Somewhere – La leggerezza dell’animo critico di Sofia Coppola

SomewhereSo già che per questo mio paragone attirerò su di me le ire di molti appassionati di cinema, ma spero che i più pazienti, quelli che prima di picchiare concedono sempre un’ultima chance al colpevole, almeno costoro, mentre stanno per abbassare con violenza sul mio capo il loro bastone metaforico, ascoltino le mie motivazioni.
La-Nuit-americaineCi sono infatti due film, che seppur diversissimi per stile narrativo, epoca storica e appartenenza culturale, hanno a mio avviso una sorta di seme in comune, una cifra nascosta nel loro codice genetico, che li fanno assurgere al ruolo di manifesti di cinema sul cinema e non semplicemente in quanto meta-storie o perchè film che parlano di film, ma in quanto produzioni con una mise-en-scène cosciente, una sorta di specchio dell’arte cinematografica, una riflessione su se stessi che si rivolge al pubblico e racconta una storia di cinema la prima e di divismo la seconda.
Sto parlando di “La Nuit américaine (Effetto Notte)”, capolavoro del 1973, scritto, diretto ed interpretato da François Truffaut e “Somewhere”, quarto lungometraggio scritto e diretto dalla giovane Sofia Coppola nel 2010.

Sofia-CoppolaQuesta non è una doppia recensione, anzi, forse non è nemmeno una vera recensione, ma una sorta di bacio appassionato, una carezza sulla guancia o verosimilmente un modo per ringraziare due artisti che hanno contribuito alla costruzione del mio immaginario perosnale, ma se mai la volessi considerare come un semplice esame critico, lo sarebbe di certo per la pellicola della Coppola, foss’altro per timore reverenziale nei confronti del maestro francese.
Francois-Truffaut-on-the-set-of-451François Truffaut è stato per anni, infatti, il mio riferimento culturale per la settima arte, il critico ed il regista che mi ha aperto gli occhi sul mondo del cinema e con il quale avevo riso, pianto e riflettuto, tanto da farmi diventare graditi film che avrei prima trovato indigesti, perchè grazie alle sue opere avevo finalmente in corpo (nel cervello, nel cuore, da qualche parte insomma) gli enzimi intellettuali per capire ciò che prima non riuscivo a decodificare.

La-Nuit-americaine-02Di tutte le opere del cineasta francese (tante e davvero quasi tutte meravigliose), quella che più ha lasciato un segno indelebile in me è stata proprio l’opera magistrale citata sopra, perchè oltre ad essere uno dei suoi lavori più importanti e di tutta la storia del cinema in generale, è di fatto un film su come si gira un film.
Non voglio, davvero non voglio parlare di quest’opera, perchè sono stati profusi fiumi d’inchiostro, perchè centinaia di libri sono stati scritti sull’argomento, perchè giornalisti e critici e storici del cinema hanno detto la loro, vivisezionando ogni fotogramma, raccogliendo dialoghi e frasi celebri del film e raccontando persino aneddoti sulle maestranze che giravano intorno al set.
Parlare di “La Nuit américaine” sarebbe come recensire la Bibbia nella rubrica dei best sellers dell’inserto domenicale di un quotidiano, ridicolo, non è vero?

Sofia Coppola on the set of SomewherePreferisco invece dirvi che l’amore e l’estasi che provai per quell’esempio di cinema nel cinema l’ho ritrovato, mutatis mutandis, anni dopo nel film della Coppola, per parlare del quale userò in via del tutto eccezionale degli spezzoni del film, da me personalmente ricavati ed uploadati in rete, con l’ausilio dei ragazzi della Cineteca del Comune di San Lazzaro di Savena (Bologna).

Chi a suo tempo ha odiato “Lost in Translation”, il secondo lungometraggio della nostra regista, odierà ancor di più questo film, perché quel senso di vacuità  e di inutilità, che si portavano dietro i protagonisti dell’altra pellicola,  è ora praticamente sublimato: in “Somewhere“, con la leggerezza dei maestri della Nouvelle Vague francese, la Coppola Ferro 3muove la macchina da presa attraverso giochi di assenza e non di forza, quasi si nascondesse, ma senza le piacerie delle finte hidden-cam o delle finte riprese amatoriali tanto in voga nell’action e nell’horror, ma con quello sguardo lucido che fu da noi anni or sono del miglior Michelangelo Antonioni, che ricorda un poco il Wenders di “Paris, Texas” o più recentemente il Kim Ki-duk di “Ferro 3” e mai in alcun momento, nemmeno in quelli più drammatici, la potenza visiva del padre.

Tuttavia, chi al contrario intuì che la Coppola usava la pochezza come cifra stilistica proprio per cantarne il valore esistenziale, allora avrà ora una conferma, ma meglio procedere con ordine e come è doveroso cominciamo quindi dall’inizio, il che non è una tautologia, ma un’epifania, perchè in questo segmento che segue, c’è l’intera sequenza iniziale del film, sorta di riassunto del film stesso o del suo significante, con la camera fissa a riprendere per 2 minuti e 2 secondi la Ferrari del protagonista Johnny Marco (uno Stephen Dorff molto in parte) che gira in loop e nulla più.

La storia di “Somewhere” è fin troppo semplice, perchè si raccontano le vicende quotidiane, fatte di noia, ballerine di lap-dance a domicilio, pasti in camera, amori frugali ed amicizie improbabili, di un divo del cinema che finalmente trova un pò di tempo per stare assieme a sua figlia Cleo (interpretata da una fantastica Elle Fanning), avuta ovviamente da un matrimonio distrutto; poco a poco la ragazza farà breccia nel muro di cartapesta di tutte le certezze del divo, riempiendo di semplice realtà e di presenza il vuoto che stava annichilendo l’animo del padre.

