Cliché, tra perdonabile consapevolezza e pigrizia ingannevole

Movie-cliche

Per quel suo congenito paradigma duale, basato su una continua bilancia tra Arte ed Industria, una gran parte del Cinema Nord-Americano vive praticamente di cliché.

Una realtà di comodi pattern narrativi collaudati e segmenti di storia preconfezionati, vengono regolarmente usati, dai produttori ed autori di moltissime pellicole sin dagli albori della settima arte, non solo nel cinema di genere, ma anche in quello apparentemente fuori degli schemi.

Non addentriamoci nemmeno parzialmente in riflessioni antropologiche, sociologiche o persino politiche, sulle differenze (per altro evidentissime) tra le varie cinematografie mondiali (le cui peculiarità sono in primis legate a fil doppio alle diverse culture ed alle diverse scale di valori etici, sessuali, religiosi e di epica eroica), ma limitiamoci ad osservare il dato di fatto che i creatori occidentali di fiction per il cinema e la tv hanno classificato ogni storia narrata dentro generi e sottogeneri scrupolosamente organizzati, creando una specie di immenso database visivo e dialogato, al quale autori e produttori possono attingere in qualsiasi momento: una mastodontica memoria storica collettiva, che solo i grandi maestri hanno saputo innovare, creando a volte eccezioni esorbitanti, ma che poi, in caso di successo commerciale, sono anch’esse state assorbite e catalogate per futuri campionamenti.

Fantastic mr fox set

Questa procedura produttiva, pianificata per un evidente risparmio di tempi e soprattutto per la diminuzione dei rischi nel gradimento del pubblico, è talmente evidente nella visione che non se ne avvedono solo il critico esperto, il vecchio appassionato o l’esegeta che vive il cinema in solitario, come un eremita, in mezzo alla vasta cineteca di fiducia della sua memoria, ma anche il neofita, il newbye della situazione, come l’adolescente che sin da piccolo ha guardato serie tv e film in compagnia dei genitori e dei suoi compagni e che ora è finalmente approdato alla visione da adulto, con la serena consapevolezza che ciò che sta guardando sullo schermo sia il più delle volte una variazione sul tema della stessa grande storia infinita.

Superman returns - Metropolis miniature

Malgrado questa mia lunga premessa possa far pensare il contrario, sappiate che io non considero l’uso del cliché un male assoluto in modo aprioristico: solo la modalità e lo scopo con cui viene sfruttato dagli autori nei loro script, infatti, determina sempre ed in modo esplicito il valore finale dell’opera artistica.

Sfruttare, ad esempio, la serena accettazione da parte della platea di situazioni e personaggi già noti e graditi, per costruirci attorno storie originali o usarli per veicolare contenuti altrimenti troppo difficili da far digerire, sono solo alcuni dei possibili utilizzi dei cliché che già più volte hanno portato in passato alla realizzazione di grandissimi film, nei quali le esigenze commerciali ed il mainstream si sposavano con un rigore artistico di elevatissima fattura.

The-Duellists

Un capolavoro imperdibile, in questo senso, è senza ombra di dubbio la pazzesca opera prima del grande Ridley Scott, “The Duellists“, nel quale un intero sotto genere filmico viene rivoltato come un guanto e trasformato in un set fotografico patinato, dove il cliché del duello in tutte le sue declinazioni finge di assurgere ad archetipo, quando invece resta solo una scusa per una grande lezione meta-cinematografica sul film storico.

Miami-Vice-the-movie

Restando sul filo di questo ragionamento, è doveroso osservare il lavoro epocale che un genio della settima arte quale Michael Mann ha fatto con il suo film forse più sottovalutato ed ovvero “Miami Vice“, costruendo una storia completamente priva di qualsivoglia ironia ed ottimismo buonista, pur nei limiti della struttura narrativa poliziesca tradizionale del sotto-genere undercover cops,  imposti dalla fiction televisiva anni ’80 che la produzione si era prefissata di omaggiare: azzeramento dell’epica tronfia, esplosioni di arma di fuoco da vera guerriglia urbana, personaggi minori e principali immediatamente in sintonia (senza quel patetico balletto che vede le coppie confliggere prima di aggregarsi), velocissima risoluzione dei conflitti etici, sospensione della morale, incalzante e coinvolgente (ma mai caotica) camera a mano nelle sparatorie degna delle pattuglie di guerra di Kubrick ed infine quella meravigliosa palette di colori crepuscolari che esprimono gli umori dei personaggi al posto di dialoghi altrimenti noiosi, vuoti e riciclati.

Ritornando all’oggetto principale della nostra digressione, possiamo dire che quando in un film parliamo di cliché, parliamo dunque essenzialmente di uno schema, a volte evidente, altre più nascosto, ma sempre comunque di un modo di condurre la storia rispondente ad uno stereotipo, del quale lo spettatore avverte contemporaneamente sia la intellettualmente fastidiosa mancanza di originalità, sia anche la rassicurante familiarità: questo è il segreto del cliché al cinema, a volte di intere categorie praticamente fatte solo di continui déjà vu e déjà entendu, nei quali non solo la scena ma anche il significato nascosta in essa è ripetitivo.

We-Are-Still-Here

Per questo motivo, il pervicace ed assieme assurdo insistere, da parte di un character di un film horror, nel voler entrare in una grotta oscura o in un seminterrato dove manca la luce, è stupido quanto necessario per lo sceneggiatore, al fine di un veloce proseguimento della trama, così come il fatto che la ragazza bionda e vergine, in procinto di sposarsi, sopravvivrà al maniaco ed al mostro (per un sociale valore etico di cartapesta) o che il bambino in primo piano verrà comunque salvato.

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Con la medesima funzione e scopo utilitaristico, troviamo nella commedia romantica la costante di voler far rivivere il mito di Cenerentola (non come favola ma come topos), sia essa la storia della incredibile prostituta di strada (senza droga o lenone o alcuna perversione) nella “Pretty Woman” di turno, sia anche, in modo più traslato, quella di una delle migliaia di ragazze bruttine che, dopo un accorto make-up, divengono barbie girl o femmes fatales alla conquista del principe di turno o anche chiaramente le leggendarie vicende della folla di reginette del ballo scolastico (nel vastissimo e variegato sotto-genere prom) che vengono scelte alla fine, non nel novero delle perfide mean girls che tiranneggiano la scuola, ma nel gruppo delle nerd che salvano i delfini, mangiano senza olio di palma ed aiutano gli sfigati.

The-Princess-Diaries

Quello del genere scolastico è proprio uno di quegli esempi (decisamente molto più dell’horror, nel cui cuore fortunatamente continua a vivere sotto la cenere un cuore anarchico pulsante ed immorale) in cui l’uso del cliché è fissato quasi come dogma a partire dallo stesso soggetto e che ritroviamo persino in film di produzione indie.

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Nessuno al mondo, infatti, potrebbe mai restare davvero stupito se nella commedia “She’s All That” alla fine la sciatta ed insicura Laney Boggs/Rachael Leigh Cook fiorisce in un cigno affascinante e competitivo, chiarendo ogni equivoco e conquistando amore e sicurezza personale in un sol colpo, ma una riflessione dobbiamo porcela anche in pellicole decisamente meno tradizionali, come la gradevole ed in parte originale “Me & Earl & the Dying Girl”, dove lo scrittore Jesse Andrews, parallelamente allo sviluppo della storia inedita di assistenza forzata ad una malata terminale, conduce la trama sul binario della commedia, illuminando le zone d’ombra del plot ed alleggerendo il dramma, con riferimenti scolastici immediatamente riconoscibili e familiari per lo spettatore medio.

