Road to OGM Cinema, parte 2 di 4: le diverse mutazioni del Sequel

Rocky-Saga

Per entrare in quella falsa dimensione astorica di cui parlavo all’inizio dello scorsa puntata, dove ogni produttore hollywoodiano pensava di trovare l’Eldorado degli incassi (ma molti di essi lo pensano tutt’ora), il Cinema dovette perdere definitivamente la sua innocenza e come tributo, al demonio ingannatore del successo immediato, scelse di sacrificare l’indifeso strumento creativo del Sequel, inteso qui nella sua accezione più vera ed ampia ossia come generico ampliamento della trama e con il quale si apre di diritto questa seconda parte del nostro viaggio verso la creazione del Cinema OGM.

Per realizzare un sequel non è affatto indispensabile che siano presenti in esso gli stessi personaggi della storia originale o altri ad essi collegati (anche se è così per la maggioranza dei casi), ma ciò che è davvero fondamentale è che la nuova opera si svolga nello stesso universo narrativo (ovvero nello stesso micro-mondo); la direzione temporale verso cui avviene l’espansione narrativa (che può avvenire sempre ed in piena libertà raccontando fatti cronologicamente sia successivi che precedenti) ci serve solo per distinguere i due tipi fondamentali di sequel.

2° Tappa – Il SEQUEL di tipo FOLLOW-UP

Taken-2

Quando la trama ed il background storico di un sequel sono una prosecuzione dell’opera precedente, allora abbiamo un Follow-Up.

Se non fosse utopistico, sarebbe utile poter sempre distinguere un vero sequel follow up (inteso come idea di continuazione artificiosa e volutamente ricercata di una precedente narrazione) da un vero episodio successivo all’interno di una saga o di una serie e come tale con la piena dignità di un’opera che condivide medesima identità drammaturgica dei precedenti passaggi.

Narnia

Laddove, infatti, si abbia già nel soggetto un corpo unico di narrazione, studiato a tavolino e scritto per essere appositamente diviso in parti (come nel caso di una serie di romanzi, concepiti dallo stesso autore come concatenati) o una grande storia, che per la sua lunghezza e complessità si decide di dividere in più film, allora dovremmo poter parlare correttamente di capitolo o atto o episodio, ma tutte queste parole ed altri loro sinonimi sono già stati usati dal marketing proprio per dare una falsa identità ai seguiti costruiti a posteriori: ogni tentativo di distinguere i diversi tipi di sequel solo con una definizione è pertanto impossibile e velleitario, ma fortunatamente permane ugualmente la nostra consapevolezza ed il nostro spirito critico di spettatori.

Novecento-Atto-Secondo

Alcuni esempi sono semplici, ma non sempre avvertiti come tali dal pubblico: se infatti nessuno parlerebbe mai di follow-up nel caso di Novecento Atto Secondo (il mastodontico affresco sociale, voluto e diretto da Bernardo Bertolucci nel 1976), distinto da Novecento Atto Primo solo per esigenze di distribuzione (per una pellicola che intera sarebbe durata più di 5 ore), già qualche dubbio nello spettatore si è insinuato anche in film notoriamente tratti da famose serie letterarie, come l’epica opera The Lord of the Rings, che proprio nel suo originale romanzesco aveva insita la divisione in volumi: concepita inizialmente come un sequel del suo precedente lavoro (The Hobbit del 1937), divenne durante la sua stesura (durata anni) un corpo letterario così importante e talmente lungo da essere diviso da J. R. R. Tolkien in tre libri.

Lord-of-the-Rings-trilogy

Così, quando il cineasta neozelandese Peter Jackson decise finalmente di tradurre in film quell’opera maxima, la scelta di produrre e dirigere tre diverse pellicole (The Fellowship of the Ring del 2001, The Two Towers del 2002 e The Return of the King del 2003) sembrò a tutti la strada più ovvia e corretta, tanto che persino i fan più ortodossi del maestro britannico del genere fantasy la benedirono, ma la commercialmente necessaria distanza temporale nella distribuzione in sala dei vari capitoli generò nel pubblico la comprensibilissima ed inevitabile necessità di giudicare individualmente ogni pellicola, così come si sarebbe fatto per una serie di romanzi usciti a distanza l’uno dall’altro.

Mockingjay-Part-1

Si consideri che i tempi dell’industria cinematografica ed il suo marketing possono a tal punto alterare la percezione del pubblico e falsare le sensazioni da creare degli equivoci sensazionali, come nel caso delle trasposizioni cinematografiche della trilogia romanzesca degli Hunger Games, scritta da Suzanne Collins tra il 2008 ed 2010: malgrado sia Catching Fire del 2013, sia le due parti di Mockingjay del 2014-2015 fossero la semplice trasposizione in film del secondo e terzo libro, essi furono erroneamente considerati dalla stragrande maggioranza del pubblico soltanto degli artificiosi follow-up della prima fortunatissima pellicola del 2012, vissuti dagli spettatori quindi come la solita prosecuzione forzata di quel celeberrimo The Hunger Games che aveva lanciato nell’empireo hollywoodiano la stella di Jennifer Lawrence.

The-Golden-Compass

Trattandosi in primo luogo di industria, è per tutti ovvio che la decisione di un produttore di realizzare nuovi film, dai capitoli successivi di una serie letteraria già iniziata, non si baserà mai solo sul desiderio di completezza e di filologia letteraria, quanto piuttosto sulle analisi di mercato (magari a volte un po’ frettolose e confusionarie), sui sondaggi o anche solo sul successo di botteghino del primo episodio: per questo la storia cinematografica delle traduzioni di serie letterarie è piena di interruzioni forzate, come la mai decollata serie di film tratti dalla trilogia di His Dark Materials di Philip Pullman, fermatasi dopo la prima pellicola The Golden Compass del 2007 di Chris Weitz o ancora la serie letteraria Lorien Legacies, del collettivo di scrittori Pittacus Lore (composto da James Frey, Jobie Hughes, e Greg Boose), che ha generato l’adattamento solo del primo romanzo, con il film I Am Number Four del 2010 di D. J. Caruso e questo malgrado il suo produttore e nume tutelare fosse Steven Spielberg, una delle indiscusse divinità di Hollywood.

I-Am-Number-Four

Molti anche i collage raffazzonati di romanzi, con spostamenti temporali delle trame iniziali: si pensi ad esempio alla vera mostrusità ed aberrazione narrativa dell’indefinibile pellicola The Dark Tower, legata (mi è impossibile usare la locuzione “tratta da”) in qualche orrido modo all’omonima serie di romanzi di Stephen King.

Matrix-trilogy

Fuori da ogni ascendenza letteraria, senza ossia una serie di romanzi di riferimento, i produttori possono ovviamente decidere con ancora maggiore libertà se realizzare uno o più seguiti di un film e questa caratteristica a volte può generare ambiguità: quando le sorelle Wachowski scrissero il primo The Matrix, avevano davvero già allora deciso che la storia si sarebbe sviluppata su tre film ed avevano pertanto costruito la sceneggiatura del primo film sapendo che la storia si sarebbe conclusa due film dopo? Se così fosse, The Matrix Reloaded e The Matrix Revolutions non sarebbero dei veri e propri sequel, ma solo i capitoli due e tre di una serie, anche se tutto lascerebbe supporre il contrario.

