Eroe ed Onore nel Cinema Americano e Giapponese – Capitolo 3: il Samurai

SamuraiIl Bushidō (tradotto letteralmente, “La Via del Guerriero”) è il nome con cui viene normalmente chiamato l’insieme delle regole di comportamento dei bushi, ovvero dei guerrieri, meglio noti con il nome di Samurai, una delle classi sociali aristocratiche del Giappone feudale, antecedente all’era moderna.

L’idea stessa del Codice Bushidō nacque durante il periodo Kamakura (1192-1333), come summa di precetti filosofici Zen e confuciani, saldati assieme dal principio più importante di tutti ed ossia l’assoluta obbedienza e fedeltà del samurai al proprio Daimyō, il signore del feudo, il cui benessere ed i cui interessi dovevano persino anteporsi a quelli dei membri della famiglia del guerriero.

Genroku-ChushinguraQuesto codice, per lo più non scritto, si basava sull’osservanza ed il perseguimento delle seguenti sette virtù: “Gi” (Integrità e Senso di Giustizia), “Rei” (Rispetto e Cortesia), “Yu/Yuuki” (Coraggio), “Meiyo” (Onore), “Jin” (Gentilezza e Compassione), “Makoto” (Onestà e Sincerità), “Chu/Chugi” (Lealtà, fedeltà ad un superiore); per una disamina leggermente più approfondità di ogni singola virtù, rimando gli interessati al suo dettaglio, in fondo al post.

RashomonIl bushidō giapponese, come anche il Codice Cavalleresco teorizzato nei romanzi epici europei, divenne da subito soprattutto uno stile di vita, perché con le sue regole doveva influenzare ogni istante della giornata di un samurai, creando in esso la concretizzazione di un guerriero e di un uomo ideale; per estensione, il perfetto samurai divenne agli occhi del popolo giapponese un modello ed un punto di arrivo per qualsiasi cittadino che volesse aspirare a vivere una vita giusta.

Per questo motivo, quando ebbe fine il regime feudale, intorno alla metà del 19° secolo, questi precetti, inizialmente codificati ad uso esclusivo dei samurai, furono estesi a tutti, affinché fossero la base etica per la formazione culturale e morale dell’intera società giapponese, laddove l’Imperatore si impose come unica figura super-partes, sostituendo i signori feudali e di fatto livellando il resto delle classi sociali in una forma di uguaglianza: era stata infatti scardinata e distrutta quella struttura piramidale medioevale, fatta di un crescendo di potere nobiliare e di deleghe a cascata, sostituita dal comando di un solo uomo che, almeno in teoria, si sarebbe dovuto erigere sopra tutti gli altri in modo equanime.

The-Last-SamuraiPersino gli stessi samurai, un tempo devoti solo al loro daimyō, dovettero cieca fedeltà solo all’Imperatore (visto come un figura semi-divina) e di conseguenza all’aristocrazia di politici e burocrati di cui la corte stessa si circondava: assolutamente esemplificativa di quel momento storico e di quella trasformazione sociale è l’epica narrazione avutasi dentro “The last samurai”, il bellissimo film americano del 2003, diretto dall’abile artigiano Edward Zick e scritto da quel talentuosissimo artista della scrittura visiva di John Logan, sceneggiatore sopraffino, a cui si devono opere come “Any Given Sunday – Ogni maledetta Domenica” di Stone o “Gladiator” di Scott o “The aviator” e “Hugo Cabret” di Scorsese, “Skyfall” di Mendes e persino la fiction Tv britannica “Penny Dreadful” e questo solo per citare una manciata dei suoi tantissimi credits.

The-Last-Samurai-2I precetti morali riportati nel codice bushidō accompagnarono tutta la gestione della cosa pubblica (sia come intento politico, che militare) dalla Restaurazione dell’epoca Meiji, fino alla sconfitta militare e politica subita dal Giappone nel 1945, da parte degli USA.
Dopo di allora, gli elementi fondanti del bushidō permasero intatti soltanto nella pratica delle arti marziali e del Sumo, dove continuano ad esistere ancora oggi.

Tuttavia, malgrado il Giappone Moderno avesse a suo tempo tolto la giustificazione sociale all’esistenza stessa della figura del samurai e nonostante il Giappone Contemporaneo abbia visto morire sotto le esplosioni nucleari quell’ideale di supremazia militare e morale che l’imperatore aveva perseguito fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, qualcosa della figura del samurai è rimasta nella cultura sia nipponica che internazionale.

Miyamoto-Musashi-kanketsuhen-ketto-GanryujimaCon il tempo, infatti, essa ha assunto un significato altro rispetto a quello del semplice guerriero professionista: è diventato una figura ideale e simbolica, una rappresentazione culturale dell’estetismo giapponese e dei suoi più alti valori sociali; infine, nel dopo guerra, il samurai è assurto a mito eroico dell’intero Giappone antico, reso immortale dal grande schermo, sia in patria come ad Hollywood,  con alcune pellicole indimenticabili.

Mano a mano che il paese del Sol Levante si risollevava dalla sconfitta subita con la fine della guerra e dall’umiliazione dell’ecatombe nucleare, i valori altissimi del codice bushidō, impersonati al cinema in centinaia di film con tema le eroiche gesta dei samurai, accompagnarono la straordinaria ricostruzione, fisica, economica e morale del popolo giapponese: mentre, durante il feudalismo, essi erano dei veri guerrieri, membri di una elite nobiliare, devoti al loro signore e sprezzanti del denaro e delle comodità, ora i samurai erano diventati degli eroi leggendari, le cui azioni sul grande schermo parlavano come metafore di virtù, a cui ognuno poteva solo aspirare.

Shichinin-no-Samurai-03Tra i moltissimi titoli dei cosiddetti samurai movies o bushidō movies, in cui il racconto epico del samurai, che si esplica nella sintassi cinematografica degli chambara (ovvero film basati sui “combattimenti con le spade”), trasforma un semplice film d’azione in un apologo morale, il più emblematico è senza dubbio  “Shichinin no Samurai (I sette samurai)”, pellicola del 1954, nella quale il maestro indiscusso di tale genere, Akira Kurosawa, non solo firma uno dei film più celebri dell’intera storia del cinema, ma, all’apice della sua forma, ne incrina profondamente l’ossatura morale perfetta, rimescolando le carte ed i giochi fino ad allora considerati intoccabili.

Shichinin-no-Samurai-01E’ bene sottolineare che quando parliamo di Kurosawa, stiamo letteralmente volando sopra le nuvole, in quella fascia di così alto valore artistico, cinematograficamente parlando, da rischiare di bruciarci gli occhi per la nostra troppa vicinanza al sole: tutta la sua carriera è un monumento alla messa in scena ed alla sperimentazione di sintassi filmiche che da allora in poi diverranno l’ovvio.

Shichinin-no-Samurai-04Se con il suo “Yōjinbō (La sfida del Samurai)” del 1960 (ispiratore diretto del mitico “Per un pugno di dollari”, per ammissione dello stesso Sergio Leone) avrebbe dato il via al genere Spaghetti-Western e se con il suo “Kakushi toride no san-akunin (La fortezza nascosta)” del 1958 avrebbe instillato per sempre l’idea seminale su cui George Lucas (ammiratore sfegatato della filmografia del maestro nipponico) costruirà il plot di “Star Wars”, con questo “Shichinin no Samurai” creò il primo film in assoluto in cui viene assemblata di fronte agli occhi dello spettatore una “squadra” incaricata di svolgere una missione (chiametela team o sporca dozzina ed avrete la chiave di ricerca), dando di fatto inizio ad un filone di storie, sia avventurose che poliziesche e criminali, il cui numero si perde nella nostra stessa capacità di annoverarle, anche solo per la maggioranza.

