Echoes in My Mind: pop songs as voiceover

MIdnight-Cowboy-01Echoes in my mind, ci sono echi nella mia mente ed uno di questi si concretizza in questo indimenticabile opening, da un film leggendario e tra i più belli non solo del cinema americano del dopo guerra, ma della settima arte in generale, quel “Midnight Cowboy” (“Un uomo da marciapiede” nella versione italiana, con un più schietto riferimento alla tentata professione da gigolò del protagonista), sceneggiato dal mitico scrittore per il cinema Waldo Salt (autore di script che fecero scuola e proselitismo anche in Tv, come “Serpico”) e che nel 1969 mostrò il cinismo e la violenza di una metropoli nordamericana, sullo sfondo una vicenda di mercimonio dell’amore e del sesso, nella quale un regista tradizionalista ma potente quale Schlesinger declinò il fallimento dell’american dream di provincia, attraverso una messa in scena in cui amori omosessuali e scene di sesso e di stupro, anche se non esplicite, venivano rappresentate in modo così realistico come si era visto prima.

Il film in questione ha oggi soprattutto la valenza storica di aver lanciato per sempre nel firmamento hollywoodiano due mostri sacri della recitazione, quali furono Dustin Hoffman e Jon Voight, ma gli Echi di cui parlavo sono quelli della canzone “Everybody’s Talkin’”, altrettanto leggendaria, interpretata da Harry Nilsson, (divenuto celebre proprio grazie all’inserimento di questo brano nella colonna sonora del film) e scritta dallo schivo ed introverso cantautore statunitense Fred Neil, che vide la sua notorietà esplodere, suo malgrado, nella scena musicale ed artistica ruotante intorno al Greenwich Village nella prima metà degli anni ’70, oggi solo un cimitero di defunta cultura alternativa, frequentato da hipster barbuti e danarosi.

Everybody’s talking at me / Tutti mi stanno parlando
I don’t hear a word they’re saying / Non sento una parola di quel che dicono
Only the echoes of my mind / Solo gli echi nella mia mente.

People stopping staring / Le persone smettono di fissare
I can’t see their faces / Non riesco a vedere le loro facce
Only the shadows of their eyes… / Solo le ombre nei loro occhi…

Midnight-cowboy-02Quello di inserire lunghi segmenti filmici, senza dialogo, ma commentati dalle parole delle canzoni stesse, fu uno stratagemma che si cominciò ad usare nel cinema americano proprio nel periodo a cavallo tra i due decenni ’60 e ’70 e che allora furono anche considerati uno sperimentalismo di comodo, perché di fatto il testo delle canzoni non faceva altro che sostituirsi alla vecchia voce fuori campo dei film in bianco e nero, il cosiddetto voice over, che aveva la funzione di spiegare per l’appunto, in modo didascalico, allo spettatore cosa stava vedendo, dando certo maggiore forza poetica alle immagini, ma parafrasando anche ciò che per un pubblico poco avvezzo poteva essere altrimenti troppo complesso da decifrare solo guardando le immagini.

Non è notazione di poco conto, si faccia attenzione, perché è proprio in momenti come questi che nascono delle sintassi divenute moduli per Hollywood, riprese ed usate come pattern narrativi ed abituando il pubblico a questi linguaggi.

The-Graduate-01L’esempio certamente più alto e famoso di questo utilizzo di canzoni all’interno della struttura narrativa di una pellicola che non fosse un musical è senz’altro quello portato, due anni prima del nostro cowboy di mezzanotte, dal capolavoro di Mike Nichols, che nel lontano 1967 firmò la regia di “The graduate” (“Il laureato”), usando una direzione di scena innovativa e scaltra (almeno quanto il protagonista nella storia), sfruttando non solo stilemi fotografici accattivanti ed appositamente trasgressivi, ma narrando questa commedia attraverso una pesca sapiente nel bacino emozionale della contro-cultura giovanile, che in quegli anni stava montando la rabbia e la protesta contro il perbenismo borghese della famiglia tradizionale e che Hollywood saprà poi, insieme all’industria discografica, fagocitare ancora più furbamente nel decennio successivo, trasformando la protesta in un macchina da soldi.

The-Graduate-02Il sistema narrativo più astuto usato da Nichols fu proprio quello che allora i critici snob criticarono apertamente, ma che con gli anni si è rivelato l’unico elemento inossidabile della pellicola stessa ed ossia l’uso smisurato nel film delle canzoni del dinamico duo Simon & Garfunkel e fra tutte certamente eccellono, sia per bellezza sia per importanza scenica, le meravigliose “The Sound of Silence” e “Mrs. Robinson”, quest’ultima poi riscritta appositamente per il film (visto che all’inizio era intitolata e rivolta all’ex-first lady ed attivista politica Eleanor Roosevelt, indimenticato presidente della commissione Onu che nel 1948 promulgò a Parigi niente meno che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani).

Mi permetto di insistere su  questo film, per meglio approfondire la modalità con cui si svolge al cinema questo stratagemma narrativo e sintattico dell’uso di una canzone come sovrabbondante commento empatico, con due scene in particolare, entrambe caratterizzate dall’uso del medesimo brano, quel “The Sound of Silence” composto inizialmente nel 1965 e poi inserito nella soundtrack.

The-Graduate-03La prima (dove la canzone è stata usata in modo integrale) è la conosciutissima scena della piscina, oggi considerabile anche troppo retorica per i nostri gusti, con le immagini del protagonista abbandonato a prendere il sole in uno stato di totale ripulsa per qualsiasi forma di fatica fisica e mentale ed assieme anche strafottente: sono ormai parte dell’immaginario collettivo di almeno un paio di generazioni quelle immagini del giovane Benjamin Braddock, rampollo della middle class benestante (interpretato da uno straordinario Dustin Hoffman), mollemente sdraiato sul lettino gonfiabile, in mezzo ai riflessi di luce sull’acqua, passando di fatto dalle sedie a sdraio della piscina, al letto dell’hotel, dove consumava una relazione clandestina con la matura signora Robinson, moglie adultera del socio in affari di suo padre, ciondolandosi nulla facendo:

La seconda scena è invece la simbolica opening scene del film stesso (con riproduzione solo parziale del brano), dove incontriamo per la prima volta il protagonista, mentre arriva all’aeroporto di Pasadena, di ritorno a casa dopo aver concluso gli studi al college: Hoffman è dapprima fotografato in primissimo piano, all’apparenza solo, ma poi, dopo la zoomata all’indietro, scopriamo essere in aereo, ancora solitario, ma in mezzo alla moltitudine degli altri passeggeri, metaforicamente un corpo estraneo; quindi viene ripreso mentre va sul tapis roulant, immobile e serio, posizionato dall’operatore sulla destra dello schermo, lasciando libero a sinistra tutto lo spazio per i titoli di testa del film stesso (che in questo modo diventano parte della scena, con una lezione che fu portata agli estremi vertici dell’arte dal maestro di tutti i titolisti, Saul Bass), mentre viene letteralmente trasportato verso l’ingresso dell’aeroporto, dove stanno ad attenderlo i suoi genitori, ambasciatori di quel establishment nel quale Benjamin non è più certo di voler entrare e scomparire.

La drammaticità ed il pathos sia del testo sia della musica della canzone sembrano quasi creati apposta per sottolineare questa specie di tragedia invisibile, fatta di segni e gesti minimi, come il cartello che segnala “Do They Match?”: un tripudio di simbolismo pop che oggi fa decisamente sorridere, ma che mantiene un rigore della composizione del campo cinematografico che molti registi non hanno dimenticato:

Quando si parla di cinema statunitense, di musica e di canzoni, non dobbiamo mai ovviamente dimenticarci che gli USA sono la patria del musical e che sin dagli albori si sono creati continui cortocircuiti e giochi di scambio tra Broadway ed Hollywood (così come tra show televisivi e commedie cinematografiche), grazie ai quali tutte le più famose rappresentazioni teatrali di genere musicale sono state trasportate prima o poi sullo schermo, ma anche viceversa, musicando e ballando film nati per il grande schermo e che con la musica teoricamente non avevano nulla a che fare.

Into-the-woodsL’importanza del musical è immensa ancora oggi nella cultura e nell’industria cinematografica e televisiva statunitense, dove le contaminazioni con generi filmici completamente diversi sono frequentissime: basti pensare a due blockbuster milionari come “Into the Woods” del 2014 di Rob Marshall ed a “Les Misérables” del 2012 di Tom Hooper, tratti entrambi da rispettive commedie musicali teatrali oppure, andando più indietro, alla decade precedente, dove troviamo il bizzarro “Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street” del 2007 di Tim Burton, con un più ampio gioco di rifacimenti ed adattamenti da piéce de théâtre.

Sweeney-Todd-The-Demon-Barber-of-Fleet-Street-01Dobbiamo tuttavia, nell’economia del nostro discorso specifico sull’uso delle canzoni pop nei film, prendere subito le distanze da questo genere, poiché, mentre nel musical sia l’azione che la storia (generale ed anche dei singoli personaggi) vengono portate avanti contemporaneamente dalla recitazione, dalla musica, dal canto e dalla danza (in un unico fluido narrativo), in tutti gli altri generi cinematografici l’uso delle canzoni inserite a commento sono solo una parentesi per creare più enfasi, più pathos e più empatia, quindi, come tali, sono sempre e solo al servizio della narrazione filmica tradizionale.

saturday-night-fever-02Nel 1977 ci fu però un film che sbaragliò tutte le carte sul tavolo, proponendosi teoricamente come la versione cinematografica e musicale di una pseudo-inchiesta giornalistica del New York Magazine, nella quale Nik Cohn, curatore della rubrica  di musica rock della testata, aveva finto (ammise questo molti anni dopo) un reportage sulle notti in discoteca e la subcultura inerente quel mondo, ma diventando da subito un vero e proprio inno alla dance music in voga in quel periodo ed oltretutto creando il personaggio del ballerino italo-americano Tony Manero, ruolo che diede gloria internazionale all’attore ed uomo di spettacolo  John Travolta (imprigionandolo anche, tuttavia, in un cliché da cui riuscì faticosamente ad uscire, cosa che fece grazie soprattutto al ruolo altamente carismatico regalatogli da Tarantino in “Pulp Fiction”): sto chiaramente parlando di “Saturday Night Fever”, il film di John Badham, icona della cultura popolare dell’intero periodo storico, sopravvissuto al reaganismo ed al post-reaganismo.

saturday-night-fever-01Non mentiamoci: malgrado l’indubbio fascino di una commedia agro-dolce, dai risvolti sentimentali, che gioca smaccatamente con tutto il folklore di quella popolazione di terze, quarte e quinte generazioni di immigrati provenienti dall’Italia (oggi parleremmo di Jersey Shore people e di esaltazione del corrispettivo newyorkese della cultura dei coatti e dei tamarri di borgata) e benché di certo possa provocare un effluvio di nostalgia acritica in alcuni di noi, il film di John Badham è un’opera irregolare, con una storia fondamentalmente lacunosa, piena di leggerezze ed aritmie (come il personaggio del fratello prete e della sua conversione e riconversione velocissima), distonie macroscopiche nei toni e negli accenti (lo scherzo del finto suicidio ed il suicidio reale, quasi un monito, ma inutile) eppure è anche un film epocale e persino iconico.

