Bruce Joel Rubin – il profeta che nessuno ha richiesto e la sua divina ossesione

Bruce-Joel-Rubin-YogaLa storia che vi sto per raccontare è una di quelle davvero incredibili, in cui una persona, che ha lentamente ma inesorabilmente perso la bussola, riesce così bene a mascherare le sue ossessioni da diventare uno sceneggiatore di grande successo e vincere persino un Oscar, continuando poi a simulare normalità in mezzo agli altri uomini di cinema ed a produrre per anni script di vario tipo, fino a fermarsi del tutto ed a ritirarsi dal mondo di Hollywood, per dedicarsi solo alla sua attività più congeniale, ossia quella di docente di meditazione trascendentale.

Voglio parlarvi infatti di Bruce Joel Rubin, l’uomo che immaginò e sceneggiò, senza se e senza ma, uno dei più grandi successi cinematografici americani di tutti i tempi: “Ghost”, il film romantico-fantasy diretto nel 1990 da Jerry Zucker ed interpretato da Patrick Swayze, Demi Moore e Whoopi Goldberg.

DetroitEra ancora in fasce Bruce Joel, quando nella sua città costruirono la grande Davison, la prima autostrada cittadina al mondo e come avrebbe potuto essere diversamente, visto che Detroit, la sua città natale, era il simbolo stesso della grande industria automobilistica americana, quella che fu la culla della Ford e che fino agli anni ‘70 (ed alla conseguente crisi petrolifera) fu il cuore pulsante delle catene di montaggio degli Stati Uniti!
Forse per tutto questo e per chissà per cos’altro ancora, il nostro Rubin appena poté se ne scappò via da Detroit: dapprima per stare a New York, dove frequentò la celebre e costosa NYU e poi addirittura in Nepal, rinchiudendosi volontariamente in un monastero tibetano, per riflettere e meditare sulla spiritualità e la vita dopo la morte, mettendo alla prova i dettami ebraici impartitigli dalla sua famiglia nelle prove delle religioni asiatiche.

TibetRitornato nel consorzio civile, il nostro Bruce doveva apparire a se stesso come un profeta in incognito, depositario di incredibili verità rivelatesi a lui durante il suo lungo eremitaggio (un po’ come Batman dopo il suo iniziale apprendistato presso la setta delle ombre di Ra’s al Ghul o Arrow sulla sua isola o il The Shadow dell’omonimo film di Russell Mulcahy): Rubin aveva le idee molto chiare su ciò che voleva raccontare al mondo, ma decise furbamente di non mettersi subito in mostra e di partire dalle giovani menti; così, forte della sua laurea prestigiosa, cominciò una carriera come insegnante di comunicazione.
Egli tuttavia sapeva che la sua strada maestra era un’altra, così come il cammino da intraprendere per spargere il verbo: aveva bisogno di un pubblico che lo ascoltasse e che lo capisse e così, agli inizi degli anni ‘80, scriveva già sceneggiature per il cinema.

Silent RunningCome primo lavoro ufficiale creò il soggetto per il quinto film come regista di Douglass Trumball, personaggio che, onestamente, si è soliti ricordare nella storia del cinema soprattutto (solo) per essere stato l’autore degli effetti speciali del film di Sci-Fi per antonomasia, ossia lo stra-cult “2001: A Space Odyssey” di Kubrick e non certo per l’indecoroso “Silent Running”, quello con i robottini che rimangono incastrati con i piedi fuori dell’astronave in corsa e che si sacrificano per l’eroe di turno… quel film che, soprattutto, in un rigurgito di cafoneria morale, i distributori italiani fecero uscire con l’ingannevole titolo di “2002: la seconda odissea”, suggerendo che fosse il seguito del primo ed unico “2001”…
Che una qualche divinità li strafulmini e danzi sulla loro tomba, per questa falsa nefandezza! Per rafforzare la terribile menzogna, hanno persino fatto doppiare il computer di bordo del film di Trumball dallo stesso Gianfranco Bellini che aveva prestato la voce al computer senziente HAL 9000… ah, che dolore, che strazio!

