Il Grande Inganno del simulacro Rick Deckard

Rick-DeckardNegli ultimi trent’anni, Ridley Scott ha periodicamente parlato di un possibile sequel di “Blade Runner”, il suo film culto del 1982: lo fece nel 1990, quando fu ritrovata la versione integrale in pellicola 70mm del film, senza i tagli ed i rimaneggiamenti che furono fatti solo in fase di post-produzione, prima dell’uscita nei cinema e che fu chiamata per questo motivo Director’s Cut, ma lo fece anche più avanti, in maniera più forte e decisa, quando nel 2012 uscì la versione definitiva del film, la celeberrima Final Cut, editata in digitale in occasione del 30° anniversario del film.

E’ dall’anno scorso, però, che la Warner è finalmente uscita allo scoperto con l’annuncio ufficiale del sequel, comunicando anche una parte del cast e soprattutto gli autori del follow-up: Ridley Scott (che ha fortemente sostenuto l’idea) supervisionerà tutto il progetto e produrrà il film, garantendo in teoria una certa fedeltà ai temi ed al mood originale, mentre la sceneggiatura sarà scritta a due mani da Hampton Fancher (presente anche tra gli autori del film originale) e Michael Green.

SicarioIl comparto dello script personalmente mi spaventa un poco, dato che il primo autore, come vedremo più avanti nel post, non godette di piena stima da parte dei produttori dell’epoca ed il secondo poi ha realizzato sceneggiature per film e fiction che personalmente ho sempre disprezzato (il semplice fatto di aver collaborato con la fiction di “Sex and The City” lo pone in un mio personale girone infernale); la splendida notizia, invece, è che la regia è stata fortunatamente affidata ad uno dei direttori di scena più creativi ed autorevoli in circolazione, quel Denis Villeneuve a cui si devono almeno due capolavori nel 2013,  “Prisoners” ed “Enemy” e uno splendido film action nel 2015, “Sicario”.

Sul versante cast, molti nomi ma poche certezze, tra le quali spiccano tuttavia le presenze sicure di Harrison Ford, che tornerà a ricoprire il ruolo che ebbe nella pellicola originale e quella di Ryan Gosling, come nuovo protagonista maschile (leading role).

La notizia di questo follow-up ha suscitato e continuerà a suscitare reazioni molto contrastanti, in generale di sospetto e diffidenza, non solo da parte di chi considera il film del 1982 una perla rara che teme venga sporcata o compromessa, ma soprattutto, in modo paradossale, da chi non conosce affatto bene né la pellicola né il romanzo a cui la sceneggiatura si ispirò: parlo di un’ostilità aprioristica, portata avanti più in generale da coloro che, fermandosi addirittura alla primissima edizione, hanno sempre pensato che il vero “Blade Runner” fosse quello in cui Harrison Ford parla per tutto il tempo con voce fuori campo per spiegare i segreti della sua indagine e commenta ogni sviluppo, anche sentimentale, della trama, quello in cui, in particolare, grazie al finale posticcio, si cercò allora di gettare un’ombra di ambiguità e di dubbio sulla figura del cacciatore di androidi Deckard, mettendo in discussione ciò che invece era ovvio, ossia che Deckard fosse anch’egli un replicante, come gli altri lavori in pelle a cui dava la caccia.

Voglio essere molto chiaro: non amo i sequel e men che meno i reboot e trovo odioso che invece di finanziare nuovi progetti e nuove idee, da sempre ad Hollywood si tenda a sponsorizzare rimasticazioni continue di successi collaudati, perché questa non è arte ma codardia intellettuale, squallore pianificato e mercimonio della passione visiva, degradata al rango di barretta ai cereali.

The-Invasion-od-Body-SnatchersDetto questo, ammetto tuttavia che la realtà spesso mi sorprende, regalandomi remake non solo belli ma persino qualitativamente superiori all’originale (penso ad esempio a “Invasion of the Body Snatchers” del 1978 di Philip Kaufman che supera l’originale del 1956 di Don Siegel o al “The Thing” di Carpenter del 1982 che raggiunse vette di bellezza impensabili per il pur splendido film originale del 1938 e del suo reboot del 1951) ed anche molti follow-up mi hanno convinto e soddisfatto (certamente “Toy Story 3” o “Indiana Jones and the Last Crusade”, terzo capitolo della saga e nettamente superiore al secondo), per non parlare della trilogia di Nolan dedicata al Dark Knight, che è riuscita a portare a nuove altezze un franchise già canonizzato da un pur bravissimo Tim Burton.

Tutto questo è però solo un’eccezione, perché la media dei remake, dei sequel, dei prequel e dei reboot è invece sconfortante e non perdo nemmeno tempo a lamentarmi della quantità di pellicole ignobili che vengono prodotte ogni anno riciclando vecchie idee, banalizzando regolarmente le trame, appiattendo i plot e livellando tutto ad una sorta di gusto unico universale (come i cattivi cuochi che usano il glutammato di sodio in tutti i loro piatti, pensando che un pezzettino di dado conferisca a questi una marcia in più… che tristezza!).

Eye-shotQuindi? Che atteggiamento assumere di fronte alla notizia di questo sequel di un film culto per eccellenza?
Curiosità, senza dubbio alcuno, poiché il film da cui partire in questo viaggio non è quello del Grande Inganno sulla figura di Deckard, ma il Final Cut e per questo molte porte sono ancora aperte all’immaginazione.

Se chi ha letto fino ad ora appartiene alla categoria di coloro che si sono posti dei dubbi, varrà la pena fare un passo indietro ed avvisare che, in ogni caso, si sappia bene, la risposta non si trova nel romanzo.

Tyrell-CorporationNel libro scritto da Philip K. Dick nel 1968 “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (distribuito in Italia nel 1971, con il titolo iniziale di “Il cacciatore di androidi” e solo successivamente ristampato con il più corretto “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”), la vicenda con protagonista il cacciatore di taglie Rick Deckard si ambienta in un’apocalittica San Francisco del 1992, microcosmo metropolitano preso a simbolo di un mondo deserto ed inospitale, dove le radiazioni della guerra nucleare che ha devastato l’umanità hanno reso il nostro pianeta contaminato e quasi completamente privo di altre forme di vita animale, tanto che L’ONU, per spingere i superstiti a migrare volontariamente sulle colonie spaziali, regala, a chiunque accetti di trasferirsi, un androide servitore, prodotto dalle industrie Rosen.

Malgrado la potenza delle idee rivoluzionarie di Dick e la felicissima ricorrenza in questo testo dei suoi temi preferiti (ambiguità nell’altalena tra realtà e finzione, domande etiche sulla definizione di umano e sintetico, l’archetipo dell’androide visto come simulacro e golem, la brutalità dello stato e delle forze dell’ordine, le droghe come portale per una realtà parallela allucinata e catartica, infine l’incomunicabilità tra l’universo maschile e quello femminile), a mio modesto giudizio il film è artisticamente superiore al libro e questo grazie alla volontà di ferro di un giovane ed aitante Ridley Scott, che qui, più che un semplice regista, fu il catalizzatore di una unicità di pensieri straordinari.

Street-sceneLa storia della genesi di “Blade Runner” è lunga ed articolata (si pensi che inizialmente si era interessato al progetto persino Martin Scorsese) e non vogliamo certo ripercorrerla tutta, ma soffermiamoci sul momento in cui Scott entra in scena, quando la Warner insistette affinché proprio lui, l’artefice del grande successo planetario di “Alien”, mettesse mano alla cosa.

Attenzione, drizzate bene le antenne, perché questo è uno di quei segmenti temporali chiave della storia del cinema, dove potenti intelligenze si sfiorano, scagliando scariche elettriche di intuizione, come enormi bobine di Tesla: la vera storia di “Blade Runner” non era ancora stata scritta, ma Ridley Scotte e Philip Dick, anche solo con l’intermediazione dei produttori, erano partiti dagli spunti del libro per creare assieme qualcos’altro, una nuova storia ed un nuovo universo.

Killed-in-the-windowDa regista molto dittatoriale ed autorevole quale era, Scott ebbe l’intuizione e la forza di scartare l’orrida sceneggiatura iniziale del film (scritta da Robert Jaffe, figlio del produttore), accogliendo le obiezioni violente dello stesso Philip Dick (che ne disse peste e corna!); inoltre, si oppose anche alla seconda sceneggiatura (quella operata da uno dei firmatari dei credits finali per lo script, Hampton Fancher, per altro inizialmente più fedele all’ambientazione desertica e solitaria del romanzo, ma troppo sbilanciata, a dire di Scott, su questioni ecologiche che poco attenevano con i temi portanti del romanzo ed ossia con il concetto di umanità degli androidi/simulacri.

Per cercare di riportare solennità alla sceneggiatura, a suo avviso, troppo semplicistica di Fancher, il romanziere propose al produttore di introdurre una voce fuori campo nel film, che spiegasse cosa stesse davvero accadendo e che mostrasse la complessità dei rapporti tra umani e replicanti: Scott colse al volo l’idea del voicehover, non tanto perché gli piacesse (anzi, la detestava fortemente), ma solo perché questa lo portò a pensare alla necessità di dare un maggiore taglio noir (quasi pulp) a tutta la narrazione ed all’ambientazione stessa: la nuova impostazione in stile detective-story fu la vera svolta ed il soggetto che emerse dal quel tumulto di idee fu una metropoli sporca ed umida, torbida e annichilente, perfetto sfondo per un poliziotto cacciatore cinico ed apparentemente senza scrupoli; ovviamente fu abbandonata la San Francisco del romanzo, per una Los Angeles futuristica, più cosmopolita e convulsa.

