Shangai Forever: il respiro dell’Est

Shangai

Ci sono due scene o meglio due momenti particolarmente emblematici del rapporto tra occidente ed oriente, dentro quel gioiello di catastrofismo destrutturato (assolutamente sottovalutato e per lo più incompreso) che è “Blackhat”, la pellicola, scritta, diretta e prodotta nel 2015 dal grande cineasta Michael Mann, il quale, come suo solito, anche in questo film ha usato la trama solo come semplice scusa per veicolare la sua visione di cinema, mostrata attraverso una gestione dei tempi senza sbavature o inutili orpelli, ma ugualmente intercalata di pause silenziose, in cui sembra che i personaggi prendano coscienza del loro ruolo nella storia, guardando aldilà della cinepresa come se fossero gli attori a chiedersi cosa stanno interpretando e poi l’azione, veloce e spietata, con il cinismo di una camera a mano sempre precisa ma ugualmente tremolante, senza l’impossibile fluidità dei movimenti delle moderne cineprese computerizzate, che ripetono curve e salite decise al computer come pantografi robotici, recuperando l’epica classica dei campi e controcampi, ma facendo poi esplodere il tutto in riprese solo apparentemente distratte, ma in realtà essenziali sintatticamente (valga per tutte, la sequenza dell’esplosione dell’auto), fotografate da una luce livida come quella di un bar notturno e commentata da persistenti tappeti sonori elettronici, dalle mille contaminazioni (basti solo pensare alla complessità di una colonna sonora in cui lo stesso autore mescola brani tratti da altri film in cui ha lavorato).

Due scene, dicevamo, tra le tante bellissime di questo film, in cui appare chiaro cosa intenda la blogger vengodalmare quando, sul suo sito, distingue il respiro occidentale da quello orientale: citando le sue stesse parole, diciamo semplicemente che persino un atto comune a tutti gli uomini, unico e naturale, come è appunto il respirare, può davvero distinguersi nel modo tranquillo dell’uomo occidentale, a suo agio (quasi narcotizzato) dentro la generale opulenza ed il benessere della sua società ed in quello invece frenetico dell’uomo orientale di oggi, il respiro di un uomo perennemente in fuga, ora dall’oppressione, ora dalla povertà, ora infine dalla violenza della guerra o sempre più spesso di quell’economia avvitata in uno sviluppo talmente rapido e convulso da divorare ogni briciola di umanità.

Blackhat-Michael-Mann-on-the-set

Quando, nel film di Mann, il bislacco ed assai improbabile gruppo di investigatori (composto da agenti della FBI statunitensi, poliziotti cinesi specializzati in truffe informatiche ed un hacker scarcerato solo per l’occasione) vola da Ovest ad Est, andando dagli USA ad Honk Kong ed infine all’Indonesia, lo spettatore viene immerso in una nuova catastrofe umana, non più provocata da un attacco cibernetico ad una centrale nucleare (lo scenario con cui si apre la storia), ma una tragedia creata dagli stessi uomini al governo di quei paesi, che hanno reso possibile, anzi inevitabile, la nascita di agglomerati urbani infernali, in cui milioni di individui vivono e muoiono dentro loculi fatti di carne, costretti ad orari di lavoro impossibili, prigionieri di giornate senza speranza e notti senza sogni, come tante cellule senza autonomia o individualità, ingranaggi di una macchina produttiva, industriale, commerciale e finanziaria, che alimenta un moloch oramai quasi non più circoscrivibile.

Blackhat-hong-kong-streets

Sotto gli occhi dei protagonisti, bidimensionalmente caratterizzati con il solo scopo di perseguire il cattivo di turno, sfilano deserti sterminate di micro-abitazioni e tende che coprono dal sole sentieri che non sono più nemmeno strade o vicoli, ma solo lo spazio tra un nucleo familiare ed un altro.

Infine, l’ultima sequenza, ambientata a Jakarta, con l’eroe esistenzialista, bianco, ariano, biondo, interpretato dall’australiano Chris Hemsworth, che attraversa la folla della popolazione locale, seminando morte e sangue, senza quasi essere visto, come un virus in mezzo a cellule indifese o come un malware in mezzo ad un sistema informatico colto alla sprovvista: una palla di biliardo che urta tutti i birilli che incontra, senza che questi possano per loro natura persino pensare di spostarsi.

