Coalition Against ISIS

Patrick Chappatte - Coalition against ISIS

Patrick Chappatte è un vignettista editorialista per “The International New York Times”, testata già nota in precedenza come  “The International Herald Tribune”.

Nato nel 1967 in Pakistan, da madre libanese e padre svizzero, Chappatte ha passato la sua infanzia a Singapore, quindi a Ginevra e infine per qualche anno a New York.

Attualmente vive facendo la spola tra Los Angeles e Ginevra, assieme alla moglie, la giornalista investigativa Anne-Frédérique ed i loro tre figli.

Arms Flow to Syria

Come tutti i grandi cartoonist satirici, anch’egli, a volte con un solo disegno, racconta più cose sulla realtà che ci circonda, di tante parole ed approfondimenti, oppure, nel migliore  e più splendido dei casi, riesce ad esemplificare ciò che poteva essere sfuggito nei tanti resoconti giornalistici.

In questo freddo week-end in cui non riesco a mandare on-line il mio nuovo post sull’onore nel cinema giapponese di contrasto al modello americano, lascio la parola a questo grande fumettista.

Buon Fine Settimana a tutti!

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22 pensieri su “Coalition Against ISIS

  1. Conosco poco l’ambito vignettistico. Di più: l’ho spesso snobato, recependolo solo nella sua componente umoristicae ignorando del tutto le variabili informative che sono più o meno celate nel sottotesto.
    Non entro quindi nel dettaglio perchè sono ignorante, però devo confessare che la vignetta col McDonald m’ha strappato più di un sorriso 😀

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      • Sai che del McDonald’s (e dei fast food in generale) ho parlato giusto 2 settimane fa ai miei studenti? Il contesto era una lezione di geografia sulla globalizzazione. Ecco cosa ho detto:

        La definizione di “non luogo” identifica ambienti come aeroporti, grandi alberghi, fast food e centri commerciali.
        Come sapete, i luoghi sono influenzati dalla posizione geografica in cui si trovano e dalla loro storia, e quindi dallo spazio e dal tempo; i non luoghi invece sono chiamati così proprio perché non sono influenzati da questi fattori. Sono fuori dallo spazio perché sono progettati per essere tutti uguali, in modo da risultare familiari a chiunque li visiti: ad esempio, il McDonald’s avrà sempre lo stesso aspetto e offrirà sempre gli stessi panini, che tu vada in America o in Europa.
        Lo stesso vale per i grandi centri commerciali: sono stati costruiti tutti volutamente nello stesso modo, al loro interno ci sono i negozi delle medesime catene e questi negozi offrono tutti i medesimi prodotti, e quindi è impossibile distinguere un grande centro commerciale di New York da uno di Shanghai. Proprio per questo motivo i non luoghi sono considerati uno dei segni più tangibili della globalizzazione.
        I non luoghi sono anche fuori dal tempo perché in essi si vive in una sorta di eterno presente, con gli stessi servizi disponibili in qualsiasi momento: ad esempio, negli aeroporti puoi volare a qualsiasi ora, e nei grandi alberghi è possibile farsi portare del cibo in camera o farsi pulire le stanze 24 ore su 24.
        Un’altra differenza fondamentale tra i luoghi e i non luoghi sono i rapporti umani che si instaurano al loro interno. Nei luoghi c’è la possibilità di stabilire delle relazioni e degli scambi sociali significativi: ad esempio, se vai spesso in un piccolo ristorante finirai inevitabilmente per socializzare con i gestori e con gli altri clienti abituali. Nei non luoghi invece anche una ripetuta frequentazione difficilmente ti porterà a stabilire delle relazioni significative: questo perché, sebbene ci sia un flusso di persone molto più intenso, esse passano l’una accanto all’altra senza entrare in contatto, e quindi difficilmente socializzano tra di loro. E’ altrettanto improbabile che si crei un legame umano con i gestori o il personale: i gestori possono abitare anche dall’altra parte del mondo, e il personale deve gestire una tale mole di clienti che non ha tempo e modo di mettersi a socializzare, interagisce con loro soltanto per il tempo necessario a fornire il servizio di cui hanno bisogno. I detrattori dei non luoghi e della globalizzazione in genere puntano molto su questo aspetto, dicendo che, per la totale assenza di rapporti umani all’interno dei non luoghi, essi impoveriscono il tessuto sociale della comunità, distruggono la rete di relazioni sociali degli ambienti in cui nascono. Un’altra critica che viene mossa ai non luoghi è quella di favorire il consumismo, ovvero la tendenza a credere che la felicità consista nel possesso di beni materiali: a mio giudizio tuttavia questa critica è meno calzante, perché il consumismo esisterebbe anche senza i non luoghi, basterebbe la pubblicità a diffonderlo.

        Le mie considerazioni ti trovano d’accordo?

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        • Prima di andare al tuo stupendo commento, ho voluto passare prima dagli altri blog, perché in ordine di tempo meritavano di essere letti e discussi… ora ho il tempo di fermarmi con calma anche qui da me e risponderti quindi… per le rime!

          Tu lo sai, vero, che con un giusto preambolo, qualche immagine e magari anche qualche citazione cinematografica, ciò che hai scritto qui sopra, semplicemente riassumendo una tua lezione agli studenti (che deve certamente essere stata ancora più interessante del riassunto stesso), avresti praticamente costruito uno dei post più arguti e profondi del tuo blog?
          Ma così non è stato, perché, come ti ho scritto altrove, tu sei su WP l’angelo di seconda classe che si occupa di altro e lascia i “campioni della serie A” ad altri commentatori, perché costoro hanno già chi parla tanto di loro e li esalta, senza bisogno che anche tu ti unisca ala carrozzone…

          La riflessione che hai fatto sui NON LUOGHI è splendida e così anche il corollario logico ed ontologico sul NON TEMPO che si vive all’interno di essi, argomentazioni che sono già parte del mio bagaglio culturale, da ora!