Rambo-Saga

Quando si guardano dei seguiti puri e semplici, come nel caso di qualsiasi numero delle Rocky series o delle Rambo series, si ha sempre la netta percezione che tutte quelle trame siano state scritte solo per proseguire ciò era già concluso, per film ossia realizzati solo per soddisfare la “golosità” del pubblico ed il suo desiderio di prolungare il piacere provato la prima volta, ma tutto ciò non esclude che anche un follow-up di questo tipo possa comunque risultare un’opera davvero brillante.

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Quali esempi in questo senso potremmo citare eclatanti, come i due straordinari seguiti del film d’animazione Pixar Toy Story o anche la fenomenale trilogia diretta da Gore Verbinski per il franchise dei Pirates of the Caribbean e di certo ognuno di voi potrebbe aggiungere all’elenco tanti altri film, di cui ha apprezzato il seguito tanto quanto il primo film originario, ma tutte queste eccezioni non potranno mai cancellare la verità della distinzione tra un un sequel ed un capitolo di una vera serie, giacché nel secondo troveremo quasi sempre intatta la sua dignità narrativa ed i segnali che li contraddistinguono saranno sempre innumerevoli e ben visibili, senza bisogno di fare complesse analisi semiologiche dell’opera.

Pirates-of-the-Caribbean

Il cinema, come arte popolare al pari del fumetto, ha sempre sofferto una malcelata sudditanza nei confronti della letteratura tradizionale, verso la quale gli stessi sceneggiatori hanno costantemente manifestato quasi un inconscio complesso d’inferiorità, un po’ come per quegli attori che si vantano di avere ascendenza teatrale quando fanno un film di alto budget, esibendo il loro curriculum come una patente di legittimità drammatica.

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Ovviamente c’è del vero in questa specie di primato dei libri sulle pellicole, giacché non è di natura puramente estetica la distinzione, ma se vogliamo etica ed ontologica: il binomio arte e industria è senza dubbio molto più potente nella settima arte che non nella letteratura, foss’altro per l’abnorme differenza di capitali in gioco, indispensabili per la realizzazione delle singole opere, nonchè della natura corale e di team del cinema sul solipsismo creativo di un romanzo o di un racconto, ma si sappia che questo primato teorico non genera un automatico primato artistico.

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Il cinema di tutto il mondo si è avvalso da sempre dell’opera degli scrittori tradizionali, vedendo nell’acquisizione dei diritti di un libro di successo il primo passo per la realizzazione di una pellicola vincente, ma anche per immergere le produzioni cinematografiche in una sorta di lavacro lustrale, con cui purificare dal peccato originale del mercimonio il frutto dello star system.

Hannibal

Per questo motivo, per decenni, il follow-up realizzato senza alcun romanzo originale alle sue radici, è stato il tipo di sequel più bistrattato dalla critica e fondamentalmente anche dal pubblico generalista che, pur godendo nel rivedere in continuazione i personaggi tanto amati sul grande schermo, non poteva trattenersi dal fare ironia sulla spudoratezza commerciale di un meccansimo di clonazione delle emozioni e dei plot alla base di franchise oramai consunti.

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Possiamo addirittura azzardare che il cinema, in particolare quello nord-americano, con quella capacità tutta personale e funambolica di riciclarsi al’infinito, cambiando pelle ma non motivazioni, dopo l’ingordigia ipertrofica degli apparentemente gaudenti anni ’80, decise di fingere di diventare adulto, aumentando lo spessore e la complessità delle sue trame: il sequel come concetto venne quasi demonizzato, così come era già capitato prima al fumetto supereoistico spensierato e caciarone, alla commedia pecoreccia fatta solo di allusioni erotiche sessiste, al film sportivo dove gli ultimi diventano i primi ed al film poliziesco degli eroi tutti di un pezzo: come penitenza assolutoria, gli sceneggiatori impararono ad usare il borotalco della cultura e del cinismo, coprendo un pò l’eccessivo happy end (senza abolirlo del tutto, sia chiaro), aumentando il verismo nei dialoghi, aggiungendo maggiore violenza, mescolando nell’action un po’ di arti marziali in stile asiatico e nei dialoghi un pizzico di orientaleggiante profumo new age di Kamar-Taj.

Karate-Kid

Uscirono in questo modo prodotti come la seconda trilogia di Star Wars (The Phantom Menace del 1999, Attack of the Clones del 2002, Revenge of the Sith del 2005), criticata inizialmente in modo durissimo dai fan, ma incredibilmente più adulta della prima nel suo dipanarsi (perché, diciamolo pure ad alta voce, il character di Jar Jar Binks del cosiddetto Capitolo I sarà anche uno dei più idioti di sempre, ma quelle merde di Ewoks, creati e voluti dallo stesso papà della saga galattica George Lucas, sono un insulto alla credibilità, specie quando nella loro natura di “trudini” paffuti e coccolosi mettono in crisi persino le armate imperiali!) o come The Naked Gun 2½: The Smell of Fear del 1991, in cui il causitico David Zucker crea un sequel ironizzando sul concetto stesso di sequel o anche come Die Hard with a Vengeance, in cui il maestro John McTiernan orchestra una messa in scena continuamente giocata sul doppio codice linguistico, da un lato della presa per i fondelli dei generi e dall’altro dell’action pura.

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Nell’attuale decennio, il concetto di sequel, in tutte le sue accezioni cronologiche, sta tornando prepotentemente di moda, ma sempre con un nuovo vestito, una sua ragion d’essere: mentre un tempo le produzioni cinematografiche mettevano in cantiere follow-up di film di successo senza pensarci sopra nemmeno per un momento, con gli stessi attori e spesso addiruttura con le medesime storie, oggi ogni seguito di un film di alto budget nasconde al suo interno uno scopo secondario, un intento più articolato e complesso della semplice volontà di replicare un ottimo incasso ovvero quello di creare un franchise da ciò che era inizialmente stato concepito come prodotto isolato e su di esso costruire una saga.

John-Wick

La procedura è sempre la stessa: un gruppo di sceneggiatori prende la storia originale e la decompone strutturalmente, campionandone gli elementi drammatici legati ai diversi personaggi (come farebbe con le varie sonorità e le voci un ingegnere del suono), fino a creare degli stereotipi ricondicibili ad altri già usati (investigatori geniali e sociopatici, androidi esistenzialisti, boxer melanconici, maghi misantropi, criminali affascinanti, etc.), trasformando quindi in pattern ripetibile il mood che caratterizzava il film originale (ad esempio l’estetica anni 80 ed anni 90, fatta di luci al neon e sospensione della morale, gli sport estremi, la droga sintetica, l’allucinazione didascalica o al contrario il cinismo disincantato in stile indie, la confusione molto british touch tra criminali e poliziotti o l’ecologismo dell’ultim’ora), arrivando infine a creare un organismo narrativo poliedrico e malleabile, che abbia in sè degli elementi predisposti alla narrazione seriale (come un corpo di polizia, uno studio medico, un gruppo di avvocati, degli archeologi, dei mercenari e così di seguito); a quel punto, si stende sul tagliere della writer’s room quell’impasto e si scrive il primo sequel, dando vita in ogni caso ad una creatura nuova (di certo non una copia becera e stiracchiata), aperta soprattutto a possibili altri seguiti.