Blackhat-in-the-crowd

Eppure, pur spaventandoci ed inorridendoci, questo che l’oriente cova in seno è forse proprio il nostro prevedibile futuro o meglio questo è quello che, come una marea, sta salendo a lambire le nostre coste, entrando nelle nostre case, nei nostri uffici, nelle nostre fabbriche ed infine nelle nostre vite: la visione regalataci da David Webb Peoples e Ridley Scott, gli splendidi autori di Blade Runner, era quello di una megalapoli affollatissima ed asiatica, dove il nostro retaggio occidentale sembrava quasi una fastidiosa eccezione che si spostava nella folla, un glitch, un errore del sistema e non stiamo parlando di immigrazione, sia molto chiaro, di flussi di popolazioni che si spostano, oh no, parliamo di qualcosa di più profondo e potente ovvero di quella che i romantici chiamerebbero forza del destino, del kharma del nostro sistema economico, costantemente alla ricerca di valvole di sfogo per i suoi errori, di sacrifici umani per le sue bolle speculative, per i suoi crack finanziari, perché la verità è che se l’uomo comune teme quell’appiattimento sociale disumanizzante, che alcuni film e documentari ci mostrano come possibile, il potente, l’aracnide in cima alla piramide alimentare, l’anonimo azionista di maggioranza dei grandi colossi finanziari e che vede nel controllo delle masse la massimizzazione dei suoi profitti, ebbene costui aspira a tale futuro come uno standard per l’intera umanità.

Dunque?

Dunque armiamoci del dono più prezioso che ci fece Prometeo e cerchiamo sempre di restare in movimento, di comprendere il mondo intorno a noi, usando talvolta l’astuzia di non scappare di fronte all’onda che arriva, ma di trattenere il fiato e resistere (come fa il piccolo piovanello Piper nell’omonimo furbo cortometraggio Pixar), mentre l’acqua ci travolge, per poter vedere sott’acqua i movimenti della sabbia e capire ciò che accade sotto la burrasca.

Questo è il mio augurio di Pasqua a tutti voi: “sasso che rotola non fa muschio!

Guardatevi, infine, il seguente bellissimo e copiatissimo cortometraggio “Shangai Forever”, dell’artista multimediale JT Singh: lasciatevi incantare dalla musica e dalle riprese, da quell’alternarsi di alto e basso, di sopra e sotto, di ingressi ed uscite, volando dentro una società emblematica ed imprescindibile come quella della megalopoli cinese raccontata nel video.

Poi, dopo averlo visto, fatelo ripartire e riguardatelo di nuovo, cercando di soffermarvi su ogni viso che incontrate, su ogni volto che si arricchisce ad ogni passaggio di nuova individualità e fatelo ancora ed ancora, come un mantra o una preghiera.

Sasso che rotola non fa muschio, non state mai del tutto fermi, ricordate e tanti auguri di Buona Pasqua!


 

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37 pensieri su “Shangai Forever: il respiro dell’Est

  1. Articolo meraviglioso! Ho apprezzato parecchio il modo in cui hai parlato di Blackhat, pellicola a mio avviso molto sottovalutata e incompresa, descrivendo le differenze tra occidente e oriente in maniera egregia.
    Ti auguro una buona Pasqua!

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    • Grazie, amico! Tutto quello che sta accadendo oggi nel mondo, a livello di macro-sistemi, sembrano gli spasmi febbrili di un organismo che sta a forza subendo un cambiamento, come una crisi di rigetto dopo un trapianto e penso che tutti si debbano interrogare e non darsi mai solo la prima risposta… tutto il grande cinema ci spinge a farlo, come i film di Michael Mann che vanno sempre oltre l’ovvio… ma tutto è partito dalla clip di Shangai Forever…
      A proposito ti piace il lavoro di quell’artista?

