Road to OGM Cinema, parte 4 di 4: Moderna Serialità, tra Saga ed OGM Cinema

Star-Wars-Saga

Nelle tre puntate precedenti, abbiamo visto come il Cinema, specie quello più economicamente strutturato sotto forma di business ad alto rendimento qual’è quello nordamericano, abbia modificato la natura semantica del sequel (nelle sue varie accezioni) e del reboot, usandoli non solo come semplice dilatamento narrativo e momentanea replica di successi commerciali, ma come rielaborazione programmatica al fine di creare nuovi frachise: la calcolata e strategica campionatura degli elementi di successo di un’opera narrativa (filmica, nel nostro specifico, ma il discorso è traslabile anche per quella letteraria in senso stretto) e la successiva costruzione pianificata di un modulo romanzesco ripetibile ed espandibile sono entrambe la manifestazione sfacciata di come negli studios convivano contemporaneamente sia la ricerca di nuovi soggetti (affidata a talent scout che vanno a scovare nel vivaio degli autori indipendenti), sia delle particolari writer’s room disciplinate come veri laboratori di manipolazione genetica degli storytelling.

 

Adam-Drive-in-Paterson

Questa coesistenza di due diversi modi di approcciarsi alla settima arte non è però conflittuale, ma economicamente funzionale, come si può vedere dai sempre più frequenti passaggi di attori di ascendenza teatrale (abituati a piccole produzioni, per lo più autorali) e di registi nati nel cinema non mainstream verso progetti cinematografici miliardari, dove il bisogno di mostrare nuovo appeal e vendibilità al pubblico spinge a testare di continuo diverse forme espressive, ma sempre molto controllate e frenate da supervisioni onnipresenti: senza scomodare illustri esempi del passato, basti solo citare il ruolo di sempre maggiore presenza nei grandi blockbuster di un attore di grande sensibilità come Adam Driver (che tutti abbiamo amato in copioni minimalisti, come il bellissimo e poetico Paterson di Jim Jarmusch) o la scommessa del produttore Jerry Bruckheimer di affidare alla coppia dei neofiti registi norvegesi Roenberg (fusione scherzosa dei cognomi dei due amici e colleghi Joachim Rønning e Espen Sandberg) gli ultimi due capitoli di una saga plurimiliardaria come quella dei Pirates of Caribbean.

Avengers-Infinity-War

E’ così che è stato creato il vincente (per ora) Marvel Cinematic Universe, prendendo personaggi fumettistici oramai assolutamente consunti e spenti ed usandoli come marionette per una nuova tessitura: chiunque sia del settore, potrà infatti testimoniarvi come le vendite dei comics supereroistici (per primo negli USA, ma a ruota anche nel resto del mondo), malgrado i più rocamboleschi tentativi narrativi per rivitalizzarli (attraverso salti temporali e dimensionali, continue uccisioni, clonazioni e resurrezioni di characters storici, restyling di etnia, di carattere, di costume e persino di schieramento etico, al limite della sopportazione dei lettori), siano crollate in modo da rendere quel genere fumettistico un investimento inaccettabile per qualsiasi editore, a meno di non considerarlo un indotto; tuttavia, tale fallimento vive in parallelo ed a pochissima distanza il successo invece travolgente (anche se, ripeto, momentaneo e destinato comunque ad estinguersi nel medio periodo) del genere cinecomic, oramai da tempo appiattitosi sulla narrazione di vicende con protagonisti esseri dotati di super poteri.

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Come vedremo più avanti per l’universo cinematografico di Star Wars, anche per il Marvel Cinematic Universe assistiamo alla meritatissima gloria di una perfetta operazione di investimento produttivo e creativo senza precedenti nella storia del cinema e che solo alla lontana ricorda l’operazione che Hollywood fece negli anni d’oro con il genere western e quello biblico, narrando storie completamente inventate (dal punto di vista storico, religioso e romanzesco), creando allora come oggi un universo parallelo, con le sue regole, la sua verosimiglianza e la sua continuity.

Yondu

Preciso, per chiunque pensi che questa mia sia stata un’invettiva alla Savonarola contro i mali del cinema moderno, che sono troppo assiduo frequentatore sia dell’arte classica, sia di quella contemporanea per non vedere come la committenza interessata non abbia mai impedito al vero genio ed all’ingegno sincero di sfornare capolavori o semplicemente bellissime opere d’intrattenimento, anche quando le braccia e le gambe dell’autore erano incatenate e pertanto aggiungo subito che tutto quanto da me sopra affermato debba solo servire non già per giudicare eticamente l’arte (mai, altrimenti la si uccide!), ma solo per comprenderne i meccanismi e rendere libero lo spirito critico dello spettatore (ho personalmente già visto Avengers: Infinity War ben due volte al cinema, giusto per puntualizzare, ma, come scriveva San Paolo nella sua epistola a Tito «Omnia munda mundis»… Basta sapere ciò che si guarda!).

Ci avviciniamo alla fine del nostro viaggio e le cose si fanno più veloci, ma anche più complesse e stratificate: questo impone al nostro percorso una sosta alla tappa seguente, per capire come Cinema e Tv interagiscano in questo processo.

5° Tappa – La moderna SERIALITA’

Scream-Tv-series

Arrivati a questo punto del discorso, va precisato che sul concetto di serializzazione il cinema ha da tempo abdicato nei confronti della televisione, pur con clamorose e sempre più rare eccezioni, per lo più più gestite in esclusiva da quelle majors dell’intrattenimento che controllano più media contemporaneamente: l’avvento dei nuovi network, maggiormente specializzati nella segmentazione del mercato degli spettatori, quali HBO, Netflix, Amazon (ma altri ne sorgeranno a brevissimo), non solo ha costretto gli autori ad una continua ricerca di materiale letterario e creativo (cannibalizzando anche vecchi film e trasformandoli in serial), ma ha anche inventato di sana pianta un nuovo format di visione.

Westworld

Non sto parlando, si badi bene, della banale abitudine di taglio tardo-adolescenziale del binge watching (pratica solo sensazionalistica ed ininfluente, legata precipuamente alle abitudini di vita di chi il giorno successivo ad una maratona notturna non ha veri impegni lavorativi o di studio), ma della più complessa capacità di accogliere una storia narrata con tempi di decine di ore e non più con il minutaggio medio di un film in sala (dagli scarsi 90 minuti ai 120/140 delle pellicole di alto budget) o con i 50 minuti di una puntata di un classico procedural televisivo.

Ê così che sono nati i moderni prodotti di intrattenimento per adulti, come House of Cards, l’iconica fiction prodotta da Netflix: per la sua creazione sono stati usati trama e personaggi concepiti dallo scrittore Michael Dobbs nella sua trilogia romanzesca (House of Cards del 1989, To Play the King del 1992 e The Final Cut del 1994), riciclando lo stile già usato nell’omonima mini-serie televisiva britannica in quattro puntate di Andrew Davis del 1990 (tratta dal primo dei tre libri di Dobbs) ed infine shakerando il tutto con lo straordinario ed indefinibile taglio di cinismo urbano post-romantico del geniale cinesta David Fincher (co-produttore esecutivo di tutte e cinque le stagioni statunitensi ed anche regista dei primissimi due episodi).

House-of-Cards

Ciò che però rende tale serie tv davvero importante nell’evoluzione del mercato televisivo è il modo con cui questa serie è stata sceneggiata ovvero per essere vista e giudicata dal pubblico seguendo un ritmo che inizia con la prima e finisce con l’ultima puntata della medesima stagione ed ogni stagione, a sua volta, vissuta come un unico romanzo all’interno di una serie di novelle collegate assieme: il concetto di visione d’insieme, prima limitato alla fruizione per capitoli ed episodi, viene alterato in un flusso di segmenti drammatici, alla fine del quale solo il tempo a disposizione del fruitore può fargli voltare pagina e proseguire la visione, scavalcando di un balzo la vecchia distinzione binaria tra trama verticale e trama orizzontale.