Shichinin-no-Samurai-02Oltre a questo primato di natura storica, oltre alla mastodontica interpretazione di Toshiro Mifune (che dopo quelle riprese divenne una star di fama planetaria) ed oltre alle incredibili innovazioni tecniche nell’uso della profondità di campo e nelle riprese di scene di azione di massa, il film che ho preso a prestito per la mia disamina ha un plot seminale ed assieme di rottura con la tradizione stessa dei film di genere bushidō: sette samurai vengono assoldati dagli abitanti di un villaggio per difendere le loro case da 13 terribili banditi a cavallo che stanno per saccheggiarli e questo malgrado gli abitanti vedano gli stessi samurai come degli aristocratici prepotenti ed ostili e questi ultimi a loro volta decidano di accettare un compito che si presenta, di fatto, come una missione suicida, in cambio di poche ciotole di riso.

Shichinin-no-Samurai-05E’ evidente in modo immediato che sopra tutto, sopra il villaggio, sopra quelle fortificazioni di risulta allestite in fretta e furia, sopra gli animi in tensione per le differenze culturali e comportamentali, sopra tutti questi destini in attesa dell’arrivo dello scontro, vissuto come un’ordalia annunciata, aleggia, con tutto il suo grave peso, il senso sociale del dovere: questa la vera molla che spingerà ogni samurai a dare il massimo e che paradossalmente spingerà anche gli stessi banditi ad assolvere al proprio compito, attaccando nuovamente anche quando la carneficina che li aspetta risulterà evidente, in modo che ognuno adempia al suo dovere, rispettando il suo ruolo assegnatoli dagli uomini e dal destino.

Shichinin-no-Samurai-07Tutto il film è una lenta ed inesorabile preparazione alla battaglia finale, strategicamente preparata dai samurai che sono ripresi vagare per il villaggio, con la mappa in mano per studiare il campo di battaglia: il momento dello scontro decisivo si avvicina con un ritmo che accelera gradualmente, finché lo schermo cinematografico non si riempie di fronte agli occhi dello spettatore di cavalli al galoppo, duelli, spari e corpi che stramazzano al suolo.

Shichinin-no-Samurai-08Le sequenze più drammaticamente importanti della battaglia sono segnate dal silenzio assoluto, senza musica o urla, con la sola eccezione dei suoni naturali, come l’acqua corrente ed il rumore dei cavalli ed in questo modo Kurosawa ha aumentato di colpo l’impatto delle scene di violenza, lasciando ai registi che verranno dopo di lui una lezione di genere action che non sarà mai più dimenticata.

Shichinin-no-Samurai-06A sublimare un segmento narrativo già di altissima efficacia, il nostro regista immerge il combattimento in una pioggia torrenziale, un vero e proprio monsone che spazza il terreno e solleva la pioggia che cade incessante sui cavalli, sui samurai, sui banditi e sulla terra bagnata, nella quale ogni mossa sembra quasi rallentata: Il fango che scorre sulle membra e sui visi si mescola al sangue ed alle lacrime, quasi livellando i buoni ed i cattivi, per un istante colti nel loro essere identici attanti di una tragedia annunciata e prevedibile, con un sobbalzo ed un’interruzione nella linearità etica dei comportamenti umani che non fu subito colta dal grande pubblico, ma che segnò per sempre la carriera di Kurosawa.

The-Magnificent-sevenL’impatto della visione di questo film, sia in patria che all’estero, fu incredibile ed è noto a tutti che nel 1960 il filmaker statunitense John Sturges (già entrato nel mito del genere western nel 1957 con il suo “Gunfight at the O.K. Corral”) scrisse, produsse e diresse “The Magnificent Seven”, ispirandosi in modo netto al film di Kurosawa ed adattando quegli ideali di giustizia ed onore al mito della frontiera americana e creando a sua volta una pellicola altrettanto memorabile.

The-Magnificent-seven-02Per una di quelle meravigliose coincidenze, che non possono non strappare un sorriso anche nel critico più malizioso, la storia della settima arte, grazie al facile raffronto tra due film per moltissimi aspetti identici e coevi, ci offre praticamente su un vassoio di argento la chiave per decifrare le due differenze essenziali tra il codice bushidō (con cui si muovono i samurai del film di Kurosawa) ed il codice cavalleresco (sulla base del quale agiscono invece i cowboys di Sturges).

The-Magnificent-seven-03Al netto di tutta una serie di confronti e di accoppiamenti dei vari personaggi (il parallelo tra le due pellicole citate è stato oggetto di non so quanti saggi e tesi di laurea), risulta alla fine molto chiaro che, sopra uno zoccolo comune di valori condivisi, in termini di eroismo e rettitudine, i due codici di comportamento si differenziano sul trattamento della figura femminile e sul concetto di lealtà: per un samurai l’amore per la propria donna, la devozione e la fedeltà all’amata a cui si è promesso anima e corpo, viene comunque e sempre dopo la devozione al proprio signore ed al proprio dovere sociale e sull’altare di questi ultimi due egli è disposto a sacrificare anche il suo cuore; di contro, un cavaliere (e quindi, per estensione, un cowboy, come abbiamo visto nei primi due capitoli di questo nostro trattato) si arresta di fronte all’amore e per esso può sacrificare persino il suo onore, dando la precedenza alla fedeltà alla propria donna su quella al suo re, come testimoniato dall’immortale storia di Sir Lancelot, Guinvere e King Arthur.

ExcaliburNon si pensi che sia una differenza minimale, perché praticamente due interi universi cavallereschi entrano in collisione di fronte al valore del sacrificio assoluto portato avanti da questi due prototipi di cavaliere: il samurai giapponese conosce bene il suo ruolo sociale ed il significato della sua stessa esistenza (il valore della sua anima) si può misurare nella sua capacità di restare dentro quei limiti (l’apparente masochismo di annullare volontà ed interessi individuali per un bene altrui è in realtà il raggiungimento del massimo onore e quindi della massima soddisfazione personale, perché l’ascetismo diviene il piacere della perfezione dell’animo); d’altro canto, il cavaliere ed il cowboy solitario sono pronti ad una totale distruzione del proprio essere (fisico e spirituale), immolandosi per la salvaguardia di ciò che hanno di più sacro, preferendo comunque l’individualità di un loro personale idolo (sia esso una donna o un bisogno di identità patriottico o la comunanza con un gruppo) a qualsiasi lealtà sociale.

Siamo entrati nel cuore del cuore del mito, dentro quel non-spazio dello spirito in cui l’eroe diviene tale attraverso il sacrificio.
Nell’opera letteraria “Hagakure”, compendio scritto nel 17° secolo da Yamamoto Tsunetomo, in cui vengono trasmesse regole di saggezza, ascoltate da maestri samurai che parlavano ai loro allievi, leggiamo queste righe significative:

I giovani devono sforzarsi di accrescere la loro determinazione e il coraggio.
Ciò è possibile solo se il coraggio è radicato nel cuore.
Quando la spada è spezzata, bisogna attaccare con le mani.
Quando le mani sono amputate, è necessario servirsi delle spalle.
Quando le spalle sono ferite bisogna mordere il collo di dieci e persino quindici avversari.
Ecco cos’è il coraggio”.

AkahigeDopo aver ricevuto onore e gloria in patria praticamente per ogni suo film, con la fine degli anni ’60, Kurosawa decise di chiudere con i personaggi appassionati ed esemplari, che erano stati protagonisti delle sue pellicole fino ad allora: concluso tale ciclo umanista con il possente “Akahige (Barbarossa)” (due anni di lavorazione, durante i quali, per narrare il trascorrere del tempo nelle giornate del coraggioso medico protagonista del film, il nostro regista ha atteso davvero più volte l’alternarsi naturale delle quattro stagioni, per riprendere vere piogge, vere nevicate e veri risvegli primaverili), il nostro cineasta cominciò a lavorare al suo progetto più ambizioso, tale non solo in termini economici o produttivi.

