6 Degrees – The Stronger Sex, Parte 1 di 2

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Nel primo post di questa mia rubrica, “da Yuja Wang a Kill Bill”, i Sei Gradi di Separazione da me allora scelti, oltre ai collegamenti segnalati ad ogni passaggio, avevano anche un comune denominatore non enunciato, ma che scorreva sotterraneo sotto ognuno di essi, uno di quei fili rossi di significanza da me tanto amati e ricercati in ogni manifestazione artistica: nello specifico caso di quell’articolo, esso era il diverso modo con cui l’Occidente vede la cultura popolare asiatica, non solo cinematografica o televisiva, ma anche letteraria.

Ognuno dei sei degrees di quel post rivelava, infatti, come la nostra industria dell’intrattenimento (ed implicitamente anche il suo pubblico di utenti), quando si rivolge ad Oriente tenda sempre ad oscillare tra due diversi estremi: da un lato, manifestando un distacco timoroso verso ciò che non comprende e dall’altro, esprimendo il bisogno di venire travolti e stupiti da una diversità che si pretende sia ogni volta sensazionalistica; in entrambi i casi, comunque, solo di rado l’Occidente è stato capace di andare oltre la superficie, sforzandosi di capire ciò che gli autori asiatici intendessero davvero trasmettere con le loro opere.

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Dopo la serie sterminata di scippi e saccheggi artistici della prima ora, in cui gli scrittori ed i produttori della vecchia Hollywood hanno usato senza scrupoli soggetti narrativi orientali per sfornare propri prodotti culturali, evitando appositamente alcun tipo di riconoscimento, si è poi passati alla successiva fase degli adattamenti occidentali, vere e proprie rimasticazioni di fumetti, film e serie televisive cinesi e giapponesi (di cui fa parte anche il cosiddetto fenomeno del whitewashing, innegabilmente reale), nelle quali, anche laddove veniva indicata l’evidente paternità orientale, si cambiava comunque la freccia semantica nascosta dietro la comunicazione visiva, spesso quasi completamente.

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È quest’ultima, purtroppo, un’abitudine consolidatasi negli anni ed ancora oggi più viva che mai, come testimoniano alcuni veri e propri stupri narrativi, come l’orribile film “Death Note” prodotto da Netflix (versione live action statunitense del meraviglioso e controverso manga “Desu Nōto” di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata), dove una regia certamente abile e ruffiana (costruita per irretire i tardo adolescenti ed i trentacinquenni nostalgici che pensano che siano così moderne le luci al neon) e l’interpretazione sempre eccellente della mia beniamina Margaret Qualley non possono essere in alcun modo possibile attenuanti per una delle peggiori  sceneggiature mai viste, in cui un’orgogliosa ignoranza ed un fiero disprezzo della logica divengono persino offensivi per lo spettatore, abbinandosi in modo letale ad una messa in scena che appositamente sceglie una chiave caricaturale assolutamente fuori luogo; stesso discorso per le tante scatole vuote, visivamente bellissime, ma riempite a forza di contenuti in modo artificioso, come il “Ghost in The Shell” di Rupert Sanders, altro live action americano tratto da un manga giapponese (nello specifico il leggendario “Kōkaku kidōtai” di Masamune Shirow), indubbiamente pieno di suggestioni visive e persino filosofiche, ma in realtà con un debito immenso verso le solenni traduzioni animate di Mamoru Oshii del capolavoro cyberpunk nipponico.

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Insomma, sembra essere davvero un bisogno istintivo, quello con cui Hollywood vuole riscrivere ed adattare ogni cosa, ad uso e consumo del proprio mercato, con quel sapore di conquista culturale che ogni potenza politica ed economica ha sempre vantato come proprio diritto nei secoli, dai tempi dell’Impero Romano, fino agli odierni domini russi, statunitensi e cinesi.

In questo secondo post, invece, ho reso le regole del nostro gioco ancor meno arbitrarie, scegliendo un fattore comune molto più netto e riconoscibile, che lega ciascuno di questi nuovi sei gradi, senza tuttavia rinunciare minimamente al gioco dei collegamenti più visibili: come il titolo stesso del post suggerisce, il mio filo rosso questa volta è la figura femminile, letta nelle sue funzioni artisticamente creatrici, sia al cinema, come in tv e persino nella pop-music, ma prima riflessa nello specchio deformante della sua continua altalena tra abuso e dominazione, tra sostanza ed apparenza, tra la necessità di essere un oggetto del desiderio e l’aspirazione di divenire un’artefice del proprio destino.

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Non abbiate paura, però, perché il nostro resta assolutamente solo un divertissement: qui non troverete infatti pedanti spiegazioni sociologiche o psicologiche, ma solo l’invito a scoprire da soli gli altri mille collegamenti possibili, oltre quelli da me dettati, con attrici, cantanti, registe, sceneggiatrici, stunt-girl, tecniche di ripresa, truccatrici e via discorrendo, nel vastissimo oceano del mondo della settima arte declinato al femminile.

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Partiamo dunque con il nostro 1° grado e lo facciamo recuperando un personaggio ed una serie televisiva di cui si è parlato molto, anche a sproposito, in occasione della messa in onda della prima stagione stand-alone e che la recente uscita della fiction “The Defenders” ha riportato alla ribalta, assieme agli altri co-protagonisti: sto parlando del poderoso e tridimensionale personaggio al quale era dedicata una delle quattro miniserie introduttive al citato cross-over, quella che veniva riconosciuta da pubblico e critica come la seconda serie più bella del poker supereroistico targato Netflix, subito dietro all’inarrivabile “Daredevil”, ma nettamente sopra la noiosa e pretestuosa “Luke Cage” e la incasinata ed a tratti davvero infantile “Iron Fist”, una produzione che invece per me svetta al primissimo posto, volando altissimo, anche sopra moltissima fiction seriale recente: Jessica Jones.

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Pur avendo alle spalle la grandiosa miniserie a fumetti “Alias” (scritta da Brian Michael Bendis, uno dei migliori dialoghisti del mondo del fumetto statunitense ed illustrata in modo espressivo dallo stile sporco e carico di Michael Gaydos), questa fiction non necessita nel modo più assoluto di alcuna lettura o conoscenza preliminare, perché ha il suo punto di forza in uno storytelling concepito e pianificato come un grande romanzo drammatico, in cui ogni capitolo aiuta  il lettore/spettatore a comprendere il disegno generale, senza quelle fastidiose ed improvvise modificazioni caratteriali dei personaggi o quegli insensati ed artificiosi colpi di scena che hanno sempre il sapore dei rimedi da marketing selvaggio e non della creatività narrativa: tutta la storia di questa prima stagione è infatti un’unica melanconica sinfonia, che procede ritmicamente in modo coeso e straziante verso una conclusione anomala ed impeccabile, intervallata da solo pochissimi frammenti di solare umorismo o di cinismo a buon mercato, con i quali i personaggi giocano a nascondere il loro dolore, non già al pubblico (cosa che li renderebbe macchiette) ma a loro stessi, come indossassero maschere, usate per affrontare i propri fantasmi personali, per una finzione nella finzione.

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Nella scena che vi presento di seguito, estratta dal quinto episodio “AKA The Sandwich Saved Me”, l’esperta sceneggiatrice Dana Baratta, con l’ausilio del regista Stephen “Person of Interest” Surjik, regala allo spettatore uno dei rari fan service di tutta la serie, con la messa in scena del classico cliché del protagonista, dotato in incognito di superpoteri, che si diverte a ridicolizzare un individuo comune: laddove al suo posto c’è in genere un bullo da college scolastico o un rapinatore senza scrupoli, qui abbiamo invece il tipico molestatore sbruffone, spalleggiato dalla sua crew di patetici amici colletti bianchi, in cerca di alcol e donne da umiliare in pausa pranzo.

Ciò che ai nostri occhi deve però rendere significativa questa sequenza, non è il comunque delizioso dialogo, in campo e controcampo, tra le affascinanti Krysten Ritter (prodigiosamente in parte nell’interpretare la nostra detective privata dotata di superforza) e Rachael Taylor (perfetta sia come Patricia Walker, la piccola star radiofonica ricca e di successo, ma anche come “Trish”, la sorella adottiva di Jessica, con la quale condivide un complicato passato familiare ed il desiderio di scoprire i misteri delle origini dei suoi superpoteri), ma il sorriso smagliante che la Ritter esibisce negli istanti conclusivi della scena e che rappresenta forse uno degli ultimi momenti in assoluto in cui il personaggio della Jones si illude di poter condurre anche solo a tratti una vita normale, prima di iniziare la caduta forzata nel perverso gioco di corteggiamento deviato e dominazione che contraddistingue il rapporto con la sua nemesi Zebediah Kilgrave, un villain che è in modo sfacciato anche una metafora del concetto stesso di abuso, la cui dignità caratteriale non stonerebbe in opere d’arte legate al mondo supereroistico quale il Watchmen di Alan Moore e che in questa fiction è interpretato da un magnifico David Tennant.