Come può questa pellicola, ci si potrebbe chiedere, essere tutto questo?

Semplicemente perché, nonostante tutti gli svarioni e le ingenuità testuali, “Saturday Night Fever”  è una pellicola che stravolge lo spettatore per l’uso e l’abuso delle canzoni e della musica dance, presenti in una percentuale devastante nel minutaggio complessivo del film, nonché per la genuinità e l’immediatezza recitativa degli interpreti, ma soprattutto perché il ballo e la musica dance svolgono davanti allo spettatore un’azione salvifica che viene immortalata per sempre in tutta la sua forza quasi favolistica.

Le storie che si ritrovano, infatti, a vivere i personaggi del film sono accadimenti quotidiani, piccole scaramucce, disagi amorosi, duelli di testosterone tra bulli di rione (senza mai l’epicità, quasi metafisica, degli scontri tra gang, che fu immortalata da Walter Hill, due anni dopo, nel 1979, nel suo capolavoro “The Warriors – I guerrieri della notte”), pezzi di vita descritti e fotografati in modo quasi minimalista e tutti accomunati da due grandi temi di disagio giovanile: la volontà di fuggire dalla periferia verso la big city (Manhattan) e la difficoltà a concepire un rapporto evoluto con l’altro sesso, che non sia solo scoparsi una donna che la dia facilmente e sposarsi con un’altra che invece rimane illibata fino al matrimonio (la condizione femminile delle ragazze di Brooklyn negli anni ’70 aveva l’orologio decisamente indietro).

saturday-night-fever-03Tutte le tensioni, i conflitti e gli equivoci costruiti intorno a questi due temi, vengono però affrontati e risolti, quasi magicamente, dentro la sala da ballo, in quel mondo di dance music esaltante dove i limiti sociali vengono superati, le divisioni di classe infrante ed il muro d’incomunicabilità tra i due sessi abbattuto: Tony Manero è il campione di quel popolo di paria, dai gusti rozzi e famiglie in canottiera, che grazie al ballo ottiene il biglietto d’oro per recarsi nella grande città (tra l’altro, molti hanno dimenticato che lo stesso Woody Allen, cantore di una city in bianco e nero, molto urbana, liberal e radical, due anni dopo, con il suo “Manhattan” del 1979, omaggiò il film di Badham con un’inquadratura entrata nella storia e che è di fatto la versione speculare, sia sociale che visiva, della vita newyorkese aldilà del ponte).

Manhattan-01Ecco perché, in questo film, quell’uso abnorme di canzoni pop non è mai davvero ridondante o eccessivo, ma anzi diventa ritmico e melodico, quasi ipnotico, come una musica mantrica che trascina lo spettatore dentro la dimensione della pista da ballo piena di luci colorate, una sorta quindi di Mondo di Oz dove tutto è davvero possibile (sarà forse un caso, ma la discoteca dove si ambienta tutta la storia, nonché regno incontrastato del protagonista, si chiamava “2001 Odissey”).

Dal punto di vista tecnico, infine, ciò che gli autori furono in grado di compiere a suo tempo fu un vero miracolo: senza nessuno dei mezzi oggi a disposizione dei cameraman e dei direttori della fotografia (parliamo di quasi quarant’anni or sono!), Badham e la sua troupe seppero portare letteralmente in mezzo alla pista da ballo ogni spettatore, uomo o donna che fosse, facendolo ballare insieme a Tony e creando una moda che non è del tutto tramontata nemmeno adesso, tra revival, riscritture e citazioni varie.

Dopo un periodo di parziale abbandono dell’espediente narrativo delle canzoni pop usate come voiceover,  questa tecnica, a partire dalla fine degli anni ’90 in avanti, venne nuovamente usata  ed anche in modo molto frequente, sia nel cinema americano ed in parte in quello europeo (in questo secondo caso, più come meccanismo imitativo), ma con una nuova sensibilità rispetto al passato.

Thriller-Michaerl-JacksonNel frattempo, infatti, il fenomeno dei videoclip musicali (creati negli anni ’80 per promuovere le canzoni pop nelle chart) aveva dato vita ad una produzione cinematografica e televisiva parallela a quella tradizionale, nella quale, di fatto, si svolgeva un meccanismo opposto a quello visto nei nostri esempi cinematografici, poiché i registi dei video musicali creavano alla bisogna delle micro-storie a commento della canzone stessa, con sequenze a volte narrativamente legate al testo del brano ed altre invece completamente slegate e con una vita autonoma ed infine, in certi casi, anche solo simboliche.

Solo come esemplificazione dell’altissimo livello produttivo che si raggiunse in quegli anni, vi propongo di seguito una sorta di cyborg mediale ed ossia la rara movie version da 17 minuti di “New Moon on Monday”, girata da Brian Grant nel 1984, come versione estesa del videoclip originale realizzato per il singolo della band inglese Duran Duran, entrata di diritto nella storia di questa particolare e specialistica forma d’arte, proprio per i loro video innovativi e creativi (impossibile dimenticare la loro collaborazione con l’australiano Russell Mulcahy, che diresse videoclip come quelle per “Rio” e per “The Wild Boys”):

Mescolando il vecchio uso delle canzoni pop in un film (già esaminato prima), con l’esperienza narrativa e coinvolgente dei videoclip (in cui in pochi secondi vengono condensati tantissimi messaggi e tantissime emozioni, giocando su montaggi frenetici o enfatizzati e su una fotografia dai colori saturi e filtrati), nacque nel cinema americano l’idea di aggiungere al film delle vere e proprie clip musicali, in cui il commento sonoro creava una sorta di immaginazione laterale indotta sullo spettatore,  che viveva così in modo sincronico gli echi delle sue pop-star, delle proprie emozioni intime provate per quella canzone e per quelle condivise della scena narrata sullo schermo: tutta la finzione divenne sovrabbondante ed ovviamente ancora più artificosa, ma anche molto più glamour (Hollywood potrebbe rubare le parole che Tony Stark dice in Avengers: Age of Ultron: “I just pay for everything and design everything, make everyone look cooler”).

Conseguenza immediata fu lo sdoppiamento della tradizionale soundtrack di un film, da un lato nella tradizionale traccia musicale (composta per l’occasione da un musicista) e dall’altro in una playlist di successi pop, dove canzoni di artisti famosi vengono cannibalizzate dalla pellicola stessa, fondendosi, anche nella memoria collettiva del pubblico, in un unico veicolo emozionale.

Top-Gun-Goose-Bar-sceneIl genere cinematografico che per primo s’impadronì di questa tecnica di suggestione narrativa, tanto da farla diventare un suo vero e proprio segno distintivo, fu quella della commedia sentimentale, categoria nella quale alcuni grandi successi di pubblico hanno persino modificato il significato primigenio di alcune famose canzoni, adattandole per sempre a quello specifico film, come fu per la fortunata pellicola del 2001 “Serendipity”, stralunato gioco di rincorse amorose ed infantilmente magiche, attraverso una New York City di pochissimo ante 9/11 (tanto che, in fase di post-produzione, gli autori dovettero togliere digitalmente le Twin Towers da tutte le varie skyline in cui apparivano): nella celeberrima scena finale sulla pista di pattinaggio sul ghiaccio, quando Jonathan (il quasi sempre insulso John Cusack) rincontra finalmente Sara (la sempre troppo bella Kate Beckinsale), per commentare questo magico happy end viene usata la bellissima e malinconica “Northern Sky”, canzone composta e cantata trent’anni prima dal musicista folk Nick Drake sotto l’effetto dell’hashish, droga che usava regolarmente come anestetico per la sua depressione cronica e per una forma devastante di agorafobia, che l’ha tenuto bloccato nel suo appartamento fino alla sua morte, avvenuta per overdose di antidepressivi… proprio un tipo da lieto fine, non c’è che dire!

Potremmo fare tonnellate di esempi di canzoni nei film, a volte biecamente usate solo come propaganda pubblicitaria per quel cantante o quella band, a volte invece raffinati esempi di multimedialità empatica, in cui la canzone diviene musica diegetica, ossia quando fa parte dell’andamento narrativo stesso, passando da semplice colonna sonora a momento attivo nel film, coinvolgendo attori e personaggi, transitando dall’interprete al sottofondo musicale e viceversa (come, ad esempio, quando in una scena di un film sentiamo una melodia a commento di un personaggio che cammina per strada, ma poi, quando questi entra in casa, la musica cessa e viene sostituita dai dialoghi e dai rumori di fondo, per poi ritrovare la stessa musica che esce dalle cuffiette che il personaggio portava mentre passeggiava), in un gioco raffinato che ha il principale scopo non di vendere un prodotto ma di ampliare le percezioni dello spettatore.
Peyote per il pubblico, si direbbe e non è uno slogan!

