Emily Blunt: la piccola Princess Mary diventa sergente

emily-blunt-2997-2560x1600Eh si, gli americani sono fatti così: quando vedono un’attrice inglese non possono fare a meno di pensare alla regina d’Inghilterra e prima o poi, in qualche modo e maniera, le faranno fare la parte di una nobile di qualche casata da qualche parte nel mondo.
Così si confidava alla macchina da presa in un dietro le quinte,  Emily Olivia Leah Blunt, attrice inglesissima, classe 1983, con un passato di successo già da giovanissima in patria, prima teatrale e poi televisivo (e si sa come sono le fiction britanniche, sempre molto attente sia alla recitazione, sia alla costruzione d’interni), ma sbarcata ad Hollywood in pompa magna con il fortunatissimo “The devil wears Prada (Il diavolo veste Prada)”, adattamento dell’omonimo romanzo best-seller pseudo-autobiografico di Lauren Weisberger.

The-devil-wears-PradaQuello della Blunt è qui un ruolo secondario, nei panni di Emily Charton, impiegata presso la rivista “Runway” (versione di fantasia della vera rivista “Vogue”) ed iniziale prima assistente della direttrice Miranda Priestly (ancora un malcelato riferimento alla vera direttrice del magazine di moda, Anna Wintour, che fu davvero agli inizi il capo della scrittrice Weisberger): oltre ad essere schiacciata nel film dalla titanica figura della protagonista assoluta della storia, la “Maleficent” di turno, la malvagia ed insensibile regina della moda (nella memorabile interpretazione di quel mostro di The-devil-wears-Prada-02bravura che va sotto il nome di Meryl Streep), la nostra inglese deve poi lasciare il passo anche all’altra protagonista femminile del film, Andrea Sachs, la ragazza neo-laureata impersonata dall’attrice Anne Hathaway, principessa buona della nostra fiaba, nonché nuova segretaria personale del capo e che finirà per scavalcare nella sua carriera proprio Emily,  soffiandole l’ambito posto nelle sfilate parigine, tranne poi pentirsi, licenziarsi e ritornare a fare il giovane angelo buono e timido che era all’inizio.

Cruella de VilIn questo film i riferimenti disneyani sono voluti ed assolutamente molteplici (non è un caso che la sceneggiatura sia dell’abile Aline Brosh McKenna, autrice anche del recentissimo ed ottimo live-action “Cinderella” di Kenneth Branagh), partendo proprio dalla figura del villain, ricalcato in modo palese sul character icona gay di “Cruella de Vil – Crudelia De Mon” del “One Hundred and One Dalmatians (La carica dei cento e uno)” e proseguendo anche con la scelta della deuteragonista buona, quella Hathaway allora specializzata ad Hollywood Ella Enchantedproprio nei ruoli di principessa, grazie alle due pellicole targate Disney “The Princess Diaries (Pretty Princess)” del 2001 ed il suo sequel “The Princess Diaries 2: Royal Engagement (Principe azzurro cercasi)“, entrambe di Garry “Pretty Woman” Marshall, nonchè al fiabesco “Ella Enchanted (Il magico mondo di Ella)“, dove è una fanciulla colpita da un incantesimo di obbedienza e che riuscirà alla fine, dopo una serie di peripezie, a sciogliere la magia che la imprigionava, a sposarsi con il principe del suo paese e quindi a diventare regina.

The-Jane-Austen-Book-Club-01Ora, con una principessa buona da un fianco ed una strega cattiva dall’altro, alla Blunt rimane solo la sua grande bravura ed il suo viso espressivo, con cui modula splendidamente tutte le sfaccettature di una perfidia scimmiottata (dal suo capo e mentore) ed arida, mentre soccombe schiacciata nel nulla dal copione.
Tuttavia Hollywood la nota e la ricorda, per adesso purtroppo solo per quell’aria di superiorità un pò snob, così “british” appunto (agli occhi degli americanissimi produttori di Los Angeles), che anni dopo (e qualche film in più) ce la fanno ritrovare nel “The Jane Austen Book Club (Il club di Jane Austen)“, commedia modesta, ma con uno splendido cast femminile.