Rick-Deckard-in-actionNon tutto quello che scrisse Fancher fu scartato ed anzi, tra le idee salvate da quella stesura iniziale ci fu proprio il titolo: dopo una serie di proposte, usate solo come riferimenti di lavorazione (Android, Mechanismo, Dangerous Days), il nostro sceneggiatore, infatti, aveva deciso di cannibalizzare ed asservirsi di un titolo che lo scrittore William Burroghs, uno degli scrittori culto della beat-generation (presente il film del 1991 di David Cronenberg “The naked lunch – Il pasto nudo”? Ecco, è tratto da un suo libro e da frammenti biografici dello stesso scrittore), aveva battezzato per il copione che aveva scritto su commissione, tratto da un altro romanzo di sci-fi.

Il libro in questione, scritto da Alan E. Nourse, narrava le vicende di un corriere (un runner, appunto) di presidi medici clandestini, destinati al mercato nero della chirurgia eugenetica: il titolo del libro era appunto “Bladerunner”, scritto con le due parole attaccate (la lama del titolo è chiaramente un bisturi, come suggerito dalla copertina originale del volume) e la trama, sia del libro, sia del copione di Burroughs, erano fortemente politiche.

Androids-and-puppetsL’idea di Fancher di appropriarsi di quel titolo fu considerata talmente vincente, che Scott e la Warner arrivarono persino ad acquistare i diritti del libro di Nourse solo per evitare che altri, in futuro, avrebbero potuto usare quel nome per produzioni cinematografiche o televisive concorrenti.

Anche se solo dalla porta di servizio ed in modo assolutamente casuale, quindi, in questa sorta di think-tank epocale, composto da un genio rivoluzionario della scrittura fantascientifica quale Philip Dick ed un regista visionario con una precisa idea di futuro quale era Ridley Scott, era persino entrato uno scrittore dall’animo lisergico quale William Burroghs, ma il gruppo si stava per infoltire ancora di altri contributi essenziali.

The-Long-TomorrowMalgrado, infatti, il grandissimo fumettista Jean Giradud, in arte Moebius (a quasi due decenni di distanza, lo stesso artista collaborerà a pieno con Luc Besson per le scenografie di quel gioiello di film che fu il suo “Le cinquième élément”) dovette rifiutare, per precedenti impegni, di entrare nel cast tecnico di “Blade Runner”, i suoi pazzeschi disegni, creati per la bellissima graphic novel “The Long Tomorrow” del 1975, saranno di evidente ispirazione diretta per le scenografie del film di Scott (tra l’altro, per chi non avesse mai letto questo fumetto, vi avviso che parliamo della crème de la crème del fumetto mondiale).

Capite ora perché parlavo di crepitio elettrico e di idee in ebollizione intorno alla produzione di quest’opera filmica monumentale?

Mise-en-sceneBeat generation, cyberpunk, fumetto francese e proiezioni climatiche catastrofiste si stavano fondendo in un corpo a cui, tuttavia, mancava ancora una forma ben definita, ma a quel punto, come un salvatore che discende dal cielo per portare calma nelle acque turbinose, arrivò finalmente lo sceneggiatore che anni dopo scriverà per Richard Donner “Ladyhawke”, per Clint Eastwood “The Unforgiven” e per Terry Gilliam “Twelve Monkeys”: sua maestà David Webb Peoples.

Peoples riscrisse completamente il plot preparato da Fancher, distaccandosi enormemente anche dal romanzo di Dick (salvandone contemporaneamente, però, in modo esemplare, tutta l’ambiguità filosofica ed esistenziale sul rapporto umani e sintetici), buttando nel cesso l’idea della voce fuori-campo (o meglio, pensò di averlo fatto, perché il produttore, con mossa melliflua e subdola, tirò fuori dal cestino della carta straccia il vecchio copione e se lo mise in tasca di nascosto) come stratagemma infantile di narrazione e scrisse una sinfonia noir di taglio fantascientifico, scrivendo, tra l’altro, in collaborazione con lo stesso attore Rutger Hauer, il sublime monologo del replicante Roy Batty, in una sequenza assente sia nel libro che nelle precedenti sceneggiature del film e che è una delle due ragioni principali che hanno reso questa pellicola un capolavoro immortale (la seconda ragione è ovviamente la mise en scène del regista Scott).

SkylineIl film consegnato alla Warner fu il coronamento di questo lavoro di rielaborazione di idee, nato dal libro di Dick e da lì partito poi per un viaggio mentale, pieno di fascinazioni futuristiche, che sono oggi divenute ossatura portante di qualsiasi pellicola a tema futuribile: basti solo pensare all’etnia fortemente asiatica della metropoli in cui si muove Deckard, altra intuizione di Scott e Peoples, così come la skyline della Los Angeles del 2019, descritta nel film come una sorta di acciaieria a cielo aperto e di grattacieli luminosi, nella profonda oscurità, ripresi non casualmente dal reale profilo dell’orizzonte di Honk Kong.

Roy-BattyPhilip K. Dick morì nel 1982, lo steso anno dell’uscita ufficiale del film e solo per pochi mesi non fece in tempo a vedere il prodotto finale al cinema: malgrado l’entusiasmo che lo scrittore provò per il preview di 20 minuti appena, che il regista ed i produttori riuscirono a mostrargli in privato prima della sua dipartita, sono certo, tuttavia, che, come lo stesso Ridley Scott, anch’egli avrebbe storto il naso guardando l’ennesima revisione finale che i produttori imposero a suo tempo in fase di post- produzione, quando ossia presero tutto quel ben di dio e lo mortificarono, banalizzando la vicenda con l’aggiunta del finale buonista (la leggenda racconta che furono usate frammenti di pellicola girati e non usati da Kubrick per “Shining”), reinserendo il maledetto voicehover, in cui il vocione di Harrison Ford spiega allo spettatore tutti i passaggi della storia (come in quei vecchi fumetti supereroistici per bambini, in cui l’eroe dice ad alta voce “adesso prendo questo traliccio e lo uso per colpire il cattivo” e poi lo fa) e soprattutto creando il grande inganno: nascondendo ossia ciò che era chiaro per tutti, sia per lo sceneggiatore Peoples, sia per il regista Scott ed ossia che Rick Deckard è anch’egli un replicante.

Siamo tornati al nocciolo della questione: non ci sono dubbi su questo, non ci sono mai stati e chi ha sostenuto il contrario o ha mentito spudoratamente o non ha visto bene il film e soprattutto ha finto che non esista una versione Final Cut, nella quale lo stesso Ridley Scott, partendo dalla fantomatica versione Director’s Cut (copia di lavorazione dimenticata per anni nei magazzini Warner e riesumata in occasione di un festival del cinema), realizzò la vera stesura definitiva del suo lavoro e rendendo finalmente il giusto omaggio al suo film, così come era stato pensato da Peoples e diretto dal nostro immaginifico direttore di scena.

Red-EyesDicevo prima di non perdere tempo a cercare nel libro risposte sul film, perché, come penso di aver fatto capire, film e libro sono davvero troppo diversi, uniti solo dal genio che ha creato un’idea primordiale che ha bruciato nell’aria un gas sublime, innervandosi nella cultura pop, nella letteratura di genere, nel comicdom, nell’allucinazione e nella fantasociologia: i personaggi differiscono parecchio tra il testo di Dick ed il film di Peoples e Scott, ma quel bagliore rosso che scaturisce nel cuore degli occhi della bellissima Sean Young del film, inconsapevole replicante al servizio presso la Tyrell, bagliore che ricordiamo essere un segno distintivo di tutti i replicanti, è la stessa livida luce colorata che le moderne tecnologie ci permettono oggi di notare anche negli occhi di Harrison Ford (guardatevi “Blade Runner” in Blu-Ray e poi ne parliamo…): è il guizzo cremisi di due androidi che non sanno di esserlo, due vittime di ricordi sintetici, impiantati nei loro cervelli artificialmente, come il sogno dell’unicorno che fa Deckard e di cui è perfettamente a conoscenza il poliziotto Gaff (proprio perché addetto ad una unità di monitoraggio di tutti i replicanti e quindi dello stesso Deckard), che non casualmente gli lascia degli origami a forma di liocorno.

UnicornIl maestro David Peoples, alla fine del film, dopo che il replicante Roy Batty è morto di vecchiaia, per così dire, fa togliere la maschera al silenzioso Gaff, che rivolgendosi ad uno spossato (nel fisico e nell’animo) e ferito cacciatore di androidi, lo apostrofa con la mitica frase “You’ve done a man’s job, sir. I guess you’re through, huh?”, perché quella era la terribile verità: Deckard, un replicante, aveva terminato un replicante, ossia aveva fatto un lavoro da essere umano, distruggendo un androide entrato in competizione con i suoi creatori.

Poi, a voler ulteriormente siglare un poema già perfetto, fa pronunciare un’ultima frase evocativa ed in qualche modo liberatoria, di nuovo al grandissimo interprete di Gaff, l’attore statunitense, figlio di immigrati messicani, Edward James Olmos, che per questo film di Scott, si impose settimane di studio per creare quello slang urbano fittizio, parlato dagli abitanti della Los Angeles del futuro, chiamato cityspeak, misto di Giapponese, Spagnolo, Tedesco, con vocaboli cinesi, francesi e ungheresi.