Nella seconda sequenza proposta, vediamo il padre accompagnare sua figlia ad un allenamento di pattinaggio artistico su ghiaccio: lo spettatore osserva il padre che osserva la figlia che pattina e danza, in modo distratto ed un pò incredulo ed il tutto diventa poi la visione stucchevole di una prova artistica che non è nè sublime nè brutta, ma semplicemente reale, noiosa per noi che non siamo quel genitore e che alla fine sembriamo quasi dispiaciuti del sorriso innocente di Cleo, convinta di essere stata per tutto il tempo il solo pensiero del padre, la sua eroina e la sua campionessa; implacabilmente, la Coppola ancora una volta registra con l’integrità quasi documentaristica di un reportage sul campo, in una sequenza pressochè statica di ben 3’ e 2”.

Somewhere” è stato girato interamente a Los Angeles e la regista inserisce camei di varie attrici ed attori famosi nel cast, ma questo non rende il film più ricco, anzi, questi inserti lo aiutano paradossalmente a restare sottotono.
Così per l’incontro in ascensore tra Johnny Marco e Benicio del Toro (che interpreta se stesso) o come la meravigliosa sequenza della sezione di photoshoot per il servizio stampa, girata assieme al personaggio di Rebecca (nell’interpretazione della bellissima Michelle Monaghan), presentata come una compagna di vita e di lavoro del nostro protagonista: il piano americano con cui la regista riprende i visi dei due attori, alternativamente sorridenti per il flash e cupi per la loro conversazione privata, così come il consueto uso di una pedanina di legno per livellare l’altezza dei due divi, valgano più di mille parole

Quasi in un flash-forward del tema che sarà poi oggetto della pellicola più recente della Coppola, quel “Bling Ring” tanto discusso e criticato, la nostra regista usa come location l’albergo degli attori di L.A. per eccellenza, il mitico Chateau Marmont Hotel, sito a West Hollywood, al numero 8221 di Sunset Boulevard: solo a pronunciare l’indirizzo si respira profumo di cinema e divismo.
Stephen Dorff and Elle Fanning in HotelLa cosa incredibile del nostro film è che praticamente nessuna delle tantissime riprese effettuate fatte in questa location da sogno, sia in interno che in esterno, sembrano in alcun modo celebrare questo resort, costruito nel 1929 ed appositamente disegnato dal suo architetto a vaga somiglianza con il castello francese di Amboise (uno dei castelli della Loira).
Anzi, ogni volta che i personaggi sono nella loro camera d’albergo o in giardino o in piscina o in uno dei tanti locali di questo lussuosissimo residence, si ha l’impressione che stiano in un albergo 3 stelle o in una pensione o persino in un appartamento preso in affitto e questo perchè sia la narrazione sia la mise-en-scène non richiedevano lo sfarzo, non dovevano colpire lo spettatore per il lusso: ogni inquadratura, ogni piano sequenza evitano il glamour e lo sfarzo, registrando al loro posto un’atmosfera di pochezza e superficialità, intesa chiaramente non come scarsa disponibilità di persone e cose (il divo è sempre attorniato da fan o da addetti pronti ad aiutarlo nei suoi bisogni esteriori), quanto di quotidianità fatta di assenze e di vuoto.

In rapida successione ho selezionato, quindi, per meglio esemplificare questi concetti, 3 clip di altrettanti segmenti narrativi girati all’interno dell’hotel.
Nella prima assistiamo alla preparazione di una colazione/brunch a base di uova, preparate da Cleo per suo padre ed il suo inutile amico al traino:

Nella seconda clip, il medesimo trio di personaggi è ripreso, con il solito apparente distacco, mentre padre e figlia giocano a “Guitar Hero” sulla consolle, sempre nella camera d’albergo, mentre l’amico se ne sta a scarabocchiare seduto al divano, guardicchiando gli altri due che giocano:

La terza clip, infine, è quella più usata nei trailer pubblicitari del film stesso, con le riprese della Fanning e di Dorff in piscina, con in sottofondo la canzone “I’ll Try Anithing Once” dei The Strokes (motivo già noto ai fan del gruppo e reso poi ancor più celebre proprio da questo film), mentre giocano come due bambini e poi si rilassano al sole (il lentissimo zoom che parte dalla coppia padre-figlia sdraiati al sole e procede a ritroso, sarebbe quasi comico nella sua inesorabile insistenza, se non fosse frutto del pensiero di fondo che attraversa tutta questa opera):

Quella che proponiamo ora invece è una lunghissima sequenza, tra le più incredibili non solo di questo film, ma in generale del cinema contemporaneo: Johnny Marco si è recato nello studio degli artisti del make-up, che devono preparare una maschera facciale dell’attore invecchiato; tutta la sequenza della preparazione del lattice, steso fresco sul viso del divo e poi lasciato fermo ad asciugare è ripresa praticamente in tempo reale, ma quando l’attore viene lasciato solo nella stanza, in attesa che la maschera si solidifichi per essere successivamente scolpita e modellata, la Coppola resta a spiare, nel silenzio totale della scena, interrotto solo dal respiro pesante di Johnny che resta immobile sotto la maschera deforme, ubbedendo agli ordini dei tecnici e diventa immediatamente un simbolo palpabile, evidente e non opinabile del suo essere un vip agli ordini di uno showbusiness di cui lui non è padrone ma parte in gioco; alla fine del lento zoom in avanti, il montaggio stacca sul lavoro finito e sulla contemplazione di Marco sul se stesso invecchiato nella finzione scenica. Memorabile.

Ho appositamente tralasciato tutta la parte del girato in Italia, perchè forse è la parte più nota del film o per lo meno, per via dello squallore dei nostri giornalisti, la più chiacchierata sulle rubriche cinematografiche dei nostri quotidiani nazionali e rassegne televisive, per via della terribile comparsata di attori e vallette della nostra televisione che, solo per aver interpretato se stessi, appaiono vicino a Dorff ed alla Fanning come maschere Somewhere Telegatto Awardsdeformi e clownesche: la scena della consegna del Telegatto è dolorosamente imbarazzante, pur non accadendo nulla di particolare o forse proprio per questo, poichè tutto si svolge nel film come si sarebbe davvero svolto in un nostro spettacolo televisivo nazionale, documentando la scena nella piattezza più assoluta e nel fragore fiacco delle paillettes vecchio stile.