Diegetic-Music-in-Star-WarsGrandi cineasti usano spessissimo nei loro film questo sistema nobile ed elevato di creazione di una texture di impulsi legati empaticamente fra loro e non posso non citare l’uso straordinariamente consapevole che ne ha fatto anche Sorrentino nel suo film “Youth”, dove tutto è forma che cerca di elevarsi a sostanza, riuscendoci anche parzialmente, a cominciare proprio dalla splendida sequenza di apertura, dove il campo filmico è tutto dedicato al profilo in tre quarti di Helen Rodgers (bravissima leader vocalist dei The Retrosettes, eclettica band musicale di Manchester specializzata in vintage cover) che canta il brano “You Got The Love” (cover dell’omonimo brano dei The Source & Candi Staton) , mentre sullo sfondo il batterista, completamente fuori fuoco, bilancia in modo garbato l’inquadratura, creando una scena che sarebbe stata perfetta, se l’eccessiva lunghezza dello spazio filmico dedicato alla band stessa non avesse superato il limite temporale, entro il quale aveva già raggiunto la sua utilità e la sua bellezza, tracimando invece, anche se di poco, nella superbia e nella ridondanza estetizzante:

Aldilà del tappeto sonoro orchestrato da David Lang, autore delle musiche, questo film si avvale di molteplici canzoni pop, distribuite sapientemente in tutta la sua lunghezza, come il brano dance “She wolf (Falling to pieces)” di David Guetta, ascoltato dalla massaggiatrice (ruolo interpretato dalla giovane attrice bosniaca Luna Mijovic, che dona una bizzarra delicatezza ad un character lunare, per il quale il contatto corporeo è migliore di qualsiasi dialogo verbale), fino alla scena madre, musicalmente parlando, con l’epica esibizione della straordinaria soprano coreana Sumi Jo, che in tutta la sua potenza scenica, accompagnata dalla divina violinista Viktoria Mullova e dall’orchestra delle BBC, interpreta il brano vincitore del Donatello 2016 “Simple Song # 3”, scritto proprio da Lang per il film e che nella trama contraddistingue il ritorno sulle scene del direttore d’orchestra e compositore a riposo Fred Ballinger (interpretato dal carismatico Michael Caine).

Ritornando al millennio precedente, quando si parla di canzoni che entrano a gamba tesa nella struttura lessicale di un film, non si può non pensare all’incredibile carrellata laterale (non un vero piano-sequenza, ma un long shot se vogliamo essere pignoli) con cui il cineasta francese Leos Carax riprese lo stralunato personaggio di Alex (ruolo dell’attore Denis Lavant), mentre correva a perdifiato, sbracciando e scalciando in modo apparentemente disordinato, per sfogare le sue pulsioni e tensioni amorose, sotto le note trascinanti della grandiosa “Modern Love” del compianto David Bowie, nel suo secondo lungometraggio, decisamente post-moderno, “Mauvais Sang” (in Italia distribuito come “Rosso Sangue”), da lui scritto e diretto nel 1986.

E’ proprio con questa bellissima sequenza che mi piace concludere questa mia lunga digressione, augurandomi con tutto il cuore che ognuno di voi possa condividere, con me e con gli altri che leggeranno questo post, i loro echi personali, i loro film pieni di canzoni e le loro suggestioni.
Arrivederci ed arrileggerci!


In questo post abbiamo parlato dei seguenti film:

The graduate”, USA, 1967
Sceneggiatura di Calder Willingham e Buck Henry dal romanzo omonimo di Charles Webb
Regia di Mike Nichols, con Anne Bancroft, Dustin Hoffman e Katharine Ross

Midnight Cowboy”, USA, 1969
Sceneggiatura di Waldo Salt, dal romanzo omonimo di James Leo Herlihy
Regia di John Schlesinger, con Dustin Hoffman e Jon Voight

Saturday Night Fever”, USA, 1977
Ispirato all’inchiesta “Tribal Rites of the New Saturday Night” di Nik Cohn
Regia di John Badham, sceneggiatura di Norman Wexler

Mauvais Sang”, FRA, 1986
Scritto e diretto da Leos Carax
Interpretato da Michel Piccoli, Juliette Binoche, Denis Lavant ed Hans Meyer

Serendipity“, USA, 2001
Soggetto e Sceneggiatura di Marc Klein
Regia di Peter Chelsom, con John Cusack e Kate Beckinsale

Youth”, ITA, 2015
Scritto e diretto da Paolo Sorrentino
Interpretato da Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz e Paul Dano


Abbiamo anche citato le seguenti canzoni:

The Sound of Silence
Scritta ed eseguita da Paul Simon e Art Garfunkel, USA, 1965
Singolo, Columbia Records

Mrs. Robinson” (prima “Mrs. Roosvelt”)
Scritta ed eseguita da Paul Simon e Art Garfunkel, USA, 1967-1968
Original Soundtrack del film “The Graduate” Singolo, Columbia Records

Everybody’s Talkin’
Scritta da Fred Neil ed interpretato da Harry Nilsson, USA, Agosto 1969
Secondo singolo estratto dall’album “Fred Neil”, Capitol

“Northern Sky”
Scritta ed eseguita da Nick Drake, USA, 1970
Nona traccia dell’album “Bryter Layter“, Island

Modern Love
Scritta ed interpretata da David Bowie, GBR, 1983
Prima traccia dell’album “Let’s dance” (15° dell’artista britannico)

New Moon on Monday
Scritta ed interpretata dai Duran Duran, GBR, 1984
Seconda traccia dell’album “Seven and the Ragged Tiger” (3° della band)

You Got The Love” (cover version, 2015)
Inizialmente scritta nel 1986 dalla band The Source assieme a Candi Staton
Rifatta dal gruppo The Retrosettes Sister Band per la soundtrack del film “Youth

Simple Song # 3
Scritta dal compositore David Lang ed eseguita dal soprano Sumi Jo nel 2015
Estratta dalla colonna sonora del film “Youth


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60 pensieri su “Echoes in My Mind: pop songs as voiceover

  1. Aaah “Un uomo da marciapiede” un film magnifico, con un finale emozionante.

    Una canzone che ancora oggi mi continua a girare in testa è “Aimee Mann – Wise Up” in quel capolavoro di P.T. Anderson “Magnolia”, non ti nascondo che mi emoziona ogni volta…lacrime, ma tante.

    Per non dimenticare, come potrei!!, la canzone che mi ha fatto venir la pelle d’oca, ancora oggi quando la canticchio nella mia testa mi emoziono…”Rebekah del Rio – Llorando” in Mulholland Drive il capolavoro assoluto della storia del cinema, il maestro dei maestri David Lynch, che chissà come mai non fa più un film, intanto gente ignobile come Bay e Webb sfornano film insulsi.

    Ti prego Lynch torna…mi manchi tanto!!!

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    • Grandissimo! Perdona il ritardo con cui ti rispondo, ma continuo ad avere problemi di notifica dei commenti da parte di Word Press… mi sono accorto ora, mentre stavo rispondendo in modo logorroico ad un altro blogger, più giù, del tuo contributo di enorme cortesia e tra l’altro, pazzescamente simile al mio! Entrambi citiamo David Lynch ed anche lo stesso film!!!
      Come manca anche a me!

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      • Maestro non si preoccupi, lei è anche un uomo impegnato, non si vive solo di “realtà” virtuale.

        Proprio ieri sera ho visto il film “A bigger Splash” di Guadagnino, film meraviglioso, con Tilda Swinton (attrice immensa) e Ralph Fiennes pazzeschi.

        C’è una scena in particolare che mi è rimasta impressa, quando cantano (c’è ne sono molte di scene dove cantano, ma questa mi è rimasta nella mia mente, grazie alla bravura stratosferica dei due.)

        Ti lascio il link, magari ti vien voglia di guardalo, merita davvero.

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        • Concordo moltissimo sulla spaventosa bravura dei suoi interpreti (tutti azzeccati, compreso, per assurdo, il pseudo maresciallo Rocca interpretato da un corrosivamente e rischiosamente caciarone Corrado Guzzanti).

          Questo che hai intelligentemente portato è un perfetto esempio di quella musica pop che s’inserisce come voiceover nel testo filmico, pur se all’interno di un film che gioca tantissimo sull’invisibilità della narrazione: certamente questo tipo di messa in scena, originalissima e creativa, è una boccata d’ossigeno per il nostro cinema, ma la specifica pellicola ha secondo me dei problemi di tenuta di comprensione del ritmo sul finale, troppo arrogantemente pieno di alterità ed all’apparenza quasi girato contro voglia, quando invece è una raffinata sciabolata al tradizionalismo stantio.

          Pensa, che il mio primo pensiero, quando vidi il finale sconvolgente del film di Guadagnino, è andato al meraviglioso “Zatoichi” di Kitano, a quella scena di ballo in cui rimette sul palco tutti i suoi personaggi, con uno sberleffo che ha lasciato a suo tempo senza parole più di un critico parruccone.
          Girare film così certe volte paga, ma altre volte ti seppellisce!

          Il pezzo di karaoke che hai inserito è splendido e la Tilda è un regalo della natura per noi spettatori, anche quando fa parti da trasformista come nel gioiello di Wes Anderson “Grand Budapest Hotel” o nel blockbuster metaforico “Snowpiercer” di Bong Joon-ho.

          Ho avuto davvero fortuna ad incontrarti, grazie ad una coincidenza del destino che mi continua a regalare delle coincidenze fenomenali: stavo scrivendo un piccolo post sulla sequenza di riconoscimento materno del piccolo demonio nel film di Polanski, quando ho letto il tuo pezzo a dir poco esemplare, tanto che non ho più sentito il bisogno di scrivere null’altro, perché è davvero sufficiente leggere quanto hai scritto tu!
          Ora riprenderò invece un discorso sulla scena del crimine ante-litteram, partendo da una mirabile sequenza del capolavoro felliniano de “La Dolce Vita” ed anche questo lo scriverò grazie al tuo stile mirabile e non sto esagerando!

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          • Maestro scusa se riposto lo stesso commento, ma WordPress fa un po’ come vuole…e non si capisce se ti è arrivato o no il commento, io provo ha rimetterlo. Se trovi il doppio cancellalo pure, se invece lai letto e non ti andava di risp. Le chiedo doppiamente scusa.