Gaff-01Rivolgendosi per un ultima volta al nostro detective replicante accasciato a terra, immobile mentre sta riflettendo sul suo stesso destino e su quello della sua amata Rachel, Gaff dice “It’s too bad she won’t live! But then again, who does?”
E’ così triste che lei non vivrà per sempre, ma d’altronde, chi ne è capace?

Ricercando un’ironia distopica laddove verosimilmente non era intenzionale, ciò che può vivere per sempre è proprio un’idea, in questo caso quello dell’interrogarsi sulla figura dell’androide e del simulacro: questa è a mio giudizio la ragione che giustifica l’idea di un sequel, non tanto del film di per sé come l’abbiamo tutti conosciuto, quanto del personaggio del replicante detective, del cacciatore della sua stessa specie, come un vampiro che ammazza vampiri o come un soldato inglese che passa dalla parte degli americani ribelli o come un clone che si chiede perché l’essere nata in vasca anziché in culla determini per se stesso meno diritti.

Androids-and-simulacrumPoi, si sa, una buona idea può essere massacrata da un idiota e di idioti incapaci siamo letteralmente circondati…

Ci si vede al cinema, folks!


In questo post abbiamo citato le seguenti opere letterarie e visive:

Do Androids Dream of Electric Sheep?”, USA, Doubleday, 1968
“Cacciatore di androidi”, ITA, Fanucci, 1971, 2013
Autore Philip K. Dick

The Bladerunner”, USA, David McKay Publications, 1974
“Medicorriere”, ITALIA, Mondadori, 1974
Autore Alan E. Nourse

The Long Tomorrow”, FRA, Metal Hurlant magazine, 1975-1976
ITA, “AlterLinus n. 35-36”, “L’Eternauta Presenta n. 87” e “Moebius Antologia n. 3”
Graphic Novel scritta da Dan O’Bannon e disegnata da Jean “Moebius” Giraud

Blade Runner”, USA, 1982
Sceneggiatura di Hampton Fancher e David Webb Peoples
Regia di Ridley Scott


 

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63 pensieri su “Il Grande Inganno del simulacro Rick Deckard

    • Sei molto di più, sei mia amica…

      Sappi che per “Blade Runner” provo una sorta di idolatria, che mette alla prova la mia innata curiosità ed il mio spirito irriverente…
      Ogni tanto, tiro giù dallo scaffale alto della mia libreria, dove tengo le cose a me più preziose, il vecchio scatolone nero contente la primissima edizione Director’s Cut del 1999, quella dove per la prima volta Ridley era riuscito a togliere il voicehover…
      In quella preziosa scatola, fuori produzione da più di 15 anni, oltre che un sacco di cartoncini con foto di scena e un grande poster da muro, ben ripiegato, c’è una piccola senitype di un fotogramma della pellicola 70mm, raffigurante Deckard che sistema la macchina per il test voight kampff…
      Ancora più sotto, poi, quasi nascosto nel buio, il prezioso volume (una delle cose a cui sono più affezionato) con la sceneggiatura originale di Fancher e Peoples e se questo non si è ancora rovinato è solo perché le lacrime di commozione cadono sempre a dovuta distanza…
      Quindi ti capisco, Liza, ti capisco…

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  1. Raramente ho visto film di fantascienza, pura, così intensi come Blade Runner, e sì le immagini di città che quel film dà, perennemente scure e al neon, sono impresse nei miei occhi da decessi. Ho visto tutte le versioni e ho apprezzato quelle non rimaneggiate, quindi la director e la final cu, perché sono quelle che tornano meglio.
    Come tanti film capolavoro, questo dimostra che bisogna saperci fare, avere un buon cast non basta, ci vuole scenografia, sceneggiatura e back-ground così da creare particolari credibili! Ogni tassello si incastra bene, ogni pezzetto, sembra uscire da quel crogiuolo di fantascienza-arte che erano le idee di Dick. Non sapevo del suo ruolo in Blade Runner, libro a parte (che in effetti c’entra fino ad un certo punto) ma ora ne capisco il peso.
    Questo per dire che: se vuoi fare un film bello, devi saperlo fare. Per questo i sequel non funzionano quasi mai, per questo i reboot belli si contano sulle dita, perché di normale li svolgono bravi lavoratori, ma non geni della regia e della sceneggiatura. Se a questo aggiungi il costo di un sequel, le aspettative e la necessità di rientrare in fretta nell’investimento, viene fuori il disastro annunciato. Spero non metteranno qualche pupazzo da poter vendere su amazon, oppure una app da telefono da scaricare, nel bel mezzo della storia.
    Al solito: grande post.

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    • Grazie Gianni!
      Infatti il mio problema è proprio quello delle intenzioni e degli autori: non è il concetto di sequel che mi spaventa (inteso come discorso sopra un concetto, variazione sul tema, digressione estesa) ma l’intento a rischio banalità…
      Quando Cameron mise mano ad “Alien“, ad esempio, io urlai al capolavoro, perché la forza icastica del connubio donna-esoscheletro e lo scontro tra Ripley e la Madre degli Alien era seminale ed invece di appiattire la saga, l’ha innalzata: c’era un fuoco creativo che ardeva potente ed il vigore stilistico di un regista visionario, che si è spento nei sequel successivi…

      Ora arriva Villeneuve, che non è persona da poco, tutt’altro e lavorerà con l’imprimatur dello stesso Scott, ma dietro ci sono due scrittori che fanno ridere i polli (dio mio, uno dei due ha scritto “Green Lanter“!! Non so se mi spiego…) ed allora tremo… ma poi, di cosa aver paura, in fondo?

      Forse l’orribile “American Graffiti 2” sminuì a suo tempo il vigore del primo?
      Oppure, i vari sequel di “Rambo” e di “Rocky” hanno diminuito la forza espressiva dei primissimi capitoli?

      Quando questo è accaduto, quando il mercimonio, come dico nel post, ha preso il posto del coraggio artistico, quando la codardia per le nuove idee ha fatto preferire le minestre riscaldate, beh, allora l’originale ha acquistato ancora più valore ed i certi casi, persino, regalato nuovi spettatori: capitò con la seconda trilogia di Star Wars, che portò le nuove generazioni a cercarsi la vecchia trilogia ed a quel punto, se il film originale regge gli anni passati, va tutto bene, se invece scricchiola, allora qualcosa non va nel vecchio film…

      Da utente Sky, ogni tanto mi riguardo la Final Cut in diretta (quando hai un film in blu-ray, spesso te lo guardi dalla copertina, ma difficilmente lo metti nel lettore più volte…) ed ogni volta resto incantato…
      Se anche questo follow-up fosse schifoso, il vecchio “Blade Runner” reggerà il colpo e si fortificherà, ma se invece Villeneuve, malgrado la zavorra di due coglioni allo script, dovesse uscirsene con un gran film, avremo dato nuova linfa alla storia del replicante cacciatore di replicanti…
      Ad maiora!

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      • La speranza c’è sempre. Con lo stesso cuore andai a vedere Highlander II e con lo stesso cuore sono sempre andato a vedere i film di StarTrek… Vedrò e spero sarà un bel film. La paura è nel momento storico (oramai lunghissimo) sono 15 anni che assistiamo a film fatti mediamente per piacere, mediamente per essere questo, mediamente… Sul fatto che anche pessimo sequel porterà luce sull’originale, senza dubbio!

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        • Pensa al remake che stanno preparando de “La dolce vita“… quello si che sarà una bella porcheria, quasi certamente…
          Però, però, però… anche in quel caso, in quel terribile atroce caso del reboot del film di Fellini… davvero un cultore del bel cinema potrebbe temere che il capolavoro immortale del regista riminese verrà sporcato?
          No, ovviamente e la finta bionda, nel confronto, verrà schernita quando le cadrà la parrucca e dovrà scappare per la vergogna, di fronte alle risa di scherno dei presenti…
          Come diceva Jorge Luis Borges “La vita stessa è una citazione“, mica pizza e fichi, eh!

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  2. La penso esattamente come te sul finanziamento di idee riciclate invece di nuove, e sono abbastanza stufa di tutti questi reboot, remake e quant’altro, soprattutto perché ok, vuoi rimettere mano a qualcosa? Rimetti mano ad un prodotto dove qualcosa non ha funzionato, rendilo migliore! Non mettere mano su qualcosa che è già grandioso di suo, il rischio di insuccesso è altissimo… Ma probabilmente così si alimenta l’astio, il parlare, l’odio e di conseguenza se ne parla, e tutti, anche quelli che disdegnano vedranno questi “nuovi” film, anche per la curiosità di vedere la grandissima cagata che a volte ne viene fuori.