Lost in Space Netflix version

Sapendo, infine, che il mondo dell’intrattenimento cinematografico e televisivo è oggi in mano a corporazioni di finanziatori (spesso attigui sia di stanza che di metodo), che decidono la concentrazione del budget su un unico blockbuster o spalmandolo su vari episodi, va da sé che il vero sequel, inteso come risposta dei produttori al bisogno impulsivo (di pancia) dello spettatore di vedere un’estensione della medesima storia già apprezzata (per dirla in termini culinari, un “bis” della stessa portata), è sempre più legato al mondo del cinema, mentre l’idea di serie si sta spostando sempre più verso il mercato televisivo.

Questo ci porta diretti all’ultima tappa del nostro viaggio.

6° Tappa – OGM Cinema

THX-1138

Tutti conoscono le Pringles e penso che tutti sappiano anche che esse non sono davvero patatine fritte o per lo meno questo è quello che ha dichiarato un giudice britannico dell’Alta Corte quando nel 2008 la Procter & Gamble, la multinazionale con sede a Cincinnati attuale proprietaria del marchio (e che tra le altre cose produce il detersivo Dash, i rasoi della Braun, le polo della Lacoste ed una valanga di altri articoli), intentò una causa di natura fiscale al governo di sua maestà, per evitare il pagamento di una tassa, adducendo come prova la lista degli ingredienti del suo prodotto, dalla quale si evinceva che le patate rappresentavano appena il 42% della sua composizione e che pertanto non era soggetto alla medesima IVA degli altri snack a base di patatine fritte (qui il link all’articolo della BBC al riguardo).

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Cosa sono dunque le Pringles? Sono un agglomerato di farina di patate, farina di mais, amido di frumento e farina di riso, tenuto assieme da grassi ed emulsionanti, sale e saporanti artificiali e proprio questi ultimi caratterizzano le varie tipologie delle nostre crunchables: se visitate il sito web delle Pringles e cliccate poi nel menù alla voce “prodotti”, vedrete i 9 tipi in vendita in Italia (6 del gruppo flavours e 3 del gruppo tortilla), ma se vi divertirete a selezionare un diverso paese (prendendolo dall’elenco che appare cliccando sul link “countries”) allora noterete l’enormità di diverse saporazioni esistenti, calibrate e pensate per ciascuna delle più di sessanta nazioni dove questo prodotto viene distribuito.

The Island

Lo snack ha ovunque nel mondo la stessa composizione di base, ma ogni volta cambia il sapore ed in parte l’amalgama, creando un ingannevole senso di diversità, che poi rimanda ad una varietà di sensazioni di gusto e ad una percezione deviata, dato che oltretutto i recettori fisici sono resi ottusi dagli additivi e dagli innescanti di appetito: così è il Cinema OGM, in cui investimenti miliardari, nella ricerca delle trame, degli stili e delle messe in scena più adatti alla migliore previsione di vendita del film in più paesi possibile (anche su più piattaforme di visione), creano innumerevoli cloni di un ristretto gruppo di storie, modificandone solo la percezione finale, attraverso variazioni superficiali.

Cindarella

Tuttavia, la vastità dell’investimento e la quantità di lavoro preparatorio è tale che, malgrado un diffuso pessimismo ed un certo qualunquistico cinismo in circolazione sul futuro della settima arte, questo particolare tipo di cinema è in realtà molto più raro di quanto si voglia pensare o temere, perché la garanzia di un ritorno economico risulta possibile solo per quelle major che possono permettersi un simile prodotto finale e di certo è così per una su tutte, la Disney Pictures ed ancora più in dettaglio per il suo secondo progetto più ambizioso, dopo l’infinita rimasticazione live action dei suoi classici animati: Star Wars.

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Nel 1977, a sei anni dal suo primo lungometraggio (quella meraviglia delle meraviglie, tutt’ora insuperata in campo fantascientifico, di THX1138), il “traditore” del sogno di un New Cinema americano (così veniva chiamato George Lucas dal suo ex-amico ed allora molto politicamente impegnato Francis Ford Coppola), aveva creato il suo film testamento e nel giro di pochi anni anche i suoi primi due sequel: The Empire Strikes Back del 1980 e Return of the Jedi del 1983.

Return of the jedi

Allora avvenne tutto in modo quasi piratesco, con un’approssimazione nella stesura delle sceneggiature e nell’uso dei budget che oggi viene ricordato nei tanti saggi e documentari come un esempio di cinema avventuroso, ma il successo fu talmente travolgente ed epocale da superare ogni più folle aspettativa e da far diventare Star Wars qualcosa più di una serie di film o di una moda, assurgendo addirittura al ruolo di icona e poi persino di religione, sublimando gli aspetti di un paradisiaco marketing ultra-decennale.

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Alla fine del millennio scorso, George Lucas decise di tornare sulla sua saga cosmica, producendo la tanto discussa seconda trilogia, cambiando il nome del primissimo storico film (da semplicemente Star Wars a Star Wars Episode IV: a new hope) e soprattutto modificando in parte le vecchie pellicole (aggiustando alcune scene con un uso della computer graphic in totale disprezzo di qualsiasi filologia artistica): in particolare notiamo una delle scene finali di Return of the Jedi, dove compaiono le tre emanazioni della Forza Jedi di Anakin, Yoda, e Obi-Wan; a fare davvero clamore non è tanto la decisione (terribile!) presa da Lucas di mettere nella versione restaurata una versione giovane di Anakin, in mezzo agli altri due maestri Jedi (per la quale scelta sono stati versati dai fan e dai detrattori ettolitri di inchiostro), quanto l’aver manipolato a posteriori, con estrema disinvoltura, un’opera già conclusa, il che rende questo gesto il primo vero vagito del Cinema OGM.

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La narrazione della saga si assestò così su una bizzarra esalogia, in sequenza temporale di narrazione ma non di realizzazione, composta da tre pellicole prequel (Episode I – The Phantom Menace del 1999, Episode II – Attack of the Clones del 2002 e Episode III – Revenge of the Sith del 2005) e 3 sequel o meglio, 1 film originale e 2 sequel e tale rimase cinematograficamente (non contiamo le serie televisive animate ed i comics, perché davvero di scarsa importanza come impatto sul grande pubblico), fino alla fatidica cessione dei diritti, ma quando questa ebbe luogo, in quel fatidico 2012, non rappresentò un semplice passaggio di mano (come fu, ad esempio, per l’acquisto, per quanto economicamente imponente, che Michael Jackson fece di tutti diritti delle opere dei Beatles), ma per il mondo del cinema fantastico fu come se Dio avesse affittato a Starbucks un angolo del Paradiso.

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Se già normalmente le cose si complicano a livello produttivo quando Arte ed Industria si fondono, come nel caso di ogni film di alto budget, immaginate cosa possa essere accaduto dopo che Lucas cedette alla casa di Mickey Mouse il suo franchise di Star Wars: il mondo della narrazione dei Jedi, dei Ribelli e dell’Impero si era come bloccato, cristallizzato in un lunghissimo stand-by, dove ogni cosa appariva immobile come un androide spento, apparentemente in salute ma bloccata in attesa di istruzioni. Poi, piano piano, gli ordini sono arrivati.