Concludiamo la nostra panoramica voyeuristica, con la splendida sequenza finale, ennesima lezione di cinema, figlia di tutte le riprese automoblistiche, dalla camera da presa a mano trasportata direttamente dall’operatore seduto sul sedile posteriore nelle scene in auto di “La Nuit américaine” di Truffaut, alla steadycam fluttuante con cui De Palma riprendeva il lento pedinamento di Jake Scully (Craig Wasson), su è giù per le strade collinari di Beverly Hills, dietro a Gloria Revell (alla quale prestò a suo tempo le sembianze la bellissima modella Deborah Shelton) in “Body Double (Omicidio a luci rosse)” di Brian De Palma.

Anche se questa film non ha una storia gialla o di suspence o comunque colpi di scena inattesi, saltate le prossime righe se non volete che vi venga raccontato il finale, perchè è esattamente quello che farò, fotogramma dopo fotogramma.

Seguiamo così la Ferrari di Johhny Marco, per le highways di Los Angeles, incollati dietro di lui, ma a debita distanza, come dei pedinatori o dei guardoni, verso un posto imprecisato (somewhere), apparentemente senza meta.
Finchè la macchina non si arresta sul bordo della strada ed il nostro divo scende dall’auto e s’incammina lentamente a piedi, mentre l’allarme dell’auto pigola ritmicamente per la chiave di accensione lasciata nel quadro.
Negli ultimissimi fotogrammi il personaggio abbozza quello che sembra un sorriso ed il film si chiude.

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28 pensieri su “Somewhere – La leggerezza dell’animo critico di Sofia Coppola

  1. Ho letto fino a dove inizi a parlare di Somewhere nel dettaglio perché non ho ancora visto il film della Coppola e non voglio spoilerarmi nulla! Me lo vedo e poi recupero il resto dell’articolo. 😉
    Per inciso, no, non sono un grande fan di Sofia Coppola ed è anche per questo che fino ad ora non ho sentito alcun particolare bisogno di vedere Somewhere! Però apprezzo molto Lost in Translation, che mi lasciò un po’ interdetto dopo la prima visione, ma che col tempo, crescendo, mi è cresciuto anch’esso dentro piano piano.
    Per il resto, è una gioia leggere quello che scrivi su Truffaut. Grande Kasa!

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  2. Senza spoilerarti nulla, sappi che tutto ciò che di glamour c’era in “Lost in Translation” (compresa la Scarlet) in “Somewhere” è assente, nel modo più categorico.
    I piani sequenza sono appositamente lunghissimi e statici… se posso permettermi con te un paragone, ricordano l’immobilità con cui il protagonista veniva ripreso viaggiare nel Solaris di Tarkovskij… Ciao e grazie come sempre delle belle parole”

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    • Prima Effetto Notte di Truffaut, adesso Solaris di Tarkovskij, mi hai messo allo stesso tempo una curiosità e una paura pazzesca di vedere Somewhere!! Paura dovuta, ovviamente, al mio forte scetticismo di partenza che cercherò di tenere a bada.

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      • Voglio precisare per non essere frainteso: non voglio dire che metto artisticamente i tre film citati sullo stesso piano (“Effetto Notte” è troppo in alto… davvero, quando lo rivedo e guardo in basso ho le vertigini!), ma solo che hanno una sintassi in comune, come anche il film di Wenders e di Kim Ki-duk che ho citato… se ti guardi le clip con la Fanning in hotel, ti sembra un set di un film francese anni ’70… è pazzesco!

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  3. Non ho visto Somewhere e quindi ho deciso di non leggere il finale del film, perchè, forse, con questo articolo sei riuscito a far nascere in me la voglia di vedere questa pellicola, nonostante non riesca a comprendere il linguaggio narrativo della Coppola di cui, sinceramente, ho deciso di evitare i film, con un pelo di inutile pregiudizio (lo ammetto) dopo aver visto Lost in Traslation che… non mi ha lasciato niente. Assolutamente niente. Probabilmente non avendo apprezzato quel film, farò fatica a comprendere a pieno lo stile della regista anche in Somewhere… o magari mi piacerà e cambierò idea su di lei. Chissà. Comunque, farò un tentativo, ma non ti prometto nulla 😉

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  4. Grazie comunque della fiducia, ma lo stile è quello, anzi, come dicevo a Zack, in “somewhere” la vacuità è addirittura sublimata… il nulla elevato alla enne!
    Se c’è qualcosa di brutto in una recensione è ingannare chi legge facendo credere cose diverse ed io cerco di evitare questo rischio come la peste!
    Tra l’altro ho voluto mettere le clip appositamente… uomo avvisato…

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    • Eh infatti già alla prima clip ho iniziato a storcere il naso… ripeto non mi faccio molte illusioni, ma sono dell’idea che le opinioni cambiano e che è sempre meglio, quando si parla di film, vedere con i propri occhi e giudicare da se evitando i pregiudizi. Ed io, purtroppo, con la Coppola non l’ho fatto fino ad ora. Probabilmente, dato che Somewhere ha lo stesso stile di Lost in translation, elevato ad enne, come hai detto, non cambierò idea. Ma diciamo che gli darò una chance. Alla prossima Kasa 😉

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  5. Quando ti dissi con infantile ingenuità di non aver mai visto un film di Truffaut mi aspettavo la più classica delle paternali: se non conosci Truffaut non capisci un cazzo, di cinema, come fai a considerarti cinefilo se non hai visto il tal film, e via di questo passo.
    Tu, invece, ti sei limitato a fare spallucce e a riconoscere che siamo figli di epoche diverse e che tu sei nella mia identica posizione rispetto a tanti autori antecedenti Truffaut.
    Già solo per questo mi viene voglia di vederne l’intera filmografia, anche a costo di frantumarmi le palle, ma come semplice e devoto ringraziamente per la tua educazione intellettuale (che è cosa ben diversa dall’onesta intellettuale).