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La complessità della progettazione narrativa in fase di pre-produzione determina infine lo stile che assumeranno i sequel, in base al target di pubblico per il quale sono studiati (classificato per età, titolo di studio, relazioni sociali, orientamento politico, gradimento sessuale, apertura morale), creando quelle stesse differenze clamorose che si può meglio notare in campo televisivo, quando, ad esempio, viene realizzato un serial di genere procedural o comedy da un network generalista o invece da uno più diretto ad un segmento di pubblico adulto, come HBO o specificatamente modaiolo, come Netflix ed Amazon.

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Nulla da stupirsi, quindi, se oggi riescono a convivere nella stesso mondo cinematografico sequel dal taglio autorale ed altri volutamente più spettacolari e fracassoni, come Pacific Rim Uprising o Kingsman: The Golden Circle, entrambi appartenenti alla categoria che a me piace scherzosamente chiamare “Oreo Double“, in onore alla nuova edizione dei classici biscotti della Mondelēz International, caratterizzati da un raddoppiato contenuto di crema (la parte che si pensava più piacesse al pubblico) e per questo anche più stomachevoli: in questi seguiti la regola classica abbracciata dagli autori è quella del “more of the same” ovvero le stesse cose ma in quantità maggiore, meglio esemplificata anche dal motto parodistico “Bigger, Stronger, Faster” (ironizzando sull’originale olimpico).

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Queste due pellicole sopra citate sono anche la migliore dimostrazione possibile di come, inoltre, non sia l’intelligenza o la bravura artistica degli autori a differenziare i diversi tipi di sequel, ma le indicazioni dei produttori: se infatti nel caso del sequel di Steven S. DeKnight le fortissime differenze di stile narrativo da quello precedente di Del Toro (un’ambientazione solare e l’appiattimento del nuovo plot su una sorta di duello Evangelion vs Cloverfield) potevano essere equivocate come scelte stilistiche volute da un diverso team di autori, nel caso dell’espansione narrativa della storia del giovane Gary “Eggsy” Unwin, assurto a impeccabile Galahad dopo i suoi trascorsi nei sobborghi, ci troviamo di fronte ad un cast artistico assolutamente identico, con l’inossidabile ed energica coppia creativa Jane Goldman e Matthew Vaughn, ancora una volta saldamente al timone dello script e della regia di questo secondo obeso capitolo, ma nettamente genuflessi ad un rifiuto di qualsivoglia originalità (aldilà della indubbia perizia tecnica).

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Nemmeno l’altissima dignità drammatica di alcuni moderni sequel ed il valore poderoso degli artisti in campo devono lasciarci trarre in inganno sulla volontà pervicace di Hollywood, ogni qual volta accarezza l’idea di realizzare un sequel, di cercare tendenzialment di produrre sempre dei prototipi per nuovi franchise, come nel caso eclatante del bellissimo Blade Runner 2049, fortemente voluto per tanti anni dallo stesso Ridley Scott (regista dell’indimenticabile film originale) e diretto nel 2017 da uno dei migliori direttori di scena viventi, Denis Villeneuve.

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Senza alcuna spocchia o snobismo di facciata, chiariamo subito che nel caso di questo sequel siamo di fronte ad una meravigliosa pellicola, splendidamente diretta, piena di superbe invenzioni sceniche e con personaggi dipinti in modo accuratissimo, ma è anche impossibile per tutto il film non notare l’artificiosità costante (sempre dolorosamente in bilico tra l’omaggio sincero ed il calcolo a tavolino) con cui si manfiesta quella destrutturazione dell’opera madre e la successiva manipolazione del matetriale genetico.

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Il grande cinema e la migliore animazione si mescolano maliziosamente al marketing persino nell’idea, artisticamente vincente, di far precedere l’uscita del film di Villeneuve nelle sale (momento che oggi sta diventando quasi solo uno colossale spot per lo streaming online) da tre affascinanti cortometraggi (due diretti da Luke Scott ed uno da Shinichirō Watanabe, regista del mitico anime Cowboy Bebop), che fingono di essere dei mini-prequel (forma di sequel che vedremo poi avanti), ma che in realtà sono solo un bellissimo ponte narrativo, costruito per promuovere una storia che aveva in sè il terrore della delusione ma anche la potenza di un’idea vincente.

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Tre segmenti filmici, fatti uscire appositamente dal laboratorio di storytelling in cui si stava tasformando la storia scritta inizialmente dallo scrittore di culto Philip K. Dick (con il suo romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? del 1968), adattata negli anni ’80 per il grande schermo da Hampton Fancher (primissimo scenggiatore che lavorò sul Blade Runner del 1982), modificata poi in modo radicale (su richiesta dello stesso Ridley Scott) dall’acutissimo scrittore David Peoples (l’uomo che nel 1995 ha regalato al mondo lo script del capolavoro di Terry Gilliam 12 Monkeys) e che alla fine si è concretizzata nell’immortale pellicola che tutti conosciamo.

Nella prossima puntata, partiremo dall’altro fondamentale tipo di sequel e così facendo ci immergeremo ancora di più nei meandri dei moderni laboratori creativi delle writer’s room, dando nuovo senso alle stesse idee di saga e serializzazione, anche grazie al franchise che più di ogni altra cosa ha reso famoso Ridley Scott al grande pubblico.

That’s all folks!


Road to OGM Cinema prosegue con la terza parte.


Questi i tre cortometraggi prequel del follow-up di Denis Villeneuve Blade Runner 2049:

2022: Black Out
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Shinichirō Watanabe

2036: Nexus Dawn
Regia: Luke Scott
Soggetto e Sceneggiatura: Hampton Fancher e Michael Green
Interpreti: Jared Leto e Benedict Wong

2048: Nowhere to Run
Regia: Luke Scott
Soggetto e Sceneggiatura: Hampton Fancher e Michael Green
Interpreti: Dave Bautista e Gerard Miller


Abbiamo citato nel post le seguenti opere d’ingegno:

Novecento“, ITA, FRA, DEU, 1976
Regia: Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura: Franco Arcalli, Bernardo e Giuseppe Bertolucci

The Naked Gun 2½: The Smell of Fear“, USA, 1991
Regia: David Zucker
Soggetto e Sceneggiatura: David Zucker e Pat Proft

Die Hard with a Vengeance“, USA, 1995
Regia: John McTiernan
Soggetto e Sceneggiatura: Jonathan Hensleigh

The Matrix“, USA, 1999
Regia e Sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski

Star Wars: Episode I – The Phantom Menace“, USA, 1999
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas

The Lord of the Rings: The Fellowship of the Ring“, USA, NZL, 2001
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson
dall’opera di J. R. R. Tolkien

Star Wars: Episode II – Attack of the Clones“, USA, 2002
Regia: George Lucas
Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas e Jonathan Hales

The Lord of the Rings: The Two Towers“, USA, NZL, 2002
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Peter Jackson, Fran Walsh, P. Boyens e S. Sinclair
dall’opera di J. R. R. Tolkien