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  2. Vedrò il film, ne hai fatto una bella recensione. Il cortometraggio è favoloso, bellissima tecnica cinematografica. Pensavo che, forse, più che non stare mai fermi sarebbe interessante provare ad essere quel punto in cui tutto si interseca e poi si trasforma; nel corto ce ne sono tanti di veramente belli. Provare ad essere sasso, non è male.

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  3. Blackhat me l’hanno smontato in ogni modo possibile e immaginabile :/
    Ne ho sentito parlare talmente male che ancora non l’ho visto XD
    Ce l’ho in watchlist da un’eternità ma con tutte le rece negative che ho letto ho sempre rimandato [per non fare un dispiacere a Mann, che rispetto come regista e non sono ancora pronto a fargli la ramanzina]. Tu però Kasa se una delle poche persone al mondo il cui giudizio può ribaltare o mettere in discussione una condanna già espressa! Per questo Blackhat si piazza prepotente tra le prime scelte della mia watchlist [complice anche il fatto di essere appena approdato su Netflix! La commodité!] per questo tornerò a commentare meglio il tuo articolo [che ho letto ha intermittenza per il rischio di spoilerarmi qualcosa] una volta visto il film! 🙂

    Sullo splendido corto che hai postato non c’è nulla da dire. È stupendo! Te ne parlai già tempo fa, quando mi linkasti un video sul Perù realizzato in modo simile, tutta l’intelligenza e la creatività che si celano dietro queste piccole grandi opere che, per me, restano i prodotti migliori tra quelli generati da questa era tecnologica [dalla comodità di N telecamere portatili di elevatissima qualità, alla velocità con cui le informazioni sono richieste in un mondo come quello del web. Questi video racchiudono tutto].

    Buona Pasqua Maestro. A te e a tutta la tua family 🙂

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    • i ringrazio per la stima che riponi nei miei giudizi e lo faccio con una risposta assolutamente spoiler-free che potrai leggere senza alcun timore…

      Ti dico subito che Blackhat non è un film minore di Mann ma anzi un film essenziale, in cui il nostro prende davvero il cinema action hollywoodiano e lo porta avanti di un decennio: non c’è una sola sparatoria, un solo inseguimento, una sola scena di azione che non sia girata in modo encomiabile, con un realismo che Mann ha sempre avuto sin dal suo primissimo film, con la cinepresa incollata alla faccia del poliziotto che spara, inquadrando sia lui che il bersaglio che cerca di colpire, con le corse nei vicoli, muscolari e sudate, con i proiettili dei grossi calibri che attraversano i muretti o la lamiera dei container, con attori che si mettono in gioco in tutta la loro fisicità, affaticati, stanchi, come se avessero corso davvero o fossero davvero preoccupati, senza villain elegantissimi ed irreali, con motivazioni astratte o incomprensibili.

      Ciò che ha ricevuto critiche comprensibili (perché sulla fotografia, sulla regia, sulla musica, non è possibile non vedere la bellezza) è solo la storia, su cui non ti dirò nulla (nemmeno ciò che ho già detto nel post), perché non conta nulla, non ha importanza ed davvero solo un pretesto: tra l’altro, la scena di assoluto e sfacciato simbolismo a cui facevo riferimento nel post, è talmente in contrasto con il realismo di tutto il resto del film che il gioco metaforico è evidentissimo e chiarissimo, senza bisogno di ricorrere a particolari elucubrazioni.

      La scena di cui ho postato l video di analisi di Vimeo (che effettivamente contiene pericolosi spoiler sulla trama) è una delle cose più belle realizzate nel cinema action del dopoguerra, costruita senza prendere per il culo lo spettatore, annunciata minuti prima, inquadrata stupendamente, fotografata in modo coerente, tutta giocata sulla luce, sul movimento (ora accelerato ora rallentato), incredibilmente urbana, cittadina e chiaramente, per la modernissima sintassi di Mann, diventa punteggiatura per aprire un nuovo periodo, una nuova situazione, completamente diversa dalla precedente, perché da quel momento nulla sarà più lo stesso.