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Potremmo continuare per ore a portare esempi di film, ma il concetto non cambierebbe: nel cinema statunitense ed in parte europeo, il clichè non si manifesta solo come uno sterile catalogo di scene ricalcate e riproposte (a guisa di tanti stampini tipografici), ma anche come una finta determinazioni di valori ed un collage di stimoli educativi che conducono ad una scala di valori post-calvinistici, a metà tra le forze centrifughe liberal ed il valori di una democrazia annacquata dal buonismo.

Pride-and-Glory

Nei film polizieschi (siano essi crime o action) il detective di polizia ha spesso un capo stronzo, vive divorziato o in crisi affettiva,continuamente in lotta con il proprio magro stipendio e dilaniato dal conflitto tra la tentazione di cedere alla corruzione (come altri suoi colleghi) ed il restare pulito ed integerrimo facendosi solo dei nemici; vede inoltre l’FBI (più in generale l’autorità, che se gerarchica non è quasi mai saggia, ma per lo più collusa con la politica) non come una risorsa, ma come un impedimento al suo lavoro.

Die-Hard

Parimenti, un agente del Bureau, in film in cui sia invece egli il protagonista, avrà continui problemi per colpa di poliziotti idioti che lo intralciano, per lo stesso principio di genere per il quale uno sceriffo di contea verrà disturbato dall’ottusità supponente e dalla cieca osservanza al regolamento da parte degli agenti federali, gli stessi che, in situazioni opposte, faranno altresì fatica a catturare il serial killer proprio per la mancanza di professionalità di quei buzzurri dal grilletto facile e stuzzicadenti in bocca, intenti solo a mangiare hamburger ed inquinare le scene del crimine, nonché ovviamente a morire nel modo più stupido verso metà del film.

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Non parliamo poi della tecnologia o dei gadget in dotazione alle forze dell’ordine ed all’eroe di turno, perché ben venga piuttosto la magia e l’esoterismo, certo più credibili dei software di risoluzione con cui la più stronza delle agenzie governative ottiene foto instagrammate in 4k da uno scatto di una telecamera stradale fatta sotto la pioggia, partendo da un riflesso sul vetro di uno specchietto o sulla cromatura di un parafango, che in confronto l’immagine del ciondolo dell’assassino, salvata sul fondo della retina del morto, nel film culto di Dario Argento, è scienza pura!

Mission-Impossible

No, non parleremo di gadget, perché sarebbe davvero come sparare sulla Croce Rossa, con tutti quegli scanner telefonici, rice-trasmittenti satellitari, sblocca porte computerizzati, grimaldelli infallibili, forcine per capelli fatte di adamantio che aprono serrature a prova di Houdinì, perché il cinema nord-americano né è stracolmo, ma ancora una volta non è nemmeno questo il male, non è questo il vero problema, bensì lo è la scappatoia facile per chi scrive la storia, l’usare un artifizio per risolvere un problema, un mantello dell’invisibilità per non essere visto, una macchina del tempo per tornare sui propri passi e cancellare gli errori, l’incapacità insomma ad uscire da una stanza chiusa senza il teletrasporto.

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Quando il più grande scrittore fantasy di tutti tempi, John Ronald Reuel Tolkien, creò la storia dei 20 anelli del potere, non lo fece per fuggire da una trama ingarbugliata, ma ne creò una su di essi, elevando l’oggetto, l’artefatto magico, a metafora narrativa e pivot della narrazione, creando uno scopo ed uno sfondo su cui muovere una commedia umana e divina di portentosa creatività e profondo spessore.

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All’opposto, quando due mostri sacri della scrittura per film (Mario Puzo e Robert Benton) e tre mestieranti (David Newman, Leslie Newman e Tom Mankiewicz) concepirono tutti e cinque, per il “Superman” di Richard Donner del 1978, una delle scene più vergognose e stupide mai realizzate (quella in cui l’Uomo d’Acciaio, ribellandosi all’idea che la sua amata Lois Lane fosse morta, decide di volare intorno al nostro pianeta con tale velocità e potenza da fermare la rotazione terrestre, invertirne il senso e persino far scorrere il tempo a ritroso, ricreando ciò che era andato distrutto ed arrivando a salvare l’amata prima che la sua auto precipitasse in una buca sulla strada), macchiarono il cinema di un peccato originale da cui non si è più redento.

Si, perché allora non fu solo uccisa la credibilità degli eventi narrati (già messa in crisi da anni di coincidenze impossibili, geni straordinari, macchine volanti e sommergibili che sfidavano ogni secondo le leggi della fisica, tutto ancora perdonabile ed ascrivibile alla creatività ed al genio narrativo), ma si sputò con arroganza sul rispetto stesso per lo spettatore, trattato come un consumatore stupido da fast-food, al quale da allora in poi si sarebbe potuta vendere qualsiasi cazzata, purché ben dipinta o ben fotografata.

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Non è la fantascienza, sia chiaro, ad essere in discussione (al contrario spesso unica salvezza dalla sterilità di copioni sempre uguali a se stessi), né quella degli albori, con l’ingenuità dei suoi imperi galattici, delle sue formiche giganti, dei robot senzienti o degli esseri malvagi che vengono da altro mondi, né quella moderna, con le sue inquietanti metafore sul potere e le visioni di società costruite come proiezioni estreme del nostro mondo e nemmeno la metafisica di molte trame horror, sempre alla ricerca di quel male residente, che si manifesta in modo rituale, oscillando tra morbosità, adrenalina, catarsi spiritica e macelleria spettacolare.

Zardoz

A costo di sembrare sfrontati, non è davvero così tanto irritante nemmeno la piattezza dei sotto-generi telefonati, come i film bellici propagandistici (con i vincitori sempre dipinti come campioni anche di morale, quasi a raccontarci che in fondo in una caccia la preda merita di essere uccisa), le commedie sentimentali (con i loro teatrini di veri amori prima negati, poi contrastati ed infine vittoriosi) o i film sportivi (con la perpetua leggenda degli ultimi in classifica che divengono primi senza soldi con un allenatore ex-tossico o ex-alcolizzato puttaniere), si, perché in fondo al pubblico piace ogni tanto esagerare con i grassi e gli zuccheri, quando va fuori a cena.

Hardball

Se mai, tutto questo mio agglomerato di esempi negativi fosse sembrato un processo, aggiungo allora che sul nostro banco degli imputati non ci sono e non ci saranno mai, in pratica, l’ideale eroico da letteratura popolare dell’uomo che combatte da solo contro un nemico impossibile, né delle tante principesse Leia dalla purezza militaresca e sentimentale e nemmeno degli investigatori talmenti geniali da esseri dei mostri, no, ciò che qui si vuole processare e condannare senza appello è la facile soluzione, l’escamotage di chi non si vuole nemmeno sforzare di pensare a come sbrogliare la matassa, di chi ritiene che mostrare alla fine del film come l’assassino sia una persona mai vista né sentita sia un colpo di scena ed invece è solo una mastodontica presa per il culo.