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    • Eh, si! Concordiamo perfettamente, anche perché l’intento codardo e non artistico di tutte queste operazioni è talmente evidente che non vederlo sarebbe veramente ipocrita.
      Dall’altra parte, sono sempre curioso di ogni operazione apparentemente irriverente ed in più ho sempre sofferto vedendo il conservatorismo di coloro che si rifiutarono a suo tempo di ammettere che il vero Blade Runner fosse quello della versione Final Cut… insomma, a volte capita che ci si affeziona ad una cosa in modo aprioristico e non si accetta il cambiamento…
      E’ tutto molto complicato…
      Non so come la vedi sul discorso nomination, ma ti sto per nominare in un premio virtuale…

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      • Ma infatti non do quasi mai giudizi affrettati, ci può stare che magari la nuova rivisitazione non sia così male, anche se non se ne sentiva il bisogno…Le nomination sono sempre ben accette, soprattutto da chi le da con cognizione di causa e su argomenti inerenti! Ogni tanto ci sta, eccome! Danno fastidio solo quelli che le usano solo come pretesti per autopromozione e su argomenti inutili scrivendo solo banalità…Ovviamente non è il tuo caso 🙂
        Poi hanno pesi diversi a seconda di chi ti nomina! 😀

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  3. Quando sentii la notizia del sequel mi spaventai a morte. Ormai sembra che non si possa fare a meno di fare sequel, reboot o remake invece che puntare su qualcosa di nuovo.
    Posso capire che si è timorosi di prendere nuove strade perché possono essere rischiosi, ma mi da fastidio l’idea di sfruttare il successo di un certo film o saga fino allo sfinimento.
    E’ vero, ci sono alcune occasione in cui alcuni sequel fossero fatti divinamente (Toy Story 3 è stata la sorpresa più grande), però per la maggior parte si sono rivelati fallimenti. (ad esempio adesso è uscito il remake di Point Break di cui sinceramente non sentivo il bisogno e che non era niente di che).

    Ora spero tanto che il regista faccia un ottimo lavoro ma sapere che uno dei due sceneggiatori ha scritto Sex and the cities… ouch.

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    • E’ vero? E’ una pregiudiziale mica da ridere… se non fosse per il regista (Villeneuve) ed il produttore (Scott è sttao il “papà” di Blade Runner, come ho scritto nel post e non solo il regista…) avrei la certezza di una cagata fenomenale, ma così… diciamo che ho paura a metà… e comunque, come dicevo nei commenti sopra, nulla potrà mai distruggere la bellezza dell’originale, nemmeno un pessimo sequel…

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  4. Qualunque studente liceale al sentir pronunciare il nome LORENZO ROCCI tenderà, invariabilmente, a impallidere. E i motivi per cui il sangue defluisce rapidamente dal viso sono molti:
    – perchè un 4 in greco, prima o poi, lo hanno preso tutti, anche i più secchioni
    – perchè il vocabolario di greco pesava un accidenti e se ci mettevi quello nello zaino non avevi più posto manco per la merenda
    – perchè il vocabolario di greco era scritto così piccolo che ci voleva la lente d’ingrandimento
    – perchè il vocabolario di greco proponeva termini italiani che non esistono praticamente più: IMPEROCCHE’, ORSUDDUNQUE, ACCHE’, etc.
    – perchè il timore reverenziale che suscitava quel nome – ROCCI – era direttamente proporzionale alla stima che aliimentava perchè quel signore – ROCCI – era stato l’unico così pazzo e così geniale da riuscire a scrivere il dizionario greco-italiano tra gli anni 20 e gli anni 40 e, a distanza di oltre mezzo secolo, nessuno si è ancora cimentato in quella titanica impresa.

    Questo status garantisce a Rocci il potere di essere una SENTENZA: se lo dice lui, non può che essere così; quel che dice lui non può che essere vero e corretto e se anche volessi prenderti la briga di provare a dimostrare che si sbagliava, avresti solo perso il suo tempo.

    IPSE DIXIT

    Leggendo con regolarità e passion il blog di Kasabake da oltre 1 anno, posso affermare senza tema di smentita che quando lui spiega certe cose lo fa sempre in maniera corretta e precisa, inappuntabile e insindacabile, piacevoe ed appassionata.
    Cosa potrei dunque aggiungere a questo post da lui scritto al solito in maniera impeccabile? Niente, naturlamente.

    Pertanto faccio quello che faccio sempre, vado OT, chè tanto il padrone di casa è mio amico e so che non se la prende a male.

    Ieri insieme alla mia dolce metà ho gustato un film che lui mi consigliò mesi fa mentre si discettava di Mark Ruffalo: 13 goin on 30 (30 anni in un secondo), che vede protagonisti Ruffalo per l’appunto, ma anche una radiosa Jennifer Garner (caro Ben Affleck, come diavolo ti è venuto in mente di divorziare da questo spettacolo di femmina???) è addirittura Andy Serkis che fa proprio l’attore invece di prestare le sue movenze a mostriciattoli riprodotti in cgi.
    Che dire; un film deliziosamente delizioso, piacevole, ricco di buoni sentimenti, forse un po’ infantile ma la qual cosa non è per me indice di mediocrità, tutt’altro. Perchè saper raccontare il mondo dei grandi cogli occhi di un bambino è una virtù straordinaria e talvolta guardare il mondo da questa prospettiva aiuta a purificare lo spirito e a sperare in qualcosa di bello. Un bagno di freschezza, insomma, e ogni tanto queste visite da beauty farm sono rigeneranti!!!

    PS: il film ha avuto anche il pieno e totale apprezzamento della signora Lapinsù, prendilo quindi come supremo e austero complimento giacchè la signora ha il vezzo di alzare il pollice solo per film vergognosamente strappalacrime o appartenenti all’ahimè sempre prospero filone delle storie vere. Il fatto che abbia gradito un film che inizia con una cazzatona colossale (una ragazzina 13enne si risveglia 30enne) è praticamente un miracolo 😀

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  5. Grande!
    Ne sono felicissimo… tra l’altro la Garner nel film è radiosa e la si “lovva” in continuazione e riesce nel non facile compito di essere credibile quando ha reazioni emotive da tredicenne nel corpo di un’adulta: in questo senso i suoi duetti con la bimba vicina di casa e le sue amiche sono imperdibili!
    Ruffalo è perfetto, ma lui è davvero un attore poliedrico, che alterna verosimile livore in un film denuncia sulle criminale gestione dell’emergenza AIDS durante l’amministrazione Reagan ed altrettanta simpatia quando diventa il gigante verde degli Avengers…

    Come sai, amico Lapinsù, io sono abbastanza onnivoro e non disdegno alcun genere cinematografico, purché l’opera finale sia ben fatta…

    Non è vero, mi accorgo ora, pensando bene, che ho mentito… ho una vera idiosincrasia per i film live action con animali parlanti: ho sognato non so quante volte di tirare sotto con l’auto i cani dei tre “Beverly Hills Chihuahua” e rischio di slogarmi un dito con la rapidità con cui cambio canale se m’imbatto in film con criceti che cantano o cani che fanno gli agenti segreti e supercuccioli superminchiosi, etc.); quel genere di film è nello stesso pianerottolo di gradimento dove albergano i cinepanettoni con i comici televisivi o i film con Salemme (mi viene male al cervello solo a digitarne il nome…), un non-luogo per me accedibile solo con una dose massiccia di antiemetici…

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  6. Carissimo Kasa, non inonderò il tuo spazio “Commenti” con mille e più lusinghe a questo capolavoro cinematografico, perché qualsiasi cosa possa dire risulterebbe banale e infinitamente più piccola rispetto a quanto hai scritto tu.

    Per quanto riguarda la voglia di fare un sequel di questo film bè, è ovvio che il primo sentimento è ripudiante sia verso le major che sono ovviamente [e giustamente] alla ricerca del guadagno ma anche verso gli stessi Scott e Ford che ne sono coinvolti. Perché, magia del cinema, col tempo certe opere diventano una proprietà pubblica, appartiengono a tutti e allo stesso tempo a nessuno e noi fan ci sentiamo in diritto di dire cosa è giusto fare e cosa no con questo film [o in questo caso, quale sia la vera versione del film e quale no].
    La storia però insegna diversamente.

    Basta vedere dei recenti successi come MAD MAX FURY ROAD o il nuovo STAR WARS o la trilogia del BATMAN Nolaniano da te citata. Sequel e reboot che sono stati amati da pubblico e critica e degne dei loro predecessori.
    Quando invece si parla di insuccesso cosa abbiamo? Un sequel di GREASE che nessuno ricorda di essere stato fatto, un remake di FOOTLOOSE che nessuno ha visto, solo qualche settimana fa il nuovo POINT BREAK ha fatto tanto parlare [e bestemmiare] gli amanti del cinema e adesso? Nulla, ce ne siamo già tutti dimenticati [di quello, non dell’originale della Bigelow].

    Il fatto è che quando leggo commenti sul Facebook del tipo “stanno rovinando la mia infanzia!”, “Ecco come sputtanare un bel film” ecc, ecc mi chiedo sempre: ma di cosa stanno parlando? Veramente il brutto sequel di INDIANA JONES ha rovinato i vecchi film? I miei INDIANA JONES stanno li, sullo scaffale, un po impolverati perché non li guardo da tempo ma stanno sempre li, nessuno me li ha toccati, Shia Labeouf non è mica entrato a rigarmi i dischi!
    Stessa cosa per gli adattamenti: “Aaah cazzo di Marvel, sta rovinando 70 anni di fumetto!!!11!1!”.
    Cosa?! I fumetti stanno li, li puoi leggere quando vuoi, non è che Kevin Feige ha dato fuoco a tutti i comicbook esistenti cosi che tu sei obbligato a guardare i films!

    Tutto questo per dire cosa? Non me lo ricordo.