Nella seconda parte della sua prestigiosa carriera, Tenno (termine che significa imperatore, così era chiamato il nostro nell’ambiente del cinema), aprirà infatti le porte, nei suoi film, allo scoraggiamento, al dubbio ed al dolore senza rimedio e riparazione (come verrà siglato nella sua penultima pellicola, quel “Hachi-gatsu no kyōshikyoku – Rapsodia d’Agosto”, in cui la vera protagonista è la devastazione di Nagasaki e le risposte che tre generazioni di familiari sono capaci di portare a quella tragedia), ma allora quel momento non era ancora giunto.

Hachigatsu-no-kyoshikyokuPrigioniero della sua stessa fama, Kurosawa, malgrado fosse considerato in patria il più grande regista vivente e benché fosse di fatto venerato come nume tutelare del concetto stesso di samurai al cinema (egli stesso era figlio di un ex-samurai della Prefettura di Akita, nella regione di Tohoku, l’isola principale del Giappone, a nord di Honshu), dovette attendere per più di 10 lunghi anni, prima di riuscire a trovare i finanziamenti per realizzare il suo progetto.

Nel frattempo, nel 1970, girò anche un’opera minore, “Dodes’ka-den”, ugualmente di successo, ma anche questa prova a nulla valse per la sua missione; alla disperata ricerca di finanziatori, finì persino nella gelida Siberia, dove, nel 1976, quasi come ripiego, girò un’altra sua memorabile pellicola, “Dersu Uzala”.

Dersu-UzalaGli anni passavano invano e per la disperazione Kurosawa tentò anche il suicidio: il suo anelito alla creazione di un’opera, che egli considerava la sua idea definitiva sulla figura del samurai, era diventata una vera ossessione, che lo stava letteralmente divorando.

Quando oramai la speranza lo stava nuovamente abbandonando, inaspettatamente il nostro regista trovò oltre oceano, negli USA, due uomini, due campioni della settima arte, che credettero con tutto il loro cuore nella sua idea e che produssero interamente il film.
Nel 1980, infatti, grazie ai finanziamenti ed al supporto di George Lucas e Francis Ford Coppola, uscì in tutto il mondo “Kagemusha” ed i film di samurai non furono più gli stessi.

Kagemusha-01In questo poema epico, Akira Kurosawa racconta la storia di un uomo comune, un ladro persino, che, per via della sua straordinaria somiglianza, viene assoldato segretamente per impersonare il sosia di un potentissimo e temutissimo signore della guerra, il daimyō Takeda Shingen; alla dipartita di Shingen, il clan Takeda terrà tale morte segreta ed useranno il sosia per far credere ai loro rivali che il potente e temuto daimyō sia ancora al suo posto: come un attore capace di immedesimarsi in profondità nel suo ruolo, il ladruncolo diverrà con il tempo un vero samurai, capace persino di immolarsi sul campo di battaglia, in rispetto ad un senso di lealtà e dovere che di fatto era solo un artificio.

Kagemusha-02Attraverso una lezione di cinema che toglie letteralmente il fiato, con mastodontiche scene di battaglia in campo aperto, lunghissime ed acrobatiche carrellate in sequenza per seguire un semplice messaggero attraverso le trincee scavate nel terreno, samurai che lottano lenti esanimi e feriti di fronte ad un tramonto rosso sangue, campi sterminati di cadaveri in cui si erge solitario un cavallo morente, lunghi piani sequenza di scene intime dal taglio teatrale e scene oniriche coloratissime, Kurosawa ci racconta di come masse oceaniche di persone possano raggiungere uno scopo, combattendo e morendo per esso, anche basandosi su convinzioni assolutamente avulse dalla realtà, purché accettate ciecamente e condivise (che è un po’ il famoso adagio che recita “non importa in cosa credi ma come ci credi”); quando invece tali convinzioni o verità vanno in frantumi, allora subentra la confusione e la distruzione, sia degli animi, degli eserciti e delle stesse società.

Kagemusha-03Oltre a godere di una distribuzione internazionale nei cinema di tutto l’occidente, grazie ai suoi produttori Lucas e Coppola, il film vinse anche la Palme d’Or come miglior film al Festival di Cannes del 1980 (ex-aequo con il musical di Bob Fosse “All that Jazz”).

Kagemusha-04Cinque anni più tardi, un Akira Kurosawa oramai settantacinquenne superò in budegt quel gradino che pensava fosse insormontabile quando voleva realizzare “Kagemusha” e diresse “Ran” (che significa “caos”), adattamento molto personale della tragedia shakespeariana “King Lear”, all’epoca il più costoso film mai realizzato in Giappone e che solo per i costumi usati dai soldati impiegò tre anni per far cucire a mano più di 1400 divise.

Tenno era tornato in vita ed il suo lascito fu davvero immenso.

Nella prossima puntata (la quarta e penultima del nostro viaggio), alla scoperta del concetto di eroe ed onore, ci soffermeremo ancora un poco su Kurosawa e paraleremo dei gra di conflitti etici degli eroi protagonisti, prima di arrivare, ancora dopo, nella quinta ed ultima puntata, agli eroi anomali di Takashi Miike e Takeshi Kitano, osservati, però, da un angolatura meno comune ed insolita, che ci farà chiudere definitivamente il cerchio aperto con il primo capitolo.

KitanoRestate sintonizzati e grazie della pazienza.


In questo post abbiamo parlato dei seguenti film

The last samurai, USA, 2003
Sceneggiatura di John Logan, Edward Zwick e Marshall Herskovitz
Regia di Edward Zwick

Shichinin no Samurai“, JAP, 1954
Sceneggiatura di Akira Kurosawa, Shinobu Hashimoto e Hideo Oguni
Regia di Akira Kurosawa

The Magnificent Seven“, USA, 1960
Sceneggiatura di William Roberts, Walter Newman e Walter Bernstein
Regia di John Sturges

Kagemusha“, JAP/USA, 1980
Sceneggiatura di Akira Kurosawa e Masato Ide
Regia di Akira Kurosawa


Bushido

Le Sette Virtù del Codice Bushidō

1. “Gi” (Integrità e Senso di Giustizia)
In ogni momento, anche quando è solo, il samurai deve avere il discernimento per capire qual è la cosa giusta da fare per il suo clan: è il più importante dei precetti, perché rappresenta l’ossatura su cui si regge l’animo del samurai, così come la colonna vertebrale è l’ossatura che permette ad uomo di stare ritto in piedi.
“Gi” è il potere di decidere su una linea di condotta secondo la ragione, senza vacillare: decidendo di morire quando morire è giusto, di colpire quando colpire è giusto.

2. “Rei” (Rispetto e Cortesia)
In Giappone, il significato di cortesia è vicinissimo a quello di amore: spesso, quando un occidentale si reca nel paese del sol levante, tende a confondere il servilismo con la cortesia, immaginando che sia solo un popolo molto educato, ma in realtà, quando viene seguito, il precetto della cortesia viene inteso come un modo per avvicinarsi ai bisogni del prossimo.

3. “Yu/Yuuki” (Coraggio)
Il Bushido distingue molto chiaramente il vero coraggio dalla semplice audacia: entrambi sono ovviamente qualità positive per un guerriero, ma al samurai è richiesto di essere coraggioso solo quando la sua audacia è al servizio di un giusto fine; in questo senso persino l’inazione può essere un atto di coraggio e se il non intervenire in una situazione è la scelta migliore per il bene collettivo allora non agire è da coraggiosi.

4. “Meiyo” (Onore)
Molto spesso viene equivocata l’apparente irascibilità di un samurai, ma le sue reazioni di fronte ad ipotetiche messe in discussione del proprio onore sono il frutto di una reazione alla messa in discussione di tutto il suo essere, poiché tra i suoi precetti c’è anche quello di tenere un comportamento che non lasci adito a dubbi di alcun tipo sul suo essere una persona onorevole, ossia in linea con i dettami del Bushido: se qualcuno mettesse in dubbio, il fatto in sè rappresenterebbe comunque un fallimento per il samurai.