Brainstorm 01Tornando a Trumball ed al suo quinto film, “Brainstorm (Generazione elettronica)”, del 1983, vediamo Bruce Joel Rubin come autore del soggetto (ma soltanto di quello, non della sceneggiatura): si tratta di una storia fantascientifica, in cui s’immagina l’esistenza di un’interfaccia neurale che permette la registrazione delle “sensazioni” provate dal proprio cervello, permettendo ad altri di riprovarle, rivivendole come se fossero proprie… vi ricorda qualcosa?
Un mucchio di cose, in realtà, non ultima la storia di fondo del bellissimo “Strange Days”, diretto nel 1995 (12 anni dopo!) dalla mia pupilla Kathryn Bigelow, su soggetto e sceneggiatura dell’allora suo marito James “Terminator” Cameron (ed avrei potuto dire anche James “Avatar” Cameron e così via) e chi l’ha visto sa di cosa parlo riguardo la trama!

Brainstorm-02Quello che, però, in questo caso ci preme sapere, è solo quello che viene descritto da Bruce Joel nel momento clou della sua storia, laddove aveva concentrato tutto il suo significante, il suo “Rubin-pensiero” di ascendenza tibetana: il protagonista della vicenda, il dott. Michael Brace (interpretato nella finzione da Christopher Walken), rivivendo le sensazioni che la sua collega aveva registrato in punto di morte, vede l’anima della ricercatrice staccarsi dal corpo e volare via.
Boom!  Rubin lo aveva sempre pensato, dai tempi del monastero ed ora finalmente lo aveva scritto, in una storia per un film: c’è uno spirito dentro di noi, che fa da ponte con realtà ultraterrene di cui lui e pochi altri eletti erano a conoscenza e che non vedeva l’ora di raccontare al mondo!

Deadly-Friend-02Passano 3 anni e Bruce ha una nuova occasione per contrabbandare la sua cosmologia fantasmatica, questa volta dentro un film horror-trash davvero indegno e lo fa in modo quasi inavvertibile, scrivendo una sceneggiatura “blindata” da una storia altrui, un romanzo in particolare, scelto dal produttore come soggetto per il bruttissimo film horror di Wes “Nightmare” Craven: “Deadly Friend (Dovevi essere morta)” del 1986, una ciofeca di dimensioni planetarie.
Il film in questione è per lo più conosciuto per l’arci-nota scena della testa della maligna vicina di casa che esplode come un vaso di porcellana pieno di polpa cocomero maturo, Deadly-Friend-01colpita da un pallone da basket scagliato con incredibile potenza e violenza (la sequenza in oggetto è virale nei siti di appassionati di B-movie horror), ma questa pellicola ci interessa ora perché il nostro Rubin rimase allora affascinato dalla trovata dell’autrice del soggetto di riportare in vita una persona morta (la madre del ragazzo, genio prodigio di robotica), grazie al collegamento della sua testa ad un chip contenente i salvataggi delle esperienze di vita del cervello positronico di un androide, costruito dal nostro giovane inventore e che per tutta la prima parte del film sembra dotato di sentimenti e coscienza proprie (non cercate di trovare davvero una qualche plausibilità in una storia che, credetemi, non ne ha un briciolo!).

Deadly-Friend-03Aldilà della terribile trovata della soggettista, ciò che più in particolare colpisce davvero l’interesse del nostro ambasciatore dello spiritualismo è il risultato finale dell’esperimento ed ossia un corpo perfettamente resuscitato ma senza l’anima che aveva prima! Ri-Boom!!
Di nuovo l’ossessione per l’anima, intesa ed immaginata da Rubin non solo come “psiche” ma come entità celeste, depositaria sia dei ricordi della persona e dei suoi valori , ma anche del suo collegamento con la vita ultraterrena.
In qualche modo in lui si fa strada il concetto che tale anima non ci appartenga del tutto ed in solitario comicia a costruire attorno a questa idea una propria intelaiatura di significati, complessa e ben strutturata.