The Lord of the Rings: The Return of the King“, USA, NZL, 2003
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: Fran Walsh, Philippa Boyens e Peter Jackson
dall’opera di J. R. R. Tolkien

The Matrix Reloaded“, USA, 2003
Regia e Sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski

The Matrix Revolutions“, USA, 2003
Regia e Sceneggiatura: Lana e Lilly Wachowski

Star Wars: Episode III – Revenge of the Sith“, USA, 2005
Rega, Soggetto e Sceneggiatura: George Lucas

The Golden Compass“, USA, GBR, 2007
Regia e Sceneggiatura: Chris Weitz
dal romanzo “Northern Lights” di Philip Pullman

I Am Number Four“, USA, 2011
Regia: D. J. Caruso
Sceneggiatura: Alfred Gough, Miles Millar e Marti Noxon
dall’omonimo romanzo del collettivo Pittacus Lore
composto dagli autori James Frey, Jobie Hughes, e Greg Boose

The Hunger Games“, USA, 2012
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Suzanne Collins, Gary Ross e Billy Ray
dal romanzo omonimo di Suzanne Collins

The Hunger Games: Catching Fire“, USA, 2013
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Simon Beaufoy e Michael deBruyn
dal romanzo omonimo di Suzanne Collins

The Hunger Games: Mockingjay – Part 1“, USA, 2014
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Peter Craig e Danny Strong
dal romanzo omonimo di Suzanne Collins

The Hunger Games: Mockingjay – Part 2“, USA, 2015
Regia: Francis Lawrence
Sceneggiatura: Peter Craig e Danny Strong
dal romanzo omonimo di Suzanne Collins

Kingsman: The Golden Circle“, GBR, USA, 2017
Regia: Matthew Vaughn
Soggetto e Sceneggiatura: Jane Goldman e Matthew Vaughn

Blade Runner 2049“, USA, 2017
Regia: Denis Villeneuve
Soggetto e Sceneggiatura: Hampton Fancher e Michael Green

Pacific Rim Uprising“, USA, 2018
Regia: Steven S. DeKnight
Soggetto e Sceneggiatura: Carmichael, K. Snyder, DeKnight e T.S. Nowlin


 

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22 pensieri su “Road to OGM Cinema, parte 2 di 4: le diverse mutazioni del Sequel

  1. Tu hai scritto che “Sono il numero quattro” ha fatto flop nonostante la produzione di Steven Spielberg: io avrei scritto piuttosto “nonostante la figaggine di Dianna Agron”, attrice la cui bellezza ultraterrena è di per sé un motivo sufficiente per acquistare il biglietto. Aspetto a gloria dall’anno scorso un suo film, Novitiate, che a naso mi sembra un remake non ufficiale de Il dubbio (con lei nel ruolo di Amy Adams). Ho adorato quel film, quindi andrei a vedere Novitiate anche senza Dianna Agron nel cast… ma con lei diventa proprio imperdibile! 🙂
    Non è bella, ma è sicuramente brava Saoirse Ronan, che ho visto proprio ieri in Lady Bird. L’hai visto anche tu?

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    • Anzitutto, Buongiorno e Buona Domenica, amico Jonathan, che sei uno dei miei follower più costantie  che riesci sempre a leggere i miei pezzi, anche quando sono davvero ttto fuorché leggeri e accattivanti! Lasciando però da parte l’amicizia e la gentilezza, passo subito alla tua osservazione, perché la tua notazione mi riempie di gioia!!!

      Anch’io infatti considero un vero dono ll’umanità!
      Diciamo subito che in I Am Number Four – Sono il  numero Quattro, la bellissima e brava Agron duetta anzititto con un’altra delle mie attrici preferite, l’altrettanto bella e bravissima Teresa Palmer, capace di ruoli semplicemente glamour, come Bedtime Stories – Racconti incantati (era incantevole come viziata barbie girl figlia di un magnate degli alberghi!), ad altri più action o fantasy (convincentissima nel gradevole Warm Bodies), ad altri ancora molto initimisti e complessi (come la spogliarellista Karen in Knight of Cups di Malick) ed infine attrice drammatica a tutto tondo nel bellico Hacksaw Ridge di Gibson. Insomma, una meraviglia!!

      Amo la Agron e ti dico subito, senza dilungarmi oltre, che il ruolo che mi ha letteralemnte fatto impazzire è stato quello di Belle Manzoni aka Belle Blake (nome sotto copertura) nel sottovalutato The Family – Cose nostre, Malavita del mio beneamino Luc Besson: il facsino morboso di un adolescente borderline, figlia di un mafioso al confino, capace di sedurre e picchiare, si sposa con una capacità recitativa che laacerebbe in molti stupiti ad Hollywood!

      Detto questo, ti saluto, ti ringrazio e ti abbraccio!

      P.S. Dimenticavo! Saoirse Ronan mi piace moltissimo e ti dirò che in Lady Bird regge tutto il film, giacché per ikl resto, malgrado gli sforzi, ho rovato la pellicola un po’ troppo snob e spocchiosa… Ma la Ronan è fantastica!
      Il suo inizio di carriera è stato pazzesco, perché non ha sbagliato un film! Un prodigio!!!

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      • Hai centrato il punto: spesso gli attori giovani sono così ansiosi di sfondare che accettano qualsiasi ruolo gli venga offerto, e quindi finiscono per comparire in dei film indegni del loro talento. Anche Jennifer Lawrence ha commesso quest’errore. Saoirse Ronan invece ha saputo tenere sotto controllo la sua ambizione, e questo l’ha portata a prendere soltanto decisioni azzeccate per la sua carriera.
        Sempre riguardo a Dianna Agron, ti dirò che proprio il tuo post mi ha spinto a fare delle ricerche più approfondite su Novitiate: mi sembrava troppo strano che dopo tutto questo tempo non l’avessero ancora distribuito in Italia. Alla fine l’ho scovato su tantifilm, ma con un altro titolo (La scelta): ecco spiegato perché non riuscissi mai a trovarlo da nessuna parte. Ovviamente l’ho visto subito, e ti dirò che ci avevo visto giusto: le somiglianze con Il dubbio sono fortissime. Il personaggio di Melissa Leo in particolare è proprio IDENTICO a quello di Meryl Streep. Il film nel suo complesso invece è inferiore a Il dubbio, ma 3 stelle gliele darei.
        Chiudo con una richiesta: vai a vedere “Il mio nome è Thomas”, il nuovo film da regista di Terence Hill. Il mio beniamino in un’intervista ha fatto un appello ai suoi fan, dicendo che si è indebitato fino al collo con le banche per realizzare questo film, e quindi spera che il suo pubblico gli permetta di rientrare delle spese sostenute. Insomma, il mio idolo ha bisogno di tutto l’aiuto possibile, e io non lascerò cadere nel vuoto il suo appello: con tutte le gioie che mi ha dato, spendere 7 euro di biglietto del cinema è il minimo che io possa fare per ripagarlo. Non tradirlo neanche tu, mi raccomando! 🙂