5. “Jin” (Gentilezza e Compassione)
Confucio insegna che l’uomo chiamato a comandare e che ha il potere di uccidere deve anche avere il dono della benevolenza e della pietà, perché l’empatia e l’affetto per il prossimo sono i più alti attributi dell’animo umano.

6. “Makoto” (Onestà e Sincerità)
A meno che non sia costretto, un samurai non parla mai di denaro ed anzi ostenta ignoranza sul reale valore di ogni moneta: la ricchezza viene considerata una distrazione dal perseguimento dei veri valori e come tale, la parsimonia del samurai non è banalmente oculatezza ma esercizio di astinenza dal denaro.

7. “Chu/Chugi
(Lealtà, fedeltà ad un superiore)
Con questo precetto, un samurai veniva legato per sempre al suo signore feudale; nel Giappone Moderno, questa fedeltà divenne quella di ogni soldato verso il proprio superiore, ma anche di ogni dipendente per la sua ditta ed in generale di ogni sottoposto verso il responsabile che si occupa delle sue mansioni, con quella gerarchia basata non su un diritto di nascita (nobiltà) ma sul ruolo sociale nella famiglia, nella scuola e nel lavoro.


 

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47 pensieri su “Eroe ed Onore nel Cinema Americano e Giapponese – Capitolo 3: il Samurai

  1. Finalmente è uscita anche la terza parte! Era da un po’ che aspettavo. Conosco abbastanza bene il mondo dei samurai e il loro codice d’onore e il confronto fatto tra il samurai e il cavaliere mi ha molto colpito.
    In un articolo del genere immaginavo che avresti parlato di Kurosawa, regista che apprezzo moltissimo e che è riuscito a colpirmi proprio con “I 7 samurai”.
    Ora credo che andrò a recuperare qualche altra pellicola di Kurosawa.
    Buona giornata!

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    • Grazie Butcher, sapevo che l’argomento Samurai faceva parte del tuo bagaglio culturale e come poteva essere differente, visto che su WordPress tu e Shiki siete tra gli alfieri dei manga e degli anime…
      Quando vi legge si sente a pelle questa passione, coltivata da conoscenza sul campo: Kurosawa a parte (visione comunque non semplice, visti gli anni di sintassi cinematografica che separano il suo linguaggio da quello del cinema contemporaneo e che non sarebbe comunque strano non conoscere per una persona giovane), penavo a quanto mi sono appositamente trattenuto dalla mia volontà iniziale di spaziare ancora di più sulla questione e magari entrando proprio nello specifico settore dei fumetti…

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      Quanto bello sarebbe chiacchierare con voi due, ad esempio, di miniserie a cartoni come “Samurai Sebun” del prestigioso studio Gonzo e di come segnò un punto di rottura coloristicamente parlando e come il vero papà, a livello visivo, dell’omaggio che Miike nel 2003 fece al cinema di Kurosawa con il suo “Jûsan-nin no shikaku“, non è il film del vecchio maestro quanto l’anime, con la sua iper-violenza (la stessa usata da Tarantino nel lungo segmento animato di “Kill Bill”).

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      Restando, poi, in argomento anime, parlando di eroi e cavalieri solitari, come non citare il “Kaubōi Bibappu” di Watanabe, con tutta la sua trasgressiva rivisitazione…

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      Tutto questo è un’altra storia, che forse chissà, un giorno vedremo uscire dalla tua tastiera o da quella della Shiki di “Legend Of Mother Sarah”!…

      Per ora grazie, della gentilezza e della passione che hai sempre nei miei riguardi!

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  2. Ok, ho capito, sono ignorante della peggior feccia.
    Non ho mai visto un film di Kurosawa. E mentre lo scrivo arrossisco di vergogna , la stessa vergognosa vergogna che proverei per ammettere analfabetismo, mancanza di virilità o smodata passione per un programma di Barbara D’Urso.
    Rimedierò, sensi Kasabake. In questa vita o – dio non voglia – nell’altra.

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    • No, ti prego, non dirlo nemmeno, perché sarebbe una bestemmia: non conosco persona per cui l’appellativo ignorante sarebbe più sbagliato ed ogni giorno che passa scopro cose che tu sai e che io ignoro, senza considerare l’apertura mentale che hai anche verso cose che quasi ti repellono, ma di cui senti la valenza seminale… il fatto che per ragioni di età io abbia visto quasi in diretta cose che tu dovresti invece recuperare ora appositamente, rientra in quel discorso che facevamo sul tempo perduto ed il mondo di Roland che va avanti…

      Insomma, in soldoni, io vecchio, tu giovane…

      Andando OT, cosa che a me ed a te riesce naturale, hai sentito che con la Quinta stagione di “House of Cards” esce di scena lo showrunner e creatore della fiction Beau Willimon? Penso che sarà per me il momneto in cui l’abbandonerò… forse…

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      • Solo dopo aver superato i 30 anni ho finalmente capito cosa intendesse Il Filosofo quando diceva “io so di non sapere”…

        Mi citi per la seconda volta la Torre Nera e non posso non raccogliere l’invito nemmeno ora: anche qui devo fare un’amara confessione perchè dopo aver letto i primi 3 romanzi della saga ho abbandonato l’argomento non per noi o dispiacere, ma solo perchè i miei interessi si sono spostati altrove e il tempo passava e la voglia di tornare a Roland ed al suo mondo non mi tornava più. Ma è da quando ho letto che addirittura Matthew McConaghey farà parte del progetto come protagonista che mi son messo di punta per recuperare tutti i volumi della storia. Le probabilità che mandino tutto alla malora sono alte ma voglie credere che, in una fase di crescita esponenziale della sua carriera, McCoso abbia avuto l’accortezza di scegliere con giudizio i lavori cui partecipare.

        Passando invece ad HoC: non sapevo dell’uscita di scena di Billimon, la qual cosa abbassa ulteriormente le mie aspettative per la serie. La guarderò, ma stancamente. Avessero avuto il coraggio di chiudere baracche e baracconi con la fine della seconda stagione e quella mirabile sequenza in cui Underwood entra trionfante nello studio ovale, prende possesso del “trono” e con il suo inconfondibile tocco di nocche sul legno fissa lo spettatore dritto negli occhi (scena per altro che starebbero benissimo in uno dei tuoi kasashot…) ecco, avessero chiuso tutto lì ci saremmo trovati davanti ad una delle serie più belle di sempre. Ma no, gli americani finchè ci si guadagna tirano avanti e raschiano il fondo del barile….
        Sai che ti dico: ho un unico rammarico. Che HoC non sia una produzione BBC….

        Buon w-end!!!

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        • Visto il tuo amore per King (quasi un mentore), davo per scontato che avessi letto tutta la saga, altrimenti non l’avrei citata così spesso, perché a posteriori suona da parte mia come prosopopea…
          Come dicevo con Chezliza, tolti i volumi 5 e 6, un po’ inferiori allo standard, il resto è tutto molto bello…
          King aveva sempre indicato Viggo Mortensen come miglior candidato per il ruolo di Roland Deschain di Gilead, ma poi si è cominciato a parlare di fiction televisiva ed adesso, con un salto carpiato di cui solo i creatori dei casting statunitensi sono capaci (o sarebbe meglio dire… incapaci!) il nome più quotato secondo i produttori del film sarebbe quello di Idris Elba… oramai sembra uno standard cambiare etnia o sesso ad un personaggio, ma in questo caso sarebbe a mio avviso uno scandalo!