      Goditi il modo con cui i personaggi (tra l’altro Viola Davis si conferma una delle migliori attrici in circolazione) ogni tanto si fermano a guardare nel vuoto, prima o dopo di alcuni momenti di svolta del film: sono la punteggiatura di Mann, che aveva già riscritto il genere poliziesco con Collateral ed ora continua un percorso virtuoso.

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    • Sono sempre stupito, felice e curioso (con uno strano mix di emozioni, quindi), quando qualcuno decide di diventare follower del mio blog, perché non può esserci altra spiegazione a questo fatto (considerando che non esercito alcuna delle normali operazioni di marketing da blogger per accalappiare like e sottoscrizioni), se non che l’avvenuto incontro di due spiriti affini… magari, tali solo in modo caotico o tangente, magari solo su alcuni aspetti… ed in effetti almeno un terreno comune è dannatamente presente in entrambi… ovvero il viaggio, come percorso dell’animo, come metafora della vita stessa, che sia quello di un Cuore di Tenebra lungo il fiume (sia in Conrad che in  Coppola), sia quello bloccato tra quattro mura di un Salgari che non conosceva quasi nulla di ciò di cui scriveva o quello di un novello Walter Mitty (“To see the world, things dangerous to come to, to see behind walls, draw closer, to find each other, and to feel. That is the purpose of life“), che viaggia per evolversi…
      Guardo apparire il tuo like, leggo i tuoi commenti, cerco il tuo blog e vedo quelle latitudini e quella zattera che, come dici tu, dovrà pur essercene una disposta a raccogliere emozioni e pensieri per farne traversate… bellissimo…
      Non so se sarò all’altezza delle tue aspettative, ma grazie in ogni caso del tuo dono, della tua stima e delle tue parole.
      See you next…

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  4. il cortometraggio “Shangai Forever”, è qualcosa che ti entra dentro! Un video splendido che mi ha portato per mano in quei luoghi, facendomi entrare come un viaggiatore silenzioso in ogni frame! Grazie e auguri di Buona Pasqua anche se in ritardo! A presto

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  5. Se esiste un regalo di Pasqua, questo kasa è il più bel regalo che potevi farmi (ci-ti). Quando leggo una recensione scritta in questo modo (cioè a modo tuo) ho urgente necessità, come un tossicomane in astinenza, di andarmi a cercare e vedere subito il film. Da manuale la sequenza dell’esplosione, anticipata con assoluta sapienza e maestria da quegli attimi di tenerezza surrogate in parole non dette, come d’uso in quei momenti. Sulla storia non saprei dire ma Michael Mann ci ha abituato ad azioni su cui nulla si può dire se non ammirare passivamente (… e spesso a bocca aperta). Diciamolo, come il M° Mann forse nessuno sa raccontare Il bene e il male (o forse soltanto il male) in modo così innovativo. Come innovativo è l’autentico capolavoro piano sequenza digitale di J.T. Sing, la classica cherry on the cake, grazie kasa … Dio Santo sei guarito!!

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    • Difficile rispondere a tale tripudio di generosità nei miei confronti, Fed!
      Sono frastornato ed ovviamente anche inorgoglito, perché ti conosco
      e so che sei un lettore attento ed un esteta non estetizzante (conosci le forme delle cose e dei pensieri), quindi la mia autostima ringrazia sentitamente…
      Se per “guarito” intendi che continuerò a scrivere recensioni, questo si, senza dubbio, ma devo anche concludere nel modo prefissato l’esperimento di scrittura collettiva del Gathering (durante questi giorni pasquali mi sono arrivati dei pezzi scritti dagli altri blogger davvero incredibili ed ora preparerò la cornice in cui incasellarli…).
      Sono felicissimo di sentirti ed in fondo oggi siamo ancora in zona festiva e quindi gli auguri ci stanno tutti, anche da parte mia!!!