Se tra le sequenze riguardanti il temibile Purple Man (questo è il nomignolo che Kilgrave si porta dietro dagli anni ‘60, quando fu creato da Stan Lee e Joe Orlando, come personaggio ricorrente nei fumetti di Daredevil) le più pregevoli a livello di scrittura sono indubbiamente quelle in cui il villain esercita il proprio potere in ambito domestico e familiare, quelle in cui in cui invece usa come una vera e propria arma la sua abilità di costringere gli altri ad obbedire ciecamente ai suoi ordini, anche se più banali, sono tuttavia maggiormente spettacolari, come si nota nella lunga e potente scena che vi ho linkato di seguito, estrapolandola dal settimo episodio, “AKA Top Shelf Perverts”, scritto da Jenna Reback (già co-autrice di un’altra fiction di forte orgoglio femminile come Red Widow) e diretto da un veterano dei serial televisivi, come il britannico Simon Cellan Jones.

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Questa di Jessica Jones è una serie televisiva completamente declinata al femminile, assolutamente conscia della propria identità di genere, fotografata e musicata in modo crepuscolare ed urbano, ma anche originale proprio dove invece, ad uno sguardo superficiale, sembra inciampare nel clichè del detective trasandato e solitario, cinico ed ubriacone, perché, se per gli investigatori hardbolied, dei romanzi televisivi e filmici di genere pulp, la bottiglia di whiskey e la misogenia comportamentale  erano attrezzi di scena, per la Jones sono tranquillanti placebo e valvole di sfogo per tenere sotto controllo rabbia, frustrazione ed angoscia, sentimenti che in modo realistico sono la diretta conseguenza dello scontro tra una fisicità impossibile ed il mondo reale, tra la voglia di essere qualcos’altro e l’impossibilità a nasconderlo.

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Non voglio raccontarvi nulla di più del plot, per non rovinarvi il piacere di scoprire la storia di questa parabola, fatta comunque di una solida trama lineare ed orizzontale, in cui gli eroi procedono inesorabilmente verso il loro obiettivo e di mini-trame verticali, comunque sempre legate a fil doppio alla narrazione principale, senza parentesi inutili o allungamenti della matassa investigativa, ma piuttosto voglio ancora una volta invitarvi a leggere questa storia drammatica sul vostro schermo, gustandovi l’incredibile carrellata di personaggi femminili anche di supporto: su tutti, in primo luogo, senza dubbio il ruolo difficile ed eticamente controverso dell’avvocato Jeri Hogarth, interpretato da una bravissima Carrie-Anne Moss, che riesce a mostrare tutte le sfaccettature di aggressività e dolore represso, portate dal personaggio di una professionista riuscita ad ottenere successo e potere nel mondo tutto maschile degli squali della giurisprudenza e che ricorda alla lontana il doppiogiochismo funambolico dell’immortale character della Marquise Isabelle de Merteuil della traduzione teatrale americana (fatta a suo tempo da Christopher Hampton) del testo francese del XVIII secolo Les liaisons dangereuses di Pierre Choderlos de Laclos e più nello specifico, proprio nell’interpretazione, molto liberamente vetero-femminista, che Glenn Close diede nel film omonimo di Stephen Frears, del 1988.

Jeri-Hogarth

Come già nell’opera di Bendis, anche nella Jessica Jones di Netflix l’accento è sempre umano e non fantastico ed anche i superpoteri del personaggio principale sono tratteggiati spesso più come una maledizione che non come risorsa (ma senza quel fastidioso ed ipocrita vittimismo che in altre opere connota situazioni simili) e come tali sono usati molto raramente dagli sceneggiatori dei vari episodi: questo ha determinato certamente una visione frustrante per chi, mal indirizzato, si aspettava da questo serial l’ennesimo sfoggio di abilità straordinarie (di cui sembrano oramai dotati una consistente fetta di personaggi teen del cinema e della tv statunitense) o l’esibizione di combattimenti a mani nude, adulti e sanguinosi, come si conviene alle produzioni americane contemporanee, che fingono di rispettare i wuxia e la arti marziali (come impongono le regole della Shaolin Hollywood radical chic), no, qui i superpoteri sono centellinati con la stessa parsimonia con cui Kubrick usava i movimenti di macchina nei suoi film, rompendo la lunga staticità di un’inquadratura e facendosi pertanto maggiormente notare.

Melissa-Rosemberg

Il merito di tutto questo va alla donna più importante della nostra serie televisiva, ovvero alla creatrice, produttrice esecutiva e showrunner, Melissa Rosemberg, scrittrice ed autrice attivissima in tv già dai primi anni 2000, grazie a serial come Dexter ed O.C. ma ora, se potete, leggete cosa ha detto questa signora a proposito dei personaggi supereroistici femminili, nell’intervista fattale per la rivista Rolling Stone, perché le sue parole sono davvero illuminanti sul mondo dell’intrattenimento in generale.

Immediatamente prima di essere chiamata a curare la versione televisiva della nostra super-detective, la Rosemberg aveva da pochissimo vissuto il successo planetario della Twilight Saga al cinema, curando la sceneggiatura di tutti e cinque film (uno per ciascuno dei primi tre romanzi e ben due film per il libro conclusivo) e di fatto riscrivendo le loro storie, anche se in pieno accordo con la loro autrice (tanto che questa si fa riprendere in un delizioso cameo in una delle scene del primissimo film).

Stephenie-Meyer

Per questo motivo, la nostra straordinaria donna di cinema e televisione è anche il mio collegamento per spostarci al 2° grado del nostro gioco ossia il personaggio di Bella Swan, la protagonista femminile di tutti i romanzi scritti da Stephenie Meyer, autrice che, affermo subito sgombrando il campo da eventuali equivoci, si è ritrovata a vivere in modo immeritato, artisticamente parlando, un successo simile a quello di Joanne K. Rowling, autrice dei libri della saga di Harry Potter, i quali, malgrado l’evidente limite imposto da una letteratura di genere (dal primo all’ultimo romanzo, anche nel crescendo di drammaticità e tragedia, non escono mai dal pur gradevole seminato dei cosiddetti “libri per ragazzi”), hanno avuto il merito di creare un vero universo narrativo pieno di fantasia e fascinazioni multiple, certamente più che nelle storie dei vampiri luccicanti della Meyer.

Bella-Swan-first-movie

Dare un volto ad un beniamino dei lettori è sempre momento di crisi per ogni responsabile del casting, specie quando l’opera che si sta per tradurre in film ha coinvolto così tanti lettori, ciascuno con in mente un’idea ben precisa che vorrebbe vedere vivere sul grande schermo: nel caso di un franchise come questo, poi, la narrazione per immagini inizia già dagli advertising, dai poster, dalle foto di scena, dalle indiscrezioni lasciate trapelare ad arte, ogni volta cercando di assottigliare la percezione tra i reali rapporti tra gli attori e quelli dei loro personaggi nella finzione, incoronando un nuovo re ed una nuova regina del ballo oppure, se le cose non funzionano, ottenendo lo stesso effetto devastante di una secchiata di sangue di maiale, tirata in testa nel bel mezzo della festa.

Al ballo di Twilight, Kristen Stewart, l’interprete scelta per il leading role di Bella, non solo non ha fatto la figura della Carrie di kinghiana memoria, ma ha anzi conquistato il cuore del pubblico e si sappia anche della critica più severa: l’attrice statunitense ha fatto suo in modo esemplare il percorso evolutivo preparatole dalla Rosemberg negli script successivi, accompagnando il cambiamento del suo personaggio in modo talmente credibile, da scavalcare gli effettivi limiti del soggetto di base e rendendo credibile la sua trasformazione da comune mortale ad essere supremo.

Nel segmento filmico seguente, che ho estratto per voi dal quarto film, “The Twilight Saga Breaking Dawn Part. 1”, il regista Bill Condon mette in scena tale metamorfosi usando tutti gli stilemi del cinema classico di genere, sia horror che fantascientifico, con una palette di colori rubati al mondo della pubblicità, per mostrare davvero non già un essere demoniaco ma una sorta di resurrezione di un angelo caduto e la sua definitiva consacrazione a semi-divinità.

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A dimostrazione della straordinaria bravura e fisicità della Stewart, valgano le sue prove recitative successive, in pellicole scelte con un’acume impressionante, con un percorso simile a quello di Emma Watson, anch’ella portata al successo mondiale dalla sua partecipazione ad un franchise popolarissimo come quello di Harry Potter ed entrambe, subito dopo, coinvolte in progetti filmici decisamente più impegnati ed a volte potremmo dire persino di nicchia.

