbaugh, quale compositore per il cinema, la monumentale colonna sonora che ha realizzato per la pellicola ultra-pop che il regista neozelandese Taika Waititi ha diretto per i Marvel Studios, Thor: Ragnarok.

Già la sola figura di Jeff Goldblum e del suo personaggio Grandmaster sarebbero bastanti per definire questo film un divertentissimo esercizio di stile, trasudante adrenalina e cultura da discomusic dal gusto lisergico ed un po’ vintage, ma oltre a questo c’è anche un lavoro di arte visiva impressionante, che rende questa pellicola senza dubbio un anello debole all’interno della finta epica su cui si costruisce il regno dei nuovi dei supererositici, nella seriosa continuity del MCU, ma anche una splendida perla di anarchia e di caos primordiale, in cui l’azione diventa colore e la musica narrazione.

Per questo, alziamo il volume ed i calici e brindiamo alla studiata confusione di Waititi e Mothersbaugh!

10 – Eskmo

10-Eskmo

Come decimo ed ultimo nome del gruppo di compositori da me selezionati per questo veloce excursus nella musica ambient, non solo elettronica, per cinema e tv ho scelto quello di Eskmo, al secolo Brendan Angelides, strabiliante e giovanissimo produttore di San Francisco di electro music multi-genere.

Muovendosi agilmente sulla cresta dell’onda delle nuove tendenze e facendo slalom velocemente tra le etichette discografiche più cool ed importanti (come la Warp Records e la Planet MU), che lo corteggiano come una star, Angelides è difficilmente richiudibile in qualche classificazione musicale, pur avendo già da tempo costruito uno stile particolarissimo ed inconfondibile: con i suoi lavori, spazia in ambienti sonori ed emozionali molto diversi, esibendosi dal vivo come vero e proprio deejay, sia registrando in studio texture molto potenti per serie tv di culto, come ha fatto con l’accalmatissima fiction 13 Reasons Why. di cui sotto una clip di montaggio con il brano di Eskmo Oh In This World of Dread, Carry On.

A differenza degli altri nomi della mia lista, quello di Eskmo è di certo quello con meno soundtrack all’appello, ma la sua giovane età non lo risparmia dall’essere un vero vulcano in piena eruzione: attivo musicalmente solo dal 1999 (con il disco autoprodotto Machines on Task), vanta già collaborazioni eccellenti a livello di pop music (da Selena Gomez ad Amon Tobin), ma soprattutto il suo nome compare come raffinato sound designer per molte produzioni hollywoodiane.

A me piace ricordarlo soprattutto per la colonna sonora di enorme carisma che sta tutt’ora producendo per la fiction televisiva Billions: in queste note, ritmicamente ossessive e pompate dal suono di sintetizzatori, che si muovono come ingranaggi ed eliche di un’immensa macchina disumana, c’è tutta la violenza silenziosa ed incombente dell’alta finanza di Wall Street, del suo incredibile potere sulla vita quotidiana di ognuno di noi e chiaramente sulla collusione con il potere politico e giudiziario.

Non c’è nulla, davvero nulla di rassicurante e se qualche refrain sembra scivolare via in un piglio divertito è solo per una beffa, una terribile e crudele beffa.

Con quest’ultimo musicista si conclude anche il nostro viaggio nella musica ambient, intesa come genere di elezione per buona parte del cinema contemporaneo.

Spero di avervi fornito anche alcuni spunti di riflessione sulle collaborazioni speciali tra i registi ed i compositori della musica dei loro film e magari di poterne parlare nei commenti.


I compositori di musica da cinema di cui abbiamo parlato in questa seconda puntata:

Atticus Ross & Trent Reznor
Ben Salisbury & Geoff Barrow
Jeff Russo
Mark Mothersbaugh
Eskmo

Musicians-2


In questo post abbiamo ricordato i seguenti film e fiction:

The Social Network“, USA, 2010
Regia: David Fincher
Soggetto e Sceneggiatura: Aaron Sorkin
tratto da The Accidental Billionaires di Ben Mezrich
Musiche: Trent Reznor e Atticus Ross

The Girl with the Dragon Tattoo“, USA, SWE, 2011
Regia: David Fincher
Soggetto e Sceneggiatura: Steven Zaillian
tratto dal romanzo omonimo di by Stieg Larsson
Musiche: Trent Reznor e Atticus Ross