The-Jane-Austen-Book-Club-02Qui la nostra Emily si destreggia con fare scontroso nei panni di Prudie, un’insegnante di francese e moglie insoddisfatta, che vive una storia intricata di passione clandestina con un giovane studente, in mezzo ad un gruppo di donne dedite alla lettura dei romanzi di Jane Austen. Certo, che detta così, la trama di un simile film farebbe scappare via anche la maschera del cinema, pagata per stare in sala… eppure l’effetto finale è gradevole e solo per merito del cast, cioè della Blunt, che alza il tiro recitativo, di base gradevole con il resto delle attrici, ma un po’ troppo appiattito su uno standard più televisivo che cinematografico (la protagonista, tanto per capirci, è interpretata da Maria Bello, che probabilmente ha dato il suo massimo nella soporifera fiction “Touch” e nel remake americano di “Prime suspect”).

The Young VictoriaLa nostra Blunt è un’inglese, quindi basta aspettare solo un po’ e poi gli statunitensi fanno quello che fanno sempre in questi casi, come abbiamo detto all’inizio di questo post e le affidano finalmente il ruolo di regina.
Non sto parlando, però, del film del 2009 “The Young Victoria”, metà americano e metà inglese, prodotto da Martin Scorsese (per il lato USA) e da Graham King (per il lato Gran Bretagna), in cui la nostra interpreta appunto la regina Vittoria nei primi anni del suo regno e che verrà persino premiato agli oscar di quell’anno per i migliori costumi, no, perché un film co-prodotto dai due paesi anglosassoni non vale come incoronazione ufficiale!
Princess MaryIo parlavo di un ruolo da regina da fiaba, molto più popolare e soprattutto più vicino allo standard della “pancia” degli americani e cioè della parte di Princess Mary, la principessa lillipuziana della pellicola comico-fantasy di Rob Letterman del 2010 “Gulliver’s Travels (I fantastici viaggi di Gulliver)”, con protagonisti principali Jack Black (nei panni di Lemuel Gulliver, modesto addetto all’ufficio postale interno al giornale newyorkese in cui lavora) e Amanda Peet (nel ruolo di Darcy Silverman, la giornalista capo-ufficio viaggi del medesimo giornale in cui lavora Gulliver).

Black-WidowOkay, la nostra attrice inglese ha avuto alfine il suo ruolo di principessa in stile USA, ma per fare questo ha dovuto rinunciare ad un ruolo che avrebbe di certo modificato la sua carriera in modo incredibile! Pensate, infatti, che se la Fox non l’avesse costretta per contratto alla partecipazione in questa ennesima rivisitazione dell’opera letteraria di Jonathan Swift, la sua prossima parte già pronta era quella di Black Widow in “Iron Man 2”, si, proprio lei, la Vedova Nera del film di Favreau, quella che ha trasformato la stessa Scarlett Johansson da una bellissima e bravissima attrice, quale era già, ad un sex-symbol di fama mondiale.
Favreau-and-JohanssonQuello della Vedova Nera è infatti uno di quei ruoli che valgano una vita intera di recitazione e che ti donano l’immortalità anche tra coloro che di cinema non capiscono nulla, ma che sono comunque rapiti dalle visioni di un franchise miliardario, qual è oggi quello dei cinecomic.
Anzi, se non si hanno le spalle belle forti, come le ha senza alcun dubbio la Johansson, forte di un curriculum recitativo esemplare, con quasi 30 film all’appello prima della sua apparizione come personaggio Marvel, quel ruolo può anche travolgerti e schiacciarti.
Se questo sarebbe accaduto per la nostra Emily Blunt, però, non lo sapremo mai, perché quel treno è passato per sempre senza di lei.