            Sono d’accordo con te, tutti gli interpreti sono azzeccati…anche la signorina Dakota, che fino all’altro ieri non potevo vedere (mi stava sulle palle, solo per aver girato quel pessimo film di cui non faccio il nome, ma credo che tu abbia capito del titolo in questione) se continua così entrerà di diritto tra le mie attrici preferite, il percorso è ancora lungo…vedremo.

            Concordo anche sul finale, forse troppo sbrigativo…la frecciatina al sistema italiano e sul problema dell’immigrazione arriva: la Sicilia (ovvero l’Italia) non può far tutta da sola, bisogna che l’Europa ci dia una mano, che comincino anche loro ad ospitare le persone.

            In Elysium (film sottovalutato) del signor Neill Blomkamp, ci aveva preso, invece che aiutare la gente, ospitandoli su Elysium, i potenti se ne fregano e arrivano anche a uccidere pur di non farli entrare.

            Esempio di Elysium è l’Austria…che pur di non accogliere gli immigrati cosa fa?? costruisce i MURI!!, roba da galera.

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            • Effettivamente ultimamente sto avendo dei grossi problemi anch’io con Word Press ed il suo servizio di notifiche, al quale però aggiungo una mia particolare disattenzione per via del famoso trasloco che mi sta assorbendo in modo pesante, compresi i lavori di piccola ristrutturazione a cui stiamo sottoponendo l’appartamento dove andremo a vivere…

              Il tuo commento, dunque, non l’ho visto la prima volta, ma la seconda che lo hai postato si ed è veramente fantastico il parallelo che hai fatto con l’Austria, così vero e così sentito: come hai scritto giustamente, dopo il successo planetario del primo (bellissimo, per altro) “District 9”, il secondo film di Blomkamp è passato in sordina, malgrado una messa in scena elaboratissima ed un messaggio anche molto lineare e semplice, ma forse troppo libertario per un America che rischia seriamente di incoronare un fascista di comodo come Trump (e sottolineo “di comodo”, perché non ha nemmeno la potenza demoniaca del dittatore ma solo l’ingordigia e l’utilitarismo di un feudatario vecchio stampo…

              La cosa bella è che anche prima di questo nostro scambio di battute ho sempre usato il titolo del film Elysium per indicare, sia nei miei commenti che nei miei post, un certo stato di cose e lo userò di nuovo nel mio post su “La Dolce Vita” quando parlo della villa di Steiner…

              Lo so che apparentemente non c’entra nulla, ma c’è un altro film recente che a mio avviso, malgrado il soggetto apparentemente lontano anni luce, parla degli States molto più di quanto non si pensi ed è il per me stratosferico “Sicario” di Villeneuve…
              Buona serata amico!

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  2. The sound of silence è presente anche in una scena molto significativa del film Bobby. Che tra l’altro è uno dei miei film preferiti.
    Riguardo a Woody Allen, mi considero un suo fan, ma sono abbastanza obiettivo da ammettere che è molto discontinuo. E’ un uomo costantemente in bilico tra genialità e pazzia, e quindi la qualità dei suoi film dipende molto dallo stato d’ animo in cui si trova quando li scrive e quando li gira: quand’è in forma ti spanci dalle risate, quando non è in vena i suoi film sono quasi inguardabili.
    Io sono un fan di Woody Allen piuttosto atipico, perché nel filone degli inguardabili ci metto anche alcune delle sue pellicole più amate, come “Io e Annie” e “Hannah e le sue sorelle.” Mentre invece altri film bistrattati anche dai suoi fan più accaniti, come “To Rome with love”, io li ho adorati profondamente.
    Riguardo a Kate Beckinsale, ti consiglio caldamente un suo splendido film: Stanno tutti bene. Lo considero uno dei pochissimi capolavori usciti negli anni 2000. E anche gli anni 10 non stanno messi meglio: siamo già al 2016, e di capolavori ne ho visti soltanto uno (Tutto può cambiare).
    Tra l’altro, per tornare al tema dell’articolo, la colonna sonora di quel film fu curata niente meno che da Paul McCartney. Tra le varie tracce composte per quel film, la mia preferita è di gran lunga questa:

    Tra l’altro, neanche sapevo che esistesse un video per questa canzone: al massimo speravo di trovare un “fan made video” (o “video with lyrics”), in cui abbiamo la canzone in sottofondo e come video una serie di diapositive con su scritto il testo della canzone. Kesha, artista geniale come poche, ha portato l’arte del “video with lyrics” ai massimi livelli:

    Comunque, per me il miglior esempio di fusione tra musica e film rimarrà sempre questa splendida scena:

    Nota off topic: la settimana scorsa ho visto un film intitolato Dawn Rider. E’ il remake di un film di John Wayne (“Cavaliere all’alba”), quindi puoi immaginare con quanta severità mi sia accostato al film. Ebbene, contro ogni aspettativa Dawn Rider ha superato l’esame a pieni voti. Ci è riuscito perché ha saggiamente conservato tutto ciò che rendeva così meraviglioso il plot originale: amori proibiti, amicizie tradite, e una serie di colpi di scena davvero geniali. Se vuoi vederlo, eccolo qua:

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    • Quando si parla con te di Musica, Wwayne, so di sfondare una porta aperta… tra l’altro mi scuso anche con te per non aver visto prima il tuo gentilissimo commento, come solito ricco di spunti anche off topic (il nostro pane!).
      Lietissimo che tu consideri un gran film la bellissima commedia “Everybody’s Fine” (una volta tanto tradotta per bene!) con la brava e bella (tanto bella!) Kate Beckinsale…

      Su Woody Allen ho lo stesso rapporto, con alti e bassi ed addirittura anche all’interno dello stesso film, con scene che ho amato e considero di portentosa intelligenza ed altre che me lo rendono insopportabile… Debbo dire comunque che è un autore che si sa muovere su molti generi cinematografici, mantenendo sempre un grande rigore stilistico e dando comunque spazio agli attori per esprimersi al meglio (non sono mai marionette in mano ad un despota nevrotico…).

      Grazie ancora, amico e scusa seriamente il silenzio fino ad ora!

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    • Mentre leggevo il tuo commento, ho avuto un vero e proprio brivido quando hai citato il film con Christian Slater del 2012… io mi ero persino rifiutato di cercarlo, proprio perché mi spaventava l’apparente inutilità dell’ennesimo remake di un western così vecchio (cavoli, il film con Wayne era degli anni ’30…) e poi c’era Slater che non mi è mai sembrato ‘sto gran che… Poi è accaduto che mi sono rivisto il Robin Hood con Costner, in cui Slater interpreta la parte interessante del fratello bastardo di Robin e l’ho rivalutato… dopo ancora ho visto tutta la prima stagione di Mr. Robot, una fiction davvero “lunare”, anomala, senza spettacolarismi e molto giocata sulla diversità del protagonista autistico non grave ed anche qui Slater, deuteragonista dello show, fa una grande parte… Adesso poi arrivi tu, guru indiscusso del genere western e mi parli bene di questo remake… ok, è arrivato il momento di vederlo… grazie per il link al Tubo che userò se non riuscissi a trovarlo nei soliti siti che uso per scaricare film che altrimenti non vedrei al cinema…

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      • Slater è senza dubbio un bravo attore, la cui carriera non è mai decollata per 2 motivi:

        1) In gioventù venne additato come erede di Jack Nicholson, il peso di questo paragone lo schiacciò e quindi per lui non è mai avvenuta un’ascesa in stile Ryan Gosling.
        2) Ha una faccia da stronzo: a meno che tu non abbia (appunto) il talento di Jack Nicholson, questo ti impedisce di avere accesso ad un sacco di ruoli. I registi non pensano a te come protagonista buono, come amico del protagonista nemmeno, non ti prenderanno mai per fare coppia con la ragazza della porta accanto in una commedia romantica… insomma, Slater è inadatto alla maggior parte dei ruoli tipici dei film americani, e anche questo ha frenato non poco la sua carriera.

        Tra l’altro, proprio perché ha una faccia più da cattivo che da buono, ritenevo molto rischiosa la scelta di affidare a lui il ruolo di John Wayne, che era il personaggio eroico per eccellenza. Alla fine invece Slater si è rivelato una scommessa vinta: grazie al suo talento, è riuscito a catalizzare l’attenzione dello spettatore anche nelle parti in cui condivideva la scena con un signor attore come Donald Sutherland.
        Non ho visto Robin Hood e Mr. Robot, ma anche per me Slater non era una faccia nuova: l’avevo già visto in Bobby, Assassins Run e Jimmy Bobo. Sul primo mi sono già espresso; gli altri 2 sono degli onesti action movies, che non raggiungono le vette di titoli come Commando o Escape Plan, ma sono comunque perfettamente godibili.
        Grazie mille per i complimenti (ricambiatissimi) e per la risposta! 🙂

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        • Sei un grande Wwayne, perché non ti imiti a mai a dare solo giudizi (a volte anche terribilmente caustici e spesso senza appello), ma ne motivi sempre le ragioni: ciò che disprezzi è tale perché aggiunge alla disgrazia estetica una connotazione etica, così come ciò che ti annoia o ti turba eccessivamente, viene da te delineato nei suoi contorni di disonestà intellettuale (un plagio, una millanteria, un gesto di arroganza o di superbia cinematografica); da tutto questo ne deriva sempre una presa di posizione non partigiana ma di petto su questioni però che hai analizzato anche a costo di guardare con disgusto cose che non avresti voluto.

          Questo è sempre il giusto approccio, perché anche quando portasse a posizioni e giudizi finali differenti (legati a quel punto a davvero diversi gusti), il tuo approccio è condivisibile e fonte di discussione ermenàutica.

          Ciò che hai detto su Slater, ad esempio, sono constatazioni personali ma estremamene acute ed anche non ovvie e questo mi ha portato addirittura a rivedere mie posizioni pre-costituite, mica poco!