    Ah si, il sequel di BLADE RUNNER non lo voglio neanche io, però è davvero una così cattiva idea? Si, altro che se lo è ma aspettiamo e vediamo che ne esce fuori prima di impugnare i forconi [non ce l’ho con te ovviamente, ma con i pseudo amanti del cinema o i neo-nerd che devono sempre lamentarsi di qualcosa così, a prescindere].
    Perché BLADE RUNNER, il capolavoro anni 80 di Ridley Scott ci appartiene e nessuno ce lo toglierà mai dalle mani [o dal cuore] ma il franchise no, quello appartiene alla Warner [e forse in parte a Scott] e ne fanno un po quello che vogliono che ci piaccia o no.

    PS: scusa lo sfogo, rileggendo mi sono accorto di essere uscito un po dal Topic, è che ho appena letto la solita sfilza di commenti su alcuni film in uscita e bè, puoi immaginare, mi prudevano le mani 😀

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    • In realtà, Perrito, hai perfettamente capito proprio quello che volevo dire io ed in parte abbiamo anche usato le stesse parole: nel post ho in pratica detto che un capolavoro come Blade Runner è stato il frutto di una serie di intelligenze e di creatività all’opera all’unisono che è praticamente impossibile che possa essere replicato, ma se anche alla fine il sequel fosse una cazzatona colossale, il film originale resterà intatto!

      Ossia, ribadisco il mio disprezzo non solo per questa ma per tutte le operazioni simili, ma è troppo comodo gridare al capolavoro se un reboot o un sequel vengono bene e dichiararne la giustezza dell’operazione solo a giochi fatti… il rischio c’è sempre, c’era per Batman, c’era per Mad Max, c’era per Cape Fear di Scorsese, c’era per The Thing di Carpenter, ma siccome là è andata bene allora tutti ad applaudire… no, troppo comodo… il rischio c’è sempre e la cagata va giudicata “dopo” non “prima” e comunque, come hai detto tu ed ho detto anch’io, l’originale resterà immutato…

      A proposito, ci avresti scommesso che il film della Bigelow ha avuto in questi mesi nuovi spettatori? Gente che non lo aveva mai visto e che è andato a recuperarlo? Qualche merito il reboot lo ha dunque avuto… quello che hanno sempre i peccati nel far sentire più buoni i santi, quello che ha il buio che rende luminosa la luce…

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      • In parte è anche questo il loro gioco, riproporre e quindi lucrare su un prodotto da tempo dimenticato.
        Con l’arrivo del nuovo Mad Max hanno riproposto i vecchi film in DVD/Blu-ray sia come film singoli che come cofanetto. E li sò soldi!
        Stessa cosa per Jurassic Park, cofanetto della trilogia, cofanetto con i 4 film, qualche hanno fa hanno pure rifatto il primo film in 3D sia al cinema che in home-video [il perché non si sa, ma intanto l’han fatto].
        Da questo punto di vista remake e re-vari sono un bene, sia per noi fan che possiamo godere di edizioni lucidate ad hoc, sia per chi questi film non li ha mai visti!
        Poi se questi sequel/reboot vengono fuori fatti bene ancora meglio, ma non si può avere tutto dalla vita 😀
        PS: lo sai che a farmi avvicinare al mondo dei fumetti non è stato un capolavoro bensì un BRUTTO cinecomic? Della serie non tutti i mali vengono per nuocere…

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            • Uno dei film più brutti della storia dei cinecomic ha quindi una secobnda ragione per essere menzionato: la prima è ovviamente la presenza della Garner (attrice che “lovvo” sempre, con tanta intensità…) e la seconda è quella di aver svezzato al mondo dei fumetti un portento di recensore: sia chiaro per tutti, infatti, che io amo i fumetti (tutti, dai comics, ai manga, agli italiani, a quelli dell’america latina, alla ligne claire etc.), ma se bisogna parlare di comics io leggo te, senza dubbio alcuno!

              Eccolo in due versioni di banner…

              banner El Burrito Perrito

              Bye

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              • Oddio XD hahaha!
                Ma allora se anche maestro del photoshop!
                Se mai avrò bisogno in futuro di un banner sappi che userò uno di questi qui creati da te [nominandoti ovviamente come ideatore, grafico, development design e altri neologismi del caso].
                Per il truck invece la cosa si fa più impegnativa. Se mai dovesse andarmi male come informatico lo terrò come piano B 😀

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                • Ah, ah, ah, ci mancherebbe,,, non sono affatto bravo, ma è solo che mi diverto! L’ispirazione me l’hai data tu con il nome meraviglioso che hai proposto… “El Burrito Perrito” ed il Food Track è scattato subito!
                  Poi, con le tue recensioni enciclopediche alternate a quelle più “istant” (vedi trailer del SuperBowl…) è scattato il “Tacos & Movies Straight from the Truck” che è poi lo slogan (senza “movies”) di un sacco di truck food…
                  Se non ci si diverte un po’, diventa tutto troppo serio, non credi?

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                  • Assolutamente, se avessi un minimo di conoscenze di PS non immagini quante puttanate mi metterei a realizzare XD e poi prontamente a condividere [magari non sul blog ma su qualche pagina social] perché le stronzate vanno sempre condivise!
                    Ma ho già un sacco di hobby e sempre meno tempo per coltivarli quindi lascio le fotoshoppate a chi ne ha dimestichezza o comunque il piglio di mettersi li a farle 😀

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  7. Non ho letto i commenti quindi mi scuso in anticipo nel caso in cui dovessi ribadire cose gia dette. Mi sono fermato a meta’ , fino al tuo elogio dei sequel/reboot, che condivido appieno (e lo sai gia) per quel cge riguarda terrore dallo spazio profondo e la cosa. Mi son fermato a metà perche nun ce la fo… Non si può fare il seguito di br…non si può. Pur con tutta la fiducia di sto mondo non lo andrò a vedere. E non lo compro nemmeno in dvd. Ecco. Basta. Han rotto il piffero. Pura e semplice operazione commerciale mangiasoldi secondo me. E il fatto che scott regga i fili non mi fa angosciare di meno…nun ce la fo. Con atarwars e’ diverso perché dopo le tre cagate della nuova trilogia c era bisogno di rivincita… E poi quella e’ gia una saga di suo…ma blade no…lasciatelo riposare in pace…che e’ perfetto così… Sorry per lo sfogo. Ciao maestro

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    • Ciao Lupo, ma temo di essere stato equivocato: io non ho scritto il post per difendere un sequel su cui ho sollevato moltissimi dubbi (specie nella parte della sceneggiatura) ma per svelare il grande inganno con cui i produttori a suo tempo si appropriarono della storia di Peoples e Scott, aggiungendoci il voicehover ed il finale posticcio solo per nascondere che Deckard fosse anch’egli un replicante!

      Questo è il grande inganno di cui parlavo!
      Il sequel, nelle intenzioni di Scott (lo urla da 20 anni) vorrebbe spiegare perché Deckard è un replicante e cosa davvero sia successo dopo, ossia vorrebbe togliere il velo d’ipocrisia con cui è stata gestita la sua eredità: ci ha provato con la director’s cut, lo ha gridato con la final cut, lo ha detto nelle interviste, ma niente, ogni volta la Warner saltava fuori dicendo “manterremo il mistero attorno alla figura di Deckard“… Incredibile!

      Poi, il sequel, come ho scritto nel post, è terribilmente a rischio cagata, terribilmente, ma in ogni caso l’originale d il suo valore (parlo ovviamente della final cut) resteranno immutati…
      Un abbraccio…

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      • No no nessun equivoco…sono io che mi sono fermato a meta’… Te l ho scritto nel commento…ma non per colpa tua, per colpa dell angoscia che mi e’ presa all idea di un secondo blade runner…. E’ piu forte di me…sarebbe come fare il sequel di arancia meccanica…. 😀 tu sei sempre bravissimo…smarrita l angoscia leggeto’ anche il resto del post 😀

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  8. Questo mio post sul sequel del grandioso cult di sci-fi “Blade Runner” ha suscitato un vero vespaio di polemiche, che onestamente non cercavo e che penso anche sia stato dovuto, in buona parte, ad alcuni fraintendimenti.

    roy

    Tuttavia, quando in molti non comprendono bene le nostre parole, bisogna porsi il dubbio se siamo noi a sbagliare a parlare e non gli altri a capire: in fondo un grande filosofo e linguista come Noam Chomsky ci insegna che lo scopo primo della lingua è comunicare e non stupire o confondere; pertanto sarà il caso che cerchi di rimediare con questa specie di postilla al mio stesso post, una sorta di commento ai commenti, con cui mi auguro di mettere una pezza alla mia stessa incapacità nello spiegarmi.

    La cosa buffa, infatti, è che tutto il mio post era costruito attorno alla mia volontà di condividere con gli altri l’idea, un po’ provocatoria, che ciò che noi in passato abbiamo visto semplicemente come un grandioso film di “fantascienza pura” (definizione non mia, ma del mitico Gianni Gregoroni) era qualcosa di ancora più complesso, ossia il frutto di una discussione visiva ed emozionale sul concetto stesso di androide, un riflettere per immagini su quell’idea di simulacro che tanto avrebbe influenzato il cinema dei decenni successivi.