Down to earthTuttavia la parte più luminosa della sua carriera era già ugualmente iniziata: nel giro di quattro anni avrebbe partecipato come protagonista a quattro pellicole, che da sole sono state la molla per farla diventare ai miei occhi una delle Best Actresses della settima arte.
Sono film assai diversi, ma nei quali la Blunt, partendo dagli script ricevuti, costruisce dei personaggi femminili forti, mai stupidi, pieni di fascino e spessore, nei quali il sentimento romantico e passionale appare quasi sopito, come un tizzone ardente sotto la cenere, pronto a risvegliarsi: gli sguardi fissi nel vuoto, con il blu naturale dei suoi bellissimi occhi concentrato su un ricordo piuttosto che su un punto focale, l’aria disincantata ma sofferta di chi sa che ciò che guarda la tradirà e le farà tanto male e poi infine la rilassatezza, quasi l’abbandono, dei sorrisi dei suoi personaggi quando si sentono infine al sicuro, siano essi delle madri o delle fidanzate o dei sergenti dell’esercito.

The Adjustment BureauNel 2011 gira negli States l’ennesima trasposizione di un racconto di Philip K. Dick, probabilmente l’autore di Sci-Fi più saccheggiato da Hollywood (non perdo nemmeno tempo ad elencarvi tutti i film tratti dalle sue opere, a partire da “Blade Runner” e magari ci faremo un post apposito in futuro o anche no): “The Adjustment Bureau (I guardiani del destino)”, sceneggiato e diretto da un mestierante come George Nolfi, autore di successi al botteghino e che qui ritorna ai temi fantastici con cui aveva iniziato la carriera (il suo esordio nel cinema fu infatti con uno script tratto dal romanzo di Michael Chricton “Timeline”, da cui nel 2003 Richard “Arma Letale” Donner trasse l’omonimo film, assai banalotto ed evitabilissimo, con il gruppetto di archeologi che va indietro nel tempo fino al medioevo). Questa volta, però, Nolfi colpisce nel segno, mettendo insieme un cast ristretto ma di assoluto rispetto, con la davvero affiatata coppia di eroi amanti, costituita da David Norris (Matt Damon) e Elise Sellas (la nostra Emily) ed un villain come il misterioso personaggio di Thompson, dipinto con tratti messianici da un granitico Terence Stamp.

The Adjustment Bureau 02Il film resta sempre in bilico tra l’action romantico ed il fantasy, ma regala momenti emozionanti, anche intellettualmente parlando, grazie alle trovate sceniche degli attraversamenti dei piani di realtà e ad una sorta di teletrasporto, che ricorda i poteri che aveva il software-personaggio del “fabbricante di chiavi” di “Matrix Reloaded”.
Un film minore, non un blockbuster, ma di cui personalmente consiglierei a chiunque sia l’acquisto che la visione e che vi farà guadagnare punti anche la vostra/vostro compagna/compagno.

Salmon Fishing in the Yemen 01Nel 2012, la nostra interprete britannica torna temporaneamente in patria, solo per girare “Salmon Fishing in the Yemen (Il pescatore di sogni)”, una piacevolissima commedia sentimentale, diretta dall’immarcescibile Lasse Hallström (diventato “obbligatoriamente” un bravo regista dopo il successo planetario di “Chocolat”), in compagnia dell’altro attore britannico d’eccellenza, adottato negli States grazie a George Lucas, ossia l’Ewan McGregor ex-Trainspotting ed oramai noto al grande pubblico più come l’Obi-Wan Kenobi della trilogia prequel.

Salmon Fishing in the Yemen 02Intendiamoci, l’ironia con cui ho presentato Hallström è dovuta più allo sfrangimento di zebedei causato dal continuo sentirsi ripetere, soprattutto dal pubblico femminile, su quanto fosse bello e profondo e delicato il suo “Chocolat” o l’immediatamente precedente “The Cider House Rules (Le regole della casa del sidro)”, che non da una reale considerazione delle indubbie capacità direttive del nostro regista svedese: tutti i suoi film hanno infatti la qualità di lasciare agli attori quel giusto spazio per esprimersi e per far crescere emotivamente i propri personaggi, caratteristica che, se reggi la trama, finisce per farti amare e ricordare con piacere le sue storie, anche se spesso, ripensando a ciò che hai visto, ti chiedi a cosa sia servito raccontare quella specifica vicenda.