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Insomma, parlando per esempi, se quello che fugge dal gruppo per mettersi in salvo dal pericolo è il primo che muore, se la collega segretaria maligna e bugiarda alla fine verrà smascherata e punita dal successo dell’eroina, se il principe s’innamorerà della serva (che sia veramente tale o anche di nobili origini nascoste per tutta la storia), se il politico altolocato e capitano d’industria sposerà la cameriera d’albergo, se il poliziotto corrotto alla fine morirà per salvare il compagno di squadra con un ultimo estremo atto di eroismo da raccontare ai figli che vivono con la moglie, se l’immenso ed inestricabile complotto tra settori deviati della CIA e del governo verrà alla fine messo al tappeto da un uomo ed una donna scampati ai più feroci killer dei servizi di tutto il mondo, se il virus che uccide e stermina verrà debellato dalla pioggia o dal raffreddore, non è la fine dell’arte cinematografica e nemmeno della creatività: il vero tumore e la vera vergogna non sono ossia nell’indubbiamente triste e deprecabile (ma industrialmente comprensibile) uso di pattern ripetitivi (i cliché, per l’appunto), ma nell’assurdità delle scorciatoie troppo facili, quale forma di pigrizia perdonata.

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L’eroe ha passato anni in una foresta ad allenarsi e diventare un arciere fenomenale o un ninja inarrestabile o un cavaliere jedi o chissà cos’altro? Ok, lo abbiamo tutti già visto e rivisto, fino alla nausea, ma può starci, non è una presa per il culo, però se il personaggio che non ha mai sparato becca al primo colpo, con le sue braccia magroline, senza rinculo e senza tremolii, il killer che sta per uccidere il suo compagno/a, in una scena raccontata in modo drammatico, beh, allora vaffanculo! Mi hanno preso per un cretino!

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Si, perché nel nostro ragionamento l’intento e la fatica sono tutto: io perdono e capisco la coppia di autori Willard Huyck e Gloria Katz, che nel tenebroso secondo capitolo di “Indiana Jones and the Temple of Doom” fanno atterrare illesi, in caduta da un aereo, i nostri eroi a bordo di un canotto e li salvano pur facendoli percorrere rapide e cascate che avrebbero distrutto un panzer (scena che fa il paio, ventiquattro anni dopo, con il volo di Indy dentro un frigorifero, scagliato in aria da un’esplosione nucleare, in “Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull”), perché là non c’era una facile scappatoia ma un’iperbole, cercata e voluta, perché quelle scene sono stata create per sorridere proprio sugli stessi clichè, come anche la caduta libera del carrarmato, con a bordo l’A-Team del film omonimo, arrestata grazie ai colpi che sparano con il cannone verso il terreno.

L’assurdità dichiarata non è una menzogna, ma l’assurdità spacciata come seria verità è malevola e da condannare.

Se radi al suolo una città, non possono non morire centinaia di migliaia di persone: sembra ovvio, ma nel cinema statunitense abbiamo dovuto aspettare l’impatto che anche su Hollywood ebbe lo spaventoso attacco terroristico dell’11 Settembre, perché da allora in poi simili distruzioni fossero accompagnate da lutti reali.

The-Avengers

Film come il primo “Avengers” di Joss Whedon o il “Man of Steel” di Zack Snyder e persino fiction come “Arrow”, hanno presentato scene di distruzione su scala cittadina e planetaria, che hanno avuto poi conseguenze drammatiche nei film e negli episodi successivi dello stesso franchise: il pubblico statunitense, dopo il crollo delle Twin Towers, non poteva più essere infatti sbeffeggiato nella sua credulità su quel tipo di argomenti.

Man-of-Steel

Dopo l’immane tragedia reale, il cinema americano non era ovviamente divenuto adulto di colpo, ma semplicemente non poteva più usare la stessa identica bugia.
Fortunatamente per lui, però, ne aveva ancora tante altre nel suo arsenale…

Quando guardate un film, pensate sempre allo sforzo che chi scrive o dirige sta facendo ed avrete la misura delle sue capacità e della sua onestà, sia quando sta ironizzando su un clichè (prendete uno qualsiasi dei film del grande John McTiernan), sia quando lo sta usando per raccontare altro (come nei capolavori di Tarantino) oppure, come nei casi più deprecabili, quando inventa soluzioni impossibili a problemi che lui stesso ha creato, perché semplicemente non ha idee.


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29 pensieri su “Cliché, tra perdonabile consapevolezza e pigrizia ingannevole

  1. Quello che hai scritto qui è il più grande articolo che io stesso avrei voluto scrivere. Nella mia breve carriera di blogger, un po’ di più come spettatore, ho sempre cercato di descrivere quello che tu hai condensato (e incredibilmente esteso) in questo splendido articolo.
    Questo è di fatto un caposaldo di ciò che c’è di buono e cattivo nel cinema USA e spesso getta degli ultimi 50 anni da quando cioè Cary Grant s’è ritirato dalle scene. Una sorta di AC/DC (prima e dopo Cary Grant) che io ho percepito e che tu hai realmente descritto. Nel prima c’erano anche tanti difetti, come ce ne sono e ce ne saranno nel dopo, ma… e che caspita: per i fondelli no. 😀
    Applauso per Kasa, il re è tornato.

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    • Mi dispiace di essere arrivato solo ora a rispondere al tuo generosissimo commento, Gianni, mentre tu sei stato invece così veloce a rendermi omaggio, incensandomi senza dubbio più di quanto merito: se mai nel mio sfogo, molto personale e sentito, con cui ho scritto il post,  c’è del buono, questo lo devo anche alle tantissime chiacchierate fatte con i miei colleghi blogger, con te, quindi, ma anche con tutti gli altri con i quali mi confronto in ogni film, in ogni serie Tv ed in ogni occasione.

      Parlo con i miei colleghi, i miei amici ed anche con mio figlio, ad ogni visione di film o serie tv e mi rendo conto che davvero c’è un sentire comune di fronte ai cliché, ma che spesso non ci si accorge (o si perdona troppo facilmente) non già l’assurdità ma l’errore e la faciloneria e questo mi crea fastidio…

      Mi piacciono le belle storie, ma anche il saperci scherzare sopra ed il distruggerle: si possono creare bellissimi intrighi per il lettore e lo spettatore, ma quando si sceglie questa strada, quella della concatenazione di eventi, si ha una responsabilità particolare che dovrebbe (in un mondo giusto) costringere lo scrittore a tenere alta la credibilità delle concatenazioni stesse, mentre l’autore che sceglie appositamente di narrare una storia disgregandone (come ha fatto ad esempio Terence Malick nei suoi ultimi film) proprio il costrutto narrativo tradizionale, allora la responsabilità esiste ugualmente ma è un’altra, non basata sulla logica temporale di causa ed effetto ma sulla significanza e sull’emozione (che talora sono mancate a lui come ad altri).