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  6. Ascolto di rado la musica italiana. Il mio non è snobismo, solo praticità, dal momento che i generi musicali che amo non hanno esponenti degni nota tra i gli italici musicisti.
    Ovviamente, essendo italiano, vivendo in Italia ed avendo per moglie una donna che – bontà sua – ascolta solo musica italiana, conosco molte canzoni italiane.
    Ho imparato così ad apprezzare Gianna Nannini, ho scoperto che Gianna è la canzone più brutta di Rino Gaetano, che a suo tempo Guccini e i Nomadi ci sapevano proprio fare, che Battisti e qualcosa di Celentano ci stanno sempre bene. Ho perfino riscoperto il primo Vasco (quello fino a Gli spari sopra, per intederci).
    Tuttavia continuo a disprezzare massimamente tutti quegli artisti che sono solo “voce potente” e null’altro: Giorgia, Laura Pausini, lo sfiatato che canta per i Negramaro (non ne ricordo il nome), Elisa, Bocelli, etcetera.
    C’è però un’eccezione, ha quasi 80 anni ma la sua voce farebbe venire la pelle d’oca pure se recitasse la cantilena di ambarabàciccìcoccò.
    MINA.

    Scoprii la meraviglia che si cela nella sua voce ascoltando un brano: OGGI SONO IO.
    Conoscevo la canzone, originariamente scritta e incisa da Alex Britti: mi faceva schifo. Poi arriva lei, prende il brano e lo interpreta a modo suo:

    Capolavoro.

    Ebbene, tutto questo preambolo per spiegare una cosa semplice: se Picasso si fosse messo a disegnare una cacca di cane ne sarebbe venuta fuori comunque un’opera d’arte, perchè talvolta la meraviglia non si cela nel soggetto bensì nell’estetica.
    Nel caso specifico di questo post, la cacca di cane è il film di Mann (anni fa disquisii sulla sua bruttezza), mentre l’estetica di Van Gogh è la penna di kasabake, capace di tramutare acqua in vino e pane in pesce, mostrando a me e a tutti che il bello si può celare anche dentro uno stronzo.
    Che meraviglia!
    kasabake, ovviamente, mica la fetecchia del film di Mann 😀

    PS: già ti ho scritto pochi giorni fa quanto anelassi un tuo post del genere. Leggerlo poi la prima volta il giorno di pasqua, tra le innumerevoli portate allestite da mia suocera, è stato doppiamente piacevole.

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    • Quanto ci assomigliamo…
      Non parlo dell’aspetto fisico, dell’età, della postura e nemmeno dei gusti culinari, musicali o letterari e forse non siamo molto simili nemmeno nel modo di approcciarci ai film ed alle serie televisive, no, parlo di qualcos’altro, di qualcosa che è difficilmente classificabile, una sorta di predisposizione filologica e rispettosa che abbiamo entrambi nei confronti di ciò o di chi reputiamo (in modo assolutamente arbitrario) degno di nota… ed ecco allora la nostra passione comune per preamboli enormi, che comprendano disamine complesse nelle quali ci preoccupiamo di descrivere non solo l’oggetto della nostra osservazione, ma anche il momento dell’osservazione stessa, il nostro stato d’animo in quel momento…
      Insomma, il nostro essere ermenàuti si declina nei commenti attraverso l’esplicazione più ampia possibile dell’idea di esaustività.
      Soffriamo entrambi di una sindrome adamoevica, simile all’horror vacui, dove il disagio insopportabile viene però scatenato non già da un non definito “vuoto”, ma più specificatamente dall’assenza nel nostro discorso di sufficienti riferimenti utili al nostro interlocutore…
      Io penso che potremmo felicemente essere tutti e due oggetto di studio da parte della dottoressa Louise Banks di Arrival
      Tutto questo solo per dirti che ti capisco e ti ringrazio.

      P.S. quando ho letto la prima volta l’incipit del tuo commento, per un gioco irrefrenabile di empatie, il mio pensiero è subito corso a questa scena del principe de Curtis in arte Totò, magnifico comico, geniale istrione ed attore indimenticabile di pellicole invece per lo più scadenti e prive di qualsivoglia valenza artistica se non quella di aver fatto da contenitore per il nostro mattatore:

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      • Parto dal fondo: confesso (ma senza vergogna) di non aver mai visto per intero un film di Totò.
        Ovviamente tante scene, qualche spezzone di film (chi non ha mai visto la scena in cui il Nostro vende la Fontana di Trevi?o quella del “votantonio votantonio…”?). Tuttavia mantengo questa lacuna e, con tutta la buona volontà, dubito che mai avrò tempo e voglia per colmarla.
        Benchè la mia indole si ribelli a questa verità, ormai sono abbastanza vecchio da capire da solo che non si può sapere tutto,. nos si può conoscere tutto, non si può coprire con lo sguardo il mondo intero e i suoi abitanti.
        Se solo esistesse perdavvero l’Aleph di Borges…

        Per il resto, ammetto che sarei lusingato dall’essere studiato: come tutti i pazzi, serbo la speranza di essere solo troppo intelligente da esser risconosciuto dai miei simili 😀
        Siamo ermenauti, probabilmente lo eravamo fin da dalla nascita, inconsapevoli espressioni di un sapere più grande di noi, più ALTO di noi, perchè la convinzione che il valore della SAPIENZA è strettamente correlato al METODO con cui è stata acquisita è qualcosa che penso di aver sempre saputo, come la naturale e atavica predisposizione ad essere mancino oppure destrorso.

        alla prossima, amico mio!!!

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        • Concordo su tutto ed aggiungo anche nel discorso specifico su Totò, che i suoi film non vanno assolutamente visti per intero o meglio è una cosa che si può fare, perché siamo liberi di farlo, ma la scarsissima qualità artistica delle pellicole nel loro complesso viene paradossalmente bilanciata dalla potenza comica dei singoli frammenti e delle singole gag.
          Giusto, quindi, come hai fatto tu, conoscere Totò solo per alcuni suoi momenti.
          Siamo nati ermenàuti o senza dubbio in un momento della nostra infanzia che non ricordiamo dobbiamo avere appoggiato la mano al monolite artefice dello scatto evolutivo dell’ermenàuticità…

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          • tra l’altro ricordo un’intervista (ma non l’intervistato, comunque uno che aveva lavorati ai film di Totò) nella quale veniva spiegato come molte di queste gag fossero assolutamente improvvisate: il regista lasciava fare, Totò ci metteva il talento e gli altri (bravi) attori gli andavano dietro.
            Tipo la scena in cui scrivono una lettera nacque così.
            Altri tempi, altro cinema, altro modo di fare arte.

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  7. Ho visto Blackhat solo qualche sera fa, quando ho visto che ci avevi scritto un altro post e mi sono reso conto che l’avevo fatto aspettare fin troppo. Considera che a casa ho anche un bluray del film che mi sono fatto prestare quasi un anno fa… Non so perché ci ho messo così tanto tempo. Me ne sono pentito subito, ovviamente. È stato amore a prima vista. Un film immenso, un thriller quasi spirituale per come trascina il suo protagonista in un viaggio che sembra più esistenziale che altro (ma sempre cinico e laico a livelli estremi), all’interno di un mondo metropolitano che è la vera ossessione di Mann, almeno da Collateral in poi. Le metropoli asiatiche in questo senso sembrano fatte apposta per lui: ancora non abusate dal cinema americano, ancora più cariche di luci, neon, umanità e indifferenza rispetto alle sparatorie e a tutte le altre cose assurde che accadono ai personaggi. Non sarebbe stato possibile fare lo stesso film girandolo solo negli States. E la tua riflessione è senza dubbio calzante, giusta e interessantissima. Se fossi un docente scolastico o universitario, indipendentemente dalla materia, mostrerei Blackhat a lezione, poi farei leggere a tutti questo tuo post e da lì aprire un dibattito infinito.