Gone Girl“, USA, 2014
Regia: David Fincher
Soggetto e Sceneggiatura: Gillian Flynn
tratto dal suo stesso romanzo omonimo
Musiche: Trent Reznor e Atticus Ross

Ex Machina“, USA, GBR, 2014
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Alex Garland

Legion (TV series)“, USA, 2017 – in corso
Creata da Noah Hawley
Regia: Noah Hawley, Michael Uppendahl, Tim Mielants ed altri
Soggetto e Sceneggiatura: Noah Hawley, Nathaniel Halpern, Peter Calloway ed altri

Billions“, USA, 2016 – 3 stagioni, in corso
Creata da Brian Koppelman, David Levien e Andrew Ross Sorkin
Interpreti: Paul Giamatti, Damian Lewis, Damian Lewis e David Costabile

Thor: Ragnarok“, USA, 2017
Regia: Taika Waititi
Soggetto e Sceneggiatura: Eric Pearson, Craig Kyle e Christopher Yost

Annihilation“, GBR, USA, 2018
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Alex Garland
liberamente tratto dal romanzo omonimo di Jeff VanderMeer


 

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34 pensieri su “Ambient Music e Cinema Contemporaneo: Parte 2 di 2, da Ross a Angelides

  1. è incredibile come la musica possa cambiare lo sviluppo di una scena e quanto sia importante per la riuscita del film stesso, frase ovvia, lo so, ma è proprio tutto il suo avvicendarsi che ci fa amare (inconsciamente) quello che vediamo. La nostra mente ha delle qualità eccezionali, e il susseguirsi dei nostri stati d’animo è un incredibile variazione di bellezze dove convergono tutte le forze dell’universo, e questa affermazione non è esagerata, perché il mistero del tutto vive e si evolve dentro alla nostra intelligenza. La musica abbinata alle immagini è proprio come la nascita della vita, e tutto ciò che ne consegue comporta l’inarrestabile sovrapporsi di vibrazioni e di forze senza fine. E’ molto bella questa tua retrospettiva sui compositori che hanno (e stanno facendo) fatto innalzare la qualità del cinema, tra l’altro onore a Mark Mothersbaugh perché il ricordo dei Devo è proprio come tuffarsi in una delle esperienze più originali, musicalmente parlando, mai viste, e il proseguo della sua carriera è li a dimostrarlo, senza nulla togliere a tutti gli altri, anche se per Atticus Ross & Trent Reznor bisogno togliersi il cappello: troppi rimandi ad alcune ed essenziali esperienze musicali da te citate.
    Mi raccomando ragazzo, non fermarti, di certi blogger noi ne abbiamo bisogno, proprio come la musica in un film… Vai !!!

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    • Come avevi già fatto sotto alla prima puntata della mia disquisizione sui compositori di musica per film di una parte di cinema contemporaneo, così hai puntualmente fatto di nuovo, con un tuo prezioso commento sotto questa seconda ed ultima puntata: mi hai regalato complimenti generosi ed osservazioni acute, cosa desiderare di più da un follower?

      Al di là dello specifico discorso sulla musica elettronica e strumentale contemporanea, con le tutte relative contaminazioni e scambi culturali, non posso che concordare con te su quanto il commento sonoro alle immagini di un film, parimenti a quel che accade in un installazione artistica multimediale all’interno di un museo o di area assimilata, modifica drasticamente il significato e la freccia emotiva di tutto quello che lo spettatore osserva… divertenti e significativi, in tal senso, sono tutti quei video reperibili nel web dove alcuni appassionati si sono divertiti a sostituire la musica di famosi film trasformando sequenze comiche o romantiche in sequenze drammatiche e persino horror.

      Come tu hai detto, può sembrare ovvio, può sembrare banale, ma non lo è.

      La Moderna tecnologia delle piste sonore ha regalato poi al cinema del dopoguerra e soprattutto a quello degli ultimi anni (fruibile anche in casa con impianti Home Theatre che permettano una fruizione più simile all’originale della sala) la possibilità di aggiungere al lavoro di messa in scena fatto già dal regista, dallo sceneggiatore, dallo scenografo e dal musicista in senso stretto, anche quello del Sound Designer che letteralmente dipinge l’audio che alla fine lo spettatore ascolta a volte anche solo con i rumori o l’assenza della musica.