      Insomma, io penso che in arte sia davvero possibile quasi tutto, dal dipingere nature morte e bellissimi paesaggi (come i quadri del Tintoretto) o all’opposto rappresentare carne macellata in primo piano (come le opere meravigliose di Francis Bacon), dal raccontare melodrammi pieni di agnizioni e tragedie familiari (come i grandi romanzi russi o la cinematografia statunitense dell’immediato dopoguerra) o mettere in scena una commedia umana fatta di attori non professionisti che recitano senza copione di fronte ad una telecamera (come l’eccellente “Bubble” di Steven Soderbergh), dal voler concentrare il proprio pensiero sull’umanità in una grande metafora paradossale (come avviene nelle opere di Aldous Huxley) oppure ricercare l’intrattenimento puro, ma sempre, in ogni caso, io ricerco l’onestà dell’intento e lo sforzo…

      Vuoi raccontarmi una storia di vendetta e mistero con protagonista un giovane orfano americano sopravvissuto ad un incidente aereo che riceve in dono da dei monaci tibetani un superpotere e che ritorna a New York per cercare giustizia dopo due decenni passati ad allenarsi (come avviene nella seri tv Netflix “Iron Fist“)? Daccordo, fallo, divertimi, fammi sognare, ma non creare una scena in cui questo portentoso guerriero non ha la meglio in pochi stanti combattendo su un tetto contro un coglione più vecchio senza allenamento che lo colpisce solo per dare il tempo allo sceneggiatore di raccontarmi la sua storia… dai, non sono così cretino, davvero…

      Come diceva una volta uno dei miei guru, Lapinsu, io posso credere a tutto, persino ai Transformers, ma non mi vendere un piano mal fatto come una grande trovata: dammi qualcosa per giustificarla, per renderla credibile, anche nella logica dell’assurdo e del sovrannaturale, anche in uno schema comportamentale schizofrenico, ma qualcosa che sia comunque studiato e pensato…

      Posso persino arrivare ad accettare che tu mi racconti cose che non capisco e che lo sceneggiatore ed il regista mi facciano vedere scene che non posso capire perché non mi hanno volutamente dato gli strumenti per comprenderle, ma solo intuirle (come avviene il più delle volte nelle sequenze migliori dei film di David Lynch), perché non mi stanno imbrogliando, non mi stanno vendendo una cosa per un’altra, non mi hanno detto “ti spiego tutto” e poi non mi spiegano nulla… sono stati sinceri quando mi hanno detto “me ne frego della tua voglia di capire, perché qui non c’è nulla da capire” ed io rispondo OK, mi va bene così, ma non dirmi che è tutto chiaro se non lo è, non dirmi che il ladro ha compiuto una rapina di fronte ad una telecamera e non lo hanno visto, perché sei tu il narratore, l’hai messa tu quella cazzo di telecamera ed allora perché non controlli i tuoi personaggi ed i tuoi attrezzi in campo?

      Ecco, tutto qui e questo, Gianni, questo è quello che fa un narratore vero, quello che fai tu nei tuoi racconti, che hanno sempre un costrutto, anche nella fantasia più sfrenata.

      Grazie ancora di chiacchierare con me, perché anche grazie ai tuoi post sugli elementi della scrittura, dei luoghi comuni, dei proverbi, dei personaggi, etc. grazie a tutto quel pazzesco baule di ricordi da cui ogni tanto estrai qualche perla rara, io sono cresciuto.

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      • Beh, come si fa a non renderti omaggio! Hai trasformato i pensieri in un monolite e l’hai spedito nel nostro Sistema Solare per insegnarci! Dando voce a qualcosa che sicuramente era nelle nostre teste, in potenza, ma l’hai tirato fuori tu, gli hai dato forma e un nome!
        E come oramai ripeto da secoli (unità di misura minima per me) il tempo delle tue risposte non è così fondamentale… so che quando sarà il tempo risponderai! 😉

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        • Appunto! Io uso gli eoni come unità di misura nelle risposte su WordPress ed il ciclo delle glaciazioni per quelle via mail… se fossi un essere immortale, potrei sperare di crearmi un giardino di alberi millenari, usando ad esempio il Cipresso di Montezuma, con i suoi 2000 anni di vita ed i 35 metri di circonferenza, come bonsai, curandolo con il passare dei secoli, ma siccome sono un essere mortale dovrò accelerare le mie risposte se voglio degli amici!

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  2. Gianni non ha esagerato, hai scritto davvero un gran bell’articolo, completo e interessante. Vedermi descritti tutti i cliché che ho sempre odiato nel cinema è stato illuminante e mi rincuora nella mia scelta radicale di evitare un certo tipo di film al cinema. Non c’è niente di più deprimente di quando inizi a guardare un film e sai sa esattamente non dico come va a finire, ma anche come si svolgeranno i fatti. Sono soprattutto i cliché nella sceneggiatura che odio, quando anticipi tutte le battute.
    Grazie, Kasabase, per l’impegno profuso in questo articolo.

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    • Scherzi? Grazie a te per le bellissime parole!
      Comunque si, hai ragione… quando vedi un film ed è così prevedibile che potresti anticipare sia le battute sia i risvolti della trama, ti senti aver buttato via o soldi o tempo anche tutti e due!
      Come dicevo e come mi hai aiutato a sintetizzare con il tuo commento, la prevedibilità sfacciata è odiosa!!!

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  3. mi associo (e non senza un po’ d’invidia 😉 ) ai complimenti di chi mi ha preceduto. Invidia per questa tua capacità di esposizione, che sa arrivare al dentro e all’oltre di ogni argomento trattato. In materia cinefila poi sei regista e sceneggiatore eccelso, gli “occhi” in questo caso sono il tramite di un compendio che riesce sempre a dire esattamente quello che andrebbe detto. Un altro articolo pregno di sensazioni e riferimenti tecnici/emotivi che arricchiscono. Grazie per questa tua “lettura” sul clichè che non può non essere condiviso da chi si approccia al cinema. Pare effettivamente che non esista più l’originalità, l’effetto sorpresa, proprio come dice vengodalmare non c’è niente di più deprimente di sapere come va a finire il film che stai guardando. Mi piacerebbe stupirmi ogni tanto, rimanere sconvolto dall’incapacità del non sapere, della “conoscenza” a priori. Ecco perchè ogni tanto mi rifugio in pellicole che non conosce quasi nessuno, lì trovo quel volo immaginifico del “non certo” che mi acuisce i sensi e mi tende in libertà di pensiero. Arrivando alla fine con una sorta di estasi e di “sconfitta” alquanto piacevole!
    Grazie e a presto

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    • Anche nel tuo caso, come in quelli dei gentilissimi commentatori che ti hanno preceduto, c’è una frequentazione del mio blog, da parte tua, da quando ci siamo incontrati, conosciuti e stimati, così assidua ed entusiasta che non sono in grado assolutamente di eguagliare, vista oltretutto la lentezza con cui leggo i post degli amici che stimo, come i tuoi…
      Eh, si, non è piageria questo mio dire, ma un modo per chiedere scusa, anche un po’ imbarazzato, per dare io così poco e ricevere invece così tanto, sotto forma lodi tanto ampie…

      Esiste, inoltre, una sorta di dietro lo specchio del mio post, un articolo “non scritto” (e che prima o poi scriverò), dove, per ogni genere e sottogenere, ci sono gruppi di pellicole che, al contrario di quelle qui citate (come esempi deteriori), ti stupiscono proprio per l’originalità con cui prendono corpo le vicende che si dipanano dentro di esse, pur restando sempre dentro i limiti del genere alle quali appartengono: penso, ad esempio, alla originalissima commedia “Rushmore“, che probabilmente avrai già visto, ma che nel caso ti consiglio assai caldamente, proprio per come Wes Anderson, in collaborazione con Owen Wilson, scrive una sceneggiatura stupefacente, dove gli accadimenti si susseguono in modo dissimile da qualsiasi clichè, pur senza rinunciare all’effetto comico, al grottesco, alla riflessione sociale sul sistema scolastico, alla satira di costume ed infine senza nemmeno uscire troppo dal genere scolastico.

      Alla prossima, amico poeta!