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    • Senza dubbio non potevi farmi complimento maggiore, stuzzicando l’animo da divulgatore non richiesto che è in me…
      Tra l’altro, come spesso capita nel mio blog, di cui da sempre tu sei generoso frequentatore, nemmeno n questo caso ho davvero fatto una vera recensione: avrei potuto dire molto di più su un film che considero anch’io davvero importante (Mann ci ha abituato bene da molto tempo), ma come faccio spesso, ho usato Blackhat come scusa ed esempio per parlare di altro, nello specifico il modo con cui spesso l’uomo medio occidentale (non l’osservatore profond, sia chiaro o lo stratega miltare o l’analista di borsa) vede l’oriente, restando affascinato dalle bizzarrie (tali per lui, chiaramente) esotiche e dalla diversità e non accorgendosi affato delle realtà sociali e culturali… eppure l’Oriente è da tempo già in mezzo a noi…
      Il film comunque è bellissimo e mi dolgo che sia stato incompreso (è vero quello che dice PizzaDog sulle stroncature con cui è stato accolto), come per altro accadde ad un altro grandissim film come Miami Vice (di cui il pubblico colse solo l’aspetto action e puerile della trama…), senza avvedersi che nessun film americano di poliziotti sarebbe più stato lo stesso da allora in poi…
      Sei sempre un grande signore, Zack…

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      • Blackhat raggiunge vette che non ricordo familiari a Miami Vice, però non lo vedo da una vita e potrei sbagliarmi.
        Comunque sì, perdonami se ho divagato dal contenuto reale del post (ben più alto e importante di un semplice film, nonché molto vicino ai miei studi universitari!), so benissimo che questa non era una recensione, ma una riflessione extra-cinematografica a partire da due delle scene più belle di questo film incredibile. Però, ecco, io il film l’ho visto di recente e quindi avevo troppo bisogno di parlarne bene…

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        • Il tuo commento, Zack, come capita sempre, ha alzato il livello di qualità di tutto il post, perché ogni tua osservazione trasuda amore e conoscenza per il cinema inteso anche come tecnica e non solo come narrazione di una storia.
          Inoltre, a differenza del contenuto stesso di un articolo, lo spazio commenti è esattamente il posto ed il momento dove fare digressioni su anche solo un aspetto minimo dell’articolo, quindi non solo non devi scusarti, ma devi anzi prendere tutti i miei ringraziamenti!
          Le scuse erano in realtà tutte nella mia risposta, perché leggendo le osservazioni puntuali che tu hai fatto, ero io ad essere rammaricato per non aver detto di più di un film che mi è piaciuto molto di più di quello che il post non mostrasse!
          Se ti capiterà invece di rivedere Miami Vice, come peraltro anche il primissimo film di Mann, tu, che sei un osservatore disincantato e non omologato al pensiero comune, troverai una valanga di spunti per il moderno cinema d’azione.

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  8. Visto l’anno scorso e ce l’ho ancora impresso nella mente. Strepitoso.
    Comunque, senza per forza addentrarci in una discussione troppo ampia, vedendo Blackhat (ma pensandoci vale per tutti i suoi film, compreso Thief) sentivo che sarebbe potuto spuntare fuori il Batman di Bale da un momento all’altro e non avrebbe stonato per nulla con tutto il resto. Questo giusto per sottolineare l’influenza enorme dello stile di Michael Mann, forse oggi diventato un vero e proprio genere cinematografico a sé grazie soprattutto al caro Nolan. Quindi sì, la figura di Mann è enorme e importantissima e non andrebbe dimenticata (questa è forse la pecca più grossa di tutta quella grossa fetta di critica che ha stroncato la sua ultima fatica).
    Ma è giusto anche ricordare che tra i film che hanno più ispirato Michael Mann (e anche Nolan in realtà), c’è senza dubbio il nostro amatissimo Blade Runner, non a caso citato magistralmente in questo tuo bellissimo pezzo.

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    • Non hai idea di quanto mi abbia fatto piacere questo tuo commento… penso infatti di aver manifestato più volte, in momenti non sospetti, la mia profonda stima nel modo con cui affronti criticamente sia i film sia le fiction, scostandoti spesso dal pensiero comune con guizzi a volte controcorrente…
      Considero il tuo plauso un vero onore.
      È davvero incredibile quanto sia stato sottovalutato questo film, su cui avrei di certo detto di più, se l’oggetto del post non fosse stato così laterale e tangenziale alla pellicola stessa (per me un scusa per parlare d’altro).
      P.S. Quanto è liberatorio che nello sviluppo della trama non ci sia il classico alternarsi del momento di diffidenza tra partner e del successiva momento di solidarietà/amore?

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