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          • Il fatto di motivare i miei giudizi penso che sia una deformazione professionale. Sono un professore, e quando correggo un compito accanto al voto metto sempre una dettagliata spiegazione del perché sia uscito fuori quel numero su una scala da 3 a 10. Questa giustificazione del mio voto spesso diventa anche una forma di persuasione: attraverso ciò che scrivo, convinco l’alunno che il mio giudizio è corretto, e che lui deve migliorare su questo o quell’aspetto.
            Prima che me lo facessi notare tu, non avevo mai fatto caso al fatto che quest’abitudine di motivare i miei giudizi me lo porto dietro anche nella vita. Di conseguenza ti ringrazio non soltanto per i complimenti, ma anche per avermi fatto scoprire qualcosa in più di me stesso. 🙂

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            • So che non c’entra nulla con quello che stavamo dicendo, ma mentre cercavo una colonna sonora pe ri miei lavori di trasloco, mi sono imbattuto in questa cover, a mio avviso gradevolissima, di un brano che so essere piaciuto ad entrambi, con il quale ti saluto e ti auguro buon week-end:

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              • Jasmine Thompson si è fatta notare su Youtube proprio grazie alle sue cover. Poi ha fatto anche un inedito di successo, e da lì la sua carriera ha subito un’impennata.

                Comunque, per me la miglior cover di sempre rimarrà sempre questa:

                Ti dirò che ultimamente seguo soprattutto la musica italiana, che negli ultimi anni avevo decisamente trascurato. Quando sono tornato ad ascoltarla in modo approfondito, ho scoperto che la nostra scena musicale ha subito un grosso cambiamento, e in meglio. Cesare Cremonini è diventato un cantautore straordinario, Luca Carboni è tornato a livelli che non raggiungeva dai tempi di LU*CA (2001), Jovanotti e Ligabue sono le solite certezze… insomma, la naturale inclinazione artistica degli italiani continua a dare ottimi frutti, anche se in campi molto diversi da quelli in cui si cimentarono Michelangelo e il Botticelli. 🙂
                Ti rispondo con questo ritardo perché per l’intera giornata di ieri WordPress mi ha impedito di postare commenti. Penso che sia perché tendo ad inserire molti link, e quindi mi aveva preso per uno spammer. Era già successo in passato, e in quel caso l’embargo era stato ben più lungo: un mese e mezzo. Ovviamente in quel lasso di tempo le visualizzazioni del mio blog crollarono, perché purtroppo su WordPress funziona così: devi commentare su altri blog per avere visibilità, e basta stare due giorni senza farlo che già cadi nel dimenticatoio.
                Ah, dimenticavo! Anche nelle mie letture fumettistiche, solitamente a stelle e strisce, ho recentemente riscoperto un vecchio amore nostrano: Lupo Alberto. Ho comprato i numeri di Aprile e di Maggio, e mi hanno fatto spanciare dalle risate. Silver riesce a far ridere tutti i mesi da decenni, e questo la dice lunga sul suo talento.

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                • Io invece latito come non mai da WordPress e speso debbo davvero costringermi a commentare quello che gli altri scrivono non solo sui loro blog. ma anche sul mio!
                  Poi, ci sono casi in cui, anche se fatto tardi il commento diventa un piacere da scrivere, come per i tuoi, dove ci scambiamo informazioni ed emozioni tra le più variegate, dalla musica al fumetto..

                  Adoro Silver ed adoro Lupo Alberto, che seguo sin dagli esordi su Eureka.. Ancora oggi resto allibito dalla capacità che Silvestri ha sempre avuto di scherzare su argomenti per allora terribilmente spinosi… questa è una della tavole che ho più amato e che risale al lunghissimo ciclo della fuga di Alberto alias Beppe e la Talpa in città…

                  Lupo Alberto

                  Tra l’altro, sul discorso Word Press, sono andato a controllare ed effettivamente in data 3 giugno, nel mio cestino dello SPAM c’era andato a finire un tuo commento, fortunatamente da ripostato il giorno successivo!!

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                  • Lo vedi? WordPress ha ripreso a boicottarmi! E infatti, dopo aver subito l’ennesimo embargo, ho notevolmente ridotto la quantità dei miei commenti in giro per WordPress: un terzo esilio lo digerirei molto male.
                    Molto bella la vignetta che hai postato. Le mie preferite di Silver, oltre a quelle in cui analizza la società moderna, sono quelle in cui Mosè insegue Lupo Alberto: gli epiteti che il povero lupo è costretto a subire ogni volta sono sempre esilaranti! 🙂
                    Colgo l’occasione per segnalarti che ho pubblicato un nuovo post: https://wwayne.wordpress.com/2016/06/05/i-10-film-che-ho-visto-con-quattro-gatti/. Spero che ti piaccia! 🙂

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                    • Scherzi? L’ho letto subito è che con la storia del trasloco non riesca fermarmi per più di pochi minuti e non sono ancora riuscito a commentarlo a dovere… anche perché lo sai, io non riesco a dire solo “bello” o “brutto” ma devo scrivere di me, di cosa penso, di che emozioni mi ha creato e blà, blà, blà…

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                    • Prenditi tutto il tempo che vuoi: so che i tuoi commenti sono sempre molto elaborati, e quindi è legittimo che tu non possa fornirmi il tuo contributo il giorno stesso della pubblicazione.
                      E poi, come hai detto tu, meglio metterci di più ma scrivere un commento articolato piuttosto che commentare subito, ma liquidare la questione in 3 parole.
                      Ho visto però che un mini – intervento preliminare l’hai già fatto: corro a risponderti! 🙂

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  3. Wow, sei un fiume in piena e la tua sconfinata conoscenza e competenza toglie letteralmente il fiato. Ho visto con immenso piacere che i tuoi “echi” somigliano molto ai miei, sarà per l’età?
    Hai concluso l’articolo alla grande con quella perla di “Modern Love” di Bowie sulla sequenza del film con Levant (film che in realtà non ho visto ma che corro subito a cercare). Scena che considero formidabile alla pari di una tra le più belle che ora mi viene in mente, ovvero quella su “Notthing Hill” quando Hugh Grant cammina sulla market street, del famoso quartiere londinese, sulle note di quel capolavoro di Bill Withers “Ain’t no Sunshine” e il tempo (del film) che scorre con il passare delle stagioni in un impossibile piano sequenza.
    Tutto questo grazie a grandi regie e consulenti musicali che ritengo (quando si esprimono in tal senso) dei maestri assoluti, perché innanzitutto hanno una conoscenza infinita della materia e in più la capacità di fondere le emozioni della musica applicata alle immagini.
    Soltanto una piccola precisazione su Nick Drake, anima pura e sicuramente non adatta a questo mondo. Seppure malinconica “Northern Sky” fu scritta nel 1969 per un trovato amore. Mai credere ai detrattori …
    Con grande stima e simpatia 😉
    Fed

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    • Ancora una volta mi ritrovo a ringraziarti a braccia aperte per le bellissime parole che spendi sempre nei miei confronti, ma andiamo subito alla tua precisazione, perché mi intriga moltissimo… non è una sola biografia, infatti, a narrare dei problemi di tossicodipendenza del bravissimo cantautore, così come della sua fine troppo anticipata, quindi, se tu sai che non le cose non stanno così, è importante, perché allora tutto apparirebbe sotto una nuova luce: ciò che intendo è che nessuna delle biografie che ho letto diminuiva in alcun modo il talento straordinario come musicista ed artista, ma praticamente tutte concordavano sul disagio e l’agorafobia latente che teneva sotto controllo standosene rinchiuso in casa e narcotizzandosi… Se tutto questo fosse sbagliato, ne sarei enormemente lieto e non vedo l’ora di sapere di più da te, dico sul serio!!
      Tra l’altro non è la prima volta che, per colpa di fonti rivelatesi inaffidabili, ho dovuto cambiare un mio testo, quindi ben vengano le correzioni!!

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      • Tutto corrisponde al vero ma Northern Sky non fu scritta sotto i fumi dell’hashish e “dedicato” ad esso come ipotizzava (per quale oscura ragione non è dato sapere) il suo biografo, mi sembra Dann.
        I problemi di Drake inclusi quelli di tossicodipendenza vennero alla luce molto tempo dopo (anni) a seguito dei reiterati insuccessi dei suoi album (ossia delle vendite) riconosciuti come capolavori solo negli anni ’80.
        Nick Drake componeva con accordature aperte e questo era un altro dei problemi che gli impedivano di esibirsi in pubblico con scioltezza e semplicità. Ogni brano era costretto a cambiare accordatura e questo è impensabile farlo in pubblico e con i rumori di una sala. Drake è stato uno spirito guida per tanti artisti che hanno avuto un successo strepitoso. Era sicuramente una persona debole ma il “sistema” si accanì contro di lui. Neppure la fine è stata mai chiarita perché lui fece uso di un antidepressivo che gli era stato prescritto (però prima l’avevano imbottito di psicofarmaci – nota regola psichiatrica). Parte di questa storia la lessi sul mucchio o buscadero ora non ricordo, ma di sicuro molto più vicina alle verità di quella che hanno voluto far passare. I deboli vanno difesi e Nick in fondo che era se non un debole. Ma questa se non sbaglio è la storia del mondo. Alla prossima kasa e grazie!
        p.s. che mi dici della sequenza Notthing Hill e Ain’t no Sunshine del vecchio Bill

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        • Sei un grande Fed e non appena avrò un attimo di tempo, cambierò anche il mio post, perché quanto mi hai rivelato su Drake non può lasciare un onta di infamia su ciò che io ho scritto in buona fede e che si p rivelato essere falso!
          Sei stato gentile e portentoso e come tale ti ringrazio di cuore, davvero!!
          A trasloco terminato, tutto riavrà la sua dignità!!

          Ain’t no Sunshine cantata dal grande Bill Withers è un sequence-shot artificiale memorabile e semplicemente perfetto e sarà l’occasione di riscatto della correzione futura che farò al mio post…
          Vedrai, vedrai…

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  4. Ah, un meraviglioso inno alla musica, che qui fa da terzo attore nelle scene. Hai racchiuso in poche righe dei giganti della recitazione, della regia e della musica, tra l’altro ciascuno di loro è personaggio peculiare. Si va dallo schivo, al divo, al decaduto. Perfino Holliwood di cui hai percorso i viali luccicanti è ondivaga in questo escursus musica-immagini. Caspita quanti ricordi, a cominciare da quella valigia pezzata! E la versione movie dei Duran Duran e Thriller! In quei casi è il personaggio musicale e non solo la musica a diventare attore! Come Bob Dylan in Pat Garrett & Billy Kid, o beh beh! Comunque che ispirazione!!