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Laddove, tuttavia, la Watson, anche quando diretta da registi di straordinaria abilità artistica (come nel caso di Sofia Coppola nel suo “Bling Ring” o di Darren Aronofsky che la scelse per il ruolo di Ila in “Noah”) ha mostrato tutti i limiti di una recitazione che fatica ad uscire dallo stretto confine della commedia sentimentale (la sua prova più convincente, a tutt’oggi resta quella in “The Perks of Being a Wallflower” di Stephen Chbosky), Kristen Stewart ha invece alternato la sua attività di modella glamour e coolest, con quella di interprete pregevolissima di ruoli spesso assai complessi in film indie o di taglio festivaliero (come “Camp X-Ray” di Peter Sattler, “Still Alice” di Richard Glatzer e Wash Westmoreland, “Anesthesia” di Tim Blake Nelson o “American Ultra” di Nima Nourizadeh).

Quasi a coronamento di un percorso intellettuale di ricercata presenza, anche fisica, estremamente distaccato, si è poi affermata, con soli due film, quale musa ispiratrice ed attrice feticcio per il certamente non popolare critico, regista e sceneggiatore francese Olivier Assayas, regalandogli una favolosa recitazione sia in “Clouds of Sils Maria”, come nel sorprendentemente moderno “Personal Shopper”, la cui visione, tra l’altro, consiglio caldamente a chiunque voglia restare in pari con l’evoluzione della sintassi filmica europea.

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Parlare del character di Bella Swan significa, però, necessariamente parlare, anche solo parzialmente, di una vicenda letteraria che ha suscitato tanto successo di vendita quanta acredine e sberleffo nel mondo intero, creando, spesso in modo anche comico per la loro artificiosa superficialità, folte schiere di appassionati sostenitori ed altrettanto numerosi eserciti di detrattori, armati questi ultimi in particolare di facile umorismo e sarcasmo reiterato: è ovviamente l’aspetto romantico e sentimentale, alla base della storia d’amore tra un’umana ed vampiro immortale, che ha acceso gli animi di entrambe le tifoserie, perché è risaputo che non c’è nulla che sconvolga maggiormente lo spirito degli adolescenti (magari con tendenze gotiche, più modaiole che vissute) di una travagliata storia d’amore, perdendosi nell’identificazione con i due amanti maledetti o al contrario usandoli come bandiera per sventolare il proprio essere dei duri senza cedimenti sentimentali e facili smancerie.

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Non penso davvero che ci sia bisogno di dire come, ancora una volta, le critiche asprissime, portate dai tantissimi detrattori di Twilight, abbiano funzionato quanto le lodi degli ancor più numerosi sostenitori, per lo meno ai fini pubblicitari, un po’ come è accaduto anche per l’indefinibile saga letteraria ed inevitabilmente cinematografica di Fifty Shades of Grey, dell’altra scrittrice di best-seller E. L. James, la quale, in vari toni di nero successivi, ha propinato al mondo la sua versione fast-food dei miti del bondage e del sado-masochismo, mescolando soft-core ed etica disneyana.

E.-L.-James

Se per molti aspetti hanno ragione i veri appassionati del genere horror, nel non riconoscere alcuna validità stilistica alla tipologia di vampiri descritti nei libri della Meyer, altrettanto l’hanno anche tutti i lettori che si sono lasciati affascinare invece dal vero nucleo narrativo ed ossia la storia d’amore immortale tra l’impacciata ed imbarazzata ragazzina di città, catapultata in mezzo ai boschi piovosi di Forks, Washington, come conseguenza della separazione dei suoi genitori ed il tenebroso e solitario vampiro, dal fascino magnetico, sempre al centro degli sguardi degli altri studenti di quel liceo di provincia, dove la vicenda amorosa prende inizio.

Twilight non è mai stato, infatti una storia horror e nemmeno un racconto metafisico, ma solo e soltanto un romanzo passionale, con protagonisti adolescenti travolti costantemente da emozioni fortissime (tanto per parafrasare quella piccola grande commedia, di finta formazione, prima citata, Bella ed Edward potrebbero urlare per tutto il tempo “Noi siamo infinito!”).

Spider-Man-Homecoming---Laura-Harrier

Gli adolescenti al cinema e nei film, ovvero quello stesso pubblico che i fumetti hanno smarrito da tempo e che Hollywood sta cercando invece di recuperare, producendo film di azione a loro dedicati e persino reboot di vecchi film in cui viene progressivamente abbassata l’età degli eroi di turno, per farla coincidere con quella del target di riferimento: è questa operazione di marketing il vero motore creativo alla base anche del nuovo genere cinematografico del cinecomic supereroistico,  un contenitore di trame fantasy e sci-fi, sentimentali e drammatiche, comiche e satiriche, tutte frullate assieme, in un mix oramai dominante.

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Malgrado oggi gli uomini e le donne di cinema più accorti abbiano già capito come l’uso incontrollato degli stessi saporanti e coloranti porterà a morte prematura questa nuova creatura artistica transgenica, ugualmente essa è oggi ancora sulla cresta dell’onda ed all’epoca del primo film della saga di Twilight era persino agli albori: tutto questo per sottolineare la felice intuizione della nostra sceneggiatrice Melissa Rosenberg, che prese il gruppo di vampiri dei romanzi della Rosemberg e ne fece un team di eroi dai super poteri, tutti abitanti assieme nella stessa villa, versione boschiva dello Xavier Institute For Higher Learning degli X-Men, dove i vampiri, sotto la paternalistica guida del vampiro senior Carlisle Cullen, si allenano a controllare la loro forza ed i loro poteri; come conseguenza di tale trattamento narrativo, anche il personaggio di Bella, da una ragazzina che sfida la morte e tradisce l’intero consorzio umano (si, perché, teoricamente, in una scala alimentare, noi umani siamo cibo per i vampiri!), viene trasformata in una groupie che sogna di diventare anche lei un membro del super gruppo e vuole farlo bevendo il liquido magico ovvero il veleno di Edward, che trasforma i mortali in esseri invincibili.

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A papà Cullen, il patriarca di questa modern family di non-morti, che si cibano di carne animale per non essere costretti a succhiare il sangue umano (in una versione deviante della scelta etica dei vegani), per essere a tutti gli effetti il professor Xavier dei nostri X-vampiri manca solo una sedia a rotelle ipertecnologica!

Emblematica, del percorso narrativo con il quale la Rosemberg ha trasformato i vampiri romantici dei libri nei supereroi dei cinque film, è senza alcun dubbio la sequenza della sfida sportiva a squadre, messa in scena proprio nel primo dei cinque film, quello diretto da un’altra donna di cinema, la texana Catherine Hardwicke, divenuta famosa di colpo grazie al notevolissimo successo riscosso con il suo primo lungometraggio come regista, quel “Thirteen”, scritto assieme all’ora quattordicenne Nikki Reed, balzato agli onori delle cronache soprattutto per via delle polemiche sorte intorno alla ricercata esibizione dei comportamenti autodistruttivi della generazione di minorenni presa in esame nella pellicola (sesso facile ed assunzione massiva di stupefacenti).

Thirteen

Se a questo punto la tentazione di partire per la tangente è fortissima, iniziando a parlare di robot umanoidi femminili (andando avanti ed indietro nei decenni, dalle rivolte popolari di Metropolis alla decadenza fisica e cognitiva dei i “lavori in pelle” di Blade Runner, fino all’eterno femminino del più cerebrale Ex Machina), usando il collegamento offertoci dalla presenza, come protagonista nel cast di Thirteen, di una bravissima Evan Rachel Wood, allora fantastica rivelazione quindicenne ed oggi meravigliosa e fiera androide ribelle (nonché depositaria dei segreti dei suoi creatori) nella labirintica fiction Westworld di Jonathan Nolan, altrettanto determinato è il nostro amore per la struttura del gioco e questo ci costringe a restare fermi, tornando ad accendere i riflettori sul primo film del fortunato franchise passional-vampiresco.

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Nella scena del primo Twilight, prima citata e di cui ho inserito di seguito un estratto, dalla fotografia all’uso della slow-motion, agli effetti speciali, davvero tutto ricorda l’esibizione di superpoteri, come la iper-velocità, la super-forza, la preveggenza, senza alcun accenno a qualsivoglia oscurità demoniaca ed anzi con una esibita adesione ad uno dei pilastri culturali statunitensi.

Il baseball è in modo sfacciato anche il collegamento con il nostro 3° grado di separazione ossia il personaggio di Ginny Baker, l’affascinante e vigorosa protagonista dello sfortunato serial televisivo Pitch.

Commissionata e prodotta con le migliori intenzioni, questa fiction è stata trasmessa sul canale FOX statunitense dal 22 settembre all’8 dicembre 2016, con un progressivo e deludente calo di audience: malgrado, infatti, dal primo all’ottavo episodio della prima brevissima stagione, non ci sia mai stata nemmeno una sbavatura, un calo di ritmo o di tensione drammatica ed incredibilmente non siano mai state tradite le aspettative create dal pilot, ugualmente questo serial non ha incontrato in alcun modo i gusti del grande pubblico (per il quale, va precisato, una serie sportiva come questa era pensata) e pertanto, per la spietata legge del mercato, a maggio di quest’anno 2017, la serie è stata cancellata, lasciando gli estimatori (comunque non pochi) orfani e frustrati dalla mancata risoluzione dell’inevitabile cliffhanger creato sul finale di stagione.