    Inoltre ho voluto insistere sullo scippo, praticato dai produttori, del vero messaggio intratestuale del film stesso, così come concepito da Peoples e Scott e forse l’unico vero omaggio al nichilismo pessimista di Dick, scrittore così tanto spesso tradotto al cinema, ma anche così tanto tradito, da una Hollywood che regolarmente smussa i toni e rende tutto più buonista e commercializzabile.

    Deckard

    Il sequel di tale film culto è al contempo, dunque, sia un’aberrazione, sia una seconda chance: in primo luogo, il sequel viene realizzato oggi (dopo 30 anni) perché la moda (da sempre latente negli USA, sin dagli anni ’50) di cannibalizzare le idee come fossero merce (riadattando, ricolorando, ridisegnando vecchie opere per farne nuove con pezzi di risulta e nuovi parti di ricambio) sta arrivando al parossismo (basti vedere l’elenco delle novità cinematografiche uscite nel 2014 e nel 2015 e quelle in uscita quest’anno per notare quanti sequel, prequel e reboot ci siano); in secondo luogo, tuttavia, per quelle strane nicchie del destino e falle del sistema (che permettono ad un piccolo caccia stellare ribelle di sparare un singolo colpo in uno specifico condotto di scarico e con quello distruggere la più potente e devastante arma della galassia), questo sequel vergognoso ed aberrante è anche il modo con cui Scott, dietro il paravento ovvio e scontato di fare bei dollaroni con una vecchia idea, si ripromette di portare avanti la sua vendetta contro chi gli ha scippato l’idea primigenia.

    Tutto qui, nulla più.

    Il sequel di “Blade Runner” si farà in ogni caso, bisogna farsene una ragione, anche se in molti non lo vorrebbero, così come gli USA andranno avanti imperterriti a fare centinaia di pilot di possibili fiction TV tratte da film di successo o continui reboot di vecchi classici con versioni più teen o più adatte alla cultura dei social o sequel e prequel di cui nessuno sentiva il bisogno ma che proveranno a farci sentire come indispensabili grazie ad abili campagne di marketing (vedi “Indipendence Day”, tanto per citarne uno imminente).

    Piena libertà ai fan di lamentarsi, certo, magari anche con petizioni (se ne hanno fatta una per chiedere all’amministrazione Obama di costruire la Morte Nera, perché non farne una per bloccare un sequel?), ma tutto andrà avanti ugualmente, perché il meccanismo risponde non solo alla vecchia legge capitalistica della domanda e dell’offerta (per la quale il mercato produce ciò che la gente chiede), ma per le nuove e più subdole regole di marketing, che spingono gli uffici preposti a creare nel pubblico un bisogno che non aveva, al solo scopo di vendere un prodotto realizzato con parti o con tecnologie che si hanno già in magazzino e conseguente maggiore guadagno per i produttori.

    Androidi-allo-specchio

    Quindi, null’altro che pessimismo cosmico da parte di Kasabake?
    No, perché grazie al cielo c’è sempre il nostro acume critico, il fattore X del pubblico e dell’individuo, quel giullare ribelle che finge di adulare il potente ed intanto lo sbeffeggia con il suo benestare, quello spirito critico che permette, in mezzo alla sporcizia delle discariche, di trovare dei gigli ed in mezzo al liquami dei molluschi abbarbicati a fondali limacciosi ed oleosi, piccole perle di bellezza: così è l’arte nei momenti di bassa democrazia, clandestina e mutante.

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    • Quando hai parlato di inganno sai a cosa mi hai fatto venire in mente? A THE CROW, il film di Alex Proyas con protagonista Brandon Lee.
      Ultimamente si chiacchiera molto del possibile reboot [con Luke Evans come potenziale Eric] e le lamentele e i forconi non sono tardati ad arrivare: “Come rovinare un capolavoro”, “Non toccatemi il Corvo”, “Hollywood deve sempre rovinare la mia infanzia” ecc, ecc.
      A parte il fatto che già i sequel hanno “rovinato” la pellicola di Proysa [se cosi si può dire, perché come hai giustamente ribadito tu, nessuno tocca i “vecchi” film], quello che la gente dimentica [o forse non sa] è che IL CORVO prima di essere un film era un fumetto della Caliber Comics! Quindi se vogliono fare un film tratto dal fumetto sono liberissimi di farlo! Anzi se proprio dobbiamo fare i puristi, un adattamento fedele deve essere fatto. Non perché sia brutto il film ma perché si sono presi molte libera rispetto al comicbook, eppure il film è stato talmente amato e idolatrato che per tutti QUELLO è diventato il vero The Crow.
      Ma quello con Brandon Lee non è Il Corvo, quello è il NOSTRO Corvo. Meccanismo simile [ma non proprio uguale] di BALDE RUNNER che si è preso delle libertà rispetto al libro per creare quel capolavoro filmico di cui hai scritto con tanta passione. Quello non è il BLADE RUNNER di Dick, è il BALDE RUNNER di Scott e di Peoples e se vogliono farne un sequel noi abbiamo si tutto il diritto di lamentarci, ma loro hanno il sacrosanto diritto di realizzarlo, che ci piaccia o no [e stendiamo un velo pietoso su petizioni e cazzate varie, perché se penso che qualcuno ha dato via ad una raccolta firme per togliere a Ben Affleck il cappuccio di Batman e ora sono tutti li a venerarne la somiglianza con la controparte cartacea….comincio a nutrire dei forti dubbi sul detto “il cliente ha sempre ragione”].

      Comunque, come ti dicevo qualche commento fa, la gente la prende troppo sul personale, anche io comincerei a bestemmiare in qualsiasi lingua se un giorno decidessero di rifare RITORNO AL FUTURO [tanto per dirne uno]. Quindi non mi farei troppe domande sulla comprensibilità di quanto hai scritto o sulle “critiche” venute fuori nei commenti, perché quando si parla di remake o reboot di film tanto amati la gente comincia a vedere rosso e parte alla carica.

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      • Hai scritto parole assolutamente illuminanti, condivisibilissime e soprattutto perfettamente degne di un personaggio della tua levatura: informatico, appassionato, intelligente, ottimo dicitore, critico sarcastico, ironico, disincantato quel tanto che ti permette di annusare a distanza le fregature ma sufficientemente nerd per tuffartici dentro ugualmente se ti danno le giuste emozioni.

        Oltre questo, ciò che hai scritto su The Crow è impeccabile (anche in questo, la tua osservazione è legata alla tua cultura fumettistica), inoltre è in linea anche con il mio pensiero e questo ci rende più in sintonia di quanto tante differenze potrebbero far pensare.
        E’ sempre un piacere!

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        • “ironico, disincantato quel tanto che ti permette di annusare a distanza le fregature ma sufficientemente nerd per tuffartici dentro ugualmente se ti danno le giuste emozioni”.
          Kasa, ma io ora sono costretto a prendere la mia carta di identità e ad inserire questa frase come “Segni particolari” lo sai?
          Se fossi un nobile mi dovrebbero annunciare in questo modo, se fossi una figurina questa sarebbe la mia didascalia o se fossi una carta da gioco tipo Magic questa sarebbe la mia descrizione! Avrei skills basse ma cazzo almeno avrei una descrizione fighissima! 😀

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          • Se tu fossi una carta di Magic, per evocarti servirebbero 2 Mana bianchi e 2 incolori, come per “Wrath of God” (Ira di Dio)…
            Mi sono trattenuto dal fare la carta, ma è stato un attimo…

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  9. Ciao, intanto complimenti per il bel pezzo, che mi ha arricchito di dettagli di cui non ero a conoscenza (mi riferisco ai maneggi vari di sceneggiatura) e per le tue riflessioni, che vale sempre la pena leggere.
    Dopodiché non lo so se sono d’accordo con il fatto che un opera rimanga “inalterata” dopo i sequel (sequel eh, non remake/reboot, quelli si dimenticano presto….ma in un sequel-prequel con gli stessi attori è ben più dura!). O meglio, lo rimane fisicamente, ovvio, ma nella nostra testa?
    Per quanto possa ripetermi che una nona stagione di Scrubs non esiste…beh, la nona stagione esiste, e io l’ho vista, e questo mi fa incazzare tremendamente perché il finale di Scrubs è quel meraviglioso corridoio affollato di personaggi vivi e morti al ritmo di “The book of love”, nell’ottava stagione, quello che anche mentre scrivo e ci ripenso mi viene la pelle d’oca (forse mi commuoverei persino, se fossi uno di quei maschi moderni che piangono). E però…….esiste qualcosa di successivo…..una stagione di cui non si sentiva alcun bisogno….un prodotto indubbiamente DANNOSO. E’ vero che i primi 8 cofanetti stanno comunque sullo scaffale, bellissimi, però……………AAAARGH!
    Per Blade Runner provo esattamente lo stesso timore.
    “Sinceramente, caro Harrison, non pensi di esserti già sputtanato abbastanza ultimamente?” (Faccio il provocatorio, ma credetemi, lo scrivo con grande dolore!).
    Il problema del mondo cinematografico (ma anche editoriale, musicale e artistico in generale) di oggi, è che punta tutto sull’intrattenimento. Non devono darci un prodotto di qualità e di cuore, ma un qualcosa che abbia i minimi requisiti (in rapporto ai costi) per essere visto/letto/sentito da un preciso target di pubblico. Della qualità vera o della cultura (nel senso di un contenuto che arricchisca in qualche modo il fruitore) non si tiene conto.
    Non demonizzo l’intrattenimento, per carità. Ogni tanto ci sta il filmaccio, il libretto giallo/fantasy/umoristico, il fumetto da edicola e persino il videogioco. Ciò che si sta perdendo, purtroppo, sono le priorità.