          Su HoC, la prossima season che vedremo, ovvero la quarta, sarà anche l’ultima con il medesimo cast di autori, poi dalla quinta Netflix ha detto che avverrà il famoso cambiamento di showrunner…
          Non so, come ho detto, penso che guarderò questa quarta (il trailer è delizioso, come sempre nella tradizione Netflix) e poi lascio: ho di meglio da vedere…

          X-Files è penoso ed ho letto la recensione di PizzaDog su Heroes Reborn e seguirò il suo consiglio di lasciare stare… Ho ovviamene terminato “Hannibal” con un finale grandioso e vivo sempre nella peranza della famosa quarta stagione in cui questo mese circolavano voci per lo spostamento della serializzazione di Red Dragon su Netflix…
          Come sei messo con “Fargo”? Ti piace? A me fa impazzire!!

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          • Per quanto riguarda la Torre Nera, lungi da me ravvisare toni prosopopeistici nelle tue parole.
            Semmai sono io che mi dolgo per la lacuna venutasi a creare cogli anni nella mia bibilioteca.
            Per altro, l’acquisto natalizio del Kindle Fire (che strumento PORTENTOSO) mi ha permesso già di colmare la lacuna per quanto riguarda l’aspetto del reperimento, ora resta solo da leggere i 7 romanzi (rileggerò anche i primi perchè è passato talmente tanto tempo che ormai ricordo solo il primo e quello che resta, ancor oggi, uno dei migliori incipit del Re:
            l’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì
            Io ero rimasto che per il ruolo di Roland, appunto, fosse stato McConacoso, non sapevo niente di Elba. Certo, sarebbe inappropriato cambiare etnia al personaggio, tuttavia io adoro Elba (dopo averlo visto in LUTHER non può essere diversamente) quindi alla fine potrei chiudere un occhio.
            King, comunque, è meglio che non ci metta bocca su ste cose: sarà bravo a scrivere romanzi, ma col cinema non ci azzecca una cippa. Basti vedere la sua versione di The Shining: non solo il TV-Movie da lui diretto non può essere comparato al capolavoro di Kubrick, ma non può nemmeno essere considerato un prodotto audiovisivo degno di tal nome.

            Passando ad HoC: il cambio di ShowRunner paradossalmente potrebbe anche riportare nuova linfa allo show a patto che quello nuovo sia veramente bravo. Resta cmq il fatto che le cose migliori già sono state fatte e ormai il soggetto è logo e ingobbito. Spero almeno che a staccare la spina a questo show ci pensino Spacey e la Wright, anche se temo che le mazzette di denaro che intascano per ogni episodio alla fine avranno l’ultima definitiva parola.

            Fargo? Fargo non la guardo, caro amico. Non chiedermi perchè. In realtà non ho visto nemmeno il film… I Cohen non mi entusiasmano, tutto qui. Un giorno, quando sarò pensionato e avrò molto più tempo libero allora forse potrei… ma oggi la mia attenzione si ferma altrove.
            Attualmente ho iniziato la visione delle stagioni rispettivamente 4 e 2 di Arrow e Flash. Entrambi gli show sono leggero intrattenimento e sono perfetti per i miei allenamenti (in caso ho una vecchia cyclette e per tenermi in forma faccio 1h di allenamento un giorno si e uno no; durante l’allenamento guardo un telefilm al portatile, solitamente roba abbastanza adrenalica e d’azione… )
            Noto che Arrow stra prendendo una brutta piega… e sta scadendo di livello, ma almeno m’hanno resuscitato Caity Lotz e quell’ottava meraviglia del mondo che si porta appresso sul fondoschiena… quindi per ora perdono Berlanti e compagnia.
            Ho visto anche
            – il pilot di Limitless: niente male, ma aspetto i prossimi episodi per pronunciarmi.
            – i primi due episodi di x-files: a differenza tua, non li ho proprio disprezzati. Di solito le ooperazioni nostalgia mi piacciono poco ma in questo caso non so… per ora sono convinto.
            – Chicago PD: serie che guardo con la signora Lapinsù. Abbiamo visto insieme anche il primo episodio di The good wife di cui parlammo secoli fa: me l’ha bocciata… Però non appena abbiamo finito Chicago PD gliela ripropongo: sono certo di riuscire a persuaderla.

            Ah, tu che sei sempre informato: ma l’ultima stagione di Person Of INterest quando la fanno?????

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            • Commento succoso, il tuo (okay, sembra che stia cominciando a parlare come Yoda…)!

              Elba è un grande e Luther è stata una magnifica scoperta che ho fatto grazie a te! Me la consigliasti a suo tempo ed io seguii il tuo consiglio: fantastica serie ed interpretazione superba!
              Penso che ci scriverò sopra, di striscio, parlando proprio di Elba…

              Sono stupito per il discorso Coen: da alcuni tuoi commenti di apprezzamento per alcune loro opere (come ad esempio “No Country for Old Men” ero convinto che li stimassi… anche perché, tra l’altro, hanno una filmografia mostruosa, piena di titoli che hanno fatto la storia (non voglio citarli perché sarebbe davvero da gigioni…) ed in più so che il loro ultimo film è tra quelli che più attendi… Da qui, il mio stupore, ma nulla più.
              Sulla serie di Fargo, debbo però confessarti che è semplicemente meravigliosa: la prima stagione è sceneggiata divinamente ed ottimamente interpretata, ma la seconda è addirittura stellare! Con un uso dello split-screen che riecheggia gli anni ’70 senza essere modaiola ed alcuni personaggi epocali, come lo sceriffo, interpretato da un invecchiato benissimo Ted Danson (che con gli anni si sta “Michaelcainizzando”) e come la parrucchiera Peggy, moglie del macellaio del paese, interpretata da una magnifica Kirsten Dunst.
              Io sono convinto che l’ameresti, ecco, l’ho detto!

              Bellanti… io amo il Bellanti-verse… lo amo come un piacere colpevole, perché so che ciò che guardo è una stronzata, ma una stronzata piacevolissima! Non mi perdo una puntata di Flash, Arrow e Supergirl e così farò ovviamente per il crossover futuristico…

              Limitless l’ho cominciato a vedere spinto dalla blogger DoppiaW ed è una serie che mi diverte moltissimo, ma la seguo con mia moglie in italiano, quindi sono fermo alla 6°…

              Purtroppo per X-Files concordo con quello che ha scritto PizzaDog in generale su questo bisogno continuo della tv americana di resuscitare cadaveri a destra e sinistra e più specificatamente con quello che ha detto AlFox nel suo blog a proposito di X-Files…

              Accidenti… mi dispiace per The Good Wife, ma d’altronde poi la serenità coniugale vale più di una serie Tv… se non sarà La Buona Moglie, sarà qualcos’altro…

              PoI…La CBS ha anticipato la quinta ed ultima stagione (solo 13 episodi, come sai) a questa primavera, anziché al tardo autunno come era stata inizialmente calendarizzata…
              Sarà un addio, un giusto addio, ma un doloroso addio…

              Dimenticavo… ti è piaciuta la Terza di Hannibal?