      Grazie ancora Barman, specie per il tuo sprone!

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  2. Grazie per questa seconda lezione, da ignorante in materia quale sono, dato che al massimo posso dire “questa soundtrack suona bene”, ho imparato qualcosa di nuovo in tema di collaborazioni tra autori (musicali) e registi. Tra tutte le varie analisi mi ha colpito molto quella relativa al duo Fincher-Ross. Il regista è uno dei miei preferiti e grazie alla tua magistrale disamina, finalmente faccio caso alla sua predisposizione alla “lirica della solitudine”. Più che un registra “freddo” come spesso si legge in giro, è un autore capace di lavorare per “sottrazione”(che è ben diverso da affermare che non vi siano emozioni) e effettivamente la clip sonora che hai posto come esempio è emblematica in tal senso (che gran bel film Gone Girl, per inciso). Se poi devo dirti quale è stata la composizione musicale che mi ha incuriosito maggiormente, non può che essere Choir And Crickets di Russo (che clip!), tanto da invogliarmi a vedere Legion, serie la cui visione ho posticipato di mese in mese (che presumo tu suggerisca di guardare, visto anche il tuo nuovo avatar).
    Infine, la colonna sonora di Thor: Ragnarok è davvero notevole (come anche lo stile molto colorato che grida anni 80 ad ogni frame), se solo non fosse stato un film su Thor (tralasciando dialoghi forse non azzeccatissimi)!

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    • Aldilà dei complimenti generosissimi che mi rivolgi sempre (e che ovviamente come tali aumentano ogni volta la mia autostima), un commento come il tuo è per me ossigeno puro, perché sei andato dritto al punto, soprattutto con un regista difficile da definire come Fincher e ti dico subito che faccio immediatamente mia la tua definizione di una messa un scena giocata per sottrazione… Splendido!

      E poi, che occhio che hai, Amulius! Hai notato subito il cambio di avatar ed hai riconosciuto in esso uno dei character della fiction Legion… Davvero notevole, mi sono sentito per un attimo piacevolmente scoperto ed è stato grande!! Cavolo, si scrivono post anche per commenti come questi!

      Su Legion, che dire, è una visione che spiazza, perché viene portato al parossismo quel processo di destrutturazione della trama lineare iniziato da Lynch con Inland Empire e proseguito da Malick nei suoi film più recenti, in cui ha addirittura abolito la sceneggiatura… Qui non siamo a quei livelli, ma di certo lo spettatore vive gli accadimenti più per associazioni di idee che non per consecutio logiche e d’altronde si sta per tutto il tempo tra telepati contaminati da un parassita mutante che sdoppia la personalità dell’ospite ed altri mutanti che vivono nel piano astrale…

      Dico questo perché mi rendo conto che in questa fiction non vale nessuna delle regole classiche e che come dico nel post la visione di Legion alterna ritmi e monologhi di una lentezza più che disarmante a visioni di una bellezza epocale e poi come un fulmine a ciel sereno ti ritrovi in mezzo a piccoli documentari in cui una voce fuori campo ti spiega cose!

      Legion o la si ama o la si odia, sopportando lo stress dello spermentalismo estremo oppure cambiando canale ed ancora non mi capacito come possa piacere anche ad altri! Ho appena letto che FX ha annunciato con orgoglio di aver rinnovato la serie anche per una terza stagione e la seconda non è nemmeno finita! Davvero, ad ogni puntata mi chiedo chi siano i pazzi come me che la seguono!

      Per cui, se ti capiterà di vederla, non preoccuparti se deciderai di smettere, perché non è un test di cultura o intelligenza ma solo di tolleranza alla follia… Una follia, in realtà, molto, ma molto più lucida, anche se spesso il significato di ciò che si è visto arriva la puntata dopo…

      Grazie della pazienza, grazie di tutto.