Ghost 01Finalmente arriva il 1990 e per Bruce è il grande momento: la Paramount gli affida infatti il compito di scrivere una storia romantica e melodrammatica per la prima regia in solitario dell’ex-goliarda Jerry Zucker (proprio quello che, con il fratello David e l’amico Jim Abrahams, formava il trio ZAZ, autore di commedie demenziali di successo) ed il nostro intravede qui la possibilità di fare il grande salto verso la serie A: comincia quindi a lavorare su un copione estremamente complesso, inserendo per l’occasione una precisa cosmogonia Ghost subway scenedell’aldilà, con regole a cui le anime dei morti debbono soggiacere, soprattutto nel periodo di transizione, quello che le vede a cavallo tra i due mondi, ma, attenzione, non c’è nulla di veramente cristiano in tutto ciò, come qualcuno pensò a suo tempo all’uscita dal film, poiché in realtà parliamo per Bruce Joel di una spiritualità “altra”, una sorta di visione metafisica dell’aldilà a metà tra i cunicoli di dolore in cui si muovono i cenobiti (supplizianti) di Clive Barker ed il nirvana buddhista, giainista ed induista.

Ghost-02La cosa meravigliosa (ed è qui la grandezza della follia di Rubin) è che il nostro autore ha imparato bene la lezione del camouflage e nasconde le sue visioni (destabilizzanti, forse, se espresse in modo chiaro e netto) dentro una sceneggiatura perfetta, in cui l’immortale storia d’amore tra i due protagonisti (Sam Wheat / Patrick Swayze e Molly Jensen / Demi Moore) viene venata di thriller, con la creazione del villain maledetto Carl Bruner, un bancario che ricicla i soldi della mafia (interpretato da un giovanissimo Tom Goldwyn, attore che probabilmente ha dato il meglio facendo il presidente degli States nella fiction “Scandal”), ma anche macchiata di horror e di suspence metafisica, con il personaggio della medium Oda Mae Brown (una straordinaria Whoopi Goldberg, senza dubbio l’interprete migliore del film), che non solo è l’interfaccia con cui lo sceneggiatore fa parlare e muovere il fantasma innamorato, ma è anche l’artefice della sua vendetta ed il ponte con le anime dei defunti.

Ghost Oda Mae BrownIl pubblico che ha visto il film, sia alla sua uscita, sia per tutti gli anni a venire, mettendolo sempre nelle primissime posizioni dei film noleggiati ed acquistati tra le giovani coppie, rimase letteralmente ipnotizzato dalla vicenda e dal perfetto (per la sintassi cinematografica di vent’anni fa ovviamente) susseguirsi degli accadimenti, ma colse solo l’incredibile potenza visionaria al servizio del romanticismo (a cui il regista Zucker diede tutto lo spazio possibile) e solo in parte, invece, gli aspetti trascendentali di cui il film era disseminato.
Ghost-03Insomma, in “Ghost” il lavoro di mimetizzazione delle idee metafisiche di Bruce Joel Rubin era riuscito così bene che praticamente nessuno se ne accorse, nemmeno durante le sequenze con il poltergeist della metropolitana, il personaggio (portato in scena da un disturbante Vincent Schiavelli) che aiuterà Sam ad acquisire il controllo delle sue facoltà paranormali e che aprirà degli squarci drammatici sulla visione che il nostro scrittore aveva sulla vita dopo la morte.