Pitch-01

Ovviamente, sia chiaro, non è il caso certo di vestirsi a lutto o di strapparsi i capelli per la disperazione e nemmeno di rimanere troppo stupiti di tale cancellazione, poiché la storia della televisione, soprattutto statunitense, ogni anno annovera molti serial interrotti, per lo più bruscamente (ad alcune serie fortunate viene invece data la possibilità di concludersi degnamente, con il network che, al termine della stagione, avvisa autori e cast che la successiva sarà la conclusiva, offrendo il modo di chiudere degnamente tutte le sottotrame ed i fili narrativi intrapresi fino a quel momento, con grande gioia degli spettatori, come nel caso di serie tv storiche, quali furono Bones e Grimm) e spesso in modo quasi inspiegabile, soprattutto se rapportati con altri prodotti d’intrattenimento, la cui incredibile longevità fa a gara solo con la loro assoluta insipienza e bruttezza: una fra tutti la miracolosa NCSI del fortunatissimo Donald “Magnum P.I.” Bellisario, che continua da 14 anni ad essere il crime drama più seguito negli USA e persino tra i più remunerativi (in termini di vendita di spazi pubblicitari) nel resto del mondo e tutto questo quantunque abbia spinto al parossismo gli stessi concetti di ripetizione narrativa e di cliché.

Ginny-Baker

A dispetto della sua fine ingloriosa e prematura, il serial creato e scritto da Dan Fogelman e Rick Singer è una preziosa meteora, il cui sfrecciare nel panorama televisivo lascerà comunque un segno indelebile: i due autori, grazie ad un cast tecnico di prim’ordine e ad un gruppo di interpreti perfetti nel loro ruolo (tra i quali ovviamente spicca la figura statuaria dell’attrice americano-canadese Kylie Bunbury, nel ruolo principale della Baker) hanno fatto loro tutta la tradizione della cinematografia sportiva americana (sterminata, ma quasi sempre uguale a sé stessa), sintetizzandola e dando vita ad un unico flusso d’immagini, condensato e vibrante, che fa da sottofondo non ad un vero storytelling (la trama di base è di fatto minima e non certo originale), ma piuttosto ad una continua riflessione sul mondo dell’image marketing degli atleti, sui contrasti tra la vita reale e la costruzione di un profilo pubblico necessario per il mantenimento degli sponsor, inframmezzata da micro-storie quotidiane tra i personaggi ed arrivando a creare la vera drammaticità non già sull’evolversi dei rapporti umani e sentimentali (presenti comunque e condotti con molto glamour), come sarebbe avvenuto in una normale comedy o in un passion drama (in linea con i dettami dell’impero produttivo televisivo della regina delle moderne post-soap Shonda Rhimes, come Scandal a Grey’s Anatomy), quanto sui sistemi rocamboleschi con cui sia Ginny Baker, la giocatrice di baseball professionista protagonista assoluta del serial, sia la sua crew riescono a rimanere illesi dagli inevitabili scandali, lasciando la Baker sempre al centro dei riflettori mediatici.

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Seppur evidentissimi, i riferimenti al cult movie “A League of Their Own” (comedy drama sportiva con Geena Davis e Madonna) sono però solo una partenza funzionale a Fogelman e Singer, utile per rimandare il pubblico televisivo ad un fatto reale (lo storico campionato professionisti di baseball organizzato negli USA nel 1943 con soli giocatrici donne, mentre tutti gli uomini in grado di combattere erano stati inviati al fronte) e da lì far digerire agli spettatori televisivi odierni (un target sociale che potete bene immaginare quanto aperto possa essere ai cambiamenti!) la storia di finzione di questa atleta, prima donna della storia ad essere ammessa nella Major League di Baseball, grazie ad un portentoso lancio speciale, da lei affinato, chiamato “screwball”, che le fa superare l’ovvio gap fisico con i colleghi maschi.

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Se il film diretto nel 1992, dall’abile regista Penny Marshall (donna di cinema navigata e già autrice di un cult degli anni ’80, il divertentissimo “Big” con Tom Hanks, nonché sorella del più famoso Gary Marshall, direttore di scena noto per le sue varie principesse e cenerentole), si prefissava soprattutto l’obiettivo di glorificare l’orgoglio femminile di tutte le donne d’America (che nella tragedia della Seconda Guerra Mondiale avevano comunque trovato un’occasione di riscatto e revanscismo sul maschilismo allora imperante), la serie televisiva della Fox utilizza tale senso di orgoglio identitario per costruire invece una comedy sportiva che gioca principalmente con la sensualità dell’immagine costruita, della distanza tra l’essere un’atleta professionista e la percezione del pubblico, fingendo di non prendere posizione negli scontri tra esigenze lavorative e familiari, ma anzi, in modo calvinista e spietato, giudicando positivo ed etico solo il buon risultato finale, quello in cui sport e business vanno a braccetto.

La narrazione per immagini di questa giovanissima lanciatrice è in ogni caso una gioia per gli occhi, come si può evincere dalla sequenza iniziale del pilot, qui di seguito riportata, dove una frizzante e moderna messa in scena, giocata su eleganti movimenti macchina, zoom e stacchi sulle news televisive, viene condotta senza scollarsi mai troppo dai significativi piani ravvicinati dell’atleta top model.

Tra le varie sue caratteristiche, il personaggio di Ginny Baker ha quella di essere una fan della pop star Katy Perry ed in particolare ama canticchiare, stonando terribilmente, una delle hit di maggiore successo del suo recente passato : “Firework”.

È quindi proprio con le note e con il video di questo vecchio brano che ci lasciamo, dandoci appuntamento tra pochi giorni con la seconda ed ultima parte di questo mio nuovo 6 Degrees e lo faremo ripartendo proprio da questa fantasmagorica e vulcanica cantautrice statunitense, poichè un altro suo bellissimo videoclip, tratto questa volta da un suo brano più recente, sarà per l’appunto il collegamento che ci porterà dritti al nostro 4° Grado di SeparazioneMa questa è un’altra storia.

Arrivederci a tutti e mi raccomando, stay tuned!


I nostri primi 3 Degrees di questo post:

Jessica Jones

Bella Swan

Ginny Baker


Contributi multimediali e notazioni a margine:

Jessica Jones – Tv Series”, USA, 2015
Creata e prodotta da Melissa Rosenberg
Interpretato da Krysten Ritter, Rachael Taylor, David Tennant
Soggetto basato sull’omonimo personaggio della Marvel Comics
creato da Brian Michael Bendis e Michael Gaydos

contributo video: durata minuti 02:59
estratto da episodio “AKA The Sandwich Saved Me
Regia di Stephen Surjik
Sceneggiatura di Dana Baratta

contributo video: durata minuti 6:53
estratto da episodio “AKA Top Shelf Perverts
Regia di Simon Cellan Jones
Sceneggiatura di Jenna Reback


Twilight”, USA, 2008
Sceneggiatura di Melissa Rosenberg, dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer
Diretto da Catherine Hardwicke
Interpretato da Kristen Stewart e Robert Pattinson

contributo video: durata minuti 1:48
estratto dal film in questione


The Twilight Saga: Breaking Dawn – Part 1”, USA, 2011
Sceneggiatura di Melissa Rosenberg, dal romanzo omonimo di Stephenie Meyer
Diretto da Bill Condon
Interpretato da Kristen Stewart e Robert Pattinson