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Con i prequel ed i sequel costruiti attorno alla primissima pellicola del 1977, si era già entrati in un territorio eterogeno, in cui i contorni tra le definizioni si stavano perdendo, ma dopo che la Disney ebbe assunto il controllo della centralina di comando furono messi in cantiere uno stuolo sterminato di pellicole, sia sequel diretti degli episodi classici (come è stato per Episode VII – The Force Awakens del 2015 e per Episode VIII – The Last Jedi del 2017, diretto da Rian Johnson), sia spin-off prequel (come il bellissimo e coraggioso Rogue One: A Star Wars Story, diretto nel 2016 da Gareth Edwards ed il sottostimato Solo: A Star Wars Story di Ron Howard, che meriterebbbe un discorso a parte, per essere forse il primo vero film completamente slegato dalla tradizione ed uno dei meglio riusciti di tutta la saga proprio per la sua indipendenza), tanto che possiamo tranquillamente affermare come il franchise di Star Wars alla fine comprenderà dentro di sé praticamente tutti i significati di Remake, Reboot, Prequel, Follow-Up e Saga e forse anche qualcosa di nuovo nato dalla contaminazione dei cinque elementi e da un uso della “retcon” (espressione gergale assurta a termine da glossario cinematografico, con cui si contraggono i nomi inglesi di retroactive continuity) assolutamente spregiudicato.

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Il film Episode VII, citato poco sopra, ebbe l’immensa responsabilità di aprire le danze e su quel primissimo nuovo capitolo si concentrarono attese immani, perché quella pellicola sarebbe dovuta tassativamente essere un sequel follow-up per continuare la storia da dove si era fermata per i milioni di fan, ma anche un reboot per far decollare i nuovi characters e per dare l’addio (sarebbe più corretto dire “degna sepoltura” ma non voglio esagerare) ai vecchi interpreti: fu così che venne convocato il guru hollywoodiano dei reboot, l’uomo che viene ogni volta chiamato dai grandi moloch dell’intrattenimento a creare nuova vita da terra arsa dal sole e resa brulla dal tempo ovvero il nostro caro vecchio J.J. Abrams.

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Senza scomodare l’interpretazione freudiana classica del complesso edipico (nelle sue tante rielaborazioni possibili, avvenute nel corso dei secoli, anche in modo conflittuale tra i suoi eredi ed i suoi detrattori) è oramai un concetto assodato della moderna psicoanalisi quello della necessità per il figlio di uccidere metaforicamente il padre: l’immensa influenza, al limite dell’onnipotenza, che quest’ultimo ha educativamente nei confronti della sua progenie risiede emotivamente sull’ammirazione smisurata e sul tentativo di emulazione che accentra su di sè, ma il suo stesso essere un modello, pur necessario per educare correttamente un figlio, comporta anche il blocco pulsionale dello stesso, con l’inevitabile necessità che il genitore venga ad un determinato momento (non casualmente coincidente con l’adolescenza) scalzato via dal suo piedistallo, attraverso l’annullamento e la negazione di ogni suo aspetto (culturale, comportamentale, etico e persino fisico); quando questo processo di agnizione e liberazione avviene in modo completo, il bambino diventa adulto, altrimenti non uscirà mai dalla stanza dei giochi e non scoprirà mai il mondo reale, diventando un essere umano preda della nevrosi.

Kylo-and-Han

Questo è quello che ha pianificato Abrams, che per omaggiare il padre George Lucas dapprima lo ha seguito come un bambino adorante e poi lo ha ucciso in modo trionfale, permettendo a tutto il franchise, da quel momento in poi, di potersi librare alto nel cielo della narrazione, libero dai legami paterni e pronto per essere giudicato solo per le sue azioni e non per la sua fedeltà all’originale: in Star Wars: Episode VII – The Force Awakens, viene infatti dapprima imitato ogni personaggio ed ogni stile della trilogia classica, ne vengono ripercorse le gesta e santificati gli intenti, ma poi, dopo la necessaria rievocazione dell’epica lotta tra il bene rivoltoso ed il male restauratore, sul ponte che taglia a metà il cuore della nuova Death Star (la micidiale arma da guerra, grande come un pianeta, in mano al First Order) viene posto un padre saggio (ex-ribelle ed eroe di mille avventure ed ora nostalgico sosia di se stesso) ed un figlio adolescente (sconvolto dall’incapacità di violare l’amore filiale verso quella figura iconica, ma anche appassionato seguace di un’ideologia totalitaria e liberticida, all’opposto degli ideali paterni) l’uno di fronte a l’altro, affinché entrambi siano sul palcoscenico, innanzi sia al pubblico dei comprimari (come Rey, simbolo della nuova generazione di Jedi e Chewbacca, compagno di lotta di Han Solo, che osservano la scena dall’alto, immobili, su dei simbolici spalti), sia di quello reale, seduto al buio della sala o in casa di fronte al proprio home theatre, affinché tutti possano chiaramente vedere come un padre dà al proprio figlio la forza per uccidere se stesso.

Son kills Dad

Spero davvero che questa mia affermazione, a più di 3 ani di distanza dal film e con un paio di nuove pellicole uscite nel frattempo, non sia davvero presa da alcuno come uno spoiler, ma era in ogni caso essenziale, sia per me, che per il nostro viaggio, poter giungere a questo momento, perché in quella trovata di sceneggiatura ed in quel gesto scenico si cela tutta la forza a cui da sempre attinge sia la la grande arte filmica, sia quella minore, quel potere inesauribile di affabulazione della Neverending Story di Michael Ende o dell’infinito rimando con cui, nella versione favolistica de Le mille e una notte, Shahrazād, la figlia maggiore del Gran Vizir, rimanda ogni sera la sua uccisione, raccontando al principe persiano Shahriyār una diversa novella e spostandone il finale alla sera successiva.

sheherazade

Il Cinema OGM si abbevera da questa fonte magica di storytelling, manipolando, campionando, destruttrando ed infine pianificando le reazioni come fanno i moderni scrittori di bestseller, ma sempre con il rischio dietro l’angolo che tutta questa premeditazione prima poi stanchi il principe ed il pubblico, determinando così la propria morte.


In questo post ho parlato delle seguenti opere d’ingegno:

Star Wars: Episode IV – A New Hope“, USA, 1977
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas

Star Wars: Episode V – The Empire Strikes Back“, USA, 1980
Regia: Irvin Kershner
Soggetto e Sceneggiatura: Leigh Brackett, Lawrence Kasdan e George Lucas

Star Wars: Episode VI – Return of the Jedi“, USA, 1983
Regia: Richard Marquand
Soggetto e Sceneggiatura: Lawrence Kasdan e George Lucas

Star Wars: Episode I – The Phantom Menace“, USA, 1999
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas

Star Wars: Episode II – Attack of the Clones“, USA, 2002
Regia: George Lucas
Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas e Jonathan Hales

Star Wars: Episode III – Revenge of the Sith“, USA, 2005
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas

House of Cards – TV Series“, USA, 5 stagioni dal 2013
creata da Beau Willimon
basata sul romanzo omonimo di Michael Dobbs
e sull’omonima serie tv britannica di Andrew Daviess

Star Wars: Episode VII – The Force Awakens“, USA, 2015
Regia: J. J. Abrams
Soggetto e Sceneggiatura: Lawrence Kasdan, J. J. Abrams, Michael Arndt

Rogue One: A Star Wars Story“, USA, 2016
Regia: Gareth Edwards
Soggetto e Sceneggiatura: C. Weitz, T. Gilroy, J. Knoll e G. Whitta

Star Wars: Episode VIII – The Last Jedi“, USA, 2017
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Rian Johnson

Solo: A Star Wars Story“, USA, 2018
Regia: Ron Howard
Soggetto e Sceneggiatura: Jonathan Kasdan e Lawrence Kasdan


Contributi critici esterni

Avendo parlato distesamente del colossale franchise di Star Wars, sento la necessità di condividere con voi due articoli, tra i tantissimi usciti sulla piattaforma WordPress, realizzati da due blogger che non solo hanno la mia stima per la loro capacità critica, ma che nello specifco hanno saputo scrivere delle recensioni piene di sfaccettature e punti di vista, tessendo un’analisi esaustiva sui due episodi più recenti del franchise:

Amulius con L’importanza del Fallimento
incentrato su Star Wars: Episode VIIIThe Last Jedi

Luigi Calisi con Il Migliore Star Wars dell’Era Disney
incentrato su Solo: A Star Wars Story.