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    • Commento interessantissimo, Gianni, perché tocca un aspetto che non avevo preso in considerazione in realtà e che con il tuo commento mi permette, anzi, ci permette di ampliare il concetto delle pop songs usate come voiceover: hai infatti citato un caso clamoroso, in cui il cantautore non solo compone ed esegue canzoni pop scritte appositamente per il film (come nel caso da me riportato di Simon & Garfunkel), ma interpreta anche un piccolo ruolo in esso, creando quindi un ulteriore mix di rimandi meta-testuali, aumentando quel senso di presenza e finzione che rendono il tessuto narrativo ancora più spesso.
      Impressionante, tra l’altro, pensare che una delle canzone più belle della storai della musica pop, come “Knockin’ on Heaven’s Door” sia nata grazie al film di Sam Peckinpah…
      Ti ringrazio di cuore, quindi, per averci regalato questo ricordo preziosissimo!!

      Stesso discorso, attualizzando il tutto, è quello che verosimilmente accadrà con il nuovo film di Besson, dove sembra proprio che il nostro corpulento Luc ingaggerà come attrice la sexy e talentuosa Rihanna (grande amica della Cara Delevingne, interprete principale) nel suo nuovissimo “Valérian and the City of a Thousand Planets” e che verosimilmente canterà anche un brano suo nel film stesso.

      Completamente diverso, per esempio, il caso di Isabella Rossellini che canta la struggente “Blue Velvet” di Tony Bennet (canzone del 1951), perché quello è un ruolo di attrice che interpreta Dorothy, una cantante, in un film meraviglioso, dal titolo omonimo della canzone stessa:

      Tra l’altro il regista (un genio assoluto, va precisato) sempre nello stesso film gioca con queste significanze regalandoci la pazzesca scena dove l’attore Dean Stockwell, nei panni di Ben, esegue in playback la canzone “In Dreams” di Roy Orbison del 1965:

      Concludo con la non casuale “I’ve Told Every Little Star”, scritta originariamente nel 1932 da  Jerome Kern e Oscar Hammerstein, ma eseguita negli anni da vari cantanti: nel suo film “Mulholland Drive” del 2001, sempre Lynch lusa la versione cantata da Linda Scott del 1961 come voce per la scena del provino dell’attrice Melissa George, nella finzione Camilla Rhodes, con una spiazzante girandola di camuffamenti espressivi in cui lo spettatore si smarrisce compiaciuto (sempre se piace ovviamene certo tipo di cinema, è chiaro!):

      Vedi Gianni, il succo dell’ermenàutica di cui spesso parliamo io e Lapinsu è proprio questa esibizione di sinestesie, empatie e girandole che ti rendono membro onorario…

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  5. Hai appena parlato di una delle mie canzoni preferite in assoluto ovvero “The sound of silence”. Ci sono molto legato e il suo testo mi ha sempre affascinato.
    Ottimo articolo sull’evoluzione della musica nel mondo del cinema (la parte de “Il Laureato” mi è veramente piaciuta).
    Per quanto riguarda Lynch ormai manca poco e uscirà la terza stagione di Twin Peaks! E io non vedo l’ora di vedere il maestro di nuovo in azione!

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  6. Come sai le mie competenze tecniche in fatto di cinema sono praticamente nulle. Se a ciò aggiungi gusti musicali molto fondamentalisti (ascolto esclusivamente rock americano) che si concentrano poi nella produzione di un solo musicista, il valore aggiunto che io posso portare a questo post è praticamente nullo.

    Tuttavia sono un ermenauta, e in quanto tale ho il dovere di dire qualcosa anche quando farei meglio a tacere. E siccome non sono solo un ermenauta, ma sono anche uno dei soci fondatori , di cose ne dirò non solo una, ma addirittura 2.

    Come prima cosa ti consiglio la visione di questo cortometraggio\videoclip

    La canzone in sè mi ha sempre ispirato poco o niente (non la metterei nemmeno tra le prime 200 migliori canzoni di Springsteen), tuttavia l’esercizio videoludico è ben riuscito perchè lui ha qui dimostrato di essere bravo non solo davanti la cinepresa (se hai visto un suo concerto sai cosa intendo, perchè lui non si limita mai a cantare soltanto, la sua una interpretazione a tutto tondo, quasi una sorta di Carmelo Bene con la prorompente fisicita di Terence Hill) ma anche dietro (in questo corto ha curato anche la regia).

    Come seconda cosa, faccio una riflessione\digressione sul concetto più bello che hai cercato (secondo me) di veicolare con questo post: esisteva un tempo in cui l’utilizzo di una canzone come elemento metatestuale del film era inconcepibile. Poi le cose cambiarono, le canzoni fecere il suo ingresso nelle pellicole in modo rivoluzionario e poi, ad un certo punto, il fenomeno si è canonizzato e consolidato divenendo così un metalinguaggio fondamentale di ogni film.
    Essendo ignorante in fatto di cinema, non è questo passaggio in quanto tale a pizzicare le corde della mia curiosità, bensì l’eco secolare che episodi come questo hanno avuto in tutte le arti, in tutte le scienze, in tutte le opere dell’uomo.

    Per ogni cosa c’è sempre un PRIMA e un DOPO. C’è stata un’epoca in cui non avevamo il fuoco, ce n’è stata un’altra in cui non avevamo la ruota e l’aratro, ce n’è stata un’altra ancora in cui non avevamo l’arco con la chiave di volta. Prima non avevamo gli aerei, ora abbiamo addirittura i missili spaziali.
    Nelle arti, poi, il fenomeno è sempre molto più affascinante: pensa alla prospettiva co Piero della Francesca o alla musica con Elvis.

    Dovremmo sempre avere l’umiltà e l’onesta intellettuale di porci sempre davanti alle cose senza mai darle per scontate e ricordando sempre che c’è stato un tempo in cui quelle cose, oggi ormai così normali da sembrare banali, non esistevano e non era state nemmeno pensate. Solo così possiamo cogliere la ricchezza del mondo che ci sta intorno, ricchezza che tanti uomini hanno contribuito ad accrescere nel corso dei secoli.

    Questo tuo post mi ha ricordato tutto questo e quindi, sentitamente, ringrazio.

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    • Da fratello ermenàuta quale sei (quindi attento a quei dettagli apparentemente insignificanti, a quelle piccole grinze nel tessuto della realtà che spesso anticipano terremoti profondi), puoi ben capire il mio dolore ed imbarazzo quando vedo il tuo commento già nel gruppo delle notifiche definite da WordPress “più vecchie di 2 giorni”… cioè… non che non lo sia davvero, ma è così triste e vero e sfacciato ricordarmi la mia insipienza, ma il trasloco, quello incombe davvero…
      Andremo in una casa più piccola, ma con una connessione internet cazzuta (ho vissuto per anni a 7 mega ed adesso viaggerò sul serio…), con molto meno verde attorno, ma in una stradina tranquilla della periferia bolognese vicinissima la tangenziale con un netto guadagno, in tempo per gli spostamenti, per tutti i membri della mia famiglia… Fine della nota familiare.

      Il video di Springsteen è semplicemente fantastico: la fotografia, te lo dico subito, la fa da padrona, perché è sublime, degna di un Inarritu, senza mezzi termini e pi anche la storia, molto intrigante, un po’ western post-apocalittico, un po’ qualcos’altro mi è piaciuta tantissimo, ma tantissimo davvero e mi meraviglio che un bardo della tua levatura e cantore del boss non ci abbia mai fatto un post sopra… ci sono sequenze che varrebbero davvero la pena, pensaci!

      Sul secondo concetto da te espresso, poi, hai scritto parole bellissime e che sottoscrivo in pieno, giacché lo penso in continuazione, sia quando leggo, qualcosa, sia quando ascolto una canzone o vedo un film e così via, persino nella semplice comicità da palcoscenico: ci sono dei momenti topici, dei crocevia delle storia, in cui accadono cose (scintille di creatività, congiunzioni astrali, scontri di personalità prorompenti, delitti o tragedie che scatenano pulsioni profonde) che determinano qualcosa di simile ai punti di ripristino che Windows crea nei suoi registri, delle tacche incise sulla spada del destino e che permettono al mondo di fare un salto (può essere un grade passo notato da tutti, come l’allunaggio oppure solo un invenzione ed uno strattagemma quasi insignificante ma notato dagli addetti ai lavori che lo notano, lo memorizzano, lo fanno diventare storia e su di esso costruiscono le loro piramidi.

      Tra l’altro, non casualmente, tutto ciò è terribilmente ermenàutico… quindi, grazie, ancora una volta.

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      • In tutta sincerità, la tua concisa purtuttavia immaginifica descrizione del menage familiare mi suscita due immagine distanti, antitetiche, eppure ai miei occhi dolci.
        Da un lato vedo il Ragionier Fantozzi ottimizzare i tempi di preparazione al lavoro così da posticipare la sveglia all’ultimo minuto disponibile, salvo poi veder tutti i suoi sforzi vanificati da una stringa spezzata, con la conseguente decisione di raggiungere la fermata del bus passando direttamente dal balcone.
        Dall’altro lato, invece, vedo il soleggiato risveglio della famiglia Kent accompagnato dalle delicate note di Ben Harper nel primissimo episodio di Smallville, uno dei meglio riusciti di tutta la serie in generale e, a mio modestissimo parere, di tutta la storia della serialità televisiva. Anche in quel caso c’era qualcuno che perdeva il pullman, ossia il giovane Clark Kent, ma a lui bastava attivare il turbo della sua supervelocità per bruciare le tappe e salire alla fermata successiva…
        Ovviamente nè tu nè i tuoi familiari saltate dai balconi (lo spero) o avete la supervelocità (ve lo auguro) comunque è sempre piacevole immaginare la famiglia Kasabake alle prese con caffè, biscotti e coda per il bagno 🙂

        Torniamo in tema, però, perchè divagare è un’arte, ma come tutte le arti bisogna saperla misurare.