contributo video: durata minuti 3:16
estratto dal film in questione


38 pensieri su “6 Degrees – The Stronger Sex, Parte 1 di 2

  1. In questo post hai accumulato (come tuo solito) un’ampia varietà di citazioni, e ti confesso che 2 di esse mi hanno mandato in brodo di giuggiole. Passo a specificare quali.
    Di WESTWORLD abbiamo già parlato profusamente, quindi ogni ulteriore lode nei confronti di questo gioiello sarebbe pleonastica.
    Nessuno ha saputo descrivere l’adolescenza con la stessa incantevole efficacia di Beverly Hills 90210, ma anche in ambito cinematografico ci sono degli ottimi film sul tema, e NOI SIAMO INFINITO è senza dubbio tra questi. Tuttavia, per me il miglior film “adolescenziale” di sempre rimarrà sempre Get over it, e infatti l’anno scorso gli ho dedicato una recensione entusiastica (https://wwayne.wordpress.com/2016/07/02/chiudiamo-in-bellezza/). Purtroppo ho scoperto soltanto dopo la pubblicazione del post che il film è praticamente introvabile: SKY lo trasmetterà tra 2 giorni, ma per chi non ha la pay tv l’unica è andare su ebay e comprare il film in vhs. E se non ha neanche il videoregistratore? Beh, a quel punto dovrà accontentarsi di Noi siamo infinito, e cascherà comunque benissimo! 🙂
    Ho provato invece una fitta di dolore quando hai nominato Brian Michael Bendis. Riconosco che ha talento, ma quando cominciò a scrivere le storie del mio supereroe preferito (Daredevil) dette alla serie un’impronta troppo depressa e depressiva, che fu sciaguratamente imitata anche dal suo successore Ed Brubaker. Non è un caso che dopo questi 2 cicli la Marvel abbia deciso di dare alla serie un’atmosfera completamente diversa, e i fan l’hanno apprezzato: a mio parere infatti il successivo ciclo di Mark Waid non è questo granché, ma ha portato una ventata di freschezza dopo anni di tragedia greca, e questo l’ha portato a venire elogiato anche oltre i suoi meriti.
    Adesso anche il ciclo di Waid si è chiuso: l’attuale scrittore di Daredevil (Charles Soule) ha scelto di rimanere in una via di mezzo tra l’atmosfera leggera di Waid e quella troppo pesante di Bendis e Brubaker, e finora il risultato è davvero ottimo. Del resto, non mi aspettavo niente di diverso: avevo già ammirato le sue qualità leggendo il suo splendido ciclo di Swamp Thing.
    Capisco benissimo la frustrazione che hai provato nel vedere cancellata una serie che apprezzavi (Pitch). Anche a me è successo un sacco di volte (soprattutto con le serie a fumetti), perché i miei gusti sono spesso diametralmente opposti a quelli del grande pubblico. Non a caso il mio blog è dedicato proprio ai libri e ai film che molti non hanno mai sentito neanche nominare. Quest’anno ho fatto qualche eccezione, recensendo anche film al contrario amatissimi dal pubblico e/o dalla critica, ma in linea generale l’impostazione del mio blog resta quella di dedicarsi soprattutto ai prodotti di nicchia. E proprio per questo, mai mi sarei aspettato che finisse per avere successo: credevo che sarei rimasto a vita nella situazione dei miei primi 5 anni di WordPress, in cui ricevevo un pugno di visualizzazioni al mese (probabilmente tutte dovute a delle ricerche bislacche su Google) e niente più.
    P.S.: Sono consapevole che avrei dovuto mandarti già da un mese il mio post sui migliori film western per ciascun decennio. Purtroppo le vacanze prima e gli impegni lavorativi poi mi hanno impedito non soltanto di scriverlo, ma anche soltanto di mettermi a fare una selezione e decidere almeno i titoli. Tuttavia, non ho dubbi sul fatto che il progetto andrà in porto.

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    • Parto dal fondo, perché questo mi permette di parlarti del resto, mettendo tutto sotto una luce particolare: se tu sei consapevole del fatto che avresti dovuto mandarmi da tempo il tuo pezzo sul western, io invece non posso essere che lieto del tu ritardo! Sono in alto mare con tutto, dal mio lavoro alla mia vita personale e sono quotidianamente in ritardo su tutto, compresi gli appuntamenti medico-sanitari (parlo di quelli banali, sia chiaro!)… Ho da talmente tanto tempo in gestazione un pezzo in comune con Lapinsu che sono stato costretto a scrivergli persino via whatsapp (strumento che lui non ama) solo per scusarmi e per fargli sapere che ero vivo!!!

      Sono in arretrato anche con la lettura dei post dei miei amici (compresi il tuo su Ken Spacey e quello di Lapinsu su Bruce Springsteen) e quindi, puoi figurarti con quale gioia ho appreso che eri indietro con il pezzo comune!!! Bello così…

      Passiamo adesso al corpo principale del tuo commento, in cui, come tuo solito, hai circumnavigato le tante isolette di citazioni sparse lungo il miom oceano di logorrea, sbarcando su alcune di esse e com’è doveroso, commento il commento, punto per punto…

      Si, su Westworld è stato già detto tutto e di tutto, specie da me e da te, perciò, oltre a sorridere per l’amicale complicità, sorvolo anch’io!

      Get Over It l’ho già programmato per la registrazione su Sky Cinema Family HD per domani pomeriggio, come da consiglio.

      The Perks of Being a Wallflower (mi piace chiamarlo con il nome originale, perché il concetto di “fare da tappezzeria” alle feste, il restare in disparte e finalemnte entrare nella tribù degli amici è uno dei perni del film, come il passaggio dal liceo al college o nel caso del protagonista il suo uscire dal tunnel dell’autolesionismo e vincere i suoi incubi riguardo l’abuso ed il senso di colpa) anche per me resta un gioiello e come ho scritto nel mio post è ad oggi la miglior interpretazione della Watson.

      Brian Michael Bendis amichevolmente chiamato da tutti BMB è uno scrittore che seguo da tempo ed a cui perdono molto, ma la collaborazione con la serie regolare di Daredevil nel 2003, per quanto depressiva, è da molti (me compreso) riconosciuta come uno dei suoi lavori più sentiti e sofferti, tanto da meritargli il Will Eisner Award proprio per quelle storie.. poi, ovviamente, de gustibus… ci mancherebbe, ma per me resta un gran lavoro… anche se io di lui metto in cima alla lista delle cose belle la miniserie di ALIAS, seguita da POWERS

      Followers, ne hai tantissimi e la cosa, ti giuro, mi riempie di gioia, perché ho sempre pensato a te come ad un giovane maestro di vita, solare, schietto, battagliero, generoso ossia l’opposto della misantropia e del misoginismo di cui il web si ciba, nemico della falsità e di quello stupido gioco al massacro acchiappa-like con cui gli invidiosi si divertono a celebrare la propria pochezza cercando di svilire ed infangare le persone di successo: ti meriti i lettori fedeli ed il seguito che ti accompagnerà comunque, sia che tu scriva di opere alla moda, sia di nicchia, perché ti si legge per quello che sei e non per quello che mostri di essere, in una gloriosa identità.

      A presto, amico mio, a presto…

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      • Le belle parole che spendi per me mi fanno sempre molto piacere, ed è stata una gioia altrettanto grande sapere che grazie a me guarderai Get over it: non vedo l’ora di conoscere la tua opinione su questo splendido film. Grazie mille per i complimenti e per la risposta! 🙂

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  2. Metto un segnaposto qui, perché il turbinio di argomenti che hai aperto nella mia già bucherellata mente, è vasto e merita un secondo passaggio e quindi ecco, vado con Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipisci elit, sed eiusmod… tonerò qui.

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    • Sei il secondo blogger, tra quelli che leggo, che ha usato su WordPress l’incantesimo “Lorem Ipsum”!!! Ne discettai a suo tempo proprio con Lapinsu, che lo usò persino, nella sua version estesa, come incipit per un suo post!!! Prodigi del delirio…
      Perciò ti attendo, ma già massima stima…

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  3. Ho letto tutto d’un fiato il tuo post, esattamente come avrei scolato una pinta di birra alla fine di una lunga giornata di lavoro sotto il sole.
    Ed ovviamente, quando sei stanco e assetato, una pinta non basta: ce ne vogliono almeno due. Per questo, a breve rileggerò una seconda volta il tuo post. E solo allora, forse, sarà in grado di rispondere compiutamente, a meno che l’arsura e il desiderio siano tali da rendere necessario un terso bicchiere, tracannato con ardore come gli altri.

    Per intanto sappi, amico mio, che la potenza divulgativa di questo articolo unita alla raffinata eleganza con cui ti muovi tra argomenti e riflessioni spazianti dal cinema alla musica o dal glamour alla significanza artistica, ebbene tale potenza divulgativa ha fatto tornare in meno un testo che lessi tanti anni, che divorai con pari ingordigia e che tutt’ora considero uno dei libri più intelligenti che mi siano capitati tra le mani.

    Mi riferisco a quel “Lezioni Americane” di Calvino, che poi non è neppure un libro o un saggio ma solo una bozza di lezioni che l’autore non ebbe poi neppure il tempo di tenere perchè scomparve prematuramente.
    Ecco, quelle “proposte per il nuovo millennio”, opera incompiuta eppure lodevolissima, esercitarono un fascino enorme su di me (all’epoca il nuovo millennio era ancora lontano…) esattamente come questa tua digressione (o, più in generale, qualsivoglia tuo scritto,soprattutto quelli di tipo divulgativo).

    Ora ti saluto, in attesa fremente della seconda parte del saggio (perchè tale, indubbiamente, è la natura di questo tuo mirabile lavoro).