Buona lettura.


Contributi Video Aggiuntivi:


 

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26 pensieri su “Road to OGM Cinema, parte 4 di 4: Moderna Serialità, tra Saga ed OGM Cinema

  1. Complimenti! Per prima cosa, la metafora delle Pringles è fantastica, di un’acume notevole. Penso che me la ricorderò quando mi troverò, mio malgrado, in film-cloni OGM. Parlando di Star Wars in particolare, già conosci il mio pensiero su i primi due episodi della saga rispolverata dalla Disney (anche in questo caso non posso che applaudire all’immagine del bambino che diventa adulto, quell’ideale passaggio di testimone tra vecchio e nuovo, un passaggio riconfermato con toni diversi nel capitolo VIII). Qualche mese fa mi sono imbattuto del tutto casualmente a Genova in una mostra dedicata a Star Wars e, ovviamente, mi ci sono fiondato. Da fan e conoscitore della saga filmica ma non da “esperto” e super appassionato, sono rimasto impressionato dalla quantità di merchandise che quel geniaccio di Lucas ha messo in piedi. Più che la storia in sé, l’idea di un universo “multimediale” tra libri, giochi, fumetti e film è stato avveniristica a dir poco. La Disney ha acquisito davvero una miniera d’oro e se saprà giocarsi bene le sue carte, potrà dare nuova linfa senza stancare. Sulla tanto vituperata saga prequel, devo ammettere che rivedendola a distanza di anni mi sono ritrovato ad apprezzare maggiormente la trama fatta di intrecci politici e, sopratutto, la linea narrativa di fondo. Il vero colpo di genio (che non elimina le pecche che ci sono quanto a ritmo, protagonista non all’altezza del ruolo e un uso spropositato e inutile di fondali in CGI), è stato proporre una “favola nera”, uscire dagli schemi (pur inserendosi nella saga come vicende prequel) che connotano quasi tutti i blockbusters e narrare di come una persona buona venga corrotta, un “breaking bad” molto più semplicistico e favolistico di quello che sarebbe stata la serie capolavoro di Gilligan ma pur sempre una mosca bianca nel panorama del cinema di intrattenimento, sopratutto quello dedicato a grandi e piccini. Proprio questa “caduta” raccontata sul grande schermo mi lascia particolarmente affezionato ai capitoli I-II-III che hanno anche il merito di aver lanciato definitivamente nello Star System una certa Portman ed un certo McGregor. Rogue One, poi, è un capitolo a parte ed è uno di quei film talmente riusciti da essere, per me, già un cult. Confido in un Solo all’altezza (il cast e il regista sono di prim’ordine. L’unica mia perplessità riguarda l’attore protagonista e l’ingombrante termine di paragone che è lo Han Solo di Harrison Ford, mica uno qualunque).
    P.S. Adam Driver è un signor attore davvero. Non vedo l’ora di vederlo in The Man Who Killed Don Quixote di Gilliam.

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    • Grazie dei complimenti e lietissimo che tu abbia apprezzata quest’ultima puntata del viaggio, che non poteva toccare in modo profondo la saga di Star Wars che entrambi amiamo e di cui avevamo chiacchierato: è un piacere comunque, aldilà dei tuoi apprezzamenti per i miei post, parlare con una persona cinematograficamente preparata come sei tu, perché aldilà delle proprie preferenze, il cinema è oggi un organsimo complesso, pieno di riferimenti e di discorsi tra le righe, in particolare quello fantastico, dove l’immediatezza è sempre ostacolata da tanti strati di cose già viste e già esaminate… Insomma, uno spettatore smaliziato riconosce subito in un film (come in un romanzo, sia chiaro) ciò che ha già incontrato, soluzioni narrrative gioà sperimentate e quindi quando si recensisce o semplicemente si discute non si può fare a meno di tenerne conto, ma non sempre si viene compresi!

      Adesso sono io invece che ti faccio gli appalusi per aver puntato il riflettore su un aspetto su cui io ho glissato (perché non inerente nel mio discutere la tesi del cinema OGM) ma che è assolutamente essenziale per compredere il dualismo della seconda trilogia di Star Wars, la cosiddetta trilogia prequel ovvero quello della copresenza di uno spirito infantile assieme a quello dark, che tu hai però enucleato benissimo quando parli della favola nera, di quel trasformarsi del buono in villain e che poi verrà, come meccanismo, letteralemte saccheggiato nei decenni successi dal trio Alex Kurtzman, Roberto Orci e Damon Lindelof…

      Quando parli di Star Wars ti sono molto vicino… Sempre a proposito del mio avatar su WordPress, di cui già ti avevo parlato, non è un caso che in oridne di tempo sono stati sin dall’inizio:

      Palpatine
      Supreme Leader Snoke
      Grand Moff Tarkin

      Insomma, un destino segnato!

      P.S. Adam Drive è un grande! Auguri piuttosto al vecchio Terry… Ultimamente sembra che il destino si opponga in tutti i modi al suo film!

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      • Nel mio piccolo faccio qualche osservazione da mero appassionato di Cinema ma, quanto a competenza in merito posso solo imparare da te e apprezzo questi percorsi davvero molto. Qualche anticipazione sui prossimi? Attendo anche il tuo parere su Annientamento e la sua capacità divisiva sul pubblico che mi avevi accennato, sono molto curioso, lo ammetto.

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  2. Arrivo con ritardo siderale a leggere e commentare questo tuo ultimo post, che ho visto come un fuoco d’artificio esploso molto lontano e nonostante le luci brillanti e colorate siano subito rimaste impresse nella mia retina, solo molto tempo dopo il rumore degli scoppi è giunto alle mie orecchie.
    Le distanze fisiche e mentali sono muraglie spesso invalicabili, d’altronde, e seppur con il siderale ritardo di cui sopra, mi compiaccio di aver potuto godere del crepitio degli scoppi illuminanti che mi ha donato la lettura del tuo articolo.

    Davvero, non voglio e non posso entrare nel merito della tua disquisizione, come non mi sognerei di interrompere Burioni mentre parla di virologia o Canfora mentre parla di letteratura greca classica.
    Ne prendo atto come uno studente timoroso e, in punta di piedi, mi permetto solo di farti notare che l’unica spiacevolezza di tutto ciò è che il post finisce troppo presto (avrei scritto la stessa cosa anche se fosse stato il doppio più lungo, sappilo…).

    Spesso mi capita di pensare a come la consuetudine e i gusti tendano a canonizzare le forme delle espressioni artistiche oltre che la sostanza delle stesse.
    Il tuo accenno alla serialità televisiva d’altronde è paradigmatico in questo senso: nell’arco di 20 anni gli show televisivi hanno totalmente cambiato aspetto ed oggi risulta veramente difficile credere che House of Cards o Westworld siano serie-tv esattamente come La signora in giallo o Supercar.
    E allora mi chiedo se e come possa compiere un percorso del genere anche il cinema. Fermo restando il principio dei 3 atti narrativi (veramente faccio difficoltà a credere che questo millenario pilastro della narrazione teatrale prima e cinematografica poi possa essere messo in discussione, almeno in questo secolo), mi piace immaginare quali nuovi aspetti potranno caratterizzare il cinema del futuro prossimo venturo. Ovviamente non trovo mai una risposta verosimile perchè privo delle competenze necessarie ad elaborarla, tuttavia leggere questo tuo post (come per altro anche i 3 che l’hanno preceduto) mi aiutato a farmi un’idea più chiara della faccenda. Ovviamente restano molti gli scorci avvolti dalla nebbia, tuttavia ora ho qualche mozzicone di candela per orientarmi, e di questo devo ringraziare te.