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  3. Credo che le analisi da te compiute, arrivino a un livello di competenza che ormai mi sfugge. Suona strano, ma è un complimento, per quanto misero. Ahimé ho perso il treno di molti film e me li sono persi (li ho ignorati) e questo mi fa andare fuori gioco, ma anche se li avessi visti tutti, i film citati, non avrei saputo cogliere le sfumature e i perché di certe scelte. Questo per dire che, non posso più condividere il tuo pensiero, ma leggerlo come si legge un’enciclopedia del cinema. Maestro.
    Fatta questa premessa, vediamo se riesco a spiegarmi…
    La colonna sonora è parte fondamentale di molte scene, e sono pochi i registi in grado di farne a meno. Credo che la musica rappresenti la credibilità di una pellicola, perché sbagliarla, perché non amalgamarla con la parte visiva, danneggia irreparabilmente quello che proviamo con la sola vista.
    Non è necessario che una carica di cavalleria debba venire sottolineata da archi, ottoni e timpani… come non è necessario che un dramma interiore sia per forza sottolinato da jazz acido o chissà che, e i maestri della finzione stanno lì, nell’associare qualcosa che rafforzi, senza cadere nel cliché.
    Quindi? Quindi hai citato negli ultimi post dei giganti nel creare amalgama, non necessariamente riprendendo lo stesso sapore delle scene visuali. Un po’ come avvolgere nel prosciutto dei gamberoni, oppure aggiungere un cucchiaio di zucchero per caramellare le cipolle da servire con del cinghiale. Non si può accompagnare sempre il pesce con il vino bianco insomma.
    Scelte difficili, per autori notevoli.

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    • Quando si studia all’Università, ci si rende conto, in mezzo ad una miriade di altre cose, che ciò che si apprende di uno specifico settore dello scibile umano si stratifica ovvero le nuove teorie che apprendiamo o le nuove analisi poggiano sempre su assunzioni precedenti e l’unico modo, ad esempio, per apprendere davvero una nuova teoria fisica o una nuova scoperta in medicina, è aver prima capito le scoperte precedenti: viceversa si ha una cultura nozionistica superficiale e soprattutto massimalista.

      Sarebbe un problema?
      Di per se no, finché tale cultura non la si usa per pontificare invece che per comprendere: il mondo dei social (contro cui mi scaglio periodicamente) è pieno di persone che pretendono di insegnare ad altri cose che hanno appreso solo per sentito dire ma che non hanno compreso a fondo e così capita che si sia tutti allenatori della nazionale, presidenti del consiglio, ministri del tesoro, capi della polizia e così discorrendo… Ma per evitare questo vengono in aiuto la filosofia e la politica, perché queste due branche del pensiero umano permettono la creazione di strumenti di analisi con cui accogliere e scegliere le linee guida anche di un governo e persino di un ministro della salute pubblica.

      Quindi?
      Quindi se tu sei un regista o uno sceneggiatore di cinema e tv e non vai a vedere i film dei colleghi, il rischio è che tu perda la capacità di entrare in empatia col pubblico e soprattutto che tu ti possa crogiolare sulla falsa convinzione di aver avuto chissà quale idea straordinaria, quando magari è già stata messa in scena o scritta da altri: allo stesso modo un poeta o uno scrittore che decidesse di non leggere ciò che esce in libreria pensando di essere così importante e geniale da non aver bisogno del confronto con nessuno, beh, costui sarebbe oggi uno scrittore fallito, forse geniale, ma inutile e non pubblicabile.

      Ora, quello che faccio io non è dirigere film o sceneggiarli e nemmeno scrivere racconti o romanzi editabili, ma solo esternare in modo anche spesso poco comprensibile le mie teorie sul cinema, con l’unica attenuante che, oltre ad essere uno spettatore avido ed assiduo (non parlo MAI di ciò che non ho visto o letto), ho davvero studiato cinema e mezzi di comunicazione di massa all’Università (pensa, Gianni, che per l’esame di Tecniche del Linguaggio Radio Televisivo feci una tesina sulla trasmissione RAI Fantastico nella conduzione di Adriano Celentano… Che tempi!).

      Detto questo, non ha alcuna importanza che tu non abbia visto alcuni dei film che io cito (certi mi stupisco persino io di averli visti, ma avere Sky e Netflix e Rakuten aiuta moltissimo… Quando ho l’insonnia, accendo la tv e guardo), perché tu, in una scala sociale di utiltà, sei ad un gradino superiore al mio, perché tu crei, produci e condividi, mentre io parlo, parlo, parlo e sono solo una bestia che grida amore al mondo senza la bocca… (doppia citazione carpiata e stravolta).