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              • Cohen Brothers: non li disprezzo, tuttavia non mi entusiasmano. Paradossalmente il loro film che più ho amato è stato Burn After Reading che forse è uno dei meno famosi (gioca però a suo vantaggio il fatto che sia l’unico che ho visto al cinema, e di solito si sa che la sala fa guadagnare punti…). La prima stagione di Fargo mi aveva anche incuriosito, ma la presenza dall’a me invisissio Bob Thorton aveva distolto subito il mio sguardo e la mia attenzione. Prendo nota delle tue lodi potenti e le lascio stagionare nel mio cassetto della memoria finchè un giorno (forse) saranno maturate abbastanza da persuadermi (spingermi) ad azzardare la visione.
                The Good Wife avrà una seconda chance, per forza di cose. vedemmo solo il primo episodio io ne restai ammaliato mia moglie no. Avrei potuto continuare la visione in solitudine (come sai ho tante ore mattutine da riempire prima del lavoro…) tuttavia ho preferito aspettare un po’ (chè tanto di roba da vedere ne ho a bizzeffe) per poi riproporre di soppiatto alla mogliettina lo stesso piatto inizialmente schifato. Un po’ come si fa coi bimbi, che gli proponi più volte lo stessa pietanza aspettando che sappiano apprezzarla. Mia moglie in fondo quando si tratta di film e serie-tv è molto viscerale: se ciò che vede è un po’ fuori dallo standard si mette di traverso e formula un giudizio tranciante ma poi, essendo intelligente, sa cogliere il bello anche laddove non era lecito (per lei) aspettarsene.
                di Arrow ho visto proprio stamane il 4 episodio, si continua con l’affossamente, ahimè. Debbo però riconoscere che la seconda stagione di Flash continua ad avere la brillantezza e la leggerezza della prima. Anche io vedrò LoT (non solo perchè la Lotz, tengo a sottolinearlo…) mentre ho già deciso di declinare la visione di Supergirl: un po’ perchè il personaggio mi è stato sempre un po’ sulle palle, un po’ perchè già essendo moscio il personaggio ho il terrore che la serie possa essere abominevole. Vero è che lei ha una bellezza spigolosa e stordente (la “notai” per la prima volta su Whiplash) ma nemmeno ciò finora è stato sufficiente a convincermi… che stia invecchiando????
                Grazie per la dritta di PoI!!!
                Hannibal invece ancora non l’ho visto: sto aspettando di aver recuperato tutti gli episodi in HD fatto come si deve e per ora ne ho solo 6… Quando li avrò tutti mi butterò in una dolorosa full-immersion 😀

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  3. Un meraviglioso articolo amico mio mi arrendo semplicemente alla lettura come se fossi a casa
    Il mio amore x l’oriente nacque a causa di mio padre che mi fece vedere I 7 Samurai.
    Poi arrivo’ Itto Ogami..
    inutile dire che amo Kurosawa (che o lo ami o lo odi nn ci sn cazzi,come Kubrick come Tarantino o Rob Zombie 😊)
    …comincio a pensare che siamo Ka-Thet 😉

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    • Il tuo commento è per me un onore e non aggiungo altro per non banalizzare né le mie né le tue parole: il destino gioca strani scherzi ed a volte si riesce davvero a vedere con gli occhi di un altro…

      Akira Kurosawa, Francis Ford Coppola, and George Lucas during the production of KAGEMUSHA, 1980.

      Un pezzo di storia del cinema mica da ridere, eh Chez?

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  4. Sono rimasto indeciso se commentare o meno un articolo così ben consegnato alla blogosfera (nel dubbio ho “esportato” in PDF questo, come gli altri tuoi post, così da averli anche off-line) perché non c’è molto da aggiungere.
    Il mondo dell’onore, della via del Bushido, della lealtà è da te stato delineato come mai ho letto. Ci sono tanti saggi e dettagliate descrizioni delle opere del Maestro Kurosawa e del suo filone storico, ma tu hai trovato il modo di dipingere lui e la sua visione del Giappone e dei samurai in pochi tratti.
    Ricordo ancora con gioia la visione de La fortezza nascosta e altri… Non mi dilungo, dico solo che Kagemusha va visto ANCHE in giapponese, senza sottotitoli. Non ci capirà niente ovvio (a meno di non conoscere il giapponese) ma a quel punto diventa un viaggio visuale, combinato alla poesia. E’ da sballati mentali, perché sono 3 ore abbondanti ma… dopo un po’, davvero, è poesia.

    Segnalo anche Ninja Scroll come divertente anime di cappa e di katana! 😀

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    • Concordo al 1000% con quello che hai scritto: speravo di essere riuscito a far trapelare l’immensità della potenza delle immagini di Kurosawa, aldilà delle innovazioni tecniche o dell’importanza storica…
      Kagemusha è davvero un viaggio, come quello finale attraverso le galassie la coscienza di Space Odissey…
      Come già avvenuto con quello della nostra comune amica e sodale Chezliza, anche il tuo commento mi onora grandemente e lo dico con la massima umilà.

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    • Stai scherzando? La adoro!!
      La figura di Roland ed il concetto di “Mondo che è andato avanti” è una delle immagini che cito più spesso nei miei commenti… quando la volta precedente ti rispondevo che a volte si riesce a vedere con gli occhi di un altro, mi riferivo proprio alla possibilità, da te prospettata, che noi due si faccia parte del medesimo Ka-Tet, con una condivisione di destini ed aspettative che superano gli aspetti fisici e geografici, una sorta di ritrovarsi contro ogni logica apparente.
      Ho un rapporto altalenante con King, a cui spesso, per amore di alcuni capolavori, ho perdonato molto (troppo), ma che fa comunque parte del mio bagaglio culturale ed immaginifico: King è il nipote di Bradbury e Matheson, ma a differenza dei primi due, ad un certo punto si è seduto sul suo denaro e suoi successi, spesso replicando pattern identici per storie costruite un po’ troppo come un esperto di marketing.
      La serie della Torre Nera, anch’essa con andamento artistico sinusoidale (in particolare i libri 5 e 6 sono a mio avviso i più scarsi), resta forse il suo lascito più grande, foss’altro per la potenza delle idee e della storia.
      Anche per questo, tremo a ciò che produrranno ad Hollywood con l’imminente adattamento del primo romanzo a film, visto che per il personaggio di Roland al momento i produttori hanno annunciato che alla fine la scelta è caduta sul molto gettonato Idris Elba (bravissimo, per carità, ma perché dover cambiare l’etnia del cavaliere, mah!), quando lo stesso King aveva sempre indicato come perfetto per quel ruolo Viggo Mortensen.
      E’ sempre un piacere parlare con te, Chez!

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  5. Non metto in dubbio che John Logan sia uno sceneggiatore sopraffino: del resto, se ha firmato alcuni film poi diventati dei cult, è evidente che ci sono dei meriti oggettivi. Tuttavia, ti confesso che ho visto soltanto 2 dei suoi film (Ogni maledetta domenica e The Aviator), ed entrambi per me sono la noia fatta cinema. Ogni maledetta domenica lo mollai dopo 40 minuti, esasperato dalla sua lentezza (che del resto è la cifra narrativa di Oliver Stone); The Aviator invece, dato che ebbi la pessima idea di guardarlo al cinema, dovetti sorbirmelo fino alla fine, e questo gli ha permesso di entrare trionfalmente nella lista dei film più brutti che abbia mai visto (https://wwayne.wordpress.com/2008/08/23/errori/).
    Riguardo invece Edward Zwick, a mio giudizio lo sottovaluti nel definirlo semplicemente un abile artigiano. In realtà è un artista con la A maiuscola: riesce a creare dei toni epici come pochi registi al mondo, e molti dei suoi film sono di una bellezza indimenticabile. Quello che mi è piaciuto di più è stato paradossalmente il più bistrattato, Defiance – I giorni del coraggio: la critica lo accolse in maniera inspiegabilmente negativa, e agli Oscar venne umiliato con una misera nomination tecnica (miglior colonna sonora), quando invece ne avrebbe meritate 10.
    E proprio riguardo agli Oscar, forse l’unico lato positivo dell’aver dato l’Oscar come miglior film a Shakespeare in love (una delle decisioni più folli di sempre dell’Academy, soprattutto se esaminiamo gli altri film in gara quell’anno) sta proprio nel fatto che fece ottenere la statuetta a Edward Zwick, che l’aveva prodotto. Certo, è un Oscar in tono minore, perché l’ha ottenuto per averci messo i soldi e non per meriti artistici, ma è sempre meglio di niente.
    P.S.: Appena ho visto Yul Brynner, non ho potuto fare a meno di pensare a quell’autentico gioiellino che è Il mondo dei robot. 🙂

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    • Leggo sempre con molta attenzione i tuoi commenti Wwayne, perché ti conosco come grande appassionato della settima arte: anzi, leggendo i tuoi commenti ed i tuoi post, ho scoperto che in realtà i film che tu vedi sono molti, ma molti di più di quelli di cui parli, perché, per tua stessa ammissione, scegli di non recensire o disquisire di pellicole di cui già tutti parlano, preferendo magari film “figli di un dio minore” (giusto per parafrasare uno splendido dramma del 1986).
      Ovviamente sono corso a vedere il tuo post “Errori” in cui elenchi pellicole che definisci, nel migliore dei casi, dei “passi falsi” (errori, appunto) nella carriera di pur brillantissimi registi e devo dire che, con l’eccezione di un paio di titoli, concordo con te, come ho commentato anche là.
      Tuttavia i distinguo che ho fatto sono importanti e legati ad una diversa concezione della messa in scena e di fatto a ciò che alla fine si richiede ad un film: entrambi siamo tuttavia liberi pensatori che non vogliono imporre a nessuno il proprio modo di vedere.