    Mio malgrado non sono mai stato bravo nel ricordare aforismi e o citazioni, pratica oggi molto in voga nei mass media e social media, perchè si cerca di dare sostanza alla vacuità dei propri pensieri corroborandoli con dotte citazioni, per altro spesso sbagliate. Tuttavia, mentre scrivevo questo futile commento (per l’esattezza la parte finale) mi è sovvenuto alla memoria un verbo latino che, se non ricordo male, fu creato ed usato dal solo Seneca nel “De vita beata”: caligant, che tradotto letteralmente significherebbe qualcosa come “brancolare nel buio”. In realtà la radice etimologica del verbo (CALIG) rimanda alla caligine, quindi alla nebbia che è qualcosa di profondamente diverso dal buio perchè nel momento in cui permette di vedere qualche cosa – anche se poco e male – si pone nella condizione di ingannare. Il buio non dice niente, mentre la nebbia dice qualcosa che può essere vero o falsa, solo che noi non siamo in grado di comprenderlo.
    Ecco – e qui chiudo il mio pippone intellettual-latinorum – tu hai l’innata capacità di regalare a chi ti ascolta o legge la capacità di scoprire nel qualcosa, nel senso letterale di disvelare, perchè non spieghi le espressioni artistiche di cui parli (cinema musica tv, etc) recitando una formula matematica che esplichi in cosa esse consistono, bensì metti il tuo interlocutore nella condizione di capire da solo dopo avergli fornito tutti gli strumenti necessari. Questa è la base di ogni insegnamento che abbia l’ambizione di essere duraturo.
    E quindi ti ringrazio, ancora una volta, di avermi messo nella condizione di caligare mentre cerco di capire cosa il cinema possa rappresentare, non solo in termini assoluta, ma anche in termini personali.

    Ad maiora, amico mio!!!!!

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    • Caro, carissimo, amico mio Lapinsu! Permettimi anzitutto di dirti che è un grande piacere leggerti di nuovo e quindi sentirti attraverso le parole che scrivi dopo tanti giorni di assenza, non già dal mio blog, ma dal tuo stesso e dalla piattaforma WordPress in generale.

      Tu sai bene, perché ne abbiamo parlato altre volte, in altri commenti e spazi, che io do all’amicizia un valore molto alto perché la vivo in modo non già altruistico, come dono, ma egoistico ed edonistico, come appropriarmi e cibarmi di emozioni che rendono le mie giornate più vive e più belle e per questo ti dico che mentre scrivevo i miei nuovi due post, una prima ed una seconda parte sullo stesso soggetto, mi sei venuto in mente spessissimo: io ascolto sempre musica quando scrivo e mai in modo casuale ma sempre legata a ciò che sto scrivendo, quasi fosse una colonna sonora e perciò così ho fatto anche in occasione di questi nuovi articoli, oltretutto dedicati nuovamente a musica per il cinema (ma ad un particolare specifico tipo di musica per cinema) e i film che citavo portavano in continuazione il tuo nome anche se di alcuni io e te non avevamo mai parlato! Certo, in alcuni casi l’associazione era facile, come ad esempio quando parlavo di un film di David fincher, perché chiunque segua il tuo blog sa quanto ti sia piaciuto il suo ultimo lungometraggio e avrà anche letto il bellissimo post che realizzasti al riguardo, ma in altri casi l’associazione era molto più sottile ed andava ad attingere direttamente a quel discorso di amicizia di cui parlavo sopra, da me appunto sentita come un nutrimento più che come un’apertura… Ed ora ti spiego come…

      Ci sono a volte dei film di cui ignoriamo persino l’esistenza o altri ancora di cui pensiamo di sapere quasi tutto ma che per una serie di antipatia e preconcetti evitiamo regolarmente di vedere ed infine una piccola fortunata pattuglia di pellicole che pur appartenendo a quest’ultima categoria, trovano spazio nelle nostre visioni, magari per un caso o per una decisione dell’ultimo momento, quasi inconoscie e si rivelano tutto il contrario di quello che pensavamo e questi sono esattamente i film che io amerei farti vedere: quando ne incontravo uno mentre scrivevo ed ascoltavo musica, subito pensavo quanto mi sarebbe piaciuto che tu lo avessi visto… Un po’ infantile da parte mia, vero? Ma è la pura verità…

      Voglio anche aggjungere che apprezzo sempre molto le tue divagazioni ermenàutiche, come il caligare illuminati da una flebile ma pur sempre accesa piccola fiaccola ed ovviamente m’inorgoglisce, in questo gradevolissimo impasto di cultura classica, apparire nelle tue parole come un novello (indegno sia chiaro) Virgilio… Ed ecco, che anche in questo caso, la lettura della tua metafora si collega empaticamente ad un fuori tema occorso giorni fa, in cui chiacchierasti con l’amico Wwayne sulla seconda stagione di Westworld…

      Si, perché vorrei fornirti un mio parere (non richiesto chiaramente) sulla questione: per quella girandola di gusti personali che tutti ci attanaglia, il nostro comune sodale si è espresso in una giudizio tranchant così inesorabilmente senza appello che quando lo lessi mi fece sobbalzare sulla sedia e sappi che sono in assoluto disaccordo: anche se non avessi il rispetto e la stima che invece ho costruito nel tempo nei confronti del nostro jonathan, so per certo che la nostra diametralmente opposta visione su questa seconda stagione è fondamentalmente basata sui diversi motivi, che ora mi permetto di enuclearti…

      Preparati al pistolotto da panico…

      Westworld è una serie tv molto complessa, pensata da Jonathan Nolan per 3 stagioni, nelle quali avrebbe esaminato e messo su schermo tutti i suoi pensieri riguardo l’intelligenza artificiale e gli androidi al servizio dell’umanita: ogni stagione avrebbe costruito un impalcatura di ragionamenti poggiata su quella della stagione precedente ed al contempo avrebbe concesso la giusta dose di azione, tale da permettere allo spettatore di arrivare “vivo” alla fine del ragionamento!

      Si è partiti con una scusa di marketing bellissima ovvero il recupero di un film (e di un libro) scritto e diretto da Michael Chricton, dove si narrava di un parco gioco per adulti, in cui dei robot permettavano agli umani (ciò che nella versione di Nolan sono diventati Residenti ed Ospiti, con un passaggio di nome che è anche un salto semantico importante) di sfogare tutte le loro pulsioni vioelnte e sessuali (eros e thanatos, il classico dualismo) senza ripercussioni, ma poi i robot nel film si ribellavano e così accade anche nella prima stagione della fiction HBO, ma (un grossissimo MA) Nolan non ha realizzato un remake e nemmeno un reboot, bensì ha creato una nuova storia totemica in cui egli come autore per primo s’interroga (lo fece anche Dick quando intitolò il suo romanzo capolavoro, da cui fu tratto il film Blade Runner, Do Androids Dream of Electric Sheep? ovvero Sognano anche i Robot?) non solo sui diritti dei robot, ma su molto di più.

      Capire tutto, ma proprio tutto di Westworld richiede una grande attenzione, per ogni frase, inquadratura o dettaglio e per essere certi di non essersi fatti scappare nulla bisognerebbe addirittura spendere un po’ di tempo a cercare nella blogosfera, specie nelle discussioni apertesi su Reddit (social network seguito moltissimo da Nolan e consorte), dove ogni settimana si aprivano discussioni tra gli spettatori, trovando anche tra di loro tantissime risposte definite da Nolan stesso, azzeccate!

      Adesso tocca alla struttura…

      I PERSONAGGI – Nolan e Lisa Joy hanno costruito per le tre stagioni delle sceneggiature in cui mescolavano le carte, in base a 4 gruppi di personaggi: umani che tramavano contro altri esseri umani; umani che in realtà erano robot; robot che iniziavano a pensare da umani; robot che credevano di aver raggiunto l’autodeterminazione ma in realtà altri umani gli ordinavano di pensarlo.