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        • Con una richista etica come la tua non mi sottrarrò! Promesso!
          Tu, però, guardati il film di Besson se non lo hai visto!
          Non è uno scambio, sia chiaro… Il film di Hill lo guarderò lo stesso… a Bologna lo dovrebbero dare a partire dal prossimo Giovedì…

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          • Ho visto Cose nostre – Malavita, e anzi ti dirò che fu proprio in quell’occasione che scoprii Dianna Agron: il ruolo che le avevano affidato esaltava pienamente la sua straripante sensualità. Ovviamente non si può dire lo stesso del suo ruolo in Novitiate, dato che interpreta una suora; tuttavia, lei ha saputo fornire un’ottima prestazione anche quando si è calata in un personaggio così diverso da tutto ciò che aveva fatto in precedenza.
            Riguardo a Teresa Palmer, tra i suoi film più notevoli non hai citato (forse perché non l’hai visto) Codice 999: lei deve avere un ruolo piccolissimo, perché non mi ricordavo minimamente della sua presenza lì, ma quel film è davvero un poliziesco coi fiocchi. Ricordo che lo scoprii per puro caso (grazie ad un banner pubblicitario su Internet), e per vederlo dovetti andare nell’unico cinema che lo proiettasse, che ovviamente era sperdutissimo in mezzo alla campagna toscana. Ma quanto ne è valsa la pena di fare quel sacrificio.
            A proposito di visioni al cinema, ti ringrazio di cuore per aver accettato la mia richiesta di aiutare Terence Hill: lui saprà ricompensarci con un film da urlo, ne sono certo! Buona Domenica anche a te! 🙂

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    • Se parlate di stratopassere nei film non posso esimermi dall’incunearmi nella discussione.
      Il mio ruolo pubblico e la mia passione privata mi impongono in egual misura di farlo.

      Partiamo dalla Agron: dalle mie parti sarebbe definita come ‘na fetta de pulenta jaccia che tradotto per i non marchigiani significa una fetta di polente fredda , la quale a sua volta è una metafora di tradizione contadina volta a indicare una persona senza virtù particolari, piatta, poco affascinante. Lungi da me sputare sopra cotanta bellezza, dal momento che di solito non frequento le modelle di Victoria Secrets, tuttavia – restando al solo aspetto estetico – la Agron mi è sempre rimasta alquanto indifferente.
      Nel film da te citato, per altro, c’è un altra bellezza folgorante che ti invito a “studiare” attentamente, Margaret Qualley, ovvero sia la ragazza che faceva la pornostar nel fortunatissimo THE NICE GUYS.

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      • Come lineamenti del viso la Qualley è seconda solo ad Ana de Armas. Tuttavia anche il corpo ha il suo peso, e la sua totale assenza di seno mi induce a preferire bellezze meno appariscenti ma più formose: quest’aspirante attrice sarda, ad esempio.

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        Se hai letto il commento successivo, avrai notato che alla fine Novitiate l’ho visto: vale lo stesso anche per te, o ce l’hai ancora in watchlist?

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        • No, La Scelta non l’ho visto. Proprio ieri ho ho trovato i link e sono stato tentato di scaricarlo ma poi, dopo aver messo sul piatto della bilancia i pro e i contro ho desistito:
          PRO: solo uno, tante attrici gnocche
          CONTRO: trama poco avvincente, attrici gnocche mortificate da vestiti monacali

          In altre parole, un film poco avvincente mano nobilitato da qualche bellezza.
          Non è roba per me.
          Il tuo giudizio post visione, per altro, conferma le mie supposizioni e quindi l’averlo depennato dalla mia watchlist mi rincuora.

          PS: hai letto la mia mail? che ne dici dei 2 film che ti ho consigliato ? (JUMANJI e RENEGADES?)

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          • Ho letto la tua mail, e ti dirò che mi attira soprattutto il secondo titolo; il primo invece temo che non lo apprezzerei per principio, perché ormai le rimasticature di film già fatti mi sono venute a noia quasi quanto i cinecomic.
            Io invece di recente ho visto:
            – THE SILENT MAN: Poteva venire molto meglio, perché il regista non ha capito che alcune scene potevano venire caricate di un pathos molto maggiore; tuttavia, questo film ha il grande pregio di riuscire a far capire in modo molto facile i meccanismi di un mondo (quello della politica americana) che invece è molto complesso. The Silent Man è quello che in ambito letterario viene definito “un’opera divulgativa.”
            – TONYA: Dopo American Hustle, abbiamo un altro film sfacciatamente “alla Scorsese”: voci fuori campo, musica degli anni in cui è ambientato il film a fare da sottofondo, violenza a tutto spiano, personaggi che si rivolgono direttamente alla telecamera, un antieroe come protagonista… a me il cinema di Scorsese piace moltissimo, e questo film certamente non mi ha annoiato, ma 3 stelle non riesco proprio a dargliele.
            Ah, Margot Robbie avrebbe certamente meritato l’Oscar, ma con un personaggio così antipatico era scontato che non gliel’avrebbero dato.
            – HANDS OF STONE: Questo film lo sto vedendo proprio adesso: sono all’incirca a metà, e per ora mi sta piacendo molto.

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  2. Splendida la definizione “Oreo Double”, spero che la moda dei sequel “pompati” finisca, molto dipenderà dal successo al botteghino di pellicole di questo tipo, ovviamente. Un plauso anche alla tua considerazione sugli Ewoks, in Star Wars. Forse ci si dimentica che Star Wars non è mai stato “serio” e di sicuro il ridicolo Jar Jar Binks non sfigura innanzi a agli orsacchiotti (anzi, il fatto che sia facilmente manipolabile e che le sue azioni si ripercuotano su tutta la Galassia, in un certo senso, lo rendono più profondo di quanto possa emergere superficialmente). I mancati sequel della serie “Queste Oscure Materie” gridano vendetta davvero. D’altro canto, immagino sarebbe stato comunque difficile (anzi, impossibile) ricreare la stessa vicenda dei libri (sopratutto dell’ultimo) senza incorrere in un clamori, petizioni e proteste per la materia trattata.

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    • Buongiorno Amulius!
      Ho notato che il tuo blog si sta rapidamente arricchendo non solo di articoli ma anche di follower e questa è una cosa bellissima, perché servi ai tuoi ospiti sempre pezzi di grande qualità!

      Venendo al tuo commento, invece, grazie per prima cosa, grazie davvero!
      Abbiamo gusti molto simili, ma simili sono anche alcune circonvoluzioni del nostro cervello e  così capita che la nostra critica post-nerd diventi identica sui grand totem del nostro immaginario, Star Wars in testa… Sui libri della trilogia  His Dark Materials di Philip Pullman sono d’accordo che mi stupirei anch’io se non avessero tradito l’afflato di critica teologica ininsita nel secondo ed ancor più nel terzo libro, ma siccome il progetto sembra che avrà un suo seguito televisivo, penso che gli americani riusciranno a smontarne la parte filosofica e teoretica, limitandosi agli aspetti action, come già fatto con il capolavoro di Garth Ennis The Preacher (tv series che ha tradito completamente il testo fumettistico, ma che incredibilmente è riuscita ad essere ugualmente molto bella, misteri!).