      Questo discorso mi porta alla mia definizione di “artigiano” del cinema: sappi che non ha per me un accezione negativa, ma solo specificativa del diverso approccio all’arte; se scorriamo assieme con gli occhi e la memoria la filmografia di Zick troviamo tanti bei film, ma a mio modesto giudizio, in quel bizzarro pendolo che nel cinema hollywoodiano oscilla perennemente tra Arte ed Industria, ritengo che Zick, come moltissimi direttori di scena dell’epoca d’oro del cinema americano, scelga sempre o quasi di non osare soluzioni troppo personali o di rottura, salvando un aspetto mainstream adatto al pubblico più vasto possibile; questo non rende Zick meno meritevole ma indubbiamente diverso da un Kurosawa, un Truffaut, un Haneke e via discorrendo, in cui anche il passo falso (per citare la tua stessa definizione di errore) non si misura solo con l’incasso.
      Tieni anche conto, Duca, che se non avessi abbastanza stima di Zick, non avrei mai inserto un suo film in un post in cui volavo già sopra le nuvole con Kurosawa…
      Un abbraccio.

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      • Sì, senza dubbio Zwick è un regista non autoriale. Questo tuttavia lo considero un pregio, e non un difetto: i registi che badano più a fare un film “artistico” che a piacere al pubblico a mio giudizio si scordano che i film sono fatti per essere visti, non per compiacere l’ego del regista che li ha fatti o i critici con la puzza sotto il naso.
        Oltre a Zwick, un altro regista che si ricorda benissimo di quest’aspetto è Ridley Scott. Lo dico pensando ad una sua vecchia intervista: disse che in The Counselor aveva tagliuzzato una scena venuta benissimo (quella in cui Fassbender va a comprare un gioiello per Penelope Cruz), perchè rivedendola si era reso conto che, pur essendo ben fatta, “non teneva lo spettatore incollato alla sedia.” Ecco, questa è esattamente la mentalità che secondo me deve avere un bravo regista. Sei d’accordo?

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        • Considerazione molto interessante è che va direttamente al nocciolo della questione… Certo, su “The Counselor” Ridley Scott ha sicuramente fatto la cosa giusta, rispettando una sorta di ritmo interno che il film stesso obbligava, ma non posso neanche generalizzare…
          Io penso che esista un buon cinema ed un cattivo cinema,. come esiste una buona ed una cattiva letteratura e tutto dipende dall’onestà dell’autore e delle premesse: quando guardi certe pellicole, ciò che ti inchioda alla poltrona può essere la vicenda (nel senso proprio di concatenarsi di avvenimenti) o il modo con cui viene raccontata o il fascino di interpretazioni potentissime o la sontuosità della messa in scena o addirittura un senso di caos e confusione o persino di fastidio e ribrezzo… insomma, penso che ci siano tanti modi di narrare una storia e non sempre quello giusto è quello che piace a noi o ad un gruppo di persone specifico… a volte i critici dimenticano questo fatto e pensano che sia davvero bello solo ciò che parla al loro gusto, viceversa capita anche il contrario ed ossia che un film dal ritmo non adrenalinico o dalla narrazione non convenzionale venga rigettato solo per questo motivo…
          Quando un regista come Haneke decide di raccontare una storia d’amore tra due anziani, in cui lui accudisce una lei non più autosufficiente e lo fa in modo realistico, senza sfarzi, invenzioni sceniche assurde o magie che all’ultimo momento fanno ringiovanire di colpo, ecco, l’onestà non è tradita da una messa in scena scarna, giocata sul levare, con pochi movimenti di macchina ed in cui il tempo sembra cristallizarsi, così come il Clint Eastwood virile di “Gran Torino”, per via della stessa onestà, non poteva non cambiare ritmo quando ha deciso di raccontare la vicenda di una persona ambigua e politicamente coinvolta come Hoover…
          Pensa ad un film come “Gattaca”, con una grande idea ed un andamento oscuro o “The Truman Show” e poi pensa ad una puttanta come “In Time” in cui un’idea geniale è tradita da una storia cretina e da due personaggi telefonatissimi… E parliamo di tre film scritti dalla stessa persona!
          Scott ha girato un capolavoro assoluto del cinema come “Blade Runner”, in cui la sceneggiatura originale di Hampton Fancher e David Peoples non prevedevano mai, in alcun momento del film, la voce fuori campo, ma poi il produttore, che temeva che il film non potesse essere capito dal grande pubblcio di allora, costrinse Scott ad inserirla e la dovettero scrivere… poi, il pubblico è cambiato, cresciuto, maturato ed oggi Scott si è potuto permettere di rifare il film in versione director’s cut senza la voce fuori campo ed è tutto più coerente e credibile, ma i tempi narrativi e filmici di Blade Runner restano quelli dell’adagiarsi sulle gote meravigliose e sugli occhi di Sean Young , sugli interni in cui la luce filtra come lama tagliente e la pioggia incessante si rende bella ed avvincente tanto quanto le sparatorie e gli inseguimenti…
          Sono incredulo che tu non abbia visto “Gladiator”, perché è un grande Scott, epico come non lo è stato nel suo penultimo patetico “Exodus”…
          Insomma, Wwayne, io penso che non ci sia il film perfetto o il libro perfetto o la canzone perfetto, ma l’arte è in continua evoluzione, è mutevole… sasso che rotola non fa muschio… e ci sono tante forme di arte cos’ come ci sono tante forme di intelligenza e di sensibilità, ma l’onestà è tutto: imbrogliare lo spettatore con trucchetti di basso profilo non è arte, ma solo tirare a campare e sfruttare le basse pulsioni che ti fanno dire whaoo e dopo pochi secondi aver già dimenticato ciò che si è visto…

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          • Anche nel commento sul mio blog hai insistito molto sul rapporto di onestà che deve esistere tra regista e spettatore. Oggi questo principio viene spesso calpestato, e la fiducia dello spettatore viene continuamente tradita con trucchetti di basso profilo. Penso ad esempio all’odiosissimo stunt – casting, ovvero il trucchetto per cui tu produttore:
            1) prendi un attore famoso;
            2) gli fai recitare 5 minuti in un film che se non fosse per lui incasserebbe 10.000 dollari;
            3) per attirare in sala i suoi fans, gli fai credere con vari stratagemmi (locandina con lui in primo piano, trailer che fa vedere solo le scene in cui recita lui eccetera) che l’attore famoso invece di recitare in un cameo è in realtà il protagonista del film.
            Certo, quando i suoi fans entreranno in sala e si accorgeranno che il loro idolo appare per 5 minuti in tutto ti manderanno a quel paese, ma intanto tu i soldi del biglietto glieli hai già sfilati.
            Ecco, io quando assisto a queste porcate ho una reazione di disgusto davvero incontenibile. E tra l’altro sono caduto spesso vittima di questi raggiri, perché uno dei miei attori preferiti (Bruce Willis) si è prestato moltissime volte al trucchetto dello stunt – casting. Ti auguro di non beccare mai una simile sòla.