        Il video del Boss è notevole e mi fa piacere che tu abbia colto la perla meravigliosa nascosta in questa piccola ostrica, tuttavia la pochezza della canzone (perchè tale per me è Hunter of invisible game) mi fa scivolare addosso il video senza che mi lasci alcuna emozione e questo particolare è la conditio sine qua non perchè io decida di scrivere su qualcosa.
        Ad esempio mi resterebbe scrivere un post sul video di Glory Days o su quello di Streets of Philadelphia, molto meno belli esteticamente ma sicuramente più emotivi e coinvolgenti.

        Detto questo ti lascio con una piccola anticipazione: la cugina sta per arrivare.
        Gli eletti sapranno decodificare questo codice 🙂

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        • Mettendo l’Off Topic davanti a tutti e tutto, quel “La cugina sta per arrivare” è talmente denso e pregno di significati che un ermenàuta potrebbe smarrire il senno ad elucubrare, considerato che a suo tempo ci abbiamo costruito un plot intero attorno…

          A questo punto, poi, lasciamo che l’Off Topic tracimi ed invada i campi dei nostri pensieri e ti anticipo che ultimamente sono intellettualmente scisso in tre orizzonti: in uno collaboro con alcuni studenti per la realizzazione della parte testuale di alcune loro tesine (sorta di progetti, per lo più per la Scuola Superiore di Design di Milano, in cui ad esempio la presentazione di una loro linea di abbigliamento deve sviluppare un’idea estrema che nasce da una narrazione), in un altro mi diletto di scrivere post per un ristretto gruppo di amici su Word Press quali siamo noi ed i nostri colleghi, in un terzo mi sto accingendo per ora solo a a creare abbozzi di un blog e di cui a tempo debito ti eleggerò admin mio pari, con piena potestate su tutto (tieni conto che è un divertissement puro, ma così dilettevole…) e dove, sempre a tempo debito, pubblicherò il mio post su Mr. Holmes… Di più non dico, pena la morte o il carcere a vita…

          Off Topic Family – Siamo in tre, la classica famiglia nucleare dei sociologi, quella che genera crescita zero o meno… A colazione io e mia moglie ci aspettiamo, switchando tra Edicola Fiore e Tg di Sky, colazione in casa, in genere con cose fatte da noi (per golosità più che altro); mio figlio è nottambulo e si alza dopo (tra l’altro è il più tecnologico della famiglia; a pranzo ognun per sé, ma la cena, oh, la cena è un momento pazzesco… perché ci aspettiamo sempre e mangiamo quindi ad orari variabili, rigorosamente davanti alla tv (in cucina, da sempre, c’è l’impianto multivision di Sky, speculare di quello in sala, collegato al web con lo sky link, in più la vecchia PS3 che usiamo come lettore Blu-Ray ed un vecchio registratore HDD dove immagazziniamo varie cose)… attenzione, noi non guardiamo mai la TV in diretta e quando dico mai, dico MAI, perché abbiamo a fianco del LED un vero e proprio menù, con tutte le fiction TV che seguiamo e che a rotazione ognuno di noi tre sceglie quando è di turno, secondo l’ordine prestabilito MOM-SON-DAD e via di seguito; ognuno può proporre una nuova serie agli altri due e se supera il vaglio iniziale, si vede il pilot e poi la maggioranza decide se metterla in menù (con lo stesso sistema democratico sono state anche defenestrate dalla sera alcune serie storiche che avevano un po’ rotto le palle, come “Supernatural”…

          Ovviamente ho taciuto delle altre stanze di casa… perché da noi, malgrado non sia quella più attrezzata tecnologicamente (la PS4 è ovviamente in salotto ed anche il TV più adatto), è la stanza che amiamo pià di tutte, quella dove sono state prese tutte le grandi decisioni (questa frase è una citazione del film di Scorsese “L’età dell’innocenza“, dove si sono confessati i grandi dolori sentimentali di mio figlio con i suoi primi innamoramenti, dove io e mia moglie abbiamo fatto i conti economici che ci hanno strozzato il cuore, dove sono stati pianificati i piani di emergenza per reagire uniti e compatti ai vari problemi che la vita ti pone di fronte, dove sono state soffiate le candeline dei compleanni e dove si sono preparati i manicaretti che tanto sollazzo hanno regalato a tutti noi…
          Io amo la cucina e non una specifica (ho cambiato varie case in vita mia per tanti motivi), ma tutte, nessuna esclusa! Ci farei un post sulla cucina intesa come stanza più calda e più viva di tutta la casa!!

          P.S. Oramai l’ermenàutica sta influenzando tutto il mio modo di vivere e pensare… è pazzesco… iniziata come scherzo, sta lentamente acquisendo sostanza, come il Cheshire Cat, il gatto di Alice di Carroll, ma al contrario…

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          • Farò finta di non aver letto il tuo accenno ad un nuovo blog nel quale mi farai l’onore di essere tuo collega amministratore, non già perchè la cosa non mi lusinghi, tutt’altro, bensì perchè voglio chiudere gli occhi e gustare il tuo invito come se fosse una festa a sorpresa. Bendato, mi farò guidare dalla tua mano e sarà sicuramente un piacere la scoperta che farò. Pertanto ora taciamo, la qual cosa è un’affermazione talmente rara nei consessi di ermenauti da poter sembrare quasi blasfema, così come nell’Antica Roma era vietato pronunciare ad alta voce il nome della cita pena morte e sciagure. Tuttavia spero perdonerai questa mia deroga.

            Il tuo menage familiare è un quadretto così delicato… ma in fondo tutte le famiglie lo sono, certe però lo sono in modo speciale. E’ come se vi vedessi, tutti e tre, con il boccone che rimane a mezz’aria davanti a una scena particolarmente sconvolgente di Hannibal o un momento toccante di Mr. Robot.
            Diversamente da casa tua, la cucina è forse la stanza meno vissuta della mia abitazione. Lì non abbiamo nemmeno il televisore (c’è stato per un paio d’anni ma poi l’ho tolto visto che non lo accendevamo mai…). Discorso diverso per il soggiorno, dove c’è tutto l’arsenale hi-tech (tv lcd, wii, lettore, mysky, dolby, hdd esterno, etc). E’ lì che consum(iam)o tutte le nostre visioni filmiche e telefilmiche. Un po’ invidio, lo confesso, la vostra colazione rituale ma purtroppo per me è praticamente impossibile far colazione con mia moglie poichè, vista l’ora antelucana cui sono solito svegliarmi, dovrei aspettare almeno 3 ore prima di poter mangiare con mia moglie e sebbene la ami tanto, non la amo COSI’ tanto da aspettare tutto quel tempo in preda ai morsi della fame…

            Ora però ti devo salutare che devo scappare. Ti lascio però alla parente di secondo grado del tizio che tu sai che, se l’orologio del mio pc non m’inganna, dovrebbe comparire tra 10, 9, 8, 7, 6, 5, 4…

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  7. Ma questo post è bellissimo! Il rapporto tra le canzoni pop e il cinema, i musical del passato e quelli di oggi, i musical che non sono musical, e i film costruiti intorno ad un videoclip solo per vendere cd e incrementare la fama di un artista.
    In più hai parlato di due capolavori immensi come Il Laureato e Midnight Cowboy (che ti confesso di aver visto per la prima volta solo stamattina) che sono tra i film americani più belli di sempre, tra i più liberi e liberatori, frutto dell’unica vera rivoluzione che Hollywood abbia mai vissuto. In particolare hai parlato di diversi capolavori nel capolavoro, analizzando quelle che sono senza dubbio tra i migliori (se non i migliori in assoluto) momenti musicali della storia del cinema.
    Quello che viene dopo, lungi dal perdere di spessore, è solo la conclusione perfetta di un discorso che (purtroppo o per fortuna) non poteva fermarsi al 1969.

    Se posso aggiungere un titolo alla lista dei musical che non sono musical, il primo che mi viene in mente è Rocky IV, il film che pose fine alla guerra fredda, diretto sempre da Sylvester Stallone che non a caso 2 anni prima diresse anche il sequel de La febbre del sabato sera, Staying Alive. In quel film, di importanza fondamentale per il mondo intero e non solo per aver reso Stallone la star più grande del mondo per qualche anno (era il 1985), la musica fungeva da vero e proprio strumento narrativo, mandava avanti la storia e ne determinava il ritmo, il tono e tutto il contenuto.

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    • Sei uno dei pochi che ancora riesce a sorprendermi, Zack, specie quando hai delle uscite coraggiose come quella fatta con il tuo elogio niente meno che a Rock IV, quasi unanimemente considerato poco più che un sequel trito, banale, prevedibile e soprattutto da dimenticare: pochi sanno, ad esempio che tutti i primi tre sequel furono scritti e diretti interamente da Sly e che con il IV ha introdotto uno stile registico adrenalinico e da videoclip (ricordo ancora le scene con montaggio sincopato di quando lui si mette alla guida della macchina, tutte fatte di dettagli e riprese ravvicinatissime, come poi si vedranno a iosa nei vari action…).

      Approfitto, visto che sto parlando con te e quindi posso permettermi di usare un livello “alto” di riferimenti visivi… ma quanto è terribilmente somigliante il finale di “Midnight cowboy” del 1969 a quello del meraviglioso primissimo film di Cimino “Thunderbolt and Lightfoot” del 1974? Cazzo, se non è un omaggio del grande MIchael a Schlensiger non saprei davvero cosa dire…

      thunderbolt and lightfoot

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      • Sequel trito, banale, prevedibile e da dimenticare? Ma che cazzate! Rocky IV è un capolavoro. Per essere un film rigorosamente commerciale nonché simbolo dello spirito e dell’estetica anni ’80, è un film perfetto.
        Ma ammetto che non sono il primo a chiamarlo “musical”, è una definizione che ho letto altrove e che però condivido in toto. Il peso della musica in quel film è sempre stato evidente, ma chiamarlo musical non mi era mai passato per la testa finché non ebbi l’illuminazione leggendo un articolo online. E il ragionamento fila e da allora ho fatto mia questo concetto: se la trama di un film va avanti non nei momenti “normali” di dialogo ecc., ma negli intermezzi musicali, non so cos’altro può essere se non un musical.