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                    • Prima Parte del Commento – Io, io, io

                      Faccio fatica, carissimo e stimatissimo Gianni, ad essere imparziale nel giudicare questo tuo racconto breve (sono anche impallidito nel sapere che era una bozza, per quanto terminata), perché io lo ritengo perfetto, sia nella sua prima parte più ostica, da hard sci-fi, piena di riferimenti tecnico scientifici (ci sono cresciuto con quel tipo di letteratura!), sia la seconda più nevrotica ed inquietante, sia ancora la terza parte, da incubo, con la visione orrorifica di queste entità transdimensionali o spiritiche o demoniache lovecraftiane, che terrorizzano specie se viste in pieno giorno, anzi in un non-spazio bianco latte, infine con la chiusura alla Matheson ed il pessimismo cosmico… Faccio fatica perché più di altri questo racconto è incredibilmente sulle mie corde, ma davvero così tanto che ho frugato virtualmente nei miei appunti per vedere che non fosse mio!

                      Ho scritto la parola «mio» poi ho messo le cuffiette ed ho riletto il tuo racconto ascoltando il brano musicale Hand Covers Bruise di Atticus Ross, quindi ho ripreso a scrivere il commento che stai leggendo, perché nel frattempo si erano schiuse delle uove (capirai nella seconda parte, dove ho linkato un filmato) e la mia mente stava andando a ritroso nel mio passato, perché questa parte del commento si chiama non a caso Io, io, io.

                      Ancor più delle poesie, io penso che la creazione di una storia (sia nel plot che nell’atmosfera in cui nuota) sia estremamente simile ad un sogno, nel senso che come esso vive di una rimasticazione del proprio vissuto immaginifico e delle considerazioni immediate (associazioni di idee, idee doppie, triple e quadruple) che l’artista fa quando vede, ascolta, legge, percepisce, sia prodotti di fiction, sia vita reale… Insomma, in qualche modo io avevo vissuto parte delle cose che hai scritto e quindi sono rabbrividito: se facessi parte di una giuria incaricata di giudicare una serie di racconti tra cui questo, mi toglierei dalla giuria perché il mio giudizio non sarebbe imparziale!

                      Fatto salvo l’ovvio ovvero che i miei vissuti non sono i tuoi, ti racconterò ora delle cose privatissime (mai dette ad anima viva prima) di me: nei giorni successivi alla morte di mia madre, mi aggiravo come bambino in piena pubertà pre-adolescenziale sui due piani di una grande casa vuota, resa tale non solo dal lutto improvviso ma dal mutismo in cui mio padre era piombato e dall’ermetico livore silenzioso che mio fratello covava; era una casa silenziosa ed in parte cigolante, perché aveva molto legno, nelle scale, nei mobili, nelle librerie e questa la rendeva luogo di avvistamenti sospetti, di visioni paurose (ovviamente il lutto mi aveva creato incubi a non finire) di esseri che stavano nascosti dietro gli angoli ed erano per lo più bambini senza occhi o bocca, imperscrutabili, che regolarmente cercavano (sia nei sogni notturni, sia nel tentativo di ricostrurli di giorno a memoria) di afferrarmi e portarmi in qualche limbo; è in quel periodo che immaginai un racconto di fantascienza, dove un ragazzo con grandi capacità elettrotecniche, ma con disturbo della personalità tale da rendergli impossibile ascoltare i rumori attorno a lui (hai presente le cuffie antirumore che indossano molti Asperger ed autistici? Ecco, il bimbo le indossava) ordina per posta una serie di kit per costruirsi da solo un amplificatore e questa attività diventa per lui un’ossessione (come per quegli inventori dei fumetti che adoravo leggere, in bianco e nero, sugli Eureka Pocket della Corno, delle serie di Stan Lee Presenta o Zio Tibia Presenta, te li ricordi Gianni?) perché vuole inventare l’amplificatore assoluto, un modificatore del suono che finisce per modificare l’ascoltatore stesso e così il mio racconto finiva con il ragazzino che, dopo aver ultimato il suo capolavoro, ascolta della musica ed il suo corpo e la sua coscienza divengono parte del suono stesso e vola con esso nell’aria, finché la madre (non casualmente nel mio caso) non spalanca la porta della sua cameretta-laboratorio per avvisarlo che la cena è pronta e la coscienza del bambino scompare per sempre risucchiata dalla corrente d’aria lungo le scale, pigolando una serie di DO, RE, MI , FA, etc.