An Unfinished LifeLasciando da parte un attimo la filmografia di questo cineasta alto-borghese un po’ troppo fastidiosamente colto (a proposito, il suo film che preferisco è “An Unfinished Life – Il vento del perdono”, con la magica coppia Robert Redford e Morgan Freeman a vedersela con i problemi familiari di nuore pestate dal marito, figli morti ed un orso assassino ed in cui Hallström riesce a rendere sopportabile persino la recitazione di Jennifer “ho-un-panettone-al-posto-del-culo” Lopez) e tornando alla nostra commedia inglese, diciamo subito che, per chi non avesse letto il romanzo omonimo di Paul Torday (molto famoso in patria ed anche già serializzato in un radiogramma della BBC) o per chi comunque, come me, si fosse avvicinato al film senza saperne nulla, questa pellicola rappresenta una deliziosa sorpresa.

Salmon-Fishing-in-the-Yemen-03Un’opera fresca, leggera e gradevole, come solo sanno essere le commedie britanniche degli ultimi 20 anni, con quel “non so che” di ironico e sarcastico (ma non irriverente) alla “Notting Hill” (il film del 1999 con Julia Roberts e Hugh Grant, scritto da Richard “Mr. Bean” Curtis e non il quartiere di Londra, ovviamente), in cui, per chi non lo sapesse, si raccontano le vicende di questo sceicco che vuole a tutti i costi costruire una riserva di pesca al salmone nello Yemen.
Insisto, questo è un altro film che consiglio assolutamente, da vedere con calma, con un supporto che permetta ogni tanto di switchare tra la nostra lingua e l’originale inglese, per gustarsi la coppia di protagonisti cinguettare nel loro splendido inglese: se non siete dei duri incalliti, finirete senza dubbio per commuovervi e per apprezzare ogni sfumatura recitativa di questi due attori assolutamente in parte.

Looper-01Dando prova di una versatilità immensa, nello stesso anno dei salmoni svedesi dello sceicco yemenita, Emily Blunt torna negli USA, per interpretare la non semplice parte di Sara, ragazza-madre del piccolo Cid, sorta di versione cinematografica del character giapponese di Akira (dal manga di Katsuhiro Otomo), destinato a diventare il temutissimo e leggendario “Rainmaker (“Sciamano” in Italia)” nell’action-thriller di fantascienza “Looper”, scritto e diretto da Rian Johnson.

Emily Blunt;Joseph Gordon LevittQuesto film ha senza dubbio i suoi punti deboli proprio nell’intelaiatura della trama, per altro basata sul difficilissimo soggetto dei viaggi nel tempo, ma ha anche i suoi indiscutibili punti di forza nel comparto attoriale: Bruce Willis recita una parte da duro e cinico come non si vedeva da quando faceva il generale William Devereaux in “The Siege (Attacco al potere)”, Joseph Gordon-Levitt sopporta con classe e maestria un make-up devastante per rendere credibile il suo essere la versione giovane del personaggio di Willis ed infine la Blunt giganteggia con il suo potente personaggio di Sara, madre-protettrice del piccolo e potentissimo Cid, disabituata ad essere corteggiata da un uomo, sempre vigile e sulla difensiva, ma anche costantemente sull’orlo del crollo emotivo.
Lopper-03Ho amato profondamente questo film proprio per le sue scene girate nella casa colonica, abitata da Sara e da suo figlio, per altro set dei momenti più drammatici e visivamente più efficaci del film stesso, turandomi il naso su altri segmenti narrativi, per i quali bisognerebbe invece prendere a cartellate lo sceneggiatore.