      LA STRUTTURA – Le narrazioni si sviluppavano con flashback e forward non sempre evidenti e questa complessità era parte della bellezza di Westworld Prima Stagione, mentre la seconda (e verosimilmente la terza) usano sempre l’espediente dei salti temprali narrativi ma lo fanno in modo molto più didascalico e chiaro, ma è questo un male? Per me no, perché la complessità fine e se stessa non può essere migliore di una buona storia e la storia nella seconda c’è eccome! Anzi, Nolan e Joy, forti dell’avere spiegato le basi della situazione nella Prima Stagione vanno ora spediti verso delle idee straordinarie, impossibili da presentare subito, ma (ancora una volta un grandissimo MA), se non si è compresa bene la stagione precedente, questa risulta addirittura ermetica: come si possono comprendere davvero le Teorie di Einstein se non si è compreso prima quelle di Newton?

      IL PLOT – Bernard era un robot, fatto per assomigliare ad Arnold e che Arnold aveva chiesto a Dolores di ucciderlo, inoltre l’Uomo in Nero era William, ma soprattutto il “gioco” del Labirinto, quello che William ha passato trent’anni a cercare di risolvere, non era costruito per lui ma per i robot, affichè assumessero coscienza di se; poi Ford presenta la sua linea narrativa, in cui i robot si ribellano a tutti gli ospiti presenti nel parco, poi Dolores (che è Wyatt) uccide Ford (ma se quello ucciso fosse stato solo un robot? E magari saltasse fuori nella Terza stagione? Io non ne sarei stupito).

      Come ho già detto prima, ogni stagione,  oltre ai personaggi ed agli avvenimenti, contiene un concetto di base (come anche la Seconda e scoprirai da solo quale), molto potente e quello della prima è questo sotto.

      IL CONCETTO DI BASE: LA MENTE BICAMERALE – Non è un caso che il decimo ed ultimo episodio della Season One, diretto da Jonathan Nolan e scritto da Nolan stesso assieme alla consorte Lisa Joy, s’intitolasse proprio The Bicameral Mind)! Semplificando al massimo, diciamo che lo psicologo statunitense Julian Jaynes negli anni ’70 sviluppò una teoria secondo la quale l’uomo primitivo prima di evolversi in ciò che è oggi, aveva un intelletto scisso in due parti (bicamerale), dove la prima diceva alla seconda cosa fare, quindi una parte del cervello che ragionava e parlava ed un’altra che ascoltava, obbediva ed agiva, ma riunite sotto lo stesso tetto, perché gli ordini erano emanati sotto forma di dialogo e questo alla fine portò la parte che ascoltava a capire di essere sempre lei anche quella che parlava e così, prendendo coscienza di sé, l’ominide divenne uomo: per Ford (che parla chiaramente a Dolores di questa teoria) il gioco del Labirinto doveva servire ai robot a divenire autocoscienti, quindi il premio del gioco non era la libertà fisica ma quella dell’autocoscienza e da lì il libero arbitrio.

      Una chicca per te, amico Lapinsu: in tutta la prima stagione, nel Saloon Mariposa, dove lavorava Maeve come maîtresse, c’è un piano meccanico (ripreso anche nelle evocative immagini della sigla), dove suonano canzoni diverse in ogni puntata che hanno sempre un significato: nel decimo episodio viene suonato un belissimo brano dei RadioHead, Exit Music, di cui le prime parole del testo sono «Wake From Your Sleep», svegliati dal tuo sonno.

      Se si guarda la seconda stagione tenendo conto di tutto questo, allora ci si avvede non solo dell’evidenza (nuovi personaggi, molta più action e meno complessità negli sfasamenti temporali) ma anche del nuovo piano concettuale, molto più eticamente complesso e che viene svelato praticamente quasi solo alla quarta puntata (non a caso scritto da Jonathan Nolan, diretto dalla moglie), che porta come titolo The Riddle of the Sphinx – L’enigma della Sfinge. Parliamone!

      P.S. In futuro ti chiederò il permesso di usare alcune dei concetti che ho espresso in questo commento in un post dove parlerò appunto di Westworld e siccome ciò che penso ora sarà anche ciò che penserò al momento del post, va da se che scriverò in modo simile (magari più grammaticato!).

      Perdonami perché questo non è stata una risposta, ma un fiume in pieno e non sentirti obbligato a rispondere con tante parole e se io l’ho fatto è anche perché stavo scrivendo di questo!

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      • Parto dal fondo, come spesso mi capita.
        Come sai, ho deciso di aspettare finchè tutti i 10 episodi di Westworld non saranno in mia disposizione prima di iniziare la visioen della seconda stagione.
        Non sono un fanatico del binge-watching (e comunque, anche volendo, non potrei….) però l’idea di concentrare la visione in una manciata di giorni mi sembra la soluzione migliore per gustare appieno un prodotto artistico così stratificato, complesso e gustoso. Aspettare una settimana tra un episodio e l’altro, non solo sarebbe una tortura violenta, ma complicherebbe molto la comprensione della storia.
        Ergo, sono assolutamente digiuno della seconda stagione.
        Ti confesso che avevo letto il giudizio di Wwayne e, conoscendo la sua atavica riottosità nei confronti delle serie tv, avevo pensato saggio ritenere che fosse “condizionato” da ciò. Per altro, ho letto altrove pareri unanimemente positivi, seppur superficiali, che questo commento hanno corroborato in maniera perfetta. Tuttavia, come sai, sono abbastanza vecchio (da qualche tempo mi capita di usare spesso questa perifrasi, e la qual cosa mi deprime un po’…) da non farmi condizionare troppo dai pareri degi altri. Sono talmente tanti le cose che piacciono solo a me o che solo io ho schifato, da aver capito che il gusto personale è qualcosa di insondabile e imprevedibile.
        Detto ciò, ti ringrazio per lo spiegone (uso il termine in senso positivo, sia chiaro), perchè mi aiuterà senz’altro allorquando inizierò la visione. Ovviamente, saperti impegnato sulla scrittura di due nuovi post mi elettrizza perchè non vedo l’ora di leggerli e sapere che qualche tuo pensiero a volato a me mentre li scrivevi, mi ha fatto piacevolmente arrossire.
        La sintonia che mi lega a te sia in quanto blogger vulcanico e brillante sia in quanto paolo è profonda, sincera, gratificante. E episodi come questi le donano un’armonia meravigliosa di cui ti ringrazio.
        Effettivamente la mia presenza su wp negli ultimi tempi è un po’ scemata, sia nella sezione commenti che nella pubblicazione di articoli miei.
        Potrei accampare spiegazioni di varia natura per motivare il fenomeno, ma francamente mi sembra inopportuno giacchè sarebbe una grossa presunzione credere che io sia mancato agli altri amici blogger.
        Mi limito quindi a confessarti una latente sensazione che mi pervade da settimane e se scrivere su WP fosse il mio mestiere la definirei blocco dello scrittore. Un blocco atipico, per altro, non già perchè non abbia idee o argomenti da esporre, bensì perchè scrivere mi inquieta. Mettici poi sopra il fatto che da molti mesi, ormai, sto riflettendo su cosa sia oggi il mio blog e su dove voglio (posso?) spingerlo e condurlo e la mia incapacità di trovare una risposta conclusiva a queste riflessioni ovviamente complica il fenomeno… tant’è che ho almeno una mezza dozzina di post pronti per essere pubblicati ma che giacciono inerti nella cartella PIANIFICATI senza che mi risolva a renderli pubblici… Mah, alla fine si tratta solo di un po’ di sano OTIUM (per dirla come i romani di un tempo) che si deve alternare al NEGOTIUM… Chissà…
        buona serata, amico mio!