      Ci vediamo nei prossimi giorni sul tuo blog, perché è doveroso che TUTTI LEGGANO QUELLO CHE HAI SCRITTO SULLA SERIE NETFLIX Troy: Fall of a City!!! Il tuo post è un omaggio alla verità: leggetevelo su Un Epico Scempio

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  3. Spesso nel mondo dell’arte, o di un prodotto artistico, il pubblico si divide come se certe idee fossero delle vere e proprie religioni. Chi è intransigente perché un film sia un episodio unico e irripetibile, e chi invece vuole per curiosità la continuazione della storia, quasi a vivere infinitamente le emozioni e le vicende di certi personaggi, o di una trama a lui congeniale. Come sempre la verità sta nel mezzo, nel senso che ci sono delle sceneggiatura che possono e invogliano la continuità della storia, altre no. Io in ambito cinematografico preferisco il “pezzo singolo” perché ritengo il finale, non solo una delle parti più difficili, ma prova del nove di un regista. Poi è vero, il finale lo si può dare anche dopo vari episodi, e ci sta, proprio perché certi personaggi esulano dal prodotto artistico vero e proprio, ma rientrano nel contesto di una storia, che degnamente può continuare, anzi, lo deve. Importante è che sia fatta bene… Detto questo, le tue precisazioni sono un’enciclopedia dove l’eventuale fruitore, può godere di tanta bellezza e scegliere, anzi, sceglierà cosa andare a rivedere per la propria esperienza di vita… Grazie !

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    • Rileggevo una seconda volta questo tuo contributo, Barman, soffermandomi questa volta non sul senso delle tue parole (gratificanti, colte e piene di spunti di rifelssione), ma più superficialmente sull’eleganza della tua prosa… Perché la tua chiusa è stata così gentile e generosa, quasi una carezza intellettuale, che mi ha fatto sentire (come spesso avviene quando passo nel tuo locale), parte di un entourage che sorride alle disgrazie dell’imbarbarimento culturale ed assieme applaude ai tanti sprazzi di luce che in ogni forma d’arte contonuano imperterriti ad esistere.
      Esistono le scuderie è spesso sono cieche di fronte alla loro passione, ma tant’è sono proprio le emeozioni che si mantengono vivi… sempre che ogni tanto ci si sappia fermare a pensare, altrimenti si è solo dei tubi digerenti (che vivono mangiando e cagando mentre deambulano) privi di ragione e vero cuore.
      Grazie di tutto.

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  4. Uno dei miei professori preferiti all’università è il signor Zuczkowski. A dispetto del cognome polacco, era italianissimo e, soprattutto, un brillante insegnante di Psicologia Sociale. Vantava, tra le altre cose, un trascorso da calciatore semi professionista (almeno così si pavoneggiava lui) sostenendo di aver giocato nella primavera dell’UDINESE CALCIO per poi preferire gli studi al calcio una volta finita la trafila nelle giovanili.
    Tutti noi studenti cercammo conferme a queste informazioni senza però mai trovare riscontro, tuttavia nessuno osò mai farglielo presente non tanto per timore che si indisponesse nei nostri confronti (era di animo troppo gentile per farlo) quanto perchè ci sarebbe rimasto troppo male (secondo i più ormai si era convinto di aver giocato nell’Udinese, indipendentemente dal fatto che fosse vero oppure no).
    Tutto questo preambolo palloso per arrivare al dunque: alle fine delle sempre affascinanti lezioni del professor Zuczkowski nessuno si azzardava mai a parlare ancora di psicologia, perchè la nostra sete di conoscenza e curiosità era stata ampiamente saziata, per cui formavamo capannelli attorno alla sua cattedra per parlare di Fantacalcio e probabili formazioni, ascoltando attenti i suoi suggerimenti (magari la sua militanza nelle giovanili dell’Udinese era cavolata, tuttavia di calcio e calciatori ne capiva veramente molto).

    Per cui oggi farò la stessa cosa che facevo sempre allora: dal momento che mi hai già appagato con il tratteggio delicato con cui hai illustrato il mondo del Sequel

    (questo paragrafo andrebbe stampato su tutti i libri di cinema, da quelli usati all’Actors Studio di NY fino a quelli distribuiti all’ingresso di ogni cinema:
    La procedura è sempre la stessa: un gruppo di sceneggiatori prende la storia originale e la decompone strutturalmente, campionandone gli elementi drammatici legati ai diversi personaggi (come farebbe con le varie sonorità e le voci un ingegnere del suono), fino a creare degli stereotipi ricondicibili ad altri già usati (investigatori geniali e sociopatici, androidi esistenzialisti, boxer melanconici, maghi misantropi, criminali affascinanti, etc.), trasformando quindi in pattern ripetibile il mood che caratterizzava il film originale (ad esempio l’estetica anni 80 ed anni 90, fatta di luci al neon e sospensione della morale, gli sport estremi, la droga sintetica, l’allucinazione didascalica o al contrario il cinismo disincantato in stile indie, la confusione molto british touch tra criminali e poliziotti o l’ecologismo dell’ultim’ora), arrivando infine a creare un organismo narrativo poliedrico e malleabile, che abbia in sè degli elementi predisposti alla narrazione seriale (come un corpo di polizia, uno studio medico, un gruppo di avvocati, degli archeologi, dei mercenari e così di seguito); a quel punto, si stende sul tagliere della writer’s room quell’impasto e si scrive il primo sequel, dando vita in ogni caso ad una creatura nuova (di certo non una copia becera e stiracchiata), aperta soprattutto a possibili altri seguiti.
    La complessità della progettazione narrativa in fase di pre-produzione determina infine lo stile che assumeranno i sequel, in base al target di pubblico per il quale sono studiati (classificato per età, titolo di studio, relazioni sociali, orientamento politico, gradimento sessuale, apertura morale), creando quelle stesse differenze clamorose che si può meglio notare in campo televisivo, quando, ad esempio, viene realizzato un serial di genere procedural o comedy da un network generalista o invece da uno più diretto ad un segmento di pubblico adulto, come HBO o specificatamente modaiolo, come Netflix ed Amazon.
    )

    allora parlerò di tutt’altro, anche perchè nulla di intelligente o interessante potrei aggiungere alla tua esegesi del fenomento.

    Nello specifico ti chiedo un parere su una serie tv che ho iniziato con grandi aspettative e che invece mi ha disgustato profondamente: ALTERED CARBON.
    Al di là delle tragiche scelte di casting (perchè Kinnaman continui a “recitare” è per un me un insondabile mistero, al pari dei buchi neri) si tratta proprio di una storia senza capo ne coda, che mescola luoghi comuni dell’immaginario pop-scifi senza un briciolo di intelligenza. La serie, tra l’altro, è tratta da un romanzo sulla cui bruttura non posso mettere la mano sul fuoco ma che non ritengo affatto improbabile.
    La cosa più sconcertante è però la teoria di giudizi positivi che ho trovato in giro: su IMDB la valutazione dei quasi 70k contributori attesta una media di 8.3 (sullo stesso sito THE PUNISHER – e qui parliamo della miglior serie della stagione – arriva poco sopra, a 8.7).
    Il fatto è che ora mi assilla il dubbio: può essere che ci sono delle bellezze nascoste in Altered Carbon che però non ho avuto la capacità di vedere? Oppure fa proprio schifo?
    Ti prego, maestro Kasa, illuminami!!!