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    • Per quelle strane e meravigliose coincidenze della vita, che a volte sembrano accordarsi come i refrain di una melodia, suonata in tempi e luoghi diversi e soprattutto da differenti musicisti, senza che uno sappia davvero dell’altro, ma componendo un unico piano sonoro, ebbene, in base appunto a tale accordo, è la terza volta che sento citare Italo Calvino da una persona amica che stimo e rispetto ed ognuna di queste tre occasioni è sempre accaduta per esemplificare qualcosa che mi riguardava…
      Tutti coloro che hanno studiato, indifferentemente che si tratti di settore umanistico o scientifico, possono citare dei mentori, in genere persone o professori che li hanno guidati nell’apprendimento, ma talora anche solo figure di riferimento intellettuale, il cui pensiero ed i cui scritti hanno fatto da faro nella costruzione del proprio immaginario culturale: per me Calvino Fu questo ed in particolare quello della maturità, successivo agli anni 50 e 60 dove sono normalmente collocati i suoi libri di maggiore successo, più tardi, fino agli anni 70 ed 80, dove si situa quello che per me è invece il suo capolavoro ovvero “Se una notte d’inverno un viaggiatore” e dove appaiono le mirabili lezioni di attualità e di conoscenza del mondo che tu hai citato, importantissime e talmente dense di significato da fare impallidire anche molti scritti dei 30 anni successivi.
      Onestamente, io non sono ovviamente degno di essere accostato a Calvino nemmeno foneticamente o graficamente all’interno dello stesso periodo, ma allo stesso modo sento le tue parole come un omaggio ai miei stessi studi ed alle mie stesse passioni.
      Grazie, infine, per essere con me generoso quanto io invece non lo sono con te.

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      • Caro amico
        il fatto che le tue abilità divulgative mi abbiano fatto sovvenire il ricordo di Calvino e di uno dei suoi lavori che preferisco è un dato oggettivo e incontestabile, non generoso.
        Nel variegato ed eterogeneo mondo che ti e mi circonda, potremmo trovare teorie sterminate di altri lettori che potrebbero, di volta in volta, lodare il tuo lavoro come addirittura migliore o affossarlo come imparagonabile, ma io non sono portavoce se non di me stesso, delle mie conoscenze, delle mie emozioni.
        Quindi non mi considerare mai generoso, perchè non lo sono, magari folle (su questo troveresti dozzine di persone a darti man forte 😀 )

        Già che ci siamo, chiosiamo un po’ su Calvino.
        Citi un (meta)romanzo bellissimo, che ho adorato per la sua natura composita, per il suo sfuggirci sempre tra le mani, per la sua natura aerea, quasi eterea. Leggerlo significa trasformarsi in una rondine che vola in alto nel cielo, plana di qua e di là, sale e riscende, sfreccia incontro al sole per poi sterzare e tornare indietro. E nel suo fascinoso volteggiare, la rondine non trova mai riposo, non focalizza mai un obiettivo, continua imperterrita nelle sue evoluzioni perchè il bello non sta nel fermarsi sopra qualche ramo bensì nel continuare a volare.
        Per contro debbo confessarti che il commento al libro più pregnante che abbia mai ascoltato, lo diede un mio compagno di liceo, un ragazzo di straordinaria cultura ma ancora più potente causticità:
        Se una notte d’inverno un viaggiatore è il romanzo più paraculo che ci sia e Calvino è lo scrittore più furbo del mondo: aveva 10 incipit di romanzo ma non sapeva che cazzo farci, li ha appicicati alla bell’e meglio, ha scritto un cappello e ci ha rifilato un nuovo libro da compare. E’ così che si fanno i soldi!”
        Ovviamente è un commentto di una cattiveria disarmante, che però nasconde una tale venerazione per il genio che stenta quasi a riconoscerlo quando si manifesta nelle sue più complesse articolazioni.

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        • Per quanto simpatica e gradevolissima, quella del tuo compagno di liceo è ovviamente solo una battuta ed anche abbastanza ingenerosa nei confronti di Calvino, il cui romanzo è in in realtà molto più figlio di quella categoria letteraria che fa riferimento ad autori come il Raymond Queneau di “Esercizi di stile”.
          Ti dirò di più, io apprezzo molto questo tipo di umorismo, ma contemporaneamente sento di doverlo confinare in quella cerchia di eletti che riescono a capire che si tratta solo di una battuta sarcastica e come tale indicante l’esatto opposto, perché una simile affermazione detta oggi su un social network, come è l’attuale cloaca di commenti su Facebook ed Instagram, rischierebbe di trovare qualcuno che possa credere sul serio si tratti di una critica veritiera e come tale fare persino proselitismo.
          Il mio mentore, il professor Ezio Raimondi di Bologna, arrivò persino ad accettare lo sberleffo che gli feci io quando lo resi protagonista di una tavola a fumetti da me ideata e disegnata, in cui lo mostravo piegarsi in modo comico e goffo mentre articolava come un mimo gli autori a lui più cari, ma se all’esame gli avessi detto anche solo una versione edulcorata dell’affermazione di cui sopra probabilmente mi avrebbe bocciato con infamia.
          Sulla tua sulla tua obiettività nel giudicarmi, poi, mi hai davvero riempito di orgoglio e questo è una cosa che in questo momento fa davvero bene all’animo.
          Un abbraccio a te ed alla tua famiglia.

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  4. È curioso il percorso che fanno gli attori, l’essere un altro scoprendo se stessi, e come anche questo raggiungimento diventi una finzione del reale fuori dal tempo e dal contesto originale che lo ha creato, prendendo una nuova forma di vita, trasmigra altrove dopo l’accorgersi della coscienza attraverso la rielaborazione della memoria e la rievocazione del ricordo. Chissà quanti fonti davvero esistono nella propria esperienza d’emozioni inesauribili.

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    • Carissima Trilce, le tue considerazioni ed i tuoi commenti hanno sempre la gradevolissima ed elegante complessità di chi come te è abituato a scrivere per sottrazione, prendendo un osservazione critica sulla vita, L’arte o il mondo e togliendo gli le parti ovvie e banali, quindi eliminando anche i preamboli le introduzioni, arrivando al cuore del concetto, prendendolo in mano come farebbe un chirurgo che sta operando a torace aperto, mostrando il pulsare delle vene e nel caso delle tue poesie, sintetizzando le emozioni in parole così dense da diventare cifre di una nuova lingua, come farebbe un angelo.
      Per questo ogni tua prosa ricorda una lirica, perché ciò che noi leggiamo di tuo è sempre e solo la punta di una piramide sommersa di pensieri.

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  5. Per un secondo sono stato quasi tentato di unirmi al tuo gioco sui DEGREES, ma ho subito scacciato l’idea, perchè se vedessi Federer giocare su un campo da tennis non penserei mai di chiedergli se posso fare qualche scambio con lui ma, ammirato ed affascinato, resterei silente ad ammirare il suo rovescio divino.

    Pertanto faccio quello che so fare meglio, l’ermenauta, e prendo spunto da alcuni dei tanti temi da te sfiorati e tratteggiati nel saggio.

    Parto da DEATHNOTE che definire un brutto film significa solo edulcorare la crosta di merda che racchiude una secchiata di orina. Perchè tale, senza dubbio alcuno,è il livello del film. Lo dico da non conoscitore del fumetto, sia chiaro: è brutto proprio come film. Alcuni snodi di trama mi han fatto talmente incazzare che stavo per rompere il televisore.
    Si salva Margaret Qualley, hai ragione, ma onestamente non ne ho saputo valutare la prova artistica perchè è una tale bonazza che offusca completamente la mia capacità di giudizio
    (io l’avevo notata in The Nice Guys e precisamente in questa scena mi aveva fatto cascare la lingua:

    Su JESSICA JONES invece poco da aggiungere se non una chiosa assolutamente caciarona: lei (intesa come personaggio) mi sta sul culo una cosa finta. I suoi approcci ai problemi oscillano tra il “faccio tutto io” e il “faccio tutta da sola”, la qual cosa non sarebbe poi un difetto se non fosse che questi comportamenti sono reazioni alla convinzione che “gli altri in generale e gli uomini in particolare non sanno fare un cazzo”. Ecco, l’ho trovato un personaggio intriso di tale petulante e banalizzato femminismo che potrebbe fare una coppia perfetta con Selvaggia Lucarelli. Dalle mie parti si direbbe che sono entrambe carenti di qualcosa, ma per pudore e rispetto del bloc che mi ospita non vado oltre…

    Con un balzo ermenautico niente male, passo a KRISTEN STEWART, attrice che ho scoperto attentamente solo di recente. Ho bypassato in toto i vari Twilight, e ho imparato ad apprezzarla proprio con un film da te citato, Camp x-ray ed Equals, per i quali si può fare il medesimo ragionamento: film piatti e banalotti nei quali però la Stewart mette in campo una prova recitativa niente male.
    Ma, per uno strano scherzo del destino perchè non mi risulta nessuna liaison tra i due, e nei ben 3 film fatti con Jesse Eisemberg che ha sfoggiato il meglio di sè. In ordine crescente di bellezza, Adventureland (2009) Cafè Society (2016) e American Ultra (2016). Quest’ultimo, tra l’altro, uno dei film piu interessanti e brillanti che ho visto l’anno scorso (tanto da finire sul podio della mia alternativa classifica dei film più belli).