                      Capisci? Se tu pensi di essere narciso, io sono dietro di te che ti faccio le orecchie d’asino con le dita, come uno di quei cretini che entrano nelle foto altruio, poco prima dello scatto, solo per rompere i coglioni…

                       

                      Seconda Parte del Commento – Nella tana del Bianconiglio

                      Come ti raccontavo, sto scrivendo un post in cui parlo del narcisimo, ma anche dell’illusione e tra i vari film e fiction che uso per esemplificare il mio assunto, uso un video della fiction Legion che sento così tanto mia quasi fosse nata da una mia costola (forse questa immagine la dovevo mettere nella prima parte Io, io, io…)

                      Ora, quando leggerai quel post, vedrai anche quel video, ma adesso ne voglio condividere con te un altro diverso, sempre tratto dalla medesima fiction, che ha invece a che fare con le ossessioni e le idee che si radicano nella mente: te lo metto qui di seguito e spero che tui possa vederlo ed ascoltarlo perché io sarò dietro lo schermo, in attesa paziente di un tuo commento, sia sul video, sia su quella specie di sgorbio mostruso, melmoso e nero che rappresenta il dubbio, l’ossessione o… cos’altro? un mostro comune ad entrambi?

                      Quando ho letto il tuo racconto ho avuto anche un moto di sincera ammirazione e non d’invidia, perché tu sei una mia anima gemella che è riuscita laddove io ho cambiata strada e per questo nutro un fortissimo attaccamento, che travalica la stima e dìviene… boh, altro!

                      Per sempre tuo lettore.

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      • Tu crei mio caro, crei dubbi domande, dai spunti idee (a storie, che sai scrivere) soprattutto hai uno scibile estremo e cogli aspetti che mi fanno esclamare “ah, già caspita è vero!” e che mi hanno fatto apprezzare film che altrimenti non avrei capito.

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  4. Hai descritto perfettamente la struttura bipartita di Gone girl: classico whodunit nella prima parte, analisi di una mente malata nella seconda. Onestamente ritengo che la prima parte sarebbe dovuta durare molto più della seconda, perché il plot twist che fa da linea di demarcazione tra le 2 avrebbe avuto molto più impatto sullo spettatore se fosse arrivato verso la fine; tuttavia, anche così Gone girl resta un grande film. Molto sottovalutato dalla critica, che gli attribuì la miseria di una nomination all’Oscar.
    Tra l’altro nel 2015 deve essere girato troppo champagne a Hollywood, perché quell’anno l’Academy sottovalutò anche altri film: Selma prese solo 2 nomination, Tutto può cambiare addirittura una sola… i film che ho citato dovevano venire coperti d’oro alla notte degli Oscar, e invece hanno preso una statuetta in 3 (peraltro minore: miglior canzone originale a Selma).
    In compenso, questi film sono piaciuti molto al pubblico, infatti:

    – Gone girl è costato 61 milioni e ne ha incassati 369;
    – Selma è costato 20 milioni e ne ha incassati 66;
    – Tutto può cambiare è costato 8 milioni e ne ha incassati 63.