Ghost-04Molto amareggiato per l’incomprensione del suo messaggio da parte della maggioranza degli spettatori, ma anche reso più forte dalla vittoria dell’Oscar per la miglior sceneggiatura originale proprio di “Ghost”, il talentuoso Bruce pensa sia finalmente arrivato il momento di portare sullo schermo la sua storia più segreta, lo script che da anni teneva celato nel suo cassetto, il suo personalissimo vangelo, in cui aveva riversato tutto il suo amore per il cristianesimo medioevale tedesco, abbracciando la dottrina del Maestro Eccardo (Meister Eckhart), teologo e filosofo tra i più eminenti pensatori mistici del ‘200 e del ‘300 europeo: partendo da quella dottrina, Rubin aveva costruito l’idea di una lotta perenne tra angeli e demoni, figure sovrannaturali e potentissime, create da Dio però solo in funzione dell’umanità stessa, esistenti di fatto per giustificare il nostro attaccamento alla vita e al peccato o al contrario il nostro abbandono alla vita ultraterrena.

Jacobs-Ladder-03Erano concetti impresentabili ad una platea (sembra quasi un istigazione alla morte come cura per l’espiazione dei peccati, roba da galera o da manicomio!), ma il nostro sceneggiatore è davvero bravo nel suo lavoro e mette in piedi un plot che vede protagonista un ex-marine reduce dello sporco Viet-Nam, vittima con i suoi commilitoni di terribili esperimenti segreti, orchestrati dal governo americano, che li spinsero ad uccidersi l’un l’altro; mano a mano che la verità, sepolta nelle profondità del suo inconscio (anima) emerge, demoni mascherati da agenti segreti (o viceversa, a seconda della chiave di lettura che lo spettatore decide di usare) cercano di bloccare la sua indagine, mentre angeli sotto forma di parenti deceduti gli mostrano la via della verità e la luce della conoscenza.
Questa descritta è la storia del film “Jacob’s Ladder (Allucinazione perversa)”, capolavoro spesso dimenticato, pur nella mutilazione di una parte delle scene salienti verso la fine del film e pur trasformato profondamente nella conclusione della trama.

Jacobs Ladder 02Bruce Joel Rubin affida la sua formidabile sceneggiatura al patinato regista britannico di successo Adrian “Flashdance” Lyne, il quale rinuncerà per questa occasione alla sua abituale narrazione ultra-glamour da advertising televisivo, in favore di una prosa più drammatica e tagliente, orchestrando una texture filmica fatta di ospedali in stato di abbandono, letti arrugginiti, ringhiere cigolanti, muri scrostati, vicoli stretti e tantissime visioni inquietanti di umani che diventano demoni, resi in modo miracoloso da quell’effetto di accelerazione nel movimento della testa (copiatissimo negli anni a venire) che rende l’immagine irreale, “sbagliata” e quindi mostruosa.
Visivamente parlando, la pellicola di Lyne è meravigliosa ed innovativa e la narrazione straordinariamente avvincente: rivisto con l’occhio dello storico, si ha costantemente la sensazione di assistere a qualcosa che ha certamente precorso i tempi, anticipando temi e stili che saranno fatti propri dal cinema americano horror e fantasy negli anni successivi, ma anche dei videogames horror e survival-horror.

Jacobs-Ladder-04Tuttavia il prezzo che dovette pagare Bruce Joel per vedere finalmente realizzata la sua sceneggiatura fu altissimo: tutta la sequenza dell’ascesa al paradiso (alla luce) del protagonista Jacob (Giacobbe per noi, nome biblico, come biblica è la scala, “ladder”, che nel libro della Genesi egli vede in sogno come un ponte usato dagli angeli) tenuto per mano dal fantasma del figlio morto viene montata in fase di post-produzione con la sequenza del suo iniziale salvataggio in tempo di guerra, portato via sanguinante, semi-svenuto ed abbarbicato alla scaletta di corda appesa all’elicottero militare e poi con la sua morte nell’ospedale militare da campo, avvenuta con l’abbandono delle forze, dopo una lotta contro atroci dolori; in questo modo, ogni cosa narrata nel film, ogni visione di angeli e demoni, ogni terribile riflessione sulla falsità della vita intesa come una pia illusione ed un inganno, viene declassificata a semplice allucinazione, perché tutto è diventato solo il delirio di un uomo in agonia.