        Meraviglioso l’esordio di Cimino e il finale è chiaramente un omaggio al film di Schlensiger. La faccia di Lightfoot con il lato sinistro “spento” subito prima di morire è uno dei ricordi più strazianti che ho del cinema in assoluto.

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        • Ma lo sai per quanti anni sono rimasto solo a dire su Rocky 4 le stesse cose che hai detto tu? Non mi sembra vero di aver trovato qualcuno che mi possa spalleggiare!
          Un’altra grandissima gioia me l’hai appena data con il tuo gradimento il film di Cimino, altra pellicola di cui trovo sempre pochissimi conoscitori ed estimatori

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        • Lieto di trovare un fiero sostenitore di questo film.
          Come abbi a spiegare a Kasabake, Rocky 4 è sicuramente il film che ho rivisto più volte in assoluto (ma solo perchè non ho mai tenuto il conto di quelli con Bud Spencer e Terence Hill eheheheh) e, pur essendo sicuramente uno dei meno riusciti nell saga, è quello che io ho amato di più perchè è spaccone e retorico ma colpisce nel segno.
          Voglio dire, la mia generazione è cresciuta scimmiottando la celebre frase di Dolph Lundgren: TI SPIEZZO IN DUE.
          Sly ha tanti difetti ma su un aspetto ha pochi eguali: sa come far arrivare il messaggio allo spettatore.
          E in Rocky 4 questo suo talento ha toccato vette di sublimità

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  8. E di fronte ad un pezzo del genere mi tolgo il cappello e faccio l’inchino più rispettoso che la mia spaccata schiena mi permette di fare 🙂

    Il cinema e la musica vanno spesso a braccetto e di esempi da fare me ne vengono a iosa!
    Escludendo i musical e i cartoni animati [che sono andati spesso oltre il concetto di musical] quando penso a musica e cinema penso subito a Baz Luhrmann un artista che adoro e che gioca con la musica come nessuno [alcuni lo definirebbero kitsch, ma ha una visione talmente personale che non può non essere rispettato]. Tralasciando la sua opera più famosa [MOULIN ROUGE! of course] penso per esempio ad alcune scene de IL GRANDE GATSBY quando sentiamo “Who Gon Stop Me” di Jay-Z alla prima festicciola dell’impreparato Nick Carraway o la frenetica “A Little Party Never Killed Nobody” alla prima grande festa a casa di Gatsby. Dal hip-pop però si passa a qualcosa di più delicato come “Young and Beautiful” della magnifica Lana Del Rey che sentiamo in sottofondo quando vediamo Gatsby e Daisy cominciare a riavvicinarsi con uno sguardo al loro passato insieme. Non sto a fare l’elenco di tutte le canzoni ma non ce n’è una sola che abbia trovato fuori posto.

    Mi vengono in mente anche parecchi esempi dal cinema comico, le commedie sfruttano spesso la musica per accompagnare una scena comica ma sono in pochi a realizzare scene veramente geniali come Judd Apatow alla fine di 40 ANNI VERGINE che ti piazza lì il medley “Aquarius/Let the Sunshine In” dei The Fifth Dimension che descrive in modo perfetto e spasso l’estasi della prima volta del protagonista 😀

    Ma volendo fare i seri, una sequenza d’apertura che veramente è degna di restare negli annali [imho ovviamente] è l’intro di LORD OF WAR in cui vediamo la vita di un proiettile dalla sua fabbricazione fino al suo letale utilizzo il tutto accompagnato da “For What It´s Worth” dei Buffalo Springfield, canzone erroneamente considerata contro la guerra ma che alla fine si sposa perfettamente col tema bellico con quel
    “There’s something happening here
    What it is ain’t exactly clear
    There’s a man with a gun over there
    Telling me I got to beware”
    e il ridondante “We better stop, hey, what’s that sound. Everybody look what’s going down” che pur non dicendo nulla di esplicito riesce veramente a dire molto.

    Altro prologo intelligentemente “musicato” che sicuramente ricorderanno in molti è quello di WATCHMEN dove sentiamo la bellissima “The Times They Are a-Changin'” del sommo Dylan, una canzone carica di rabbia sociale e preoccupazione politica che ben si sposa con le immagini di un mondo [del nostro mondo] che muta negli anni dai ’30 agli ’80 mostrando tutti i cambiamenti sociali e culturali del mondo arricchito, anzi, influenzato dalla presenza di individui in costume.

    Rinnovo i miei complimenti per il tuo articolo, per aver pensato a quei film in cui le canzoni non sono decoro ma veri e propri componenti della messa in scena, un espediente che vuoi per ignoranza ,vuoi per superficialità [vuoi per la lingua] spesso non riusciamo a cogliere.
    Grazie Kasa, perché al contrario di noi ragazzacci che ci gettiamo in trincea nel disperato tentativo di far sentire la nostra opinione sul film del momento [di cui inevitabilmente si mettono a parlare tutti], tu preferisci dedicare le tue parole per quello che abbiamo da sempre sotto gli occhi ma per cui siamo troppo presi per farci caso, che sia un mestiere come il costume designer o un attore che vediamo ovunque ma non riusciamo a identificare 🙂

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    • Io penso che ultimamente abbiamo messo in piedi, senza cercarlo e senza che qualcuno ci pagasse per farlo o ce lo ordinasse, una congrega di pari grado, una tavola rotonda (come piace ripetere ogni volta che parlo di ermenàutica) di cavalieri blogger assolutamente equanimi, di cavalieri jedi senza padawan, dei monaci buddisti con la capacità di levitare ed evitare le sciagure o se vogliamo, molto più nerdamente, degli Avengers con poteri diversissimi l’uno dall’altro (mi informano dalla regia che battute del tipo “il potere di rompere i coglioni” e quello “di sparare cazzate” non si possono più usare, quindi ciccia…).

      Dico questo con grande serietà, malgrado me le metafore idiote che ho fatto, perché sono veramente convinto, dopo anni, di aver trovato nei blogger che leggo più spesso esattamente quello che cercavo da tanto tempo ed ossia la lettura che preferisco!

      Questo mio, adesso, non sembrerebbe la risposta d un commento, ma un commento ad un post altrui ed effettivamente la sintassi e lo stile del tuo commento, PizzaDog,  è quello di un appendice al mio pezzo: hai fatto delle citazioni meravigliose, tutte, nessuna esclusa, con sequenza che fanno parte del mio bagaglio culturale e non potevo desiderare di meglio da un commento e da te.
      Lunga vita DennisonDog, lunga vita e prosperità!

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        • La differenza tra ordine prestabilito e casualità spesso è solo nel punto di osservazione…
          Immagina un universo costruito con le semplici regole di un tavolo da biliardo, in cui un popolo, che vive attorno ad una particolare configurazione di biglie, cerchi di ricostruire come è nata la propria terra, immaginando a ritroso i molteplici rimbalzi e gli scontri che altre biglie, nel passato, hanno fatto dopo un lancio iniziale… e chiuso nel limitato orizzonte del proprio piano di esistenza non comprende come tutta quella miracolosa e meravigliosa geometria di coincidenze ed effetti post-causa altro non fu che il lancio assolutamente casuale di un giocatore di passaggio, nemmeno intenzionato davvero a creare una struttura ma solo gettando via la propria biglia con fare svogliato…
          Una configurazione oramai quasi statica come ultimo anello di una catena di eventi non studiata, non voluta, non ricercata…

          Pensa ora all’opposto, ad un determinismo camuffato da causalità, in cui il progetto sia invisibile, perché ad ogni bivio la destra e la sinistra convivono con contemporaneità quantistica, dando l’illusione del libero arbitrio…

          Infine, dietro gli attanti della vicenda, dietro le quinte, fuori del teatro, aldilà della stessa città dove si svolge la rappresentazione, come uno spettatore che assista alla commedia via televisione, scorgiamo Ezekiel, che ci guarda solo se lo guardiamo e che muta in base a come e quando lo guardiamo…
          E tutto questo non comparirà mai in alcun post del Gathering, perché, come dici tu, questo è vero potere…

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          • Sono estasiato da questa visione – in prospettiva – della vita, dell’esistenza! Quindi in buona sostanza Ezekiel è lui pure “prigioniero” del sistema che domina? Ovvero: se nell’osservarlo ne mutiamo aspetto e quindi si suppone comportamento, lui pure è schiavo del sistema che manipola! Se questa è una possibile chiave di lettura si può dire che sia frutto del nostro agire e che esista perché noi seguiamo una strategia per impedirne le mosse.

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            • Questo tuo commento, come il successivo, erano finiti nella cartella dello SPAM, da cui sono usciti solo grazie alla tua segnalazione…
              Siccome io voglio che sia così, è evidente che sia accaduto per colpa di Ezekiel…
              In questo modo sto già rispondendo alla tua riflessione, ovvero, Ezekiel non è schiavo del sistema nel senso deterministico, ma ne è emanazione e manifestazione, come l’ombra, che esite perché c’è la luce o il demonio, senza il quale nemmeno gli angeli avrebbero ragion d’essere o la materia oscura che rende normale tutta l’altra…
              Ecco, penso sia questo, almeno di base, anche se vedo Ezekiel (narrativamente parlando e tu puoi capirmi) più come il Moriarty delle puntate doppie di Star Trek Next Generation, generato dal computer di bordo dell’Enterprise, per assecondare il bisogno di fiction e role-game dei membri dell’equipaggio ma che poi acquisisce coscienza (cogito ergo sum)…
              Devi perdonare la mia vanagloria, Gianni, ma la tua vicinanza è come il potere che aveva la compagna millenaria di Hancock (una divina e sublime Charlize Theron) di surriscaldare le cose attorno a lei, nell’omonimo film…
              Quindi, è colpa tua se farnetico… (Ponzio Pilato mi fa ‘na pippa…)

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          • Come pensiero credo di condividerlo. La cosa interessante è – se diamo fondatezza a quanto dici – che anche Ezekiel fa parte del sistema che controlla o cerca di controllare e pertanto ne è influenzato, e che quindi se lui pure si modifica sulla base del nostro comportamento, allora implica che noi ne siamo in parte artefici. Un po’ come ad affermare che le nostre azioni lo hanno, di fatto, creato.

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  9. Pingback: Movie Music Main Themes: prologo | kasabake

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