    I dati in questione li ho tratti da Box Office Mojo, tranne il budget di Tutto può cambiare (non era specificato su quel sito, quindi l’ho ricavato da imdb).
    Colgo l’occasione per dirti che oggi ho visto un film che mi avevi raccomandato 2 mesi fa: Turbo Kid. E’ un film molto strano, nel senso che ha un tono generalmente leggero, ma tra una scena spensierata e l’altra ci piazza delle esplosioni di violenza Tarantiniana che grondano sangue a livelli iperbolici. Questo continuo e schizofrenico passaggio da un registro all’altro può disturbare alcuni spettatori, ma io l’ho trovato delizioso. La scena del bacio sotto la pioggia di sangue in particolare è davvero una scena cult, che da sola sarebbe valsa la visione.
    Anzi, devo dirti la verità: per me sarebbe valsa la pena di vederlo per il solo fatto che è un post – apocalittico. Amo così tanto questo genere che sono riuscito a farmi piacere anche i suoi film più osceni, da Il giustiziere del Bronx a I predatori dell’anno omega.
    Forse il mio post – apocalittico preferito in assoluto è Endgame – Bronx lotta finale: se non l’hai visto, te lo consiglio caldamente.
    Paradossalmente uno dei pochi post – apocalittici che non mi sono piaciuti è proprio uno dei più amati, Mad Max – Fury Road. La trama è molto esile, e funzionale soltanto a tenere attaccate con lo scotch le varie scene d’azione del film. Come se non bastasse, queste scene d’azione sono troppo lunghe, e tutte uguali le une alle altre.
    Mad Max è un film tutto basato sull’estetica e sulla ricerca della spettacolarità; tuttavia, ai miei occhi anche un film con 10 scene d’azione spettacolari risulterà comunque noioso, se queste scene si assomigliano tutte e soprattutto se non c’è una vera storia a tenere unito il tutto.
    Mad Max è come un alunno che non ha studiato, e cerca di camuffare la propria impreparazione tirando fuori un parolone dietro l’altro. Ma dietro quei paroloni c’è il nulla cosmico.
    Mad Max è un calciatore che ti entusiasma con le sue accelerazioni, le sue finte e la sua grinta… ma poi guardi le statistiche, e ti accorgi che non ha mai fatto né gol né assist in tutto il campionato.
    Mad Max è una scatola regalo piena di fiocchetti, che tu disfai uno dietro l’altro mettendoci 2 ore… per poi scoprire che dentro la scatola non c’è niente.
    (sequenza di paragoni liberamente ispirata a https://lapinsu.wordpress.com/2014/05/30/american-hustle-ovvero-vabbe-pero-insomma/)

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    • Grazie amico mio per l’interessantissimo e ricco commento, con cui hai prima reso omaggio al mio post ed alle mie osservazioni su Gone Girl e poi da bravo ermenàuta hai sapientemente divagato!

      Sarà perciò sulle divagazioni che mi soffermerò ed in particolare su un ricordo che ebbi quando vidi il Mad Max: Fury Road che hai ridimensionato nel plauso praticamente universale che ha ricevuto (persino lo stesso Lapinsu, che hai citato per American Hustle, ne decantò a suo tempo la potenza visiva, con tutto il lirismo di cui è capace il nostro comune sodale, arrivando a parlare persino di un «orgasmo lungo 120 minuti», ma il bello dell’amicizia è anche ascoltare pareri diversi): vidi il film di Miller al cinema, da solo tra l’altro e mi piacque così tanto che alla sua uscita, comprai subito il Blu-Ray in 4K e mi affrettai a mostrarlo a mia moglie la sera stessa dell’acquisto, in tutta la potenza di un bell’impianto sonoro e visivo; mentre le scene alla Cirque du Soleil, con gli stuntman orchestrati dal vecchio Miller, si avvicendavano sullo schermo della Tv, io ogni tanto buttavo un occhio a mia moglie, con cui condivido sempre le mie osservazioni critiche e con la quale parlo moltissimo di cinema e tv, ma mentre io mostravo per tutta la durata del film una specie di sorriso di compiacimento sul viso, lei restava impassabile, concentrata sulla visione; alla fine, mentre scorrevano i titoli di coda, io non resistetti più e le chiesi «allora? Non è grandioso?»
      Al che mia moglie, girandosi verso di me, con lo sguardo ancora un po’ assorto nei suoi pensieri, mi rispose «grandioso? No, bello, senza dubbio, visivamente impressionante ed anche a suo modo innovativo per l’uso di acrobazie fisiche e non la solita computer graphic posticcia… Tutti bravi, chiaramente, con la Theron una spanna sugli altri, ma per il resto è una boiata pazzesca… La storia di una carovana che fa avanti ed indietro per una strada, per tutta la durata del film, davvero troppo poco per definirlo grandioso… Sembra scritto da un ragazzino delle medie… A te che piace il western, Paolo, dopo avermi decantato Stagecoach di Ford questo non aggiunge nulla…Poi, per carità, bello è bello…»

      Ecco, questo è tutto. Io ho amato quel film, ma stimo anche mia moglie, così come stimo te e qualcosa deve esserci di vero in quello che dite emntrambi!

      P.S. Sono felicissimo che tu abbia visto quello strano film post-apocalittico di Turbo Kid (tra l’altro adesso è disponibile anche in italiano), dove tra l’altro recita un mio idolo, quel Michael Ironside a cui sto da mesi cercando di dedicare un post (ne scrivo un po’, poi mi fermo per qulche settimana, poi lo riprendo e così via) perché da solo riassume uno degli aspetti migliori del cinema anni ’80!