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  4. Ti leggo, purtroppo non ininterrottamente come vorrei ma finalmente ritrovato e prima di finire ti commento, adesso più riposata e leggera, anche se stanca, ricettiva, e con passiva lentezza senza resistenza assisto all’incontro con le tue parole. Il modo con cui ti esprimi e soffermi, a tratti delicatamente oppure veloce e tempestivo, sorvolando, arrivi nel contempo suggestivo in profondità. Sono affascinata perché è evidente quanto sia difficile radunare intrecci tra associazioni d’idee che si devono addirittura sviluppare in modo contemporaneo, conservandosi pure in un contesto, avere un legame tra di loro come uniti da una stessa radice creativa. Devo proprio dormire, Buonanotte Kasa.

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      • Sei benvenuto sempre, sai bene che in te mi ritrovo come in uno specchio, in corrispondenza con le mie irrequietezze o il mio stato d’animo, oppure si crea una danza spirale tra pensieri che in continuo di crescendo trovo una completezza senza fine. Grazie Kasa, buona giornata anche a te.

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  5. Grazie per il tuo “sfogo” kasa, il tuo articolo è per me come una sinfonia, un crescendo di movimenti lenti e rapidi con una romanza centrale ed un allegro dove tu, polistrumentista di lungo corso, sei anche il direttore d’orchestra.

    “Posso persino arrivare ad accettare che tu mi racconti cose che non capisco e che lo sceneggiatore ed il regista mi facciano vedere scene che non posso capire perché non mi hanno volutamente dato gli strumenti per comprenderle, ma solo intuirle (come avviene il più delle volte nelle sequenze migliori dei film di David Lynch), perché non mi stanno imbrogliando, non mi stanno vendendo una cosa per un’altra, non mi hanno detto “ti spiego tutto” e poi non mi spiegano nulla… sono stati sinceri quando mi hanno detto “me ne frego della tua voglia di capire, perché qui non c’è nulla da capire” ed io rispondo OK, mi va bene così …”

    Bellissimo!!

    Sono con te e quando capita… e capita!! E’ davvero fastidioso (per usare un eufemismo). E’ questione di onestà intellettuale, soltanto due banalissimi esempi (e neppure troppo calzanti con il concetto di cliché da te argomentato), ma accetto meglio “L’eterna giovinezza di Adaline”, piuttosto che un inseguimento che prevede il lancio da 5000 mt senza paracadute di Johnny Utah (prestante ed atletico per carità … ma pur sempre un poliziotto) per inseguire Bodhi, che mi ricordo ci rimase anche male!!
    Peccato perché eccellenti pellicole si sono perse, come si suol dire in un bicchiere d’acqua, per evitabilissimi dettagli a mio modo di vedere. Hitch non l’avrebbe mai fatto.
    Comunque grazie kasa per la tuà estrema originalità, per trovare temi così interessanti e coinvolgenti e per le tue argomentazioni sempre piene di informazioni, conoscenze e un misto di poesia che solo tu sai dare!
    Fed

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    • Avevo visto il tuo commento, Fed, ma volevo prima rubare al mio tempo libero uno spazio necessario per rendere prima omaggio al tuo incredibile articolo, quello si davvero un pezzo elaborato e completissimo, verso il quale mi permetto di indirizzare chiunque passi di qui per caso, perché hai scritto un articolo davvero fenomenale!!

      Per chiunque si sia messo in ascolto ora, sto parlando di questo pezzo qui: “Quentin e la Chitarra“.

      Tornando invece al tuo commento al mio post, beh, di certo non mi stupisce che anche tu sia infastidito dalla prevedibilità di alcuni script, specie quando divengono cliché etici oltre che visivi e dialogati, perché ho compreso che abbiamo entrambi un’idea di cinema abbastanza simile, ma è vero anche che io perdono molto e come dico nella mission del mio sito, amo sguazzare nel mainstream, ma la malafede dell’autore, l’inganno di chi mi promette action e mi da cacca puzzolente, di chi mi promette impegno civile e mi vende barzellette, di chi mi promette un giallo e cerca di spacciarmi minestroni riscaldati, di chi finge di fornirmi allucinogeni ed invece mi sta passando di nascosto borotalco, no, quelli non li perdono!

      Oltretutto, nel tuo commento, non ti limiti ad adularmi per il mio post, ma mi commenti persino le parole che uso nelle risposte ai commenti altrui, con una generosità che io non ho nei tuoi confronti!! Grazie, Fed, grazie della stima, dell’amicizia e (come dico sempre con il mio mentore Gianni Gregoroni, citando “The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy” di Douglas Adams) grazie del pesce!

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      • Sono sempre molto onorato in primis di poter leggere o meglio assaporare un tuo articolo e poi di avere la possibilità di argomentare un commento. Grazie kasa per aver pubblicizzato e reso omaggio al mio pezzo “Quentin e la Chitarra”, non posso che sentirmi ulteriormente onorato per i tuoi apprezzamenti. Grazie amico mio anche a nome di tutti per regalarci queste meravigliose perle!! E a proposito … grazie del pesce!! 😉

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        • Ovviamente, come ben sai, stime e rispetto sono assolutamente ricambiatissimi!
          Tornando invece al tuo articolo sull’ultimo grande film di Tarantino, me lo sono riletto proprio ieri sera e debbo dirti che ha qualcosa di intellettualmente lussurioso!

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  6. Grandissimo pezzo Kasa, hai dato voce ai pensieri che tutti [consciamente o inconsciamente] abbiamo fatto almeno una volta al cinema.
    Anche io, come te, perdono il cliché se questo può servire a dare il via alla storia o a mostrare un determinato elemento richiesto dal genere stesso [l’azione nei film d’azione, la paura nei film horror, il romanticismo nei film romantici, ecc, ecc]. Mi cibo di Transformers e non mi perdo un Fast and Furious, quindi vivo praticamente di cliché XD
    Ma le scappatoie? Le scappatoie faccio fatica pure io a digerirle. Ammetto però di essere più permissivo in certi casi.

    Per dire, con un film come Underworld [di per se già scemo] non riesco ad incazzarmi perché la comodità degli espedienti finali [tipicamente un nuovo ibrido che ammazza tutti] sono in linea con la pochezza del resto del film [ed è una saga che amo eh, sia chiaro XD].
    O ancora con i disaster movie come 2012 o San Andreas, film basati interamente sulla botta di culo dei protagonisti le cui scappatoie finale non stonano più di tanto [botta di culo più, botta di culo meno].
    Quello che non riesco a digerire sono le scappatoie facili in film in cui non c’è bisogno, dove basterebbe un minimo di impegno da parte degli sceneggiatori.

    Per dire [e qui siamo alla radice della mia poca tolleranza verso il genere fantasy] in un “film di magia” [che so, un nome a caso: Harry Potter] ogni problema viene risolto con un escamotage magico pensato appositamente per l’occasione e questa è una cosa che mi da particolarmente prurito.

    Oppure nel genere supereroistico dove nel momento del bisogno viene fuori un nuovo super poter o un nuovo gadget [e qui viene fuori la mia vena anti-pipistrello che ogni tanto, ma proprio ogni tanto, viene fuori…nei comics Batman è uno che vive di scappatoie facili e deus ex machina al limite della presa per il culo ed è questo suo essere pompatissimo che ogni tanto non mi va giù…ma continuiamo a parlare di cinema che il fumetto è tutta un’altra cosa 😀 ].