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        • Mio nonno materno (che poi scoprii, tanti anni dopo, non essere stato veramente tale, in quanto mia mamma era stata adottata da quella famiglia, essendo lei un orfana di guerra, probabilmente di un soldato tedesco in Italia) era andato in pensione come direttore didattico delle scuole elementari del mio paese, nelle Marche, ma anche dopo aver smesso di lavorare non aveva mai smesso di scrivere. I suoi non erano libri, ma perlopiù appunti, apologhi morali, sorta di parabole, insomma qualcosa che oggi avrebbe trovato spazio in un blog.
          Erano altri tempi, ma l’utilità di ciò che scriveva era la medesima di oggu ovvero tenere la mente e l’animo, sia quello spirituale e quello culturale, continuamente in esercizio: scrivere e discutere per mio nonno erano il modo in cui lui si distingueva da tutte le altre persone che considerava tubi digerenti ossia animali che nella loro vita si limitavano a mangiare, deambulare e defecare

          Io penso che per me e per te, carissimo amico, il blog sia fondamentalmente un’interfaccia tra il nostro animo più profondo (inteso quindi anche come cultura e mescolanze di esperienze sensoriali ed emotive) ed il resto della società e non ha veramente importanza quanto questo lavoro possa crearci lucro o notorietà, perché ciò che conta è il nostro tenerci in esercizio mentale. Certo, dalla gestione di un blog fatto come si deve una persona può ricavare anche un’attività a latere a quella principale, ma principalmente eleva il proprio spirito al di sopra dello standard dell’analfabetismo funzionale che ormai domina gli altri social network.

          Oltretutto, mentre nel mio caso, con pochissimi follower seppur fedeli, il mio blog è davvero solo un esercizio di stile, nel tuo è anche teatro per un’importante platea, giacchè sono davvero molti quelli che ti leggono e ti seguono e se fossero anche realmente lettori solo una piccola parte degli scritti, resterebbero comunque un numero importante di persone che ti ha conosciuto per le cose che dici e per come li dici e questo secondo me è assolutamente bastante per giustificare le ore di tempo libero che io e te dedichiamo a WordPress.

          Insomma, il blog non è qualcosa che si sostituisce a ciò che davvero importante facciamo nella vita, come lavorare o fare i genitori e nemmeno ad un eventuale sport che ti diverta sul serio, ma è qualcosa che si affianca ed in qualche modo ne è voce con funzioni di coro greco, che ogni tanto fa il punto di sé e che ha coscienza di ciò che sta facendo, pensando e dicendo.

          In fondo, per restare nell’ambito della tua stessa citazione, anche Cicerone opponeva il suo bellissimo otium al negotium di tanti altri, ma nel nostro piccolo mondo spesso è proprio per questo tipo di otium che a volte si viene ricordati da chi ci conosce.

          Un abbraccio.

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          • Per un istante inteso ma più breve di quanto avrei voluto, mi sono immaginato i tuoi nonni che raccolgono da una strada polverosa una bimba spaesata e con gli occhi colmi di lacrime e, nonostante la miseria e l’incertezza che li circondava, decisono di prenderla con loro, accudirla e sfamarla magari togliendosi il pane dalla propria bocca. Mi sono immaginato questo gesto d’amore totalizzante, che in un secondo ha azzerato tutti gli orrori della guerra che l’aveva preceduto, e mi sono commosso, con un’emozione sincera nostalgica e malinconica perchè sempre ho creduto e sempre crederò che non ci sia nulla al mondo più meraviglioso della bontà d’animo.
            E forte del proverbio maceratese le cerque non fa li melaranci, ovverosia la versione dialettale del più celebre la mela non cade lontano dall’albero, immantinente si è disvelata una realtà che sempre era rimasta davanti ai miei occhi ma io, ignorante, non avevo saputo coglierla, e quindi tante tue parole, tante tue riflessioni e ogni prospettiva che mi hai suggerito di prendere per osservare il mondo e le persone che lo popolano, ebbene tutto ciò ha assunto un significato più pieno, un senso più completo, una bellezza più fulgente.
            Mi sarebbe piaciuto conoscere tuo nonno perchè, ne sono certo, sarebbe stata un’esperienza trascendente che mi avrebbe arricchito a dismisura, sia nel cuore che nell’animo.
            Ritieniti dunque fortunato ad avere avuto una tale ascendenza, che pur essendo solo nominale e non sanguinea, ti ha permesso di diventare la persona arguta, sensibile e comprensiva che sei oggi.

            Perdonami per questa enfatica premessa, che poco si addice ad un commento su WP, ma era doverosa, quasi ineluttabile.

            Mi hai scritto che il numero di persone che seguono me o te su wp potrebbero giustificare il tempo libero che dedichiamo a questo passatempo, ma francamente non l’ho mai pensato. Non voglio essere così ipocrita da affermare che gli apprezzamenti e i lettori non mi lusingano, tuttavia non ho mai creduto che fossero veramente importanti, o comunque più importanti della gratificazione derivata dalla consapevolezza di aver creato un angolo virtuale dove esprimere in forma compiuta quel coacervo di emozioni e pulsioni che anima il mio spirito. Ma comunque tutto ciò impallidisce, perchè ogni singolo secondo speso qui sarebbe stato ripagato anche solo da quest’ultimo tuo commento e dalla condivisione che hai voluto regalare a me e agli altri fortunati che l’abbiano letto.

            Alla fine della fiera, sono io a essere in credito: verso te, verso WP, verso emozioni così belle che temo sempre siano sciupate dall’abbraccio col mio cuore.

            Un abbraccio. Un abbraccio forte.

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            • Certo che un commento come il tuo lascia davvero poco spazio ad una risposta da parte mia che non sia di convenienza, per via della straordinaria gentilezza, cortesia, garbo e generoso pudore con cui hai immortalato sia l’immagine di mia mamma bambina, sia quella di mio nonno materno (perché tale resta per me, non già per diritto dinastico ma educativo, affettivo e morale, perché i genitori veri sono chi ci cresce e non solo chi ci mette al mondo, come hai fatto chiaramente capire anche tu e questo giusto per mettere la parola fine su qualsiasi diatriba possibile ed immaginabile) eppure vorrei ringraziarti ugualmente.

              Pensa, Gianni, che a vedere le foto di Gabriella (questo il suo nome) da bambina, ella appariva davvero come qualcosa di esotico, in quel fondale di provincia collinare marchigiana del subito dopo guerra: piccola, capelli biondo oro, occhi azzurri cielo, assolutamente teutonica anche nell’altezza notevole per i millesimi della sua età eppure, come hai detto tu, accolta con le braccia più aperte possibile… Da questa vicenda, di cuore e storia, ne discendono poi tante altre di cronaca familiare (dalla rivelazione delle origini confidate da mio nonno al suo futuro genero ovvero mio padre, ricevute il giorno che chiese ufficialmente la mano di mia madre, fino alla rivelazione della sua adozione fatta a me e mio fratello negli ultimi giorni della malattia che se la portò via) su cui mi limito alle parole dette tra parentesi e si, sembrano capitoli di un romanzo che tu, mio caro amico, saresti in grado di scrivere, perché come hai mostrato in tantissime occasioni (non ultima il tuo stesso commento) la tua prosa combina potentemente una vera perizia scrittoria ed una generosità di sentimenti che dà ad ogni frase un valore aggiunto: sentirti descrivere un accaduto da me vissuto fisicamente e da te vissuto per empatia è stato straordinario.

              Effettivamente, oggi, con i nostri off-topic abbiamo forse fatto l’uso migliore di WP.

              Ad maiora.

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              • Talvolta mi trovo a pensare che tu sia il mio “muso” (inteso come maschile di “musa”) ispiratore, in quanto alcune dei periodi che (a parer mio) ho partorito, sono proprio quelli in risposta ai tuoi commenti.