    Ora ho delirato abbastanza, posso salutarti!!!!

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    • Risposta sintetica ad un commento che meriterebbe più parole.
      Kristen Stewart in Equals ha fatto raggiungere il parossismo alla dicotomia tra film stupido e grande presenza scenica: la trama è piatta e scontata in ogni suo passaggio, la messa in scena è un riciclaggio verso il basso di tutti i film simili a questo, Ma la presenza scenica della Stewart e incredibilmente evocativa In un scena anche la più semplice… praticamente tutto il film è un unico enorme spot su di lei, come la pubblicità del profumo di Chanel

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      • Nello specifico del film EQUALS, devo riconoscere di aver apprezzato anche la prova di Nicholas Hoult.
        Tra le nuove leve mi sembra uno dei più promettenti: ne ha fatta di strada il ragazzo dai tempi di About a boy (che tra l’altro, forse non lo sai, è una delle mie commedie romantiche preferite in assoluto).

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        • Che bella la tua citazione del film “About a Boy”!

          Sappi che io riservo un posto speciale nel mio cuore per quel film e per due solidi motivi, l’uno assolutamente bislacco e l’altro molto più concreto (la fusione dei quali estremi mi rappresenta al meglio): primo motivo, la pellicola è il punto d’incontro di tre personalità del cinema (Paul Weitz, suo fratello Chris Weitz ed infine Peter Hedges), tre registi e sceneggiatori  che non hanno individualmente fatto nulla di memorabile, interessante o anche solo gradevole prima e dopo il loro incontro (tutti i loro film mi lasciano indifferente o peggio mi hanno fatto schifo ) ma quando hanno unito le loro fotrze attorno ad uno dei libri più belli dell’originale e creativo scrittore britannico Nick Hornby (un po’ troppo snob, forse ed anche un po’ modaiolo, ma tant’è…) hanno creato un gioiellino; secondo motivo, il cast è strepitoso (non ti parlo nemmeno della Weisz…) e un redivivo Hugh Grant, insieme agli altri, mette in scena una delle sequenze più imbarazzanti (non perché fatta male, ma perché realistica e disturbante) del cinema del dopo-guerra, quando il personaggio di Will si pavoneggia con un assolo di chitarra dopo exploit senza vergogna di un Marcus molto borderline…

          Tra l’altro penso che tu sappia che lo scrittore Hornby è un appassionato di calcio ed un tifoso sfegatato della squadra dell’Arsenal, presente praticamente in tutte le sue opere  (pensa solo al bel film con Colin Firth “Fever Pitch – Febbre a 90°”…)!

          P.S. Il film acclamatissimo dalla critica, che vedeva Hornby addirittura nel ruolo di sceneggiatore ovvero il blasonato “An Education” mi ha infastidito ed annoiato…

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          • Invecchiando (credo sia la prima volta che utilizzo questo verbo riferendolo a me stesso) ho imparato una cosa fondamentale: se di un film ricordi dove e quando lo hai visto, significa che quel film è molto importante per te.

            Ricordo perfettamente la prima volta che vidi About a boy, era un pomeriggio di Natale e me ne stavo accoccolato sul divano con colei che sarebbe divenuta mia moglie, mentre amici e parenti finivano di stafogarsi il torrone e il panettone.

            Riconosco che fu anche il film col quale cupido scoccò la freccia fatale che mi fece capitolare al cospetto delle grazie di Rachel Weisz.

            Pellicola banale, indubbiamente, eppure brillante: merito del cast ma, soprattutto, del ritmo regalato dai registi da te sapientemente citati.

            Non credo di bestemmiare se ammetto che in questo film mi è perfino piaciuto Grant (probablmente risplende di luce riflessa: tra la Collette e la Weisz, ha attrici talmente brave che non può sfigurare).

            Nel mio piccolo, sono rimasto innamorato di una delle scene iniziali, quando Grant stravaccato si guarda “Chi vuol esser milionario”… scherzi della memoria… perchè sicuramente la scena che hai linkato tu è molto più bella…

            Comunque questo film ha un post speciale tra le commedie romantiche che adoro, insieme a CERTAMENTE FORSE (sempre con la Rachel, ma va là…). Prima o poi dovrò fare una classifica di questo genere cinematografico… di cui sono più “addicted” che esperto, sia chiaro 😀

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            • Se mai dovessi redarre questa splendida idea di classifica, correrei subito a commentare aggiungendo anch’io tutti i titoli che ho nel cuore!
              Bello sapere che Hornby fu galeotto tra te e la signora Jarvis…
              Alla prossima, amico romantico…

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              • non ho mai letto un libro di Hornby.
                ho però visto molti film tratti dai suoi romanzi
                la cosa bizzarra, però, è che nonostante sia lui calciofilissimo e tifossissimo, il film tratto da un suo libro che meno mi ha entusiasmato è proprio quel “febbre a 90” in cui il calcio è pilastro e motore della narrazione

                Non mi spiegherò mai perchè il calcio sia lo sport meno cinematografico in assoluto. Pure il gol è più cinematografico del calcio (basta vedere Tin Cup per rendersene conto…)

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    • Approfitto del tuo commento per dirti che devi assolutamente andare su tantifilm, e guardarti Come ti ammazzo il bodyguard (film che peraltro ho scoperto proprio grazie a te). E’ un buddy movie con più azione che comicità, ma è comunque gradevolissimo. E poi, c’è una Salma Hayek BONA e sensuale come non mai! 🙂

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      • Faccio fatica a vedere i film in SD… o con l’audio rubato in sala 😦
        Preferisco aspettare il dvd e gustarmelo come si deve.
        Però, questo non mi ha impedito di andare a ricercare qualche still della Hayek tratto dal film 😀

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        • A metà film c’è uno spudorato primo piano delle sue poppone che da solo varrebbe il prezzo del biglietto. Se poi non hai pagato neanche quello, meglio ancora! 🙂
          A proposito di biglietti, Domenica ho acquistato online quello per Blade Runner 2049. Mi sono prenotato per il primo spettacolo del primo giorno, e sono rimasto di stucco quando ho visto che, nonostante sia di Giovedì pomeriggio, i biglietti erano andati quasi tutti “bruciati” solo con le prevendite. Era rimasto qualche posto solo nelle prime 5 file, e probabilmente adesso saranno stati presi anche quelli. Non mi era mai capitato neanche con i concerti. L’hype per questo film è davvero a livelli altissimi! 🙂

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    • Aggiornamento post – visione: Blade Runner 2049 non è granché. Il primo tempo è di una lentezza esasperante (ho rischiato di addormentarmi più volte); il secondo è decente, ma non abbastanza buono da farmi dimenticare la noia colossale che ho dovuto sopportare in precedenza.
      Insomma, questo film mi ricorda molto il remake di Robocop: entrambi i film fanno sbuffare nel primo tempo per poi riprendersi leggermente nel secondo, e soprattutto entrambi i film ce li saremmo potuti risparmiare, perché non c’era alcun bisogno di rimasticare 2 capolavori che avevano già detto tutto.
      Lo vuoi un consiglio? Non andare a vederlo al cinema: non ne vale proprio la pena di spendere 7 euro per un filmetto così.

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      • Caspiterina Wayne, questo tuo tranciante commento su Blade Runner 2049 mi lascia sgomento sia perchè pur cercando di evitarle in ogni modo non ho potuto evitare di ascoltare alcune (anche esimie) opinioni sul film e tutte invariabilmente lo promuovevano a pieni voti lasciandolo però ovviamente un gradino sotto all’originale, sia perchè ho una tale stima del regista Villeneuve (che sfocia quasi nell’adorazione dopo la superba prova mostrata in ARRIVAL) che stento a credere possa aver partorito un film così brutto e noioso come tu lo definisci.

        Per altro ho già pianificato la visione e quindi a breve saprò confermare o obiettare le tue conclusioni (di solito abbiamo gusti simili e nei rari casi in cui essi non collimano la distanza dei nostri giudizi è abissale: io ho venerato Mad Max Fury Road mentre a te ha fatto vomitare, tu consideri Ritorno a Cold Montain come uno dei più bei film mai visti mentre io l’ho inserito tra i 10 più brutti. Chissà che fine toccherà a Blade Runner 2049).

        Per altro, dopo aver recuperato la visione del Final Cut dell’opera primigenia (l’assenza della voce narrante è spiazzante però, a conti fatti, da una marcia in più: sarebbe però utile capire che differenza faccia in chi non abbia visto la prima versione con la voce narrante) ho addirittura iniziato la lettura dell’omonimo romanzo di Dick (di cui colpevolmente avevo sempre rimandato la lettura in questi anni). L’ho iniziato due giorni fa e sono già arrivato a metà, conto di finirlo prima di vederne il sequel al cinema. Comunque, pur essendo la mia lettura parziale, è incredibile la capacità avuta da Scott di ricostruire il mondo di Blade Runner, un tocco di classe sempinterno.