    C’è da dire comunque che, per quanto la gente si lamenti dei cliché [che ripeto, nemmeno io reputo così condannabili] difficilmente si sente pronta ad accettare qualcosa di diverso. Vorrei proprio vedere quelli che si lamentano che i cinecomics sono tutti uguali, che i film d’azione sono tutti uguali, che i blockbuster sono tutti uguali, che non c’è mai niente di nuovo [cosa per altro non vera], voglio vedere come reagirebbero a qualcosa di veramente NUOVO o meglio qualcosa di DIVERSO da quanto conosciuto, qualcosa privo di cliché e privo dei canoni classici, un film senza lo scontro finale, senza la scena dove il protagonista ha il momento di crisi o, in caso di gruppo, dove si litiga tutti, un film romantico senza bacio finale [e ce ne sono di bellissimi], un horror dove non muore nessuno, un poliziesco dove sono tutti bravi e fila tutto liscio, un giallo dove il mistero viene risolto dalle autorità competenti e non dal cane sciolto di turno, un film dove il cattivo non è cattivo e dove il protagonista non è protagonista [ma te le ricordi le lamentele a suo tempo di quelli che lamentavano il poco protagonismo di Max in Mad Max: Fury Road?].
    La gente chiede tanto ma difficilmente è disposta ad uscire dalla propria comfort zone.

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    • Ancora una volta, carissimo PD, il tuo commento ad un mio post ne diviene in qualche modo un ampliamento ed un’utile specificazione: dopo aver, infatti, condiviso con me il perdono teorico dell’uso del cliché, specie laddove esigenze di genere lo richiedono affinché l’effetto di intrattenimento sia completo, hai spostato il tuo ragionamento sul concetto più ampio di prevedibilità e di troppo facile soluzione dell’intreccio.

      Io e te siamo entrambi troppo appassionati di alcuni generi cinematografici per non comprendere (e quindi accettare) l’evidenza che alcune evoluzioni della trama sono in certi casi addirittura obbligatorie e purtroppo automaticamente prevedibili e per questo io e te non le condanniamo, ma anzi ce ne cibiamo!
      Tuttavia, proprio il nostro l’amore per alcuni generi, come quello ad esempio per i cinecomics, certe volte ci spinge a richiedere agli autori, specie quando in campo ci sono nomi eccellenti e valanghe di denaro, qualcosa di più! Per fare un esempio (molto da opzioni avanzate), tutti gli appassionati della saga dei mutanti al cinema, compresi quelli come me che hanno perdonato l’impossibile, hanno storto il naso di fronte all’appiattimento di base che in ogni plot è stato fatto riducendo sempre lo scontro a qualcosa che ruotasse intorno alla figura di Magneto, così come, per lo stesso principio, chiunque abbia un minimo di dignità fumettistica avrà salutato con gioia l’innovazione portata dall’ultimo Logan…

      Sul discorso di Harry Potter, poi, hai girato ahimé il tuo coltello in una piaga per me molto dolorosa…
      Ho amato, infatti, in modo lussurioso sia la saga libraria, che quella cinematografica, coprendo con le mani gli occhi alla mia stessa dignità culturale per non farle sbirciare alcuni errori ed alcune banalità infinite (mutatis mutandis, amando la Jennifer Lawrence, feci la stessa cosa con i film dagli Hunger Games…) per poter invece godere in modo pecoreccio di un cast così deliziosamente britannico (con l’eccezione del suo protagonista, vero bietolone che non ho mai sopportato dal primo all’ultimo film che anche ora che sta interpretando ruoli più interessanti non riesco a digerire), puntellato ed illuminato dalle stelle di Emma Watson, Alan Rickman e Maggie Smith (guardare questo trio sullo schermo era per me già condizione sufficiente e necessaria, ognuno a loro modo)…
      Tuttavia, anche quando mi leccavo metaforicamente i baffi e mi rigiravo in bocca come una gustosa caramella alcuni momenti della saga (tutto il primo tempo de “Harry Potter and the Deathly Hallows – Part 1“, prima dell’atroce tedioso camping, è semplicemente fantastica, con tre attori che fingono di essere Harry, Ron ed Hermione, trasformati in tre impiegati ministeriali, in una lunga sequenza cupa e claustrofobica), un dolore intellettuale spingeva contro quella piaga dolorante di cui parlavo prima e quel dolore era l’intero terzo libro della serie e quindi necessariamente il terzo film…
      Se, infatti, dal punto di vista della messa in scena, “Harry Potter and the Prisoner of Azkaban” di Alfonso Cuarón gode di grande fama presso tutti gli appassionati di cinema, io al contrario l’ho guardai sin da subito con quel senso di fastidio cocente (solo in parte lenito dall’avvento dei dementors) procuratomi già dalla lettura del libro, in cui la stramaledettissima J. K. Rowling aveva provato a vendermi la incredibilmente imbecille storia di una studentessa, Hermione appunto, che si fa prestare, così, come se niente fosse, dalla sua professoressa niente meno che un artefatto magico con cui tornare indietro nel tempo a piacimento e solo per frequentare più lezioni a scuola… cioè, veramente la Rowling pensava che qualcuno potesse digerire una simile stronzata?
      Ecco, questo è il classico esempio di una cosa che io non accetto e non perdono nel modo più categorico e non perché la cosa sia di per sé assurda, ma perché il contesto in cui la si mette è drammatico e serio… se la stessa cosa fosse stata inserita in un film diverso, qualcosa come “Dude, Where’s My Car?” nessuno avrebbe avuto da ridire…

      E’ questo che mi fa impazzire, non il genere che prevede nel suo DNA la prevedibilità, ma la cialtronaggine spacciata per evento drammatico e significativo: nessuno si scandalizza se un cane salva il mondo in “Absolutely Anything” rivoltando l’arma letale contro gli alieni cattivi (commedia dal ritmo imperfetto, ma con la regia di un vecchio irriverente ex- Monty Python quale Terry Jones, la faccia di un intelligente e capace Simon Pegg ed il culo della Beckinsale), così come nessuno può davvero battere ciglio se John Carpenter fa fare surf a Snake Plissken sull’onda sollevata da un camion lanciato a folle velocità ed arrivo anche ad assolvere il duo Simon Pegg (sempre lui) e Doug Jung quando nello “Star Trek Beyond” mandano in palla lo sciame di navette aliene entrando nelle frequenze dei loro collegamenti con la musica rock, ma Hermione che può viaggiare nel tempo a piacimento, senza conseguenze di alcun tipo (si debilita, muore un fatina, si spegne una stella, non lo so…), che può rivere momenti già vissuti e cambiarli… ma dai! E perché allora non lo fanno anche gli altri studenti? Perché non tutti gli stregoni? Perché non lo usa lei per distrugger Voldemort sin dall’inizio? Perché non lo usa lo stesso Voldemort per vincere, visto che se un artefatto simile lo aveva una professoressa del minchia, pensa il mago supremo…

      Insomma, penso che tu mi abbia capito… un minimo di sforzo, boia ladra… mettiamo in fila due pensieri e penso che ne guadagnerebbero tutti, anche con un po’ di prevedibilità, perché, come dici molto giustamente tu “[…] La gente chiede tanto ma difficilmente è disposta ad uscire dalla propria comfort zone […]”.