Jacobs-Ladder-05Il film comunque, malgrado la sua bellezza, non incasserà quanto sperato, ma lascerà ugualmente un segno indelebile in qualsiasi appassionato di thriller e di horror ed in tutti coloro che sono capaci, allora come oggi, di vedere tra le righe di un rimaneggiamento dettato da esigenze di marketing.
Il giornalista americano Paul Meehan (autore di vari libri sulle contaminazione di genere tra horror, noir e sci-fi, nonchè ospite frequente del blog TheoFantastique) ha studiato a fondo queste manipolazioni operate sulla stesura finale di “Jacob’s Ladder” ed ha dedicato ad esse buon parte del capitolo 12 del suo libro “Horror Noir: Where Cinema’s Dark Sisters Meet.

L’ebreo-buddista-induista-spiritualista Bruce aveva avuto alfine il suo film ed Hollywood aveva salvato la faccia, ripudiando l’idea che tutto quello che viviamo sia solo una finzione e che il vero inferno sia sperare che non sia così.

My LifeTutto a posto, quindi? No, perché Rubin si stava preparando al suo primo ed unico film completamente scritto, diretto e persino prodotto da solo (ok, gli ha dato una piccola mano lo Zucker di “Ghost” ma purtroppo il resto è tutto suo), in cui sperava di ottenere un riscatto per le sue idee, attraverso il dramma sentimentale ed intimista “My Life (Questa è la mia vita)”, girato nel 1993 e prima ancora di parlarne segnalo che, a mio avviso, malgrado le buonissime  intenzioni dell’autore e l’interpretazione davvero partecipe della bravissima coppia Nicole Kidman e Michael Keaton, la pellicola è la cosa più brutta fatta dal nostro sceneggiatore: le sue elucubrazioni, non più sorrette da un plot avvincente e senza la mano esperta di un bravo regista, si risolvono in una litania tediosissima, come la giaculatoria di un santone, accovacciato su un panno di risulta, davanti alla telecamera di studio di una Tv via cavo, in un programma religioso del mattino per casalinghe texane grasse e rincoglionite.

My Like KeatonNon si può trovare sempre la bellezza, se non c’è e mi dispiace, sinceramente, di fare questa stroncatura, perché un po’ con la sua ossessione Bruce Joel Rubin cominciava persino a starmi simpatico ed ho provato, dopo aver letto anche la sua lunga intervista sul “The Cortland Review”, a rivalutare alcune scene ed alcune prese di posizione, ma il mio amore per il cinema è troppo forte: “My Life”, per dirla alla Fantozzi, è una cagata pazzesca!
Tuttavia, l’esigenza analitica di questo post ci impone di segnalare la tappa che questo film esercita nel cammino artistico di Rubin: come un santone indiano, egli vuole qui spiegare a tutti noi che la morte può essere una porta verso una liberazione dalla sofferenza, un modo per comprendere la vita stessa.

Nell’intervista che ho linkato sopra, il saggio Bruce ci svela molto di sé e soprattutto racconta della sua attività attuale ossia quella di docente di meditazione, in particolare di Kundalini Yoga, in qualità di discepolo di Swami Rudrananda, ma in particolare ci interessa quello che dice a proposito di questo film, che a tutti gli effetti possiamo (finalmente) considerare il capitolo finale della sua opera di catechesi attraverso le sceneggiature delle pellicole a cui ha partecipato in prima persona.