      Alla prossima amico!

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      • I tuoi post sono sempre molto curati, quindi non mi sorprende che dietro ad ognuno di essi ci sia una decantazione lenta e/o una gestazione travagliata.
        Colgo l’occasione per dirti che stamani mi sono sparato uno dietro l’altro 2 film molto diversi, ma entrambi speciali: “Amiche per sempre” e “La sanguinaria.” Darei ad entrambi un 8 pieno.
        E’ andato vicino all’8 anche un film che ho visto 2 giorni fa: “I misteri di Pittsburgh.” Alla fine tuttavia ho deciso di dargli solo 7, per via di un difetto che mi ha un po’ disturbato: una love story gay infilata nella storia a cazzo di cane, con tanto di scene di sesso gratuite ed esplicite al massimo. Senza questa pecca l’8 non glielo toglieva nessuno, e questo la dice lunga sulla qualità del film: come sai se leggi il mio profilo imdb (https://www.imdb.com/user/ur55603897/?ref_=nb_usr_prof_0), io do 7 molto facilmente, ma l’8 te lo devi proprio sudare. 🙂

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  5. Ecco, mentre nella prima parte parlavi di autori che conoscevo abbastanza bene, qui conosco solo Atticus Ross & Trent Reznor e Ben Salisbury & Geoff Barrow. E li conosco grazie a delle pellicole che io trovo assolutamente stupende. Gli ultimi non li conosco bene soprattutto perché lavorano nell’ambito delle serie tv e in quel campo non sono molto ferrato. Sono poche le serie televisive che guardo e il problema è sempre lo stesso: la lunghezza. Molte di queste tendono a dilungarsi oltre il dovuto e ciò molte volte rovina delle serie molto belle che poi, arrivate a un certo punto, non hanno più nulla da dire e vanno avanti solo per inerzia (l’esempio più grande è la seconda stagione di 13, che è arrivata al limite della ragione umana). Purtroppo è un mio enorme problema e spero di riuscire a togliermelo dalla testa, perché purtroppo mi limita anche se ci sono serie tv che ho amato: Twin Peaks, True Detective(la prima stagione, la seconda è molto fiacca), Person of Interest, Il trono di spade (anche se la settima stagione è a livello di sceneggiatura tremenda), Lost.
    Annihilation è sulla mia lista e non vedo l’ora di guardarlo (Garland con il suo Ex-Machina mi ha convinto parecchio e adoro Natalie Portamn e il tipo di fantascienza che viene affrontata nel film).

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    • Anzitutto grazie per aver reso omaggio ai miei due logorroici excursusu sulla musica di genere ambiente per il cinema e comprendo perfettamente la tua opinione sulle serie TV, il cui problema è proprio quell’inutile ripetersi della trama fino allo sfinimento, cosa che paradossalmente è ancora più disturbante in quelle serie che dovrebbero essere più adulte e complesse, dove la trama orizzontale è preponderante, ma che allungandola e spesso modificandola (al solo scopo di sopravvivere) la si uccide, mentre, per un paradossale contrappasso, la lunghezza diventa vizio perdonabile nelle serie più stupide, come i classici procedural, dove ogni punatata è diversa perché poggia sui clichè di una squasra o di un ambiente sempre identico (crime investigativo, ospedaliero, legale etc.).

      Però questo vale nel 99% dei casi, ma c’è uno splendido e meraviglioso 1% in cui gli autori per qualche meraviglioso dono del destino hanno creato delle fiction complesse, compatte e superbe, come Westworld (punto di arrivo sul discorso robotico), Dark (la punta di diamante della narrazione sui viaggi nel tempo), La casa di carta (l’ultima parola sul genere heist), Sherlock della BBC (il miglior Holmes immaginabile), Black Mirror (uno spaccato di presente futuribile e futuro metfaorcio sempre intelligente anche nei suoi momenti più bassi ovvero tutta la quarta stagione e metà della terza) ed ovviamente le 5 puntate di Patrick Melrose (semplicemente la più alta prova recitativa di un attore degli ultimi anni, una cosa mostruosamente bella)… Ecco queste fiction citate sono più belle di tantissimi film usciti nel dopoguerra.

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