    La Coppola invece la conosco. Il suo primo film (le vergini suicide) mi folgorò per la sua forza emotiva, per il suo essere sarcastico e serio al contempo, per il suo saper raccontare una favola in salsa tragica senza mai scadere nel melenso.
    Di contro disprezzai Lost in translation per la sua vacuità, per il suo essere algido e sofisticato.
    Da quel momento mi sono allontanato dalla Coppola e dal suo cinema, sempre più autoreferenziale rispetto al mondo del cinema esso stesso: gira che ti gira ci son sempre di mezzo i divi (in somewhere come lost in translation, ma anche nel più recente Bling Ring).

    Non vedrò Somewhere, nonostante il tuo post e i tuoi spezzoni mi abbiano un po’ stuzzicato (lo confesso). Perchè non saprei apprezzarlo, perchè non ne ho il tempo, perchè preferisco custodirne il ricordo positivo che me ne ha lasciato la lettura di questo post anzichè insozzarlo con una visione svogliata e probabilmente superficiale.

    Alla prossima 🙂

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  6. Quando in uno dei miei interventi (durante le nostre piacevoli chiacchierate che rendono quasi una chat la parte dei commenti) ho detto che sono stato solo fortunato, cinematograficamente parlando, mi riferivo proprio a quelle circostanze, che al momento giusto della vita ti portano ad incontrare persone che diventano per te una sorta di boa, che ti fanno capire di essere ad una svolta, ti fanno segno che sta per passare un treno che devi assolutamente prendere o semplicemente ti aprono gli occhi (giusto per restare in tema anche con il film recensito da Dave…). Ero approdato alla città Bologna dal mio paesello e in borsa avevo solo la mia cultura da autodidatta e da studente del liceo ed i professori che incontrai e gli amici che mi feci furono lo stimolo per apprezzare tutto quello che seguì nel campo della settima arte.

    Sto ultimando un altro post in cui parlo di un romanzo che consiglierei a tutti, come lo consigliò a suo tempo a me un’altra persona davvero speciale, che mi ha invece aiutato a formarmi sulla letteratura straniera contemporanea ed anche per quell’incontro ringrazio la mia buona stella.

    A Dicembre dell’anno scorso, mi è capitata infine la stessa sorte propizia, imbattendomi nel tuo commento ad una mio dissertazione e da lì incontrai il tuo blog e quindi conobbi lo splendido pensiero che si celava e si cela tutt’ora dietro ogni tuo post…
    e non hai idea di quanto io sia stato fortunato anche questa volta!
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    Il bambino messicano ha scattato una foto con una macchina automatica e la vende per pochi soldi alla gringa americana che sta in auto, mentre la sabbia sollevata dal vento comincia a sferzare l’auto.
    L’uomo alla pompa di benzina dice “ Sta arrivando una tempesta”.
    Sarah Connor fa una smorfia, per il vento forte o per la sua consapevolezza, e gli risponde “Lo so” e si avvia verso lì’orizzonte.

    Siamo messi così, Lapi!
    Buona notte!

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  7. Sono finalmente riuscito a vedere il film e devo ammettere che pensandoci un po’ sopra, anche grazie a quello che hai scritto tu, mi ha fatto rivalutare in positivo la filmografia di Sofia Coppola (anche se continuo a detestare The Bling Ring).
    Ho molto apprezzato Somewhere perché, come faceva anche Lost in Translation (i due film si assomigliano molto), è un film che tratta di cose che Hollywood solitamente evita di trattare neanche fossero la peste. E’ infatti un film che ti mostra come la nostra vita sia costantemente piena di interazioni totalmente superflue e piena di azioni che siamo costretti a fare perché ce lo dicono gli altri (o comunque per motivi mai veramente importanti) e questo ci porta a vivere in un mondo privo di senso nel quale si perde la consapevolezza di sé stessi e la capacità di controllare la propria vita.
    In Somewhere, la Coppola è brava nel raccontarci di come il nostro protagonista si renda conto di ciò e del fatto che gli unici momenti di vita vera sono quelli che si passano con le persone che si ama (in questo caso la figlia). Queste persone sono quelle che per fortuna ci possono aiutare a ritrovare un senso alla nostra esistenza, un nostro posto nel mondo e una meta da raggiungere. Per cui il titolo “Somewhere”, come hai già spiegato tu, è azzeccatissimo.
    Detto questo, per me la Coppola continua ad esagerare in esibizionismo in alcune scene (in realtà sono poche, ma forse il problema sono io che fino a ieri la trovavo antipatica) il che potrebbe rendere la visiona del film noiosa ai più o a chi lo guarda con il mood sbagliato.
    Io per fortuna l’ho visto con il mood giusto. 😉

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  8. Zack… Sono onorato di questo commento… e lo so che sembro un ruffiano o una di quelle assistenti di studio tutte sorriso e falsità (a proposito di assistente, quanto è bella nella sua semplicità la scene del photoshoot con Michelle Monaghan che praticamente snobba ed umilia Johnny), ma è la verità: hai praticamente recensito il film, ma invece di farlo sul tuo blog lo hai fatto nel mio, dando una prova di generosità e signorilità davvero notevole!
    Inoltre, cosa non ovvia, hai scritto delle cose assolutamente condivisibili e che completano quanto ho scritto io, come fossero un’estensione della mia recensione: potrei desiderare di meglio?
    Personalmente ho trovato il finale grandioso (non dico altro perché chi non ha letto la parte finale del mio post, proprio per evitare di sapere troppo, rimarrebbe fregato…) e tu?
    Giustissimo, infine, il discorso del mood con cui vedere il film, dato che il pericolo di trovare noioso questo film (come altri simili nella storia del cinema) è sempre presente in operte con questo taglio, pericolo che penso di non aver taciuto nella recensione, non trovi anche tu?