        PS: fuori tempo massimo sono riuscito a recuperare anche Dunkirk.
        CHE FILM!
        Oddio, è molto distante dal cinema Nolaniano ed ancora di più dal cinema bellico cui siamo abituati, tuttavia è una prova maiuscola, forse la più autorale e sofisticata del cineasta britannico, che tuttavia non risulta mai affettato o intellettuale.
        Sarei curioso di sapere la tua opinione sulle effettive chance di questa pellicola agli oscar. Da profano delle tendenze dell’Academy, direi che farà incetta di premi tecnici ma non ne beccherà nessuno di quelli che contano (Regia, Sceneggiatura, Miglior Film). Tu cosa ne pensi?

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        • Non ho visto Dunkirk, perché quello che ho letto in rete non mi ha entusiasmato affatto: trama complessa (perché spezzettata addirittura su 3 linee temporali), pochi dialoghi, alcune scene girate dal punto di vista di un soldato (e quindi presumo con la camera a mano, che detesto)… insomma, Dunkirk sembra essere l’esatto opposto di Baby Driver: una summa di tutte le cose che NON voglio vedere in un film.
          Tuttavia, a differenza tua penso che stavolta Nolan ce la farà ad avere quel che gli spetta dall’Academy. E ce la farà per lo stesso motivo per cui Di Caprio ha vinto l’Oscar l’anno scorso: in entrambi i casi magari l’Academy avrebbe continuato volentieri con il suo ostracismo, ma non c’era nessuna alternativa credibile.
          Curiosamente, anch’io in questi giorni sto leggendo un libro che ha ispirato un film di successo: la biografia di Serpico. Un libro molto coinvolgente e altamente educativo, su un uomo di incredibile onestà: mi commuove ad ogni pagina.

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  6. Domenica 1 ottobre 2017, mi sono appena accomodato in poltrona per leggere questo bellissimo post e lo sto facendo mentre ascolto in cuffia Manuel de Falla nelle sue composizioni per piano solo (che ti consiglio se ti piace la classica), con le dovute pause s’intende per guardare i video che corredano il tuo articolo.
    Non sai quanto sia bello amico mio navigare nel mare del tuo blog, fermare la barca ed immergersi all’interno dei tuoi post, o meglio i pezzi di storie che consentono a gente come me di leggere ed elaborare concetti da un punto di vista privilegiato ossia il tuo posto di osservazione. Attento ad ogni dettaglio tecnico e letterario con la competenza direi dell’addetto ai lavori, ma le mie sono illazioni quindi mi limito a darti dell’appassionato, riesci con eloquio cattedratico nell’accezione positiva del termine (ovvero quando a suo tempo i docenti, oltre che competenti, erano cristallini nell’argomentare e rendere semplici anche gli ambienti più complessi) a trasferire tutte le tue conoscenze e intuizioni.
    Venendo al dunque io nulla conosco delle serie da te citate e in fondo me ne rammarico, per questo mi fai venire voglia di cominciare dall’inizio – in verità quando scelsi il nome Centomila-Passioni non credevo che per causa tua potessi superare quel numero, ma tant’è!!!
    Non entro neppure nel merito e sposo il parallelismo di lapinsù ossia che se incontri casualmente Federer non è che gli chiedi di fare un’oretta… Tuttavia la prima parte del tuo articolo, quando parli della serie sterminata di scippi e saccheggi culturali perpetrata dall’establishment occidentale su quello dell’estremo oriente, che di estremo hanno solo gli scrupoli che appunto non si fanno, mi sollecita una piccola digressione: non è per caso che andiamo a finire col cinema come è già finita da tempo con la musica, a dirla con il vecchio Frank Zappa “Stavamo molto meglio con quei tizi col sigaro che non sapevano nulla di musica invece che con questi giovani produttori esperti che decidono cosa le persone devono vedere e ascoltare sul mercato”. O forse ci siamo già finiti? Perdonami per la digressione kasa e grazie per quest’altra perla … in attesa della seconda parte. Un abbraccio, Fed

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    • Le rispettive letture dei nostri blog stanno diventando per noi due il corrispettivo culturale dell’approccio alimentare e gastronomico di slow-food: un recuperare il tempo ed un assaporare con il giusto ritmo.
      La fruizione artistica (che è poi l’oggetto della seconda parte del post, quella che pubblicherò dopo una parentesi del Gathering ospitante un bel racconto di Lapinsu) può infatti essere convulsa, adrenalica, psicotica, ammaliante, conturbante, ma l’analisi no, quella è un “dopo” che richiede pacatezza…

      Ripenso alle pagine con cui il critico letterario e saggista Roland Barthes parlava della sua infanzia e della scoperta della sessualità come di una lenta epifania, nascosta e sudata nel capanno da giardino della sua famiglia, in un’intimità che poi ritrovava, mutatis mutandis, in ogni opera d’arte quando restava da solo con lei… una provocazione? Forse, ma per me anche una cifra con cui comprendere…

      Tornando a noi, che dire, FED, sei sempre molto generoso e gentile e grazie al cielo anche sincero (il che ovviamente aumenta la mia autostima!), ma soprattutto sei sempre foriero di contenuti affascinanti: la citazione del pensiero di Frank Zappa sulla nuova generazione di produttori discografici, infatti, mi ha aperto splendidi scenari e considerazioni multiple, anche distanti dal nostro tracciato… che è poi il massimo ottenibile sia dall’arte, sia dai commenti!
      Alla prossima, FED!

      P.S. Ecco un’altro bellissimo gruppo di Gradi di Separazione, che da Katy Perry risalgono su su fino a Bella Swan e quindi al film di Twilight ed al compositore della sua soundtrack, il bravissimo Alexander Desplat, che ha preteso venisse inserita la scena in cui il vampiro innamorato Edward Cullen suona al pianoforte “Clair de Lune“, composta da quel Claude Debussy che a Parigi, nei primi del ‘900, frequenta il tuo Manuel de Falla… prodigi della cultura… sincronica ed entropica cultura globale contemporanea…

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    • E’ piuttosto un piacere leggere, invece, i tuoi commenti!
      Sai bene la stima che ho per te, più volte ribadita nel tuo blog, ma anche purtroppo come io la dimostri in modo di certo più ingeneroso di quanto invece tu non faccia con me!
      Sono stato davvero troppo latitante da WordPress e dai blog dei miei amici, tra cui ovviamente il tuo, da essere persino fraintendibile quale misogino o snob, mentre invece sono solo un signor nessuno particolarmente occupato da squallori quotidiani e tristi incombenze….
      Grazie.
      Sempre.

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  7. Vado OT in maniera esagerata anche per gli ermenauti più spinti… ma non ho potuto trattenermi.
    Ripescando un mio vecchio post intitolato OTTOBRE ho trovato questo tuo commento:

    Ottobre ha dato i natali a valanghe di individui che Lapinsu ammira, come Publio Virgilio Marone o Hugh Jackman, non può dunque essergli davvero inviso come mese

    Credo di poter affermare senza tema di smentita che tu sia l’unico essere senziente e vivente in questo pianeta in grado di inserire Virgilio e Wolverine nella stessa frase e renderla non solo credibile ma addirittura concettualmente pregnante.

    Solo quando l’erudizione si declina col ritmo del cultura popolare si raggiungono queste eccellenza.

    Stima sempiterna, amico mio 🙂

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    • Mentre leggevo il tuo commento (cosa non vai a recuperare pur di farmi un complimento!), mi stavo immaginando gli ermenàuti, come un gruppo di marinai dell’antica Grecia che sfidano i mari sconosciuti aldilà delle colonne d’Ercole e che quando si imbattono nelle Sirene, invece di restare intrappolati dal loro canto ipnotico, sono essi stessi a paralizzarle con la loro dialettica, trascinandole fuori dall’acqua ed intrappolandole sulla riva, con ampie disquisizioni sul loro parlare che irretisce le genti…

      Si, ora vado a dormire, decisamente…

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      • L’assurdità e la genialità (assurdo e geniale sono due sinonimi nel dizionario ermenautico…) di questo tuo affresco nel quale i ruoli si invertono e i marinai a loro volta irretiscono le sirene piegandole alle loro farneticazioni, è un’immagine di tale potenza simbolica da lasciarmi interdetto.
        SArebbe come costruire un palazzo partendo dal tetto, oppure corteggiare una donna partendo dal sesso.
        Un carnevale del Mito dove la bellezza non sta nella forma bensì nel pensiero…

        oh che MERAVIGLIA!!!

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  8. Grande articolo. L’ abilità non è sciorinare dati e citazioni solo per il gusto di farlo o per autocelebrarsi ma trovare dei percorsi illuminanti che dribblino tematiche scontate e strade battute per offrire interessanti spunti di riflessione. Ed in questo la tua scrittura è magistrale. Aspetto il prosieguo.

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