    PS: ah, dimenticavo, quel mio professoro dal nome non scrivibile senza supporto di google, è il clone di Donald Logue, il protagonista di GOTHAM (cioè, era il suo clone quando IO facevo l’università… ormai sarà invecchiato e quindi forse anche quella somiglianza è andata a farsi benedire…)

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    • Ovviamente salto a piè pari tutto il lunghissimo e sperticato elogio del mio post, di cui incasso le fiches della tua generosità e mi caccio in tasca i contanti (sempre utili nei momenti di sottostima personale) e passo subito al tuo cosiddetto “tutt’altro”…
      Altered Carbon e lo strano mondo delle serie tv – Percezione e Mercato
      Se fossi un massimalista abituato a ricercare la frase ad effetto per atteggiarsi a caustico ultra-cool, ti riponderei che «Altered Carbon è la versione seriale del Blade Runner 2049 di Villeneuve in edizione uso coglioni»… Siccome però non lo sono, sarò più prolisso e meno caustico…
      Io ho personalmente vista tutta la serie, anche perché volevo saperne di più e non essendo un grandissimo fan di sci-fi cyberpunk, non avrei mail letto la trilogia di Richard K. Morgan: volevo vedere insomma come Netflix si era per l’ennesima volta impadronita di una storia di successo da trasformare nel solito fenomeno di recupero anni ’80 e non sono stato deluso… Nel senso che la serie non mi è piaciuta, ma ero felice della giustezza della mia diagnosi sui prodotti originali Netflix ovvero una continua rimasticazione.
      La serie piacerà moltissimo a chi per motivi di età o scarsa cultura cinematografica e televisiva non si è nutrito a pane e fantascienza, mentre risulterà prevedibile per chi, come te e me, non riesce a trovare innovativo quello che non lo è nel modo più categorico.
      Insisto: per chi è digiuno di fiction, è evidente che una trama complicata, un abuso di violenza quasi splatter, una sospensione del’etica tradizionale ed infine una visione del futuro molto modaiola e piena di effetti visivi sono tutti plus per farsi piacere una serie per la quale dire agli amici «sono figo, la guardo!», ma davvero non c’è nulla di nuovo e memorabile… Ma attenzione (e qui entra in gioco il discorso della percezione) lo stesso discorso vale per una valanga di film che al cinema arrivano con la potenza di budget miliardari e che all’osso sono delle merite cazzatone…
      Come aggravante, dico anche che in Altered Carbon ci sono insostenibili lentezze e monologhi noiosissimi (creati apposta per dare un falso spessore intellettuale), scene di sesso gratuite (come lo erano anche quelle della seconda stagione di GoT, dove però degli sceneggiatori con le palle hanno subito cambiato rotta) messe là solo per dire quanto possa essere adulta come serie (e quanto sia attraente per gli adolescenti che non potrebbero vederla, per le ipocrite restrizioni di età e poi poter dire invece a scuola di averla vista lo stesso) ed infine estenuanti violenze che rallentano il ritmo in modo assurdo… Insomma è scritta male e sembra la risposta di un cretino a Westworld di HBO.
      Detto questo, la si deve vedere? Anche no, ma in ogni caso lo spunto è bello, come il discorso sulla morte e della pila corticale dove immagazinare la propria identità…
      Ma a questo punto, mi chiedo, quanti hanno visto il film assolutamente imperfetto (cattivo regista e grandissimo soggetto) The Final Cut, scritto e diretto nel 2004 da Omar Naim con un crepuscolare Robin Williams, un muscolare James Caviezel ed una solare Mira Sorvino? Film che VA VISTO e magari dopo criticato (ripeto, ha dei difetti, ma anche una genialità di fondo)… Se lo vedrai mi dirai…
      In campo televisivo, stanno uscendo tonnellate di serie inutili a livello contenutisctico, ma magari divertenti e solo la percezione di ciò che ci disgusta ne determina il piacere, ma il ritmo sbagliato resta tale: ad esempio io penso che le due fiction di Fox 9-1-1 e The Resident siano terrificanti nella loro bruttezza e con delle storie talmente strampalate da strapparsi cervello e neuroni eppure sono costruite con talmente tanta perizia artigianale da farti passare 40 minuti (buttati, sia chiaro) rilassanti, ma Altered Carbon no.
      Il discorso del ritmo (che ho copiato da un tuo pensiero cinematografico) è essenziale: ad esempio la serie tedesca (solo distribuita da Netflix) Dark, se si riesce ad arrivare vivi  (per la rottura di coglioni mostruosa) alla fine del terzo episodio, sboccia come un fiore meraviglioso e diventa una delle più belle storie mai raccontate sui viaggi nel tempo ed ancora, una fiction spagnola come La casa de papel (Casa di Carta in Italia) giustamente acclamata e premiata da un successo di pubblico pazzesco (tutto fatto dal semplice passaparola) presenta una novità narrativa vera su un soggetto trito come una rapina e lo fa mantenendo un ritmo narrativo serratissimo (solo alcuni cedimenti sentimentali in un paio di episodi) per tutte le puntate! Meravigliosa nel suo genere e con attori tutti mostruosamente in parte, di cui ci si inmnamora sempre più ad ogni episodio (compreso l’odio e l’antipatia per chi è stato descritto per essere tale, come il personaggio di Tokio, interpretato dalla modella Úrsula Corberó, che avrei ucciso più volte).
      La serie tv che più mi ha emozionato, però, negli ultimi mesi è stata River, prodotta da BBC, scritta dalla bravissima sceneggiatrice Abi Morgan ed interpretata da un sontuoso Stellan Skarsgård che si muove con un’elganza recitativa nei panni dell’ispettore di polizia  che vede le persone morte e senza un briciolo di spiritismo o di metafisica o di poteri sovrannaturali, ma solo tutta storia investigativa vecchia scuola ed è tutta disponibile in italiano! Sono solo 6 puntate che ti sorseggi come un buon brandy od un cognac, mentre ti lasci cullare dalla nostalgia di musiche immortali… Amo questa clip con la canzone feticcio I love to love cantata da Tina Charles…

      Non aver paura di spoiler, perché il succo ti viene rivelato nei primi minuti del primo episodio senza sorprese o prese per il culo ai danni dello spettatore.