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  9. Sìsì assolutamente, è tutto lì.
    Per quanto riguarda il finale, non lo so ancora, ho qualche perplessità. Di sicuro è un buon finale, ma è come se stonasse un po’ perché troppo esplicitamente metaforico, e da un certo punto di vista anche anche un po’ telefonato (se non addirittura banale), rispetto al realismo che caratterizza tutto il resto del film. O forse per apprezzare al massimo il finale avevo bisogno di un mood ancora diverso. Ma adesso non voglio farla sembrare tutta una questione di mood! Ahahah

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  10. Beh, metaforico senza dubbio quanto la scena inziale e ad essa molto simmetrico.
    La Coppola fa spesso nei suoi film questo gioco-metacinematografico: descrive perfettamente uan scena così come apparirebbe in un film di un collega, poi gira un’altra scena, la sua, più simbolica e gioca al raddoppio: senza spoilerare nulla, la Fanning piange (in una scena che poteva essere tratta da una qualsiasi commedia sentimentale) ed il film finiva, stop; poi aggiunge un segmento filmico quasi incollato.
    In “Marie Antoinette” fa la stessa cosa con la sequenza della cena ed i rimbombi delle spingarde sullo sfondo.
    Oppure sono io che voglio giustificare, chissà!
    Comunque è un piacere dibatterne, thanx!

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  11. Hallo!
    Della Coppola ho sempre sentito parlar male. Eppure a me gli unici suoi due film che ho visto (Marie Antoinette e Bling Ring) sono piaciuti. Questo è nella mia lista dei film da vedere da quando è uscito, ma ancora non sono riuscita a vederlo. Se mi piacerà o meno ancora non posso saperlo, ma leggendo la tua recensione potrei trovarlo lento, praticamente il contrario dei film che ho visto io. Lo metterò in conto. Comunque sono lo stesso curiosa di vederlo.
    Ti farò sapere 😉
    Mchan

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    • Hello a te, mchan!
      Ho visto dai tuoi commenti che oggi ti sei fatta un giretto nel mio blog e la cosa mi fa tantissimo piacere perché, devi sapere, che io amo sicuramente parlare e scrivere ma amo ancora di più leggere ed ascoltare!
      Per questo motivo, rispondere ai commenti e chiacchierare con gli altri è una delle cose che mi diverte di più!
      Il mio piacere, poi, diventa un godimento ancora più egoistico quando scopro dalle tue parole che insieme a me sei una delle poche ad avere apprezzato i film della Coppola, donna del cinema assolutamente straordinaria e secondo me decisamente non compresa da molti: alla nostra Sofia infatti non interessa per nulla compiacere coloro che la vorrebbero vedere fare film diversi da quelli che fa, più in linea con il modello americano e questo la rende sicuramente antipatica agli occhi di coloro, anche in Italia, che sono abituati a donne registe che fanno film d’amore o comunque commedie romantiche pieni di equivoci e battute.
      Sofia Coppola è invece una grande artista ed ogni suo film ha sempre ricevuto notevoli riconoscimenti internazionali, non ultima la Palma d’Oro che lo stesso Quentin Tarantino come presidente della giuria le ha assegnato al Festival di Cannes proprio per “Somewhere”.
      Per capire meglio la sua filosofia, basterebbe vedere cosa ha fatto la Coppola di un’attrice come la Scarlett Johansson, relegata da tutti i registi (nessuno escluso) a semplice bomba-sexy ed invece nelle mani della Sofia, nel suo secondo lungometraggio “Lost in traslation“, messa nelle condizioni di esprimere dei registri recitativi come mai prima!

      Ho adorato “Maria Antonietta” e quasi certamente inserirò nella mia rubrica dei “Kasa Shots” almeno la sequenza della vestizione, con quella ironia sui cerimoniali, così pop, così irriverente e così leggera.
      Somewhere” è lento perché il suo ritmo è quello naturale delle cose, perché è sulla vita vera di un divo e le cose sono spesso più squallide di come vogliono farci credere.
      Se dai uno sguardo alle clip che ho inserito, beh, quello che vedi è “Somewhere” e non è un caso se un regista di certo diversissimo come Tarantino lha voluta premiare e non è nemmeno un caso se imperterrita, aldilà delle critiche, la Coppola continua per la sua strada, piccola fisicamente, massacrata dal web quando provò a recitare la parte dell’innamorata per via del suo naso prominente e sbeffeggiata dagli amanti dell’action quando ha mostrato la vita di un divo che necessita di una predella di legno per sorridere alla stessa altezza della diva di turno.
      Resta anche tu libera dai clichè, quando voli con la fantasia, come vedo che sai fare quando viaggi fisicamente in giro per il mondo.

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      • Oh, ma grazie!
        Ti leggo molto volentieri, sporadicamente, ma recupero!
        Sono abbastanza abituata ad avere dei gusti decisamente diversi dalla gente che mi sta intorno, ma non me ne sono mai fatta un cruccio. In fondo si dice che il mondo è bello perché è vario, no? 😉
        Certo, prima di internet, era un pochino frustrante non poter parlare con nessuno delle cose che mi piacevano perché non erano di loro gusto, ma ho sempre cercato di rimanere coerente e non omologarmi per questo.
        Come hai detto tu di Marie Antoinette mi piace proprio lo stile pop che ha adottato, diverso da ogni altro film storico e proprio per questo particolare ed accattivante. La mia scena preferita è quella dei dolci, tutti quei colori brillanti!
        Le clip di Somewhere le ho saltate apposta perché voglio godermi il film quando finalmente riuscirò a vederlo 😉
        Mchan

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  12. Con ritardo imperdonabile mi son ricordato di tornare qui per parlare di Bling Ring.
    Si, perchè con Somewhere ho resistito, ma con Bling Ring no.
    Un po’ le tue ripetute lodi alla Coppola, un po’ (lo confesso) il crescente gradimento estetico ed artistico per la “lolita de noantri” Emma Watson, e così sono capitolato.