                Poi però mi sovviene alla mente l’immagine di te bardato con la tonaca tipica delle ancelle greche che sgambetti e saltelli e allora subito rifuggo l’idea 😀
                (spero perdonerai l’irriverenza…)

                Ed effettivamente, come te, credo che con i nostri off-topic abbiamo fatto l’uso migliore di WP. Ma mi spingo anche oltre e penso che i nostri off topic siano l’unico motivo per cui WP non sia esploso (o imploso, fa lo stesso) e ancora sia disponibile per le migliaia di utenti che ne fanno uso 😀

                Buona giornata, amico mio!!!!

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  3. Sarò breve e comunque ti devo almeno 30 commenti seri, che mi sono ripromesso di fare nei vari tuoi post e che sempre bidono. Quali che siano gli intenti, nei sequel di StarWars, ciò che manca è la recitazione. Gli ultimi episodi, in particolare, hanno messo in luce (a mio avviso di ignorante) una forte carenza di attori bravi. Recitano meglio robottini e un Peter Cushing digitale di tutti i vari nuovi attori più o meno protagonisti e questo, registi da video musicale o no, affossa il tutto. Poi si potrà dire che la trama dei film sembra fatta da 100 episodi distinti accozzati insieme, ma di base manca ciò che faceva dei film qualcosa: gli attori.

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    • Ben ritrovato, maestro!

      Sarà anche breve ma il tuo commento contiene un’annotazione interessantissima sui sequel di Star Wars, che, per brevità, non hai specificato riferirsi solo ai sequel realizzati dalla gestione Disney, ma che ho intuito giacchè la seconda trilogia realizzata a fine millennio dallo stesso Lucas, aldilà dei difetti, vantava un cast eccellente…

      La tua riflessione, importante, sul carisma e lo spessore dei nuovi interpreti sposta il riflettore della discussione su un aspetto su cui ho nettamente sorvolato e che porta del valore aggiunto al post… Per cui, grazie ed ancora grazie!

      La domanda che mi pongo adesso è questa: sono davvero i nuovi attori a non aver offerto interpretazioni importanti oppure sono le sceneggiature e le regie a non aver dato loro questa possibilità? Io propendo per la seconda ed aggiungo che non penso sia questione di capacità, ma di stile e se vuoi anche di scelta opportunistica… Nel regno degli OGM l’indistinto è cifra positiva mentre un forte accento rompe l’omologazione.

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  4. Come sempre le tue analisi accurate sono per me lezioni universitarie non poco complicate (ho letto e riletto questi ultimi post parecchie volte prima di azzardare un commento..)
    ma assolutamente esaurienti e importanti per le mie lacune, visto che io sono solo una che si nutre di storie e che non si sofferma piu’ di tanto ai tecnicismi…e ogni volta comprendo sempre piu’ cose ,che fondamentalmente tralascio perche’ di fatto bado al racconto in se’ o il mio cervello ibernerebbe…
    Quindi come sempre grazie.
    Da cialtrona e fan quale sono per me e’ tutto fantastico… ma ogni tanto Sensei Kasabake mi riporra sulla giusta via.
    A presto!!! 😊

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  5. Questa cosa delle Pringles mi è nuova. Venendo sul tuo blog si imparanno parecchie cose non solo sul cinema.
    Ma tornando all’argomento principale devo dire che tirare in ballo Star Wars sia stato la scelta migliore per poter spiegare meglio quest’ultima parte. E ti dico che per quanto riguarda questa nuova saga portatata avanti dalla Disney ho molti apprezzamenti anche se certe scelte non mi hanno parecchio colpito. Ho adorato il confronto tra Han e Kylo Ren verso la fine dell’Episodio VII e il suo tragico finale (una scena costruita anche molto bene in tutto per tutto, sia a livello di sceneggiatura che si messa in scena) e in episodio VIII ho apprezzato certe scelte che a molti sembravano sciocche (e mi era piaciuta anche il personaggio di Rose e ci rimango male a vedere quante persone fan della saga si comportino in modo sfacciato nei confronti dell’attrice). Però certe scelte come ad esempio quella di mettere molte somiglianze tra Episodio VII ed Episodio IV non mi aveva tanto preso (e comunque il settimo capitolo l’ho apprezzato).
    Invece ho amato in tutto e per tutto Rogue One che considero uno dei film più maturi fatti su Star Wars che ti mostra anche i lati negativi dei ribelli e che si slega parecchio da molti canoni della saga anche molto di più di come abbia fatto Solo a mio avviso. Quest’ultimo l’ho trovato carino e ben girato ma un po’ mi dispiace di non aver trovato lo Han sfrontato e ironico della saga (un pochino lo è ma è molto più serio di quanto immaginassi ).
    Un articolo davvero colpeto non c’è che dire. E’ sempre un piacere leggerti!

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    • Grande Butch! Grazie per il tuo abituale supporto e grazie per i commenti sempre ricchi!

      Si, la decisione di chiudere con la saga di Star Wars era inevitabile perché io sono convinto che, per l’ampiezza dello sforzo economico e produttivo, per l’importanza del franchise dalla notorietà planetaria, per l’altissimo livello dei nomi in gioco, questa saga cosmica fosse il massimo esempio di cinema OGM ed è evidente che dopo il lavoro di affrancamento e di liberazione dal padre fatto da Abrams la bontà dei nuovi capitoli si reggerà solo per le capacità dei cast, tecnici ed artistici… Parliamoci chiaro, Han è un bel film ma ha i suoi limiti (per carità, considerando il calvario produttivo da delirio che ha avuto è un miracolo che sia uscito così bene!) anche perché regista ed attori messi assieme non raggiungono le vette del cast di Rogue One!

      Per il resto vedremo cosa ci riserverà il destino, perché secondo me Disney userà Star Wars come un palcoscenico per far sfilare campioni di razza… Pensa se i rumors di un Tarantino alla guida di un episodio si avverassero?

      Oramai possono fare qualsiasi cosa, dipende solo dall’impegno che ci metteranno…

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    • Sono sempre felice di leggerti, Gianni, perché come sai provo per te stima ed affetto, ma non perdere troppo tempo per i miei post e nemmeno per i commenti… Viviamo assieme l’attimo, con la serenità di sapere che entrambi ci siamo, in qualche modo ed in qualche “quando”… Anch’io tendo a completare i buchi lasciati nei miei impegni di lettura e commento nei vari blog, ma l’immagine di un marinaio che cerca di svuotare la propria imbarcazione danneggiata, svuotandola dall’acqua imbarcata usando solo uno scolapasta è quella che mi viene in mente ogni volta che io e te cerchiamo di mettere ordine alle tante cose da scrivere e da correggere… Mi sbaglio, forse?

      Ero in treno, giorni fa, mentre di colpo mi viene in mente l’immagine di quest’aula di tribunale, fredda ed austera, come un anfiteatro tecnologico, dove si stava giudicando, in un ipotetico futuro, un serial killer molto particolare, perché era un genetista che aveva passato la vita a creare cloni di se stesso al solo scopo di programmare poi il loro omicidio e godeva nel farlo, con le stesse pulsioni di un maniaco che si sente sessualmente appagato quando squarta e colleziona pezzi delle sue vittime e così la giurisprudenza di quella strana Eurasia del futuro si trova a dover giudicare un omicida davvero bizzarro e poi… arrivano nuovi post e nuovi commenti ed il treno si ferma, scodellando sul marciapiede sia me che i miei impegni e la ruota dell’orologio mi spinge con forza sempre in avanti e si porta via per sempre il serial killer dei cloni e la sua aula tecnologica.

      Perciò, caro amico scrittore, Non ragioniam di lor, ma guarda e passa

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  6. Pingback: Road to OGM Cinema, parte 3 di 4: Prequel e Reboot, i motori di ogni Franchise | kasabake

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