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      • Ma si, è ovvio che una buona argomentazione, dettagliata, chiara, esaustiva e oggettiva, per quanto possibile, sarà sempre meglio di una vignetta satirica, se parliamo di qualità dell’informazione. Ma va dato atto ai vignettisti, quelli bravi, di essere capaci di abbracciare un pubblico più ampio (e in ogni caso, ciò che conta è quello che viene dopo la vignetta stessa, la riflessione e l’analisi che chi guarda dovrebbe effettuare). In molti casi, quindi, risultano più efficaci le vignette, nonostante non siano in grado di fornire un’argomentazione vera e propria, anche perché le immagini sono quasi sempre più “dirette” delle parole.

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      • Carissimo Cerach, conoscendo bene gli scritti del giovane Dave, articolista con un grande spirito critico ed un potente senso civico, sono certo che la sua semplificazione fosse solo a vantaggio della brevità del commento entusiasta nei miei confronti.
        Perdonami, perché il mio sarebbe un commento a te non necessario, vista la replica di Dave, ma mi sembrava giusto dirlo solo per onestà intellettuale!
        Buon domenica!

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  2. Come dicevo con Lapinsù, la terza è favolosa, mentre la seconda mi ha subito ricordato il film “Red“, con Bruce Willis ed un cast da panico in quanto a bravura e mestiere… però la prima vignetta, in una sola immagine, ha riassunto tutto l’imbarazzo di un mondo occidentale che, per combattere Lucifero, deve comunque scendere a patti con altri demoni e la mano insozzata di sangue di Bashar al-Assad è splendida…

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    • Grazie Uomo, cercherò di essere all’altezza delle aspettative…
      Interessante la tua osservazione sul massimalismo diffuso oramai come un cancro che si alimenta di sintesi e di semplificazione, come coloro che parlano con il linguaggio del marketing e degli slogan e delle parole chiave, in continue keynote, riducendo tutto a poche righe, giusto perché anche la notizia più grande possa stare nel bodycopy di uno smartwatch…”Uomo sbarca sulla luna… Non è di formaggio”… forse è quello che la gente si merita…no, si merita di meglio, ma è quello che la gente si aspetta…

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  3. Mi sono avvicinato alle vignette sono da poco tempo. Prima non le capivo e per questo non mi interessavo. Quando poi sono riuscito a capire quante cose riuscissero a dire solo rappresentando una scena, mi impressionò molto. Ancora adesso non le seguo tanto, ma quando mi capita di vederne una riesco a capirne il significato e ad apprezzarla.

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    • I matematici, per scherzare, da anni usano ripetere che “Il mondo si divide in 10 categorie: quelli che conoscono la numerazione binari e coloro che non la capiscono“.
      In modo leggermente più serio, io sostengo che l’utenza di WordPress si divide tra coloro che usano in modo abituale un termine come “financo” (siamo già in due) e coloro che non l’hanno proprio nel loro dizionario.

      Questo mi fa venire in mente una scena che cito spesso, tratta dal classico Disney “Oliver & Company” del 1988, in cui il bulldog britannico, snob e di formazione teatrale classica, rivolgendosi all’aggressivo e sanguigno dobermann Roscoe (che insieme al collega DeSoto stava minacciando il gruppo di cani del clocahrd Fagin), lo deride per il suo modo di parlare povero e grezzo, in questo modo: “Isn’t it rather dangerous to use ones entire vocabulary in a single sentence?“.
      Stupendo…
      Tra l’altro, Roscoe, affatto contento di essere stato sbeffeggiato, reagisce così: “I haven’t lost my sense of humor!“, colpendo on un calcio il televisore di Fagin distruggendolo “See? I find that funny“, quindi ride.
      Adoro i grandi dialoghisti americani…

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      • Mi continuo a stupire dalla quantità di informazioni catalogate e perfettamente indicizzate che hai nella scatola cranica. Tra l’altro fai riaffiorare alla memoria fatti ed immagini che avevo perduto chissà dove, in giro tra i pochi neuroni rimasti.
        Sì, ci sono dialoghi che sebbene siano ben tradotti in italiano, sono veramente spettacolari in lingua originale, vere perle. Mi toccherà rivedere Oliver & Co. … Si allunga la lista di cose da vedere. 🙂

        La storia dei numeri binari mi affascina…

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  4. Quando anni fa gestivo una fumetteria, avevo come frequentatore abituale ed amico Andrea Plazzi, insigne matematico, editore a tempo perso della piccola casa indipendente Punto Zero (meritevole comunque di aver portato in Italia le opere del genio Will Eisner, inventore del character “Spirit” e del concetto stesso stesso di “tavola” nel fumetto) ed ora editor per la Panini Comics.
    Plazzi mi citava spesso di queste burle matematiche, sottolineando in particolare la bellezza di quella che ho trascritto, che, oltre tutto, perde di significato se detta a voce, giacché il numero “10” se detto a voce come “dieci” è sbagliato, mentre se pronunciato in binario, come 1 e 0, svela subito il trucco…

    Utile? In teoria, no, come i tanti modi con cui Giampaolo Dossena declina nel suo libro “Garabàlda fa faràta, fa faràta àna gàmba…”, ma diventa poi, nel delirio, una significanza…
    Adesso mi fermo… giuro…

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