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  6. Grandissimo pezzo maestro Kasa!
    Parlando di eroi ed onore era impossibile non parlare di quella fetta di cinematografia [o più in generale di cultura popolare] composto da samurai e tradizioni giapponesi!
    Non è difficile capire perché noi occidentali rimaniamo spesso affascinati da tali culture.

    Ammetto di essere molto carente in ambito Kurosawa, avrò visto veramente solo I 7 SAMURAI e nulla più. Una grandissima lacuna che ho sempre voluto colmare ma sai com’è, tra il dire e il fare…e mi spiace davvero non poter argomentare con te questo tuo bellissimo articolo com’era già accaduto nel capitolo dedicato ai western, mi spiace perché mostri una passione e una cultura davvero invidiabile.

    Quindi invece di fingere di capirci qualcosa mi limiterò a farti i complimenti per questo duo grandioso pezzo sperando un giorno di poter raggiungere il tuo livello di conoscenza e la tua abilità nel saper argomentare così bene un pezzo importantissimo di storia del cinema e non solo 🙂

    Onore a te grande Kasa!

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    • Come sempre mi onori tu, con parole di grande gentilezza e stima che mi lasciano imbarazzato.
      Sulla passione è verissimo, come quella che trovo nei tuoi pezzi… anzi, non vedo l’ora che tu mi di la possibilità di commentare come si deve il tuo ultimissimo pezzo meraviglioso, non appena acconsentirai a quel ripulisti che ti ho chiesto!
      Nel dojo virtuale di WP, ci inchiniamo entrambi l’un l’altro in segno di rispetto, Burrito San…

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      • Detto fatto, neanche il Mr.Wolf di Harvey Keitel avrebbe potuto fare pulizia migliore! 😉

        Comunque visto che hai nominato John Logan [e se mi permetti di andare un attimo OT] volevo dirti che ho finito da poco la prima stagione di PENNY DREADFUL e SANTAMADRE DIDDIO che magnifica serie!!!

        Ti ringrazio molto di avermela consiglia, sono rimasto incollato allo schermo fin dal primissimo episodio! La storia è curata nei minimi dettagli e i personaggi sono scritti in maniere sublime [impossibile rimanere indifferente davanti alla Vanessa Ives di Eva Green, ma mi piace moltissimo anche la creatura di Frankenstein Calibrano, nonché lo stesso dottore…ma si fanculo, mi sono innamorato di ogni singolo personaggio!].

        Fosse per me starei già divorando la seconda stagione [anzi, di norma l’avrei già conclusa] se non fosse che la serie è talmente bella che anche la mia ragazza ha deciso di seguirla [e a lei questo genere di solito neanche piace] quindi sono “obbligato” ad aspettare che lei si metta al passo 😀

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        • Come dicevo nel commento che sono finalmente riuscito ad uploadare sul tuo post dedicato ad Heroes Reborn, grazie del ripulisti… tra l’altro mi veniva in mente quanti “ripulitori” ci sono nella storia del cinema action (hai citato la grandiosa figura del Mr. Wolf di Tarantino ed io pensavo alla silente e dolorosa figura di Victor in Nikita di Besson, entrambe ironicamente citate nello sfortunatissimo “Becchino” della seconda stagione di Fargo…).

          Lietissimo invece che anche tu ti sia unito al gruppo degli estimatori della fiction di John Logan, senza dubbio una delle cose migliori uscite in Tv negli ultimi anni e forse il più grande omaggio all’idea originale di Moore con il suo The League

          Buon Domenica, Burrito San!

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          • Ah bè, tra le opere derivate [direttamente e non] dagli Straordinari Gentlemen di Moore la competizione non era così ardua XD [ogni riferimento a quella cagatina di film con Sean Connery è puramente casuale…anzi no, è volutissima!]

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  7. è sempre bello leggerti perché riesci ad appassionare il lettore in maniera totale. Io ho sempre amato tantissimo i film di Kurosawa che rivedo molto volentieri perché ogni volta riesco a scorgere un particolare (sono sempre innumerevoli) che mi era sfuggito la volta precedente, e sono rimasto molto contento quando qualche anno fa ritornò in auge una filmografia del genere, con vari distinguo (tipo “Hero”) tanto per intenderci. Ma la bellezza del tuo articolo, rimane proprio nella retrospettiva del codice samurai attraverso nei secoli per poi trovare ancora bellezza e rinascita nella settima arte, perché in fondo il fascino che la vita incide in noi è proprio racchiuso nell’evidenziare questo percorso storico delle varie culture, ma che sotto sotto, vive sempre nella nostra specie umana, fatta di dolcezze e violenze, di pace e di guerra, attraverso la costruzione di un mondo migliore. Come a dire: l’utopia che sognano e che non si avvererà mai…
    Piacere di rileggerti !

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    • Che bello sentirti dire queste parole, proprie da te che sai declinare la bellezza nei modi più inusuali, non ultimi ovviamente la musica ed il cibo, ma anche la poesia e l’arte tutta.
      Il Samurai ed i suoi valori erano per me una tappa, come lo erano stati il cowboy e l’eroe cavalleresco dei romanzi epici europei di King Arthur, nel mio percorso per arrivare a definire i prototipi di eroe ed onore nel cinema americano e giapponese, ma, come hai giustamente chiosato, la sua figura fa emergere in ogni caso quel senso meraviglioso di utopia sognata, intesa come meta di un viaggio evolutivo di anima e corpo che acquista valore nel suo progredire anche quando la fine del viaggio è irraggiungibile.
      Grazie ancora, barman, grazie degli elogi.

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  8. Mi sento piccola piccola. Ogni volta che leggo un tuo articolo ho la certezza tangibile che non so proprio niente di niente. Ignorante allo stato puro. Però leggendoti un po’ mi arricchisco. I tuoi non sono post su un blog, sono veri e propri trattati. Complimenti, una volta di più.

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    • Piccola tu?
      Pensa che per me, invece, sei un titano! Ti seguo da tempo ed ogni volta imparo nuove cose sullo spessore della tua preparazione culturale… nel mio caso non è capacità, ma solo molti anni in più di tempo avuto dalla propria cronologia per accumulare informazioni…
      Okay, detta così, suona un po’ come “vecchio contenitore” e non è bello, però il senso è quello…

      Invece accetto con grandissimo piacere i tuoi complimenti sul fatto che alcuni miei post siano per te fonte di curiosità, perché in fondo lo sharing di ciò che si conosce è il bello di tutte le investigazioni (siano didattiche o culturali o artistiche), come fai tu con le tue recensioni…

      Quindi, per restare nel tema, Dōmo arigatō Eriisa!

      P.S. Non essendo “Elisa” un nome tradizionale giapponese, non si può scrivere con i caratteri tradizionali kanji ma solo tradurlo foneticamente (in modo sillabico) ed esprimerlo con i caratteri katakana

      Elisa/Eriisa:

      Elisa

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  9. Proprio perché non sono un gran conoscitore della cultura giapponese e della figura del Samurai, questa terza parte di questo meraviglioso viaggio è stata una lettura incredibile e maledettamente istruttiva. Una lezione di Storia, volutamente con la S maiuscola, per poi arrivare a parlare del concetto di Samurai e delle influenze culturali che ne derivano, riflesse al cinema. Hai parlato di un genio della settima arte come Kurosawa, hai mostrato la sua influenza sul cinema internazionale a lui contemporaneo e su quello futuro, con ripercussioni che percepiamo ancora oggi. Hai ripreso le prime due parti e trovato le similitudini e le differenze con le altre figure cinematografiche da te trattate, facendomi venire voglia di vedere/recuperare molte pellicole da te citate per poi cogliere, grazie alla tua analisi, il percorso da te intrapreso che ci stai mostrando qui, sul tuo blog. Pazzesco Kasa! Questa serie di articoli, una volta conclusa, potrebbe risultare un trattato cinematografico di grandissima importanza e valore. Complimenti!

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