The-Time-Traveler's-Wife-01Il 1993, però, non segna la sua definitiva uscita di scena dal mondo di Hollywood, perché dopo lo script a quattro mani del catostrofistico “Deep Impact” del 1998 ed un paio di collaborazioni in soggetti e sceneggiature comunque non suoi (“Stuart Little 2” e “The Last Mimzy – Mimzy, Il segreto dell’universo”), Bruce Joel Rubin firma il suo ultimo lavoro cinematografico con la riscrittura completa della sceneggiatura di adattamento per il cinema del romanzo “The Time Traveler’s Wife (La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo)” della scrittrice americana Audrey Niffenegger; dopo le disdette di Spielberg e Fincher, la regia fu alla fine affidata al tedesco Robert “Red” Schwentke e nel 2009 esce il film dal titolo omonimo (solo per il resto del mondo, ovviamente, perché in Italia fu vergognosamente distribuito come “Un amore all’improvviso”, non dico altro).

The-Time-Traveler's-Wife-02Come se gli avessero fatto un lavaggio del cervello, in questa pellicola non c’è più alcuna traccia del Rubin profeta e messia, né del divulgatore o del santone, ma è rimasto solo tanto mestiere, perchè il film in questione, pur senza alcun schiamazzo è davvero un’ottima commedia romantica, con quell’elemento in bilico tra il sovrannaturale d il fantascientifico che, in alcuni istanti, ricorda la maestosità del vecchio “Ghost”.


Contributi Video

Per la gioia dei fan di Bruce Joel Rubin, inseriamo di seguito una bella intervistona del nostro autore e l’immancabile clip con la sequenza della testa che esplode da “Deadly Friend (Dovevi essere morta)”:

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20 pensieri su “Bruce Joel Rubin – il profeta che nessuno ha richiesto e la sua divina ossesione

  1. Rubin ha sempre saputo che uno dei mezzi di comunicazione più efficienti al mondo è proprio il cinema. Ha saputo sfruttare a pieno il suo talento per esprimere le sue idee, alquanto inquietanti per diversi aspetti, cammuffandole a dovere probabilmente per evitare il TSO. Mi piacciono sempre molto questi post dove analizzi la carriera di un attore, sceneggiatore, regista, riuscendo ad ampliare il discorso a temi più complessi e analizzando, in parte, molte pellicole contemporaneamente. Grande articolo, come sempre 😉

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  2. Grazie moltissimo Dave, sono contento ti sia piaciuto, perché amo leggere tra le righe di ciò che vediamo, così come fai tu quando vedi un film di Nolan e come appare dalle tue recensioni.
    Spesso entrambi vediamo come un filo rosso che unisce varie opere e certe volte il comune denominatore è semplice, altre volte è più nascosto…
    Un pò come la teoria dei gradi di separzione, hai presente?
    Ha proposito, oggi, dal sito Christopher Nolan Italia mi hanno inviato la segnalazione di questo ottimo video sulla piattaforma Vimeo, di cui ti invio il link:
    Christopher NOLAN Filmography (1998-2014) – Huge tribute

    Sono certo che concorderai con me sulla bellezza!

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  3. Allucinazione perversa, strange days, 2001, woooowooo che bei momenti 🙂 sopratutto su strange days ti condivido appieno….. Grande kasa, come sempre e’ un piacere leggerti 😉 e a proposito di letture, da bravo fan del cinema ti straconsiglio un volumetto che si chiama contaminations e che mi sto divorando proprio ora….credo ti potrebbe piacere 😉

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  4. Io odio Ghost. Ne scrissi non troppo tempo fa (https://lapinsu.wordpress.com/2015/02/06/i-20-film-che-piacciono-a-tutti-tranne-me/).
    Odio pure Whoopi Goldberg, ma questa è un’altra storia e ne parlerò la prossima settimana.
    Ora odio pure Rubin.
    Prima di leggere questo post nemmeno sapevo chi fosse, però se è lui che ha scritto Ghost, allora merita il mio odio pure lui 😀

    A parte gli scherzi (mica tanto poi…) e le esagerazioni, devo ammettere che ho sempre massimamente disprezzato i film che cercano di reificare l’anima nel senso di psiche (come giustamente precisi tu nel post). Non sono molto religioso: al riguardo ho idee molto strampalate e incostante evoluzione da quando avevo circa 13 anni, tuttavia voler tradurre in materia ciò che per sua natura è incorporeo mi fa sempre drizzare i peli sulla schiena.