      Parole sante, amico mio, parole sante…

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  7. E come al solito il mio commento arriva in differita di due mesi e tre settimane. Sono una brutta persona, lo so e mi dispiace tanto.
    Comunque sei un grande, maestro. Hai scritto un post che è la più piacevole lezione di analisi filmica e di sceneggiatura insieme che si possa avere. Dico sul serio. Nulla da ridire sulle argomentazioni, mi trovo perfettamente d’accordo. I cliché non sono mai un male in sé, ma dipende da come e PERCHé vengono usati. Perspicace anche l’analisi dei cambiamenti post 9/11.
    Si tratta comunque di un argomento con cui mi sono ritrovato a combattere anch’io di recente. Come sai mi sono da poco approcciato alle basi della scrittura cinematografica (non voglio tirarmi nessuna aria, ho proprio appena scalfito la superficie di quello che è un mestiere complicatissimo che necessita anni di studio approfondito per essere appreso completamente) e ho notato subito che all’inizio quasi tutta la classe (me compreso) ragionava per cliché (non sai quante storie sono venute fuori che poi alla fine no, era tutto un sogno del protagonista). Tutti avevamo capito (perché tutti possono capire) le regole di scrittura, che non sono particolarmente complesse (almeno per quel che riguarda le basi, chiaro), ma applicarle è tutta un’altra storia. Ed evitare i cliché o capire come sfruttarli a proprio vantaggio in maniera originale, sorprendendo lo spettatore, per uno scrittore inesperto (cioè uno già moooolto più esperto di me) è un lavoro difficilissimo. Di conseguenza, avendo realizzato tutto ciò, sto inevitabilmente più attento anche quando guardo i film, perché quello che dici tu in chiusura:
    “Quando guardate un film, pensate sempre allo sforzo che chi scrive o dirige sta facendo ed avrete la misura delle sue capacità e della sua onestà, sia quando sta ironizzando su un clichè (prendete uno qualsiasi dei film del grande John McTiernan), sia quando lo sta usando per raccontare altro (come nei capolavori di Tarantino) oppure, come nei casi più deprecabili, quando inventa soluzioni impossibili a problemi che lui stesso ha creato, perché semplicemente non ha idee.”
    è SACROSANTISSIMO.

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    • Carissimo Zack, è così bello per me vedere apparire il tuo avatar di Batman lego version e sapere così  di poter leggere subito dopo uno dei tuoi commenti, mai banali, ma sempre cortesi, anche entusiasti e questo, nel mio personale mondo di valori, ti rende una persona splendida!
      La litania del poco tempo libero, poi, è divenuta oramai un mantra per tutti noi ed io stesso faccio sempre più fatica a ritagliarmi momenti in cui mettere due parole di senso compiuto in fila all’altra…
      Spesso non riesco nemmeno a leggere i post degli amici, figurarsi commentarli con cognizione di causa e siccome aborro scrivere frasette del tipo “bello, bravo“, nell’impossibilità di esporre ciò che davvero penso sulla questione, finisco molte volte per mettere solo un like.

      (in un altrodove ed in un altroquando, mi piacerebbe scrivere di quella strana razza di blogger che, sotto ad un post in cui hai cercato di esporre faticosamente un pensiero importate, ti scrivono “ciao, ho scritto anch’io una recensione su questo film” e te la linkano… ma seriamente? Esiste una dimensione in  cui costoro vanno in carcere per un reato di manifesta inutilità?)

      Quindi, il fatto che tu abbia trovato il tempo per scrivere qualcosa su questo post lo rende già degno di lode! Inoltre, tu non sei mai banale ed infatti ora, come ha già fatto anche il nostro comune amico PizzaDog, hai anche tu ribadito il concetto fondamentale, sotteso a tutto il mio discorso sul cliché ed ovvero quello del problema dell’originalità della scrittura al cinema, che poi si declina all’interno della più generale ricerca di una scrittura ben fatta, cosa diversa, ma prioritaria: infatti, originale a tutti i costi non è un bene assoluto, se poi manca la qualità ed in questo basti l’esempio di un film come “Saul fia“, dove gli autori hanno preso un soggetto abusato come quello della narrativa concentrazionaria e lo hanno trasformato in una lezione di cinema straordinaria, dove la geniale messa in scena, tutta giocata sulle profondità di campo e le inquadrature strettissime sul protagonista, ponevano la narrazione su due binari paralleli, con le avventure del protagonista ed il decoupage delle sue azioni dirette da un lato e gli accadimenti generali del mondo intorno a lui sullo sfondo… pensa, Zack, a cosa deve essere stato scrivere un film così, perché se lo guarda in modo distratto, si potrebbe pensare che sia stato solo un grande lavoro di cameraman, ma tu, che stai studiando la scrittura cinematografica, sai che non è stato così…

      Insomma, la scrittura al cinema non è si esaurisce certo nel soggetto (anche se ai neofiti questo può sembrare, tanto che essi concentrano in genere la maggioranza dei loro sforzi nel voler trovare un’idea fantastica di partenza), ma si esplica soprattutto nella realizzazione della sceneggiatura ed là che si apre un mondo di possibilità ed ecco perché io tendo sempre a cercare in un film non tanto il colpo di scena, quanto il modo con cui un autore mi ha accompagnato alla scoperta della narrazione: pensa ad esempio a cosa ha realizzato un genio assoluto come Lynch quando gli sono stati messi davanti dal produttore (non uno qualsiasi, bada ben, ma un despota provinciale come De Laurentiis) tutti i libri di Frank Herbert, i quali, nel complesso della saga, erano un soggetto primordiale, dal quale è uscito il vero soggetto del film (con la storia sullo sfondo delle lotte per il potere imperiale ed in primo piano l’ascesa verso l’illuminazione del protagonista Paul Atreides ed il suo percorso quasi mistico per divenire il Kwisatz Haderach, l’essere supremo) e David ha praticamente fatto narrare la storia base dalla principessa, in un piatto e magnifico piano-sequenza iniziale, maestoso ed immobile, come fosse una voce fuori campo che però era davanti allo spettatore, che vedeva regale bellezza ed ascoltava una favola, per poi tenersi le scene più belle per raccontare in modo empatico sesso e violenza (il barone che ruota in aria mentre il sangue fuoriesce dal capezzolo di un sottoposto, spruzzando dei tulipani).

      Quello che io penso, quindi, è che per uno scrittore di cinema agli inizi, una grande lezione sarebbe senza dubbio quella di usare soggetti narrativi o fumettistici già esistenti, magari anche noti e scrivere sceneggiature non originali, elaborando quel testo e scoprire così che la vera magia del cinema non è il narrare nuove storie ma creare un modo nuovo e personale con cui si racconta ogni cosa, principio per il quale un’inseguimento su un fiume diviene un viaggio nel cuore di tenebra del nemico e del proprio, dove un uomo che muore può cantare a squarciagola finché non spira e le sue note divenire in modo diegetico la colonna sonora di una nascita oppure la simmetria parossistica di un’inquadratura assurgere a ricerca della perfezione morale dei personaggi o all’opposto ironia su anime putrescenti ed è così che il trash diviene a volte exploitation ed il gore fuga catartica ed il melodramma sinfonia di una società borghese ed ipocrita ed allora lo scrittore di cinema diventa egli davvero il vero direttore del traffico, a cui si rivolge una costumista o uno scenografo per chiedergli cosa davvero vuole da quella scena, che sia il momento tanto atteso, dove il conte di Montecristo rivela la sua vera identità o semplicemente un ragazzo che deve rivelare ai suoi genitori che ha messo in conta la sua ragazza…

      Io resto sempre affascinato da come il campo cinematografico viene costruito dai registi, a volte anche solo grazie a piccoli particolari, come la coperta che Jean-Louis Trintignant / Georges usa per coprire ed uccidere il piccione volato nella casa dove si svolge la tragedia familiare di “Amour” di Haneke (si può pensare ad un soggetto più basilare di quello?), ma ciò che mi sbalordisce e mi emoziona ogni volta e cercare di capire come quella scena è stata scritta, quanto c’è di improvvisazione (penso al balletto che il maestoso Hopkins improvvisò fuori copione sul set del Dracula di Coppola, afferrando l’allora giovanissima Winona Ryder, dando al loro rapporto una sfumatura quasi incestuosa, nel rapporto simbolico padre-figlia) e quanto di studio (è ovvio che in un blockbuster miliardario gli investimenti impongono che praticamente nella sia lasciato al caso).