    In realtà il film l’ho visto molte settimane fa e mi ero ripromesso di venire qui a commentarlo, ma poi me ne son sempre dimenticato. Ma oggi, complici qualche giorno di ferie e il meritato cazzeggio dopo aver ultimato il post su Terminator Genisys (aspettalo per domani), eccomi qui.

    Il film non è un granchè, chiarimaolo subito. E’ narrativamente più semplice di Lost in traslation, meno ansiogeno e drammatico, a tratti sembra quasi un documentario o un servizio di cronaca.
    Asciutto, ecco il termine esatto. Che sarebbe anche un pregio se non fosse troppo in bilico sull’abisso della siccità, così in bilico da caderci dentro. Un peccato. Perchè qui c’era un soggetto molto molto interessante che, al netto delle banalità sui usi, costumi e devianze nell’era del web 2.0, offriva un ventaglio narrativo ampio e stuzzicante che però è stato castrato da una sceneggiatura piatta, concentrata troppo su una asettica denuncia senza saper di contro bilanciare un’interpretazione emotiva dei protagonisti.
    Poca sensibilità, per essere sintetici.

    Alla prossima e grazie comunque per il consiglio: a suo modo Bling Ring ha saputo “donarmi” qualcosa.

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    • Come sempre sei un signore ed io contraccambio.

      Sarò sincero, come probabilmente avrai capito leggendo in modo così fedele tutti i kie post (anche quelli che sono lontanissimi dalle tue sfere d’interesse), io vado al cinema a vedere molti più film di quelli che recensisco e quelli che non vedo al cinema li recupero in Blu-Ray (se meritano il full hd) o addirittura su Sky se è sufficiente il formato HD Ready di Sky.
      A seguito del mio precdente lavoro, ho una videoteca in DVD e B-Ray enormemente imbarazzante (quando ho difficoltà a pagare il mutuo o le bollette, vendo dischi a blocchi di 100 alla volta e non ne resto senza…).
      Inoltre alcuni miei ex-clienti mi fanno sempre lo sconto da Space Cinema quale tifoso del Bologna Calcio (squadra di cui non solo non conosco la formazione, ma che non so nemmeno in che serie gioca… questo tanto per dirti la situazione della mia sportività… uno dei pochi abbonati Sky da più di 5 anni a cui Murdock non è riuscito nemmeno a regalare la visione in chiaro delle partite dei mondiali…).

      Diciamo anzi che non recensisco quasi mai le novità, a meno che non m’interessi farci sopra un discorso particolare (vedi “Interstellar” o “Grand Budapest”).
      In pratica il mio non è un blog di servizio, con cui restare aggiornati, ma davvero un luogo di chiacchiere e questo non rende il mio blog più bello o importante o più figo, no, ma solo diverso da altri costruiti con formule diverse (penso a Lupo Cattivo, che recensisce quasi solo cose che ha visto su supporto plasticoso e di specifico genere sci-fi/Horror, ma penso anche a Gerundio Presente che invece all’opposto precorre le novità prima di ogni altro… e così via).
      Tutto questo per dire che sono stato al cinema a vedere il nuovo Terminator perché io adoro questa saga e te l’ho scritto.
      Non ritengo Arnold un attore “vero” ma più una maschera, che, in assenza dello sviluppo drammatico che attori simili hanno avuto dopo il grandissimo successo come icone action (Harrison Ford, Sean Connery, etc.), rischia di diventare una mongolfiera piena di botulino, come Sly e come sta rischiando Bruce Willis.
      Questo non toglie che io non sia perfettamente d’accordo con te quando affermi che Terminator ha un valore aggiunto con Arnold, ma lo si diceva anche di Mad Max, criticando la scelta di sostituire Mel Gibson e poi si è rivelata una paura infondata, ma in questo caso, secondo me, perché “Fury Road” non è stato scritto e girato da un Alan Taylor qualsiasi ma da un cazzutissimo George Miller: insomma, puoi anche cercare di proseguire il mito, ma un grande regista fa grandi film, uno piccolo, se ha culo, può sperare di mangiare dalle briciole che cadono dal tavolo dei grandi…

      Perché dico tutto questo qui?
      Perché avevo inizialmente pensato di fare un post sulla saga di Terminator, sulle circonvoluzioni mentali di Cameron riguardo Skynet, su come i viaggi temporali sono sempre la tomba della logica al cinema, su come i prodromi si siano avviluppati ed attaccati agli specchi per mantenere in vita un’idea e poi sulla serie Tv, ma ora non è più il momento e se scrivessi tutto questo nel commento che certamente farò al tuo post, sarei uno stronzo fuori tempo (stronzo, perché le mie critiche saccenti non sono davvero richieste in un post che sarà senza dubbio divertente ed anche pieno di emozione; fuori tempo, perché da un film come “Terminator Genisys” la gente richiede attualità e non elucubrazioni.
      Perciò ti ho voluto scrivere qui, a margine della mia Coppoleide, sotto un tuo cortese commento, su un film che non ti è piaciuto ma che gentilmente hai ringraziato per aver visto (“odio il pesce, in particolare le uova, ma grazie per avermi offerto questo costosissimo caviale, perché ora so meglio cosa significa puzza di mare… grazie ancora”).
      Tra l’altro, malgrado la presenza della Emma, per la quale nutro amore sconfinato, “Bling Ring” è semplicemente il più brutto dei film della Coppola, troppo minimalista e soprattutto inutile.
      Tra tutti, il mio preferito rimane “Somewhere”, seguito a ruota da “Lost in Translation” (con la più bella scena di addio del cinema del dopoguerra) ed infine “Marie Antoniette”.
      Dico tutto questo a te perché probabilmente mi vuoi bene e mi sopporti (supporti, anche).
      Per il resto non vado oltre.

      Spero di poter quanto prima divertirmi a leggere del buon Swarzy, con il quale ho fatto pace e di cui scherzerò allegramente con te.

      P.S. L’hai poi visto “Dogma”?