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      • Rispondo con ritardo colossale nonchè ingiustificabile per il quale comunque chiedo umilmente venia, sperando nella tua clemenza.
        In verità lessi il tuo ricco e interessantissimo commento più di una settimana fa ma dal momento che in quel momento ero privo di PC e connessione decente a causa di un week-end lungo trascorso a Roma con la mia famiglia, avevo deciso di risponderti una volta tornato a casa per poi miseramente dimenticarmene o, per essere più precisi, procrastinare di continuo la cosa assorbito da altre incombenze che per una ragione o per l’altra finivano per avere la priorità.
        E dire che sarebbero poche le cose che dovrebbero avere priorità rispetto al confronto con un caro amico. Commisero quindi ancora me stesso per qualche parola, prima di entrare nel merito, fiducioso che perdonerai il mio imperdonabile ritardo.
        Le tue parole su Altered Carbon mi hanno rincuorato: non ero stato uno sciocco a non capirla!!!! Per altro, seppur più negativo che per altre serie tv, il mio giudizio poco lusinghiero su AC fa il paio con alte impressioni suscitate da altri prodotti Netflix visti di recente, come ad esempio dalla tutti acclamatissima STRANGER THINGS, che per me resta una serie tv più paracula che bella, a partire dal font del titolo che ricalca perfettamente quello delle prime edizioni di libri di King negli anni 80. Si inseriscono su questa via di prodotti più plastificati che apprezzabili anche gli ultimi figli della divisione Marvel della Netflix: Iron Fist fa abbastanza cagare, The Defenders è imperfetto nel momento in cui ricorda ad ogni fotogramma che il tutto dovrebbe essere più della somma delle parti.
        Nell’ultimo anno, di contro, ho molto rivalutato le produzioni Amazon Studios: The man in the High Castle è una trasposizione coraggiosa e ben riuscito dell’omonimo romanzo (in Italia col fascinosissimo titolo “La svastica sul sole”) di Dick. E poi c’è Sneaky Pete, un autentico gioiellino con un cast mozzafiato guidato da un Giovanni Ribisi nel ruolo della vita: sto finendo la seconda stagione in questi giorni e ne sono talmente ammaliato da meditare la scrittura di un post sul tema, nonostante di solito non scriva mai di serie TV.

        La pruduzione in massa di serie TV (ormai ne escono 10 nuove ogni mese) sta letteralmente affogando su stessa perché se da un lato diventa sempre più difficile discernere cosa sia meritevole di visione e cosa no, d’altro canto si stanno codificando generi, stilemi e ritmi di narrazione.
        È molto gratificante, da un punto di vista intellettuale, assistere a un fenomeno del genere (perché ormai le serie tv influenza la cultura molto più di quanto gli intellettuali siano disposti ad ammettere) ed anche se è difficile mettere bene a fuoco i movimenti perché ancora vorticosi, è comunque un privilegio esserne spettatori.
        Per intanto, ti ringrazio ancora per le dritte (ho aggiunto in watchlist sia RIVER che THE FINAL CUT) e ti saluto.
        Ad maiora amico mio!!!
        PS: stasera comincia la versione italiana di WESTWORLD, la vedrai? Io ho già deciso di registrare tutte le puntate sul mysky e di gustarmele quando le avrò tutte con un binge watching clamoroso.

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        • Carissimo amico, io e te non siamo MAI davvero in ritardo nei rapporti dell’uno sull’altro, ma siamo solo dei perfezionisti, dei rispettosi cesellatori che vogliono fornire alla committenza amicale il miglior prodotto possibile! Siamo snob ed elitari ed in qualche modo sempre obbedienti al diktat del noblesse oblige quando ci scriviamo e ci commentiamo i reciproci post su questa piattaforma e questa abitudine al compendio (il più ampio possibile) ce la trasciniamo dietro persino via mail, in una declinazione del rapporto che nel prolungarsi dell’attesa tra una risposta e l’altra rifiuta l’impulsività emotiva delle frasi caustiche e piacione, con cui invece si è soliti condire le note a piè di pagina sui social network.

          Detto questo, sentiamoci liberi entrambi di scriverci e commentarci con i nostri tempi, perché quando lo facciamo di certo sarà quello il momento giusto, sia per applaudire sia per ridere o criticare… Ed è così che, fingendo di scusare te, creo per me un alibi per continuare io ad essere costantemente in ritardo con te!

          Sono certo che la mini-mini-serie della BBC River non ti deluderà, proprio per il suo essere asciutta e rigorosa, scevra da ogni spettacolarità, per il suo netto rifiuto di qualsiasi escamotage e scappatoia narrativa offerta dal soprannaturale (fantasmi che avvisano del pericolo o mandano indiizi al detective sulla giusta strada da perseguire, con cui gli scenggiatori americani in genere si rendono la vita facile) ed infine per la maestosa interpretazione di Stellan…

          Pur con i suoi difetti di sintassi, di ritmo e di impaginazione, sono altresì convinto che il film The final cut stuzzicherà il tuo ingegno di scrittore , fortunatamente mai sopito del tutto, nonché la tua memoria filmica per tante pellicole simili perisno nella scenografia.

          Ero poi curioso di sapere se avevi pensato di dare una possibilità anche alla fiction televisiva spagnola La casa de papel, prima che la bizzarra ed anche tardiva eco, con la quale sta spopolando nei social, ti spoileri tutta la storia (ne ha parlato persino The Vision, ma in modo tangenziale ed anche fuorviante): se mai volessi affrontarne la visione, ti consiglio di farlo con la signora Jarvis… E’ una visione di coppia perfetta!

          Infine Westworld, la serie evento della HBO, canale che si conferma nettamente sopra a Netflix dal punto di vista qualitativo e come tale meno di successo del secondo: ovviamente la guarderò, ma già mastico il dispiacere per questo prolungarsi della matassa narrativa (m’innamorai già a suo tempo della sua stessa genesi produttiva e ci feci persino un post nel marzo del 2015, ma speravo si chiudesse con una sola stagione!), che temo renderà monotona la novità, pur riservando senza dubbio gradevolisisme sorprese.

          Ad maiora!

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  5. Prima di tutto devo dire una cosa: La verità sugli Ewoks è stata finalmente detta! Certe volte trovo difficile parlare con qualche fan di Star Wars degli Ewoks e del fatto che si stata una scelta un po’ triste.

    Comunque sia anche in questo articolo hai dato sfoggio di una conoscenza del cinema e dei suoi funzionamenti. Sappi che ho adorato la parte riguardante Blade Runner 2049 anche perché ci tengo molto a quel film. Probabilmente è uno dei sequel più belli che abbia mai visto (grazie mille Villeneuve). E sappi che io lo amo ma Shiki lo venera quanto il primo Blade Runner (lei ha un amore profondo per il cyberpunk).

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    • Grande Butcher, anche tu quindi concordi sull’eccessiva infantilità del terzo film della vecchia trilogia, alla faccia di chi accusa la Disney di aver oggi intrapreso una strada più vicina ai bambini, senza ricordarsi che Star Wars è così da sempre! Tra l’altro mi viene sempre da ridere quando leggo le critiche dei fan ortodossi al film di Abrams, nelle quali accusano il capitolo VII di aver peccato di banalità mettendo come minaccia una sorta di nuova  Death Star… quando lo stesso Lucas aveva fatto la stessa cosa e già al suo secondo sequel! Ma lasciamo stare… il pubblico dimentica facilmente…

      Il Blade Runner di Ridley Scott è un mio mito personale e conservo la sceneggiatura originale scritta da David Peoples (allegata alla vecchissima edizione in dvd della director’s cut) come una reliquia, ma come ho scritto ho apprezzato tantissimo il sequel di Villeneuve, regista che come si è capito amo per tutta la sua filmografia, nessun titolo escluso!

      Grazie come sempre delle bellissime parole di elogio!

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  6. Pingback: Road to OGM Cinema, parte 1 di 4: innocenti ripetizioni | kasabake

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