      In questo periodo sono letteralmente rapito dal lavoro di Noah Hawley, caso più unico che raro di un autore al quale è stata data una libertà creativa e produttiva senza precedenti e che sta realizzando delle opere così personali da poter essere usate come manuale didattico in una lezione di scrittura per il cinema: se fossi un docente, metterei i miei studenti in una stanza a guardare una qualsiasi delle puntate da lui scritte e dirette di Fargo (Prima, Seconda o Terza stagione, ugualmente) o di Legion, per chiedere poi come è stata scritta fisicamente secondo loro quella scena e come avrebbero potuto scriverla diversamente.

      Ora mi fermo e grazie della pazienza, amico mio.

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  8. Rispondo con ritardo imperdonabile e, per di più, di fretta, la qual cosa mi impedisce di leggere per esteso tutti i commenti che, vista la loro lunghezza e i loro autori, già so essere ricchi di spunti, riflessioni, divagazioni.
    Mentre leggevo il tuo post (non mi aggiungo pure io alla schiera nutritissima di colleghi che lo hanno elogiato perchè sarebbe pleonastico e vanaglorioso: nel riconoscere la qualità istruttiva di questo o di un qualunque tuo altro post sarei banale come chi esultasse nel veder bollire la pentola d’acqua dopo averla messa sul fuoco 20 minuti) c’era una parola che mi rimbombava in testa: TOPOI. Ma non scritta in caratteri latina, bensì greci: τόποι.
    Con questo termine ci ho fatto a pugni per anni, durante il liceo. Sono un aleph linguistico, gnoseologico e narrativo con pochi eguali nella cultura occidentale, perchè i τόποι rappresentano uno dei (tanti) modi in cui l’uomo classifica se stesso, il mondo, i pensieri.
    D’altronde tutta la storia della filosofia è un incerto peregrinare sulla via della ricerca della classificazione, una sorta di tassonomico sentiero irto e insidioso che molto spesso non porta neppure alla conoscenza ma ad una sua approssimazione.
    I τόποι, dicevo. I luoghi comuni: la narrativa ne è piena fin dai tempi di Omero, quindi la domanda non è se siano giusti o sbagliati semplicemente perchè le categorie di giusto e sbagliato non si possono declinare sul terreno dei τόποι. I τόποι fanno parte della struttura narrativa e loro bontà non è mai data dalla loro essenza ma solo dal loro uso.
    Ovviamente tu questo l’hai scritto benissimo ed io ho solo cercato di rigirare il minestrone per estendere le riflessioni che tu hai fatto specificatamente in ambito cinemetografico alla narrativa tutta. Perchè se scrivo una novella o un realizo un film sto pur sempre raccontando la storia.

    Dal mio punto di vista, ormai, non è neppure più interessante l’uso che viene fatto dei τόποι: esso sarà buono o brutto, mi farà applaudire o storcere il nasto, comunque è sempre la reiterazione di una ricerca (quella conoscenza di cui sopra) in cui ogni tanto si mette un piede in fallo.

    Ciò che da sempre mi appassiona è vedere i τόποι nascere, individuare quel seme narrativo da cui una immagine, un costrutto, una forma assumono via via tratti sempre più iconici fino a diventare un τόπος.

    E’ molto ermenautica, a mio parere, questa ricerca dei τόποι in nuce, purchè non la si banalizzi nel trito e ritrito “viene prima l’uovo o la gallina?”
    E considerato che da sempre sono animato da questa ricerca (grossomodo dai tempi delle medie, quando scoprii che il luogo comune dell’inseguimento automobilistico nacque di fatto con la scena finale de “Il segno dei 4”, secondo romanzo in cui Conan Doyle racconta le gesta di Sherlock Holmes) mi piace pensare che ero ermenauta ancora prima di capire di essere ermenauta 😀

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    • Carissimo collega, amico e fratello ermenàuta, leggendo il tuo commento e le affermazioni iniziali in esso contenute, risulta evidente che per me, come per te, la brevità è un concetto che non si misura con parametri dimensionali di lunghezza e quantità, ma di esaustività.
      Per noi risulta breve ciò che non dice tutto ciò che si potrebbe dire su quell’argomento e che, come tale, crea in noi due una spiacevole sensazione simile all’horror vacui…
      Tuttavia (ed in questo illumino subito la tua intuizione sul paradosso ontologico che ti vede certamente essere stato un ermenàuta per vocazione ancora prima della nascita ufficiale della nostra divina filosofia) il tuo essere ermenàuta ti impedisce di limitarti ai soli plausi e complimenti (di cui sei in ogni caso sempre foriero anche sottotraccia) ed hai focalizzato tutto il tuo commento sul termine e sulla valenza dei “topoi”.
      In un post come il mio, più chiacchierato che didattico, con sfoghi e registri lessicali a volte persino da trivio, il momento significativo dello strumento di analisi critica di un testo chiamato “topos” è il miglior modo, da parte tua, per ricondurre in grande semplicità tutto il mio blaterare sui cliché all’unico valore significativo ed ovvero, usando le parole del grande letterato Matteo Lefevre “[…]nodi di relazione che facilitano la comunicazione tra autore, testo e lettore[…]”.
      Semplice, no?
      Ciò che, tuttavia, nelle parole di Lefevre mi affascina, ogni volta che la vedo ripetuta in tutti i siti di critica letteraria, scolastici o accademici, è la sua lapidaria affermazione, in base alla quale “[…]nell’ambito della tematica qualsiasi velleità definitoria di tipo univoco e/o aprioristico è destinata a rimanere in posizione di scacco[…]“.
      Se questo non è uno dei postulati dell’ermenàutica, allora cosa potrebbe esserlo?
      Buon weekend.

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  9. Un articolo veramente bello che io considero anche importante per gli argomenti trattati. Io e Shiki concordiamo appieno con te. I cliché non sono il male, come molti credono erroneamente. E’ il modo con cui viene utilizzato il cliché che lo rende ottimo o pessimo. Hai fatto degli esempi molto intelligenti parlando di film che avevano utilizzato questi cliché in maniera intelligente.
    Ho apprezzato parecchio anche la tua argomentazione finale che hai fatto sulla tragedia dell’11 settembre e di come in tutti i film americani ci sia una certa sensibilità riguardo la questione. Una cosa che non deve in alcun modo essere presa sottogamba e che tutt’ora si vede nel cinema americano.
    Ancora complimenti per questo splendido articolo!

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  10. Questo blog è fermo da un po’… leggendo su altri blog qualcosa sui sogni e sul sonno, mi è tornato alla mente questo brano di 2010, che (credo) si possa in qualche modo associare alla pausa.

    Kasa probabilmente è temporaneamente disattivo, ma sta sognando. 😉

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