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      • Sono un cinefilo atipico, perchè non possiedo nemmeno un dvd o brdisc. Ho un paio di hdd esterni stracolmi di film scaricati, questo si, ma di dischi nessuno. Oddio, c’avrei qualche vecchia VHS, peccato che non abbia più un videoregistratore per riprodurla…
        Al cinema ci vado di rado, nonostante il multisala della mia città disti meno di 500 metri da casa mia. I Jolly-cinema, così li chiamo io, sono pochi perchè tra lavoro, casa e, soprattutto, una bimba di nemmeno 2 anni è dura organizzarsi. Essendo le mie serate cinema così rare, tendo a considerarle alla stregua di eventi e ne consegue che mi piace scriverci su un post. Sono gli unici post “a comando” del mio blog, mentre sulla genesi degli altri (la gran parte) ti ho già ammorbato un’altra volta. Sarà per questo che di solito sono i più mosci che pubblico…

        Tutto sto preambolo per spiegare come mai abbia deciso di recensire TG 2 giorni dopo il post sulla saga omonima. Post superfluo probabilmente, ma dal mio punto di vista irrinunciabile ;-).

        Mi hanno fatto riflettere le tue parole sul “taglio del forum”. Io per il mio non ne ho mai pensato uno a tavolino. Decisi di aprire il blog come valvola di sfogo dopo la morte in utero della mia prima figlia ma non avevo bene in mente di cosa parlare. Gli argomenti son venuti da soli, di base perchè sono i miei interessi primari per il tempo libero. Poi oltre al taglio c’è lo stile, e anche quello si è evoluto strada facendo (e continua a farlo). Non sono un amante dei progetti,non ho mai scritto una scaletta in vita mia facendo dannar l’anima al mio professore di italiano al liceo che invece voleva che inserissimo la scaletta iniziale nei temi dei compiti in classe. Scrivere è un processo istintivo. REM TENE VERBA SEQUENTUR, come diceva Catone (stavolta ho scritto giusto…).

        Sto sproloquiando, ma spero di perdonerai. E’ tardi e mi godo il silenzio della casa, mentre le mie signore dormono di là. Sento solo il ticchettio delle mie dita sulla tastiera: adoro sentirlo, mi ricorda il canto degli uccellini di prima mattina.

        Passando a Swarzy: finalmente un argomento in cui siamo in disaccordo più o meno radicale!!!! 😀
        Io lo considero un grande attore, dico sul serio. Certo, non ha il talento di DD Lewis o di un Hoffmann, però buca lo schermo come pochi e questa è una qualità innata, al pari del talento recitativo. Ma mentre il talento puoi affinarlo col tempo, la presenza scenica o ce l’hai o non ce l’hai. E Swarzy ce l’ha!!!!

        Aspetto con piacere il tuo commento (li aspetto sempre con piacere i tuoi commenti…) e ti invito a togliere il piede dal freno se pensi che sarebbe fuori luogo se partissi con una tiratona da professore. Perchè le tue tiratone da professore meritano sempre.

        Concludo confessandoti un paragone, che spero gradirai. Al liceo avevo una prof di latino-greco fenomenale: donna erudita (nel senso antico del termine: sapeva TUTTO su qualunque branca dello scibile umano) e per di più con l’innata capacità di saper trasmettere le su conoscenze. Ricordo ancora che non ho mai aperto un libro per studiare letteratura greca o latina, nè preso un appunto: era sufficiente ascoltare le sue lezioni perchè tutto quel che diceva – grazie a qualche fenomeno strano che non escludo avesse elementi magici – rimaneva stampato nella mente (una sua digressione di 3 minuti sul teatro di Seneca mi salvò il culo agli orali di Latino alla maturità…).
        Ecco, quando leggo i tuoi post mi capita un fenomeno simile così a distanza di mesi ho ancora fresco il ricordo della tua coppoleide e torno qui ad informarti sul mio parere post visione.

        Non basta saperle, le cose bisogna anche essere in grado di condividerle. Perchè altrimenti correremmo il rischio di diventare tutti piccoli Jorge da Burgos: cechi, arrabbiati e destinati ad avvelenare il libro della conoscenza.

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        • Raffinatissima la citazione del “villain” de “Il Nome della Rosa”, davvero, raffinatissima e quindi penso proprio, che in altri contesti la userò!

          Detto questo, che è poi un vezzo partire dal fondo, il tuo paragone mi inorgoglisce moltissimo!
          Ho sempre vissuto con l’animo spaccato a metà tra la voglia di insegnare (glorificandomi, autoincensandomi, mettendomi su un piedistallo, garantendomi in caso di elezioni un voto che valesse come due, un po’ come i proprietari terrieri in America Latina prima dell’avvento delle democrazie post-socialiste) e la voglia di volare in alto, lontano dagli schemi, spaccando tutte le regole in modo adolescenziale.

          Tempo fa, in un commento che facevo a Zack, citavo la corsa a perdifiato del protagonista di “Mauvais sang” in cui il regista, citando in modo atipico (lui, Leos Carax, regista festivaliero) il film americano “Footloose”, riprendeva senza freni questo dimenarsi e sgambettare a suon di musica (“Modern Love” di David Bowie) ed io ancora a ripensarci ho i brividi, non tanto per la bellezza della scena, quanto per il significato che ha per me… un’ode alla libertà d’espressione, alle urla (come la poesia di Ginsberg), alla follia che si scatena.
          Ecco, questo sono io: un tumulto primordiale imbrigliato dalla tante letture e visioni di anni di studio e di piacere (eh, si, perché poi non ho mica avuto dei genitori che mi hanno costretto a fare giurisprudenza o medicina o ingegneria per proseguire una tradizione di famiglia… Essere orfani avrà anche un sacco di sfighe ma hai anche poca gente che ti dice cosa fare…).
          Ne scaturisce quasi una necessità alla fantomatica “scaletta” di cui parli tu, ad un ordine che regolamenti tutto, dai miei pensieri alle mie scelte, dal mio blog, al mio lavoro, salvo poi ogni tanto vedere tutto saltare in aria per via di quella Volpe a 9 Code (non leggi il manga “Naruto” o ne hai sentito parlare?) che si libera per qualche istante dalla morsa e si scatena divertita ed io (super-io? Con buona pace di Freud?), che dovrei esserne il custode, rido con essa.