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    • Un commento profondo e denso di richiami, che non può lasciare indifferente: ti ringrazio, anzitutto, di cuore per i complimenti e le belle parole nei miei confronti, che mi tengo strette, anche per la stima che ho nei confronti del tuo modo di pensare ed articolare (su cui ho già avuto, in tempi non sospetti, modo di tesserne le lodi sul tuo blog); sui contenuti delle tue argomentazioni, poi, hai detto cose con divisibilissime ed anche molto importanti, sollevando aspetti non semplici ed ovvi.

      Da sempre l’arte (in tutte le sue manifestazioni, visive, letterarie, musicali, fisiche e corporali, di performance o altro ancora che l’uomo che s’inventerà per esprimersi), per il semplice fatto di necessitare di un medium e di un pubblico, ha oscillato tra poesia (semplice atto, decodifica del pensiero, espressione pura o medita dalla filosofia, dalla religione o altre ontologie più o meno laiche) e commercio (non solo come mercimonio, ma anche intrattenimento e retorica) e nel caso del cinema, poi, trattandosi di un mezzo di comunicazione complesso e dispendioso, si è giustamente parlato di altalena tra arte ed industria (non è un caso, che moltissimi dei film considerati autorali del nostro dopoguerra siano usciti in tutta Europa grazie al sostegno economico dei governi, perché solo con l’incasso del pubblico non sarebbero probabilmente mai esistiti).

      Questa convivenza continua e persistente, di aspetti commerciali ed artistici in un’opera filmica e ola difficile convivenza quindi tra istanze artistiche individuali o di gruppo ed istanze economiche (di marketing o semplicemente finanziarie) dei produttori, ha alimentato le discussioni intorno ai Festival (vetrine di lusso, talvolta a rischio di autoreferenzialità), alla critica militante ed a quella più giornalistica o blasé o snob o d’avanguardia, ma ha anche prodotto miracoli di equilibrio, in cui, tuttavia, il concetto di proprietà intellettuale sfuma pericolosamente in una zona piena di distinguo, eccezioni e confusione permanente.

      Penso, purtroppo, che non ci siano ricette perfette e che l’arte (sia nella sua deriva più commerciale, sia di contro in quella più solipsistica) sia sempre immersa in un caos di tumulti ribollenti, sferzata dall’approccio a nuove tecnologie, sempre in bilico tra la piattezza dell’omologazione programmata e la rivoluzionarietà della creazione.

      Il sequel è per definizione un cedimento al marketing, su questo non ci sono dubbi, come di base lo è anche un copione originale scritto su commissione per lanciare un nuovo divo o per far risalire la china ad un attore sul viale del tramonto o per promuovere l’attività turistica di un paese o per rilanciare un partito politico o per vendere nuovi gadget: i motivi per cui può venir finanziata una forma d’arte sono molteplici e di questi tantissimi sono motivi beceri, ma l’arte riesce talora a trovare modo di esprimersi anche in mezzo alla lordura della finalità commerciale, certo in modo più nascosto e meno evidente.

      Infine, concordo con te su un aspetto quasi di meccanica quantistica, con cui la visione di un nuovo capitolo (sia esso sequel o prequel o spin-off o anche reboot, perché no) modifichi in noi la percezione dei capitoli o del capitolo precedente, ma temo che sia inevitabile, proprio per il discorso delle sfumature della proprietà intellettuale: un capolavoro è degli autori, senza dubbi, ma anche di chi l’ha finanziato ed anche un po’ di tutti coloro che ne hanno fruito.
      Che casino…

      Spero perdonerai la mia logorrea, ma l’acume delle tue osservazioni mi ha stimolato!

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      • Scusami per il ritardo, volevo avere sotto mano un computer per risponderti come si deve.
        Grazie per la tua attenzione ai miei pezzi, avere Kasabake tra i miei primi (e costanti) lettori è per me motivo d’orgoglio.
        Detto ciò, non escludo che l’arte possa effettivamente emergere, in un modo o nell’altro, anche dalle operazioni di puro marketing, come dici tu. Mi sembra però un’eventualità assai improbabile, o quanto meno molto rara. Personalmente ritengo già un gran risultato (viste le premesse) la riuscita di un BUON prodotto d’intrattenimento.
        Mi piace lasciarti il link di uno dei primissimi pezzi che pubblicai sul blog, praticamente un anno fa, in cui in modo analogo a te (ma più stizzito e infinitamente meno approfondito) riflettevo sull’argomento in seguito all’annuncio del Reboot de “Il Corvo”: https://pennadiparte.wordpress.com/2015/02/19/reboot-lusato-sicuro-di-holliwood-articolo/
        Il mio pensiero è che, nelle condizioni che abbiamo detto, si verifichi un appiattimento globale del livello (sia da parte della produzione che da parte di noi fruitori e della critica), dannoso su tutti i fronti. E a proposito di appiattimento e mancanza di originalità non posso non pensare, con somma delusione (e ahimé, dispiacere) al nuovo film di Tarantino, che a mio avviso ne é l’esempio perfetto: “dare l’illusione di cambiare tutto senza in realtà aver cambiato niente”. Lo diceva Stan Lee negli anni ’60. Persino la massima è vecchia, e alla fine, uscito dalla sala, l’impressione era quella di aver appena guardato tre volte di fila una storia che già conoscevo. E’ questo continuo battere strade già battute, questa infida codardia che spinge gli artisti a rischiare sempre il meno possibile, che mi è profondamente in odio. Che sia già stato detto tutto e non valga più la pena aggiungere nulla? Quando leggo certi libri o vedo certi film, ammetto di pensarlo, anche se solo per poco. Ma chissà…

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        • Questa volta sei tu che devi scusare me, per la lentezza con cui rispondo io al tuo commento!
          Che strani momenti che stiamo vivendo un po’ tutti, in cui ogni giorno si mescola sacro e profano, tempo di qualità insieme a tempo di merda, grandi ideali declamati da grandi uomini negli stessi spazi contenitore dove dei vasi da notte ambulanti attirano le folle verso obiettivi che nessuno ha davvero richiesto e l’arte, quella che ci piace così tanto, sia a me che a te, sembra davvero volersi nascondere e magari forse farà proprio questo, andrà in letargo per dieci, venti, mille anni, per riemergere poi in una società migliore o magari addirittura peggiore, in secoli bui e tenebrosi, in cui la creatività non mercificata potrà essere un faro per quei pochi superstiti con intelletto puro e non dopato.
          Chissà, viviamo davvero in un’epoca di grande incertezza. come diceva il vecchio saggista economico John Kenneth Galbraith e l’arte tutta, compresa il cinema, continua a registrarne l’ombra, com’è poi suo dovere.
          Lo so che sembra una frase fatta, anzi, lo è di certo, ma ne amo il significato sincero e quindi la faccio mia: amo leggerti, sia sul tuo blog, sia sul mio quando commenti. Sappilo.

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  10. anch’io ho sempre odiato i sequel e peggio ancora i precuel, perché al di là di alcuni rari casi da te citati (vedi per esempio “terrore dello spazio profondo” reso immortale da quell’urlo di Sutherland), difficilmente si riesce a riproporre una trama uguale all’originale. “Alien” è un esempio lampante, dove, l’assurdità dei seguiti e peggio ancora, il bruttissimo precuel di qualche anno fa, dimostrano ancora una volta che per cavalcare un’idea vincente a costo del profitto, si immettono sul mercato oscenità senza fine. Questa tua notizia mi mortifica e mi terrorifica al tempo stesso, perché si rischia di umiliare un capolavoro senza fine con la solita minestra riscaldata (vedi il recente replicare di Star Wars). Ma perché siamo arrivati a questo punto? Perché?
    E vero che il recente successo dei serial televisivi impone sul mercato il saccheggio di ogni prodotto a danno della qualità… ma c’è un limite a tutto: un film è una cosa… un serial è altro.
    Hai fatto bene a sottolineare i danni dei produttori sui lavori originali dei registi, e tanto perché lo abbiamo citato, il finale del celeberrimo “L’invasione degli ultracorpi” ( che doveva essere con il protagonista perso nel traffico) venne annacquato in quel distretto di polizia tanto essere buonista a tutti i costi… ah! gli americani come sono idioti a volte!. Bene infatti fece, dopo vent’anni Kaufman a far morire proprio il protagonista dei questa prima pellicola nel traffico cittadino, con un’intuizione favolosa davanti all’attore che incarnerà il secondo remake (ma ripeto… sono dei casi isolati).
    Penso che mi rifiuterò di vederlo… per il resto cosa vuoi che ti dica, questo inizio di nuovo millennio sembra che non voglia davvero costruire quello che il passato ci ha donato…
    Fra vent’anni la risposta!
    Un salutone…

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  11. Come sempre, ogni tuo periodare è musica per le mie orecchie!
    Ho gradito moltissimo, poi, l’inciso della tua citazione del finale buonista del primo BodySnatchers al quale Kaufman seppe porre rimediare, con assoluta giustizia (e quell’urlo… indimenticabile…).
    Temo, tra l’altro, che il peggio del nuovo millennio debba ancora arrivare, ma ho fiducia nell’arte, ancor più che negli uomini…

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  12. Non so se te lo ricordi, o se ricordo male io, ma tempo fa credo di averti detto che Blade Runner, Metropolis e Il cielo sopra Berlino mi avevano aiutato considerevolmente a prendere un bel 30 all’esame di Sociologia urbana (era un piccolo pezzo di una parte di programma che il prof amava, ma che nessun studente portava mai, perché in un certo senso facoltativa). Ecco siccome l’argomento mi interessava e mi è rimasta dentro negli anni, ho deciso di prendere proprio quella particina di programma lì (escludendo il film di Wenders per semplificare un po’) e di scriverci sopra una simpaticissima tesi di laurea: Modernismo e postmodernismo: città e rappresentazioni. Ti risparmio i dettagli, il succo è che mi sono letteralmente mangiato il bluray di Blade Runner insieme al dvd di Metropolis, e ho cominciato a sentire una sorta di onnipotenza e onniscenza riguardo questi due capolavori, tanto li conoscevo e tanto li avevo studiati. Poi è arrivato il post del Maestro Kasabake e, come prevedibile, l’asino è cascato.