    L’anima sta al corpo come l’etere sta ai 4 elementi. Punto.

    Quindi l’argomento va trattato con tatto e attenzione. Di nuovo punto.
    E per me Rubin non ce l’ha, nè in Ghost nè negli altri film (ne conosco pochi, visti solo uno, Strange Days). Aspetta no, ho visto pure TIme Traveller’s Wife: bella idea, storia un po’ troppo rabberciata nonostante una al solita splendida Rachel MacAdams.

    *: ovviamente l’utilizzo del termine odio è volutamente iperbolico. Non odio il tizio che il mese scorso mi ha rigato la macchina vecchia, figuriamoci se odio uno che scrive film 🙂

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  5. Ovviamente, Lapi, tu hai capito bene che io non ho espresso valutazioni positive sul pensiero trascendentale di Rubin, anzi, lo definisco una persona disturbata…
    Mi premeva solo trovare il filo rosso che ha legato questi script attraverso gli anni ed un significato dietro certe scelte, lo faccio spesso…
    Se resisti a più di un’intervista di Rubin, ti viene la pelle d’oca e questo malgrado il suo alto mestiere: io stesso rido ogni volta che vedo la scena del vaso d’argilla, ma ho un fremito di passione quando guardo le sequenze nella metropolitana!
    Comunque il successo di pubblico e critica di “Ghost” a suo tempo sono stati pazzeschi e ti posso assicurare che mi sono documentato prima di sparare le statistiche di noleggio del film… sono dati incredibili!
    Anche l’oscar dato a Rubin non fu di quelli alla “A spasso con Daisy”, ma quasi un’ovazione…
    Insomma, può non piacere (come a te) oppure lo si può considerare anche pericoloso intellettualmente (come ho scritto io) ma Rubin ha fatto comunque clamore.

    Non hai detto nulla della scala di Jacob…

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    • Il filo rosso dei tuoi post è sempre affascinante. Questo tuo analizzare diacronicamente (spero che esista questo avverbio, comunque il senso si capisce, giusto?) le opere di un regista, di uno sceneggiatore, di un personaggio o addirittura di un genere è un marchio di fabbrica che ti è proprio e che rende i tuoi scritti (non mi piace definirli post, sarebbe riduttivo) unici nel panorama wordpressiano (altro pessimo neologismo, chiedo venia).
      Non sono tutti positivi: qui le venature polemiche sono evidenti, le distanze che poni e i paletti che metti sono belli evidenti e ti confesso che li condivido tutti. Anzi: io li avrei messi ancora più distanti.
      E’ però importante saper riconoscere le qualità anche in qualcosa o qualcuno che non ci va del tutto a genio. Ti faccio un esempio musicale: gli U2 sono meravigliosi, sono bravissimi, sono leggendari. Li ascolto ogni tanto, qualche canzone mi piace, ma non mi dicono niente di niente di niente. Emozionagramma piatto.(oggi sono in vena di neologismi, mi pare chiaro) . Però non mi permetterei mai di criticarli: stanno lì nel ghota della musica ed è giusto che ci stiano, io non son nessuno per tirarli giù.
      Ecco, accade lo stesso per Rubin o altri sceneggiatori\registi che mi fanno lo stesso effetto.