Edge of Tomorrow 01Saltando a piè pari il brutto (ma davvero!) “Arthur Newman (Il mondo di Arthur Newman)” del 2013 di Dante Ariola (no, dico, sul serio Dante Ariola è un regista?), concludiamo questa nostra carrellata con la celebrazione del divino personaggio del sergente Rita Rose Vrataski, in cui la nostra diva britannica, insieme al divo evergreen per definizione Tom Cruise, mette in scena uno dei personaggi ideati dallo scrittore giapponese di sci-fi Hiroshi Sakurazaka per il suo romanzo breve “All You Need Is Kill” (che, mi permetto di precisare, non è un manga ossia un fumetto giapponese, come leggo in giro per il web, ma una “light novel”, ossia un testo narrativo ricchissimo di illustrazioni a corredo, un po’ come lo splendido “Oblivion”,  storia ideata da Joseph Kosinski e successivamente trasformato in romanzo grafico con i testi di Arvid Nelson ed i disegni del talentuoso Andrée Wallin), i cui diritti furono a suo tempo acquistati dalla Warner Bros, che ne affidò l’adattamento iniziale per il grande schermo ai due fratelli inglesi Jez e John-Henry Butterworth e quindi la rifinitura allo Edge of Tomorrow 02sceneggiatore statunitense Christopher “Jack Reacher” McQuarrie: stiamo ovviamente parlando del bellissimo “Edge of Tomorrow” del 2014 per la regia di Doug Liman (regista anche del più bello dei 4 film della saga di Jason Bourne, il primo), film di cui sarebbe davvero una vergogna raccontare anche solo un pezzettino della trama e togliere tutto il gusto della scoperta a chi non lo avesse mai visto, ma volesse ugualmente farsi perdonare dagli dei e rimediare, rintracciandolo ora e chiedere ammenda.

Non posso dire altro su Emily Blunt, sul serio e penso di essere stato persino elegiaco nel decantarne lodi estetiche e recitative, ma le prime non superano le secondo, senza dubbio.
Una grande star, meritevole di stare comodamente nel mio pantheon.

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10 pensieri su “Emily Blunt: la piccola Princess Mary diventa sergente

  1. Pingback: EDGE OF TOMORROW, AZIONE ALLO STATO PURO | REVIEW BY DAVE

  2. La Blunt.. la Blunt… fammici pensare un attimo….
    Ecco già il fatto che ci debba pensare significa che non mi colpisce, che non m’affascina, che non mi prende.
    E’ bella – su Edge of tomorrow mette in mostra un culo che fa squillare pure le trombe del paradiso – però non mi turba: troppo algida, troppo distaccata, troppo superiore. C’ha su quell’espressione consapevole di chi sa di essere la più figa nei paraggi ma, cara la mia Emily, non sei l’unica vulvodotata del circondario… quindi vola bassa 😀

    Caro amico, in fatto di cinema sei un mito, ma i tuoi gusti in quanto ad attrici belle lasciano alquanto a desiderare 😀

    Che la Blunt sia brava è un altro paio di maniche, ma io non discuto mai delle capacità recitative delle attrici perchè la loro bellezza e la conseguente capacità di comunicare (o NON comunicare) con il mio spirito è l’unico metro di giudizio che uso per valutarle.

    Passo ora ai film che dici:
    EDGE OF TOMORROW: bel film, un buon Cruise, uno script leggero. Ecco, i film che non si prendono troppo sul serio sono tra quelli che preferisco in assoluto. Dovrò scrivere qualcosa al riguardo prima o poi.
    LOOPER: l’ho disprezzato tantissimo: https://lapinsu.wordpress.com/2013/07/01/looper-in-fuga-dal-passato/ (spero perdonerai lo stile acerbo, prolisso e vagamente ridondante, ma all’epoca il blog era ancora agli inizio ed io ero solo un umile scribacchino alla ricerca di una propria dimensione comunicativa)
    GUARDIANI DEL DESTINO: l’ho trovato di una noia distruttiva. Idea di base geniale, ma sviluppo pietoso.
    IL FILM DEL REGISTA DI CHOCOLAT: non l’ho visto e mi sa che passo la mano. Se non mi è piaciuto Chocholat e nemmeno le Regole della casa del sidro, significa che io e questo tizio abbiamo difficoltà ad intenderci. Meglio restare ognuno al proprio posto 🙂