    Ho goduto dalla prima all’ultima lettera.

    Ho dato in settimana l’ultimo esame, la seduta è a marzo, e quindi eccomi qui a recuperare quei post che mi sono mancati più di quanto pensavo, perché mi riempivano ogni volta di conoscenze nuove e di riflessioni interessanti, fatte da una mente non solo gigantesca ma anche apertissima come la tua. Finito qui, corro a recuperare gli ultimi due capitoli del tuo excursus su eroe e onore nel cinema americano e giapponese (che ho la sensazione essere il tuo magnum opus, il che è tutto dire).

    Ma torniamo prima a Blade Runner e al sequel in arrivo. Fino a poco tempo fa (ma un po’ lo penso ancora) ero incazzatissimo con Scott e compagnia bella perché pensavo che un sequel di Blade Runner fosse semplicemente inutile, impossibile da realizzare restando sullo stesso livello. A supporto di questa posizione, la consapevolezza della capacità del film originale di leggere i mutamenti sociali dell’epoca e di trasporli perfettamente in immagini fantastiche. Tutto grazie al lavoro sopraffino di regia cinematografica di sua maestà Ridley Scott, come dicevi anche tu, bravissimo a gestire il lavoro di più persone e a trasporre in immagini la storia e le idee di qualcun altro. Ogni cosa, ogni più piccolo dettaglio, dal design dei palazzi, alle condizioni meteo, alle luci, alle comparse, agli oggetti di scena, tutto in Blade Runner è così per un motivo ben preciso, nasconde un senso più ampio e ci dice qualcosa in più su quel mondo lì e di riflesso anche sul nostro (che è quello che fa e deve fare la fantascienza migliore). Per cui sì, le probabilità che il sequel raggiunga lo stesso livello di complessità e profondità sono bassissime, mentre le probabilità che sia una semplice operazione commerciale di poco gusto sono alte.
    Ma ovviamente, una volta accettata l’idea, la curiosità sale parecchio e mi associo in pieno a quello che dici tu. Sono felice che ci sia sempre Ridley Scott a supervisionare la produzione, ma non a dirigere, e sono felicissimo che ci sia Denis Villeneuve in cabina di regia. Sulla carta la ritengo una scelta perfetta, è tra i registi più talentuosi e intelligenti in circolazione e basta aver visto i suoi ultimi film per capire che quel mood noir e fatalista dell’originale è chiaramente nelle sue corde. Non avrei saputo chiedere di meglio.Per quanto riguarda gli sceneggiatori, c’è effettivamente parecchio da temere, ma non resta che affidarci al buonsenso dei due signori sopra.

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    • Zack, Zack, Zack… sto pronunciando il tuo nickname come farebbe uno di quei gangster corpulenti, ma ben vestiti, minacciosi proprio nel loro apparente decoro, in giacca e cravatta, ma dal cuore nero come la pece dell’inferno e cantileno il tuo nome mentre giro attorno al tavolo ed alla sedia dove sei legato, mani e piedi, con un rivolo di sangue che ti scorre giù dal tuo sopracciglio destro (quello cinematograficamente più bello quando ti riprendono di fronte).

      Erano mesi che i miei uomini ti stavano cercando, frugando in ogni angolo putrido di questa sporca città, in ogni topaia, bordello, sala da gioco clandestina oppieria cinese o qualsiasi altro tugurio dove tu potessi essere nascosto ed ora ti presenti qui, come niente fosse, neanche ci fossimo appena visti al bar… per un mokaccino!
      Cosa pensi che ti possa fare, eh?!? Slegatelo… e dategli da bere, quello che vuole lui… è mio amico!

      E’ così che farei se fossimo in un film americano anni ’90 ed è così che faccio ora, brindando alla tua salute, a Wenders, a Lang a Scott ed alle tue deliziose confidenze su come ti sei preparato per questi esami…

      Brindo per il piacere di (ri-) sentirti di nuovo, fuori da FaceBook e fuori dalla tua stanza degli studi (si, ok, è un po’ ectoplasmatica la tua presenza, in effetti, perché in realtà sei ancora là, ma va bene, il tuo spirito va bene, sono a posto, sul serio, mi è sufficiente, è okay).

      E’ così bello commentare un tuo commento, perifrasare, girovagare, dissertare, un sacco di cose in –are, che neanche mi ricordavo più quanto fosse divertente e si, beh, anche i tuoi complimenti fanno piacere, sempre belli grossi (mica rosette vuote, ma delle belle pagnotte toscane da chilo).

      Cazzo! Ho scritto un sacco di righe e non ho praticamente commentato nulla di ciò che hai scritto, ma è così poi che si fa tra amici, no? Tanto io concordo su tutto quello che hai scritto, ma non aprioristicamente (se dici una vaccata te lo scrivo, eh!), ma perché concordo sul serio!

      Blade Runner? Non so se te l’ho mai detto, ma posseggo come un piccolo tesoro (tesssooroo…) una splendida collector edition della versione director’s cut in DVD, fatta in Inghilterra a suo tempo, Area 2, con anche la pista audio italiana… e la conservo come una reliquia di qualche santo del Medio Evo… ed ogni tanto mi tiro giù il bel cofanettone  (è come un dizionario enciclopedico illustrato, un mattone largo come una scatola di Timberland per boscaiolo con il 52 di piede) e lascio il DVD dentro la scatola (il disco è ancora incellofanato, ci credi?), poi mi rigiro il grande poster murale piegato in varie parti (che non appenderò mai, ovviamente), sposto il cartoncino A4 con la sinotype di un fotogramma del film (specificatamente da una delle scene in cui Deckard setta la macchina per fare il test voight kampff a Rachael), sfoglio e poi appoggio sul tavolo le locandine cinematografiche (tutte in cartoncino spesso) e poi arrivo al sacro Graal, al volume stampato in carta da culo (tutte le cose veramente sacre sembrano fatte con materiali poveri, come insegna Indy 3 e la sua coppa di un falegname…), la sceneggiatura integrale originale firmata da Peoples… un immenso regalo che la Warner fece a chi comprava questo dvd.

      Un oggetto che mi ha segnato, per sempre.

      Ti voglio bene, Zack.

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      • Ahahah! Che spasso! E che ficata! Quanto invidio tutta la tua mercanzia!
        Kasa sono felicissimo di essere di nuovo qui su wordpress a fare il mio dovere di blogger (?). Ho tantissimi altri post da recuperare e commentare e allo stesso tempo ho tanti post che vorrei scrivere io stesso (sono già a lavoro su un paio di recensioni, più altre cose che non ti dico) e non vedo l’ora di riprendere il ritmo!
        Un abbraccio.

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  13. Pingback: Netflixzati cap 00 – L’altra faccia del Cinema | L'Anticorpo

  14. Pezzo molto bello e interessante, molti dettagli sulla scrittura non li conoscevo. Anche io amo molto il film, che è una di quelle rare pellicole sospese nel tempo, che per temi e messa in scena avrà sempre uno spazio tutto suo. Detto questo, io faccio invece parte dei curiosi, soprattutto perché la scelta di Villeneuve mi sembra abbia del miracoloso, e credo che il suo stile possa davvero dare un seguito fedele e al tempo stesso personale. D’altronde già con Enemy ha dato vita a una trasposizione, dal libro di Saramago, dove l’impronta autoriale è evidente e porta la storia in toni del tutto diversi. Avrei solo preferito annunciassero il film almeno un anno più tardi, che detesto queste attese.

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    • Ma grazie davvero!
      Detti da te questi apprezzamenti contano molto e lo sai!
      Anch’io comunque, come si è capito penso da tutto il post, sono curioso sul sequel e concordo sul fatto che sia quasi miracoloso aver ottenuto per la regia un nome come quello di Villeneuve… forse, per i produttori americani, deve aver contato il lavoro svolto per “Sicario“, certamente più semplice sintatticamente di Enemy ma ugualmente di grande sobrietà e compattezza stilistica, con un uso dei landscape davvero superbo (non sarà un caso, anch’essi simili a quelli usati da Kubrick nei titoli di testa di Shining ed ancora una volta un nome che ritorna anche in Blade Runner, anche se dalla porta di servizio…).
      Strane cose, strani pensieri…

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