      Tornando a Ghost: guarda, sono abbastanza certo di essere io quello che sbaglia, d’altronde se piace a tutti ma non a me un motivo ci sarà! E ti credo se dici che quell’oscar Rubin se lo meritò tutto.
      CIò non toglie che io non gliel’avrei dato. Se non in testa, con un bel colpo assestato sul lobo frontale 😀

      Ah, mi chiedi di Jacob’s Ladder. Mi spiace ma fino a stamattina l’unica Jacob’s Ladder che conoscevo era una canzone di Springsteen (cover di Pete Seeger, per essere precisi) quindi è un film che non conosco. Non ti dico nemmeno che lo recupererò: già so che non sarebbe nelle mie corde 😀

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  6. A proposito, la tua lista la lessi a suo tempo e ti voglio bene lo stesso…
    Sono certo che ci sia un particolare girone dell’Inferno atto per ospitare le persone che hanno espresso opinioni simili alle tue su alcuni film e questo in barba alla presunta libertà di pensiero…

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    • Libertà di pensiero? macchè libertà di pensiero.
      Quando sarò DIttatore Universale del Pianeta Terra (una sorta di Palpatine,in onore al tuo avatar) proibirò la visione di tutti questi film e torturerò chiunque ne decanterò le lodi 😀

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  7. Questo Venerdì sarebbe da proseguire in birreria, perché da quei semi gettati là dei tuoi neologismi di questa mattina, nascerebbero di certo tronfie querce di saggezza personalistica e sarebbe divertente continuare a giocarci, sparando a zero, ma sempre con la signorilità che dietro la canzonatura e la beffa ti eleva ogni volta dal volgo.
    Sei come l’Holmes di Ritchie, che si allena nelle bettole ma resta uomo di Baker Street, che racconta barzellette in carcere ad avanzi di galera ma è sempre il genio che raccoglie il minimo indizio e fa diventare lo stecchino un pilastro di un grande tempio
    Quando ti leggo vedo Plauto e Giovenale e posso anche non essere daccordo con te (“Alien”), ma tanto per citare ciò che tutti citano sempre, morirei per difendere la possibilità che tu possa continuare a scrivere per sempre.

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    • Certo che mi è piaciuta davvero! Bruce Joel Rubin è un tipo che conoscevo poco prima di leggere questo articolo e ne ho visti pochi dei film che ha fatto, quindi non posso entrare troppo nel merito di quello che hai scritto. Ma in generale hai seguito un percorso lineare, mantenendo alta l’attenzione e la curiosità (come sempre) e credo anche (a naso) che tu abbia individuato il giusto filo rosso per collegare tutta la filmografia e spiegarne l’evoluzione tra alti e bassi. Perciò i miei più sentiti complimenti! 😀

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  8. Mi rendi felice!
    Non potevo sperare di meglio pensando alle reazioni di qualcuno che lo leggesse, soprattutto se detto da chi di cinema se ne intende davvero come te e non per sentito dire!
    Ogni volta che mi accingo a postare una monografia sono sempre combattuto tra l’emozione di mettere in luce ciò che ho dedotto guardando una serie di film (un tema, un interprete, un periodo o anche una classifica) e la paura di essere pesante, saccente, supponente e troppo personalistico… poi l’emozione ha il sopravvento e parto lo stesso!
    Vado al cinema abbastanza spesso e divoro tonnellate di film e di fiction in home-video e su Sky, ma spesso aspetto a recensirle e leggo sempre molto perplesso altri blogger che sparano tre o quattro recensioni alla settimana, in cui ci annunciano solo di aver visto il film, raccontano tutta la trama e poi lo trovano sempre regolarmente molto bello (forse per lo stesso motivo per cui normalmente nessuno ama dire che ha preso una fregatura quando ha pagato qualcosa…).
    Ci sono molti film che ho visto e che uscendo dal cinema mi hanno portato ad esclamare entusiasta che fossero meravigliosi, poi, più passavano le ore più mi sembravano banali, telefonati e via via cambiavo giudizio, poi magari li recuperavo e così’ via, perché magari non avevo visto l’originale di cui quella pellicola era il remake o forse perché non avevo visto un’altra opera copiata o fonte di ispirazione ed altre cose simili che ne riducevano il potenziale e cos’ via…
    Alla fine mi fermo e scrivo qualcosa di cui sono certo, perché magari ci ho lavorato su e so di poter essere sincero nello scriverci sopra.
    Quante pippe, vero?

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