          Come vedi vado anch’io a briglia sciolta e o dico e lo ripeto: adoro i tuoi commenti, specie quando sono liberi e quasi un flusso di pensiero ininterrotto.
          Adoro le tue parentesi autobiografiche (i miei ne sono sempre inzuppati) ed adoro anche le tue riflessioni sui massimi sistemi, perché entrambi citiamo solo ciò che conosciamo ed arricchiamo l’altro che ci legge: come dice il grande George Bernard Shaw “Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno, ma se tu hai un’idea ed io ho un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee

          Aspetta! La scaletta… un attimo che la rileggo… ah, si! Non mi hai risposto sull’aver visto o meno “Dogma”…

          Ancora una cosa: sto preparando (con molta calma) un post dal titolo provvisorio “The Long Goodbye”, proprio come lungo Addio, in cui metto assieme alcuni degli addii più belli della mia Storia del Cinema (penso al ”francamente me ne infischio” con cui Rhett Butler saluta Scarlet O’Hara alla fine di “Gone with the Wind” o al saluto con abbraccione commovente di Bob Harris all’amata Charlotte in “Lost in Translation” o al cinico commiato senza speranza di Jack Burton a Gracie Law in “Big Trouble in Little China” e così via…), hai qualcosa che mi suggerisci (magari mi elenchi 30 cose ed io ne uso una sola… liberi, eh!)?

          Un’ultima cosa: con te sarò sempre sincero e non ti dirò mai (MAI) che una cosa mi è piaciuta se invece mi ha fatto schifo, ma se dissento lo farò solo a ragion veduta e non per farmi pubblicità o spostare l’attenzione lontano dal post, perché comunque la libertà d’espressione individuale è un diritto limitato dalla libertà altrui e non lo sfogo di chi urla a voce più alta
          Attendo i tuoi post: vai ed uccidi!

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  13. parto da DOGMA, lapsus effettivamente, perchè avrei voluto risponderti già stanotte ma me ne son dimenticato (non lo ammetterò mai, ma mi sa che il prof con quella storia della scaletta un po’ di ragione ce l’aveva…).
    Il fatto è sta cosa di kevin Smith è un po’ imbarazzante, ‘mo ti spiego.
    Fino a qualche giorno fa son sempre stato convinto di aver visto Clerks. Ne ero sicuro proprio. Avevo questo ricordo di un film con giovani commessi che vidi tanti anni fa, un bel ricordo effettivamente. Poi, incuriosito dalle riflessione a margine del mio post su Tusk sono andato a recuperare sia Dogma che Clerks e mi son detto: “dai, prima di vedere Dogma, ripassiamoci Clerks”. Con mio sommo sgomento ho scoperto che QUEL Clerks io non l’avevo mai visto. Il Clerks (o presunto Clerks, probabilmente aveva un altro titolo) era proprio diverso, molto più leggero sicuramente, la classica commediucola usa che danno in estate su italia 1, mentre QUESTO clerks si vede subito che è di un livello superiore.
    Tuttavia non sono riuscito a digerirlo…. dopo 30 minuti ho dovuto interrompere la visione perchè stavo “ridendo e vomitando insieme” come con Tusk. Ero talmente rivoltato che ho preferito non finire e ti assicuro che mi capita raramente di interrompere una visione.
    Così ho preferito lasciare lì Dogma per un po’, almeno fin quando non avrò smaltito l’ipersensibilità verso Kevin Smith. PRoverò a vederlo comunque, non mi arrendo così facilmente, io :-D.

    Passando invece al tuo The Long Goodbye (c’è una canzone del Boss che si intitola così, ma non è un granchè ad esser sinceri) mi poni una bella sfida…. Vediamo un po’:
    -Un mondo perfetto (anche se è atipico, perchè Kostner muore)
    – Questione di tempo (la scena in cui il figlio torna indietro nel tempo per parlare col padre un’ultima volta)
    – ET (la partenza di ET)
    – The Truman Show
    – John Q (il dialogo padre figlio quando D Wasinghington sta meditando di suicidarsi per donare il cuore al figlio)

    Te li ho elencati così come mi son venuti in mente….

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    • Sono al lavoro, ma i tuoi commenti hanno la precedenzq quasi su tutto.
      Sarò comunque lapidario…
      1. Kevin Smith… se i il mio eroe, ti stai interstandedno per vedere una cosa ache latrimenti non avresti visto nemmeno pagato e questo mi commuove e cercherò di ripagarti per ciò.

      2. The Long Goodbye… “E.T.” è esattamente nel mood che pensavo e mi ha fatto venire in mente quella per me un po’ più bella e meno strappalacrime di “Close Encounters”… Quella di John Q è una scena bellissima, che tocca davvero il cuore, ma continuo a cercare… ovviamente piuttosto che mettere uno qualsiasi, dei tremila addii che quel panzone di Jackson ha messo nel capitolo finale di LOTR, chiudo il blog, ma il concetto di addio che avevo in mente è quella della separazione tra due persone, non c’è la ricongiunzione, ognuno per la sua strada, magari felice, ma così… un grande addio è senz’altro quello che ti avevo già citato del secondo Terminator….

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  14. La Coppola ha la fortuna di avere tanto nome e la sfortuna di avere tanto nome… Qualunque cosa faccia viene comunque filtrata dal preconcetto “vabbè ma pure io se ero…” certo il nome le ha permesso di sperimentare, ma ha sperimentato. E va detto che per me non ha sbagliato un film.
    Ps.: quando mostrano in modo così imbarazzante l’Italietta vorrei ingoiare il telecomando.

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