    PS: ovviamente complimenti per il solito uragano di informazioni che riesci a racchiudere in un post. Si percepisce che “le sai” e non hai bisogno di googlare ogni 20 secondi… Intrecciare le informazioni senza mai perdere il filo o farlo perdere è una qualità che mi affascina sempre e che ho spesso – ma invano – ricercato 🙂

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    • Cultura ed emozioni, siamo entrambi sempre a cavallo di questa altalena…
      Mi dedichi parole bellissime anche quando sei in disaccordo e questo è il bello della stima che entrambi proviamo l’uno per l’altro…
      Giudicare una scena, ben equilibrata o un’inquadratura è già abbastanza soggettivo, ma, insomma, fino ad un certo limite, poi le cose ben fatte alla fine saltano fuori in un modo o nell’altro… ma la bellezza femminile è un mistero, come verosimilmente lo è quella maschile per l’altro sesso!

      Quando ripenso alla scena del film dei “salmoni”, in cui la Blunt, incavolata come una pantera con il protagonista maschile, che la importuna di continuo con le sue questioni di lavoro, va su tutte le furie quando se lo ritrova persino a suonare alla porta di casa sua durante un’assenza per malattia dal lavoro e lo gela, sia con le parole che con lo sguardo, non appena lui accenna a togliere qualcosa dalla borsa di lavoro, dicendogli di mettyersi le sue carte o planimetrie o rapporto o qualcosiaisi cosa abbia portato in quel posto… al che lui le pigola sommessamente “era un sandwitch” e lei lo guarda stupita e ripete domandando “un sandwitch?” e lui continua “Si” e lei chiede “Perché?” e lui risponde “Perché devi mangiare”, ecco, in questo stralunato dialogo, in cui di colpo i toni feroci e nervosi crollano di botto e tutto diventa quasi bisbigliato ed il viso della Blunt si distende ed i suoi occhi duri e spigolosi diventano caramellosi e lo guarda, dapprima come guarderebbe un bimbo che si è perso in un negozio di zucchero filato e poi con lo sguardo di chi spera che quel bambino sia cresciuto e diventato un uomo di cui innamorarsi (un po’ come il Tom Hanks di “Big”), in quel momento la bellezza e la bravura, per me, si fondono, come due dimensioni distanti che si sono avvicinate fino a far coincidere tutti i bordi e gli spazi e sono diventate un’unica entità.

      L’ho detto che mi piace?
      A te no, perché, come direbbe un bambino, sei cattivo!

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      • Non sono cattivo… di più… cattivissimo… anzi no… di più ancora
        CATTIVERRIMO!!!!!!!

        Comunque capisco quel che dici quando parli di dimensioni che si ricongiungono, di linee d’orizzonte che si fondono creando nuove e sconosciute prospettive.
        C’è una scena di One Day (film che ho adorato e che trovi pure recensito), l’ultima per la precisione, in cui la protagonista (Sturgess) porta la figlia avuta con la moglie (la Hathaway) sulla collina dove passarono i primi momenti insieme. Lei ormai è morta, e sono soli. O meglio, SAREBBERO soli, perchè la presenza di lei, per contrasto, emerge prepotente più che mai proprio perchè assente.
        C’ho pianto come un bambino su quella scena e se ci ripenso mi si fanno gli gonfi pure adesso.
        E’ semplice, forse pure banale, ma dirompente.
        Se non l’hai visto, è un film che ti consiglio.

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        • Un discorso davvero toccante Lapi, che mi ha spinto a leggere subitissimo la recensione che mi avevi indicato e che mi sono permesso io di aggiungere come link al tuo stesso commento, perché è giusto che altri la leggano: ottima, come ho scritto nel commento stesso.

          Ci sono dei momenti in cui viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda, anche solo per pochi istanti, ci accorgiamo della presenza l’uno dell’altro, ci facciamo un rapido saluto con la mano, magari un sorriso e poi di nuovo giù a capofitto nelle nostre cose.
          Ecco, questi momenti, che siano seri o divertenti, che siano una battuta o una riflessione, sono sempre stimolanti.
          Un saluto.

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