Trama Verticale e Trama Orizzontale nel Procedural – Parte 4/5: dalle Scene del Crimine più ortodosse alla psicopatia nella BPA

Gil GrissomIn tutte le fiction esiste una specie di confine invisibile, superato il quale uno spettatore non può più fruire della visione, altrimenti non capirebbe cosa accade o non si godrebbe lo spettacolo; questo confine è condizionato sempre e solo dalla trama orizzontale e da quanto questa è presente nella serie.
In questa quarta parte della nostra storia dell’evoluzione dello specifico genere procedural, siamo arrivati al nuovo millennio con alle spalle più di 50 anni di fiction televisiva.
jennifer-jj-jareau-in-actionCon questa esperienza alle spalle, quando un network organizzava una produzione, sapeva benissimo se la fiction da mandare in onda era un procedural (con il classico caso a settimana da sviluppare in ogni puntata, in stile “Criminal Minds”) o un serialized (dove un’unica trama viene raccontata in puntate, più o meno scandite da una mini-trama all’interno del singolo episodio, come accade per i capitoli di un romanzo, in stile “Desperate Housewifes”) e si muoveva di conseguenza a livello di marketing, di palinsesto e di vendita di spazi pubblicitari.

Gregory-HouseNei riguardi del pubblico, infatti, esiste da sempre un gioco di calcolo e di attesa: ciò che gli spettatori si aspettavano da una puntata settimanale di “House, M.D.” (forse il più celebre procedural medical drama, 8 stagioni e 177 episodi dal 2004 al 2012) o da un “The Good Wife” (senza alcun dubbio il miglior procedural legal drama in circolazione, con all’attivo 6 Alicia-Florrickstagioni e 134 episodi e non ancora terminato) è la presentazione di un caso, su cui concentrare l’attenzione, anche se all’interno di una cornice orizzontale con elementi della soap; ciò che invece si aspettavano da una serie come “The Sopranos” (verosimilmente la più bella e storicamente più importante fiction The Sopranosserialized mai prodotta, raccontata come un grandioso blues lungo 6 stagioni e 86 episodi) era al contrario la visione settimanale di un “tranche de vie”, un capitolo di una sorta di commedia umana che si arricchiva ad ogni puntata di ulteriori fatti o informazioni, ma che andava vista, assimilata e giudicata come un unico imponente poema.
Questo spingeva allora i produttori a chiedere agli autori dei procedural (magari in modo miope) delle trame quasi slegate l’una dall’altra (in stile “Numb3rs” o “Law & Order”) ed agli autori dei serialized più effetti soap e da feuilleton in ogni puntata.

Numb3rsPertanto, nella scrittura di un procedural, la trama orizzontale (dagli anni ‘80 in poi, come abbiamo visto, comunque sempre presente) veniva tollerata dai network, ma anche tenuta dai produttori ad un “livello di guardia”, di modo che chiunque potesse persino guardare una puntata qualsiasi, senza aver mai visto null’altro di quella serie e godersi ugualmente lo spettacolo.

MARVEL'S THE AVENGERSIl meccanismo fu, però, mandato in crisi proprio da Joss Whedon, che aveva creato delle macchine da guerra televisive, formanti fidelizzazione proprio per la complessità della loro trama orizzontale; inoltre, con il passare delle puntate, l’intensificarsi delle sue storie vincolava ulteriormente i suoi telespettatori, creando con essi un legame inossidabile, grazie ad una sorta di dipendenza, indotta dagli sceneggiatori, che concedevano, una dose alla volta, il segreto di quella cosmologia con cui tutto il “whedonverse” era costruito.

Law & Order: Special Victims UnitTutto questo però in Tv ebbe un alto costo da pagare: aprire il procedural alle modalità narrative del serialized, se da un lato permetteva quella fidelizzazione di cui Whedon è maestro, dall’altro impediva l’ingresso di nuovi spettatori in quella sorta di circolo dei fedelissimi che si costruiva tutto attorno.
Al “metodo Whedon” fu perciò dai network messo un freno, senza abbandonarlo del tutto, limitando il numero totale di stagioni per ogni serie: un procedural Dollhousedi tipo classico, quindi, come “Law & Order: Special Victims Unit”, poteva tranquillamente andare avanti anche per 15 o 16 stagioni senza problemi, ma un procedural alla Whedon, dopo 5 o 6 stagioni doveva chiudere, in modo da permettere un reset della platea degli spettatori e partire con una nuova fiction.
Così accadrà per il suo difficile “Dollhouse” (26 episodi per sole 2 stagioni) e così era già capitato prima, come abbiamo visto, sia per “Buffy” sia per “Angel“.

Dal canto loro gli autori, invece, stavano cominciando a creare, proprio per la salvezza stessa dei due generi narrativi, più contaminazioni possibili tra loro.
Il primo decennio del nuovo millennio sarà così nettamente diviso tra due anime: i difensori dell’ortodossia (pur con mille crepe) ed i rottamatori.

CSI Crime Scene InvestigationMassimo esponente dell’ortodossia di genere sarà lo sceneggiatore Anthony E. Zuiker, creatore, scrittore e co-produttore di “CSI: Crime Scene Investigation” (15 stagioni e 335 episodi all’attivo ed ancora in corso di programmazione dal 2000), “CSI: Miami” (10 stagioni e 232 episodi dal 2002 al 2012) e “CSI: NY” (9 stagioni e 197 episodi dal 2004 al 2013).
CSI MiamiMentre sulle trame, originali, accuratissime, a tratti persino geniali, ci sarebbe da parlare a lungo, così come dei personaggi a tutto tondo (in primis il fenomenale character del Dott. Gil Grissom, nella memorabile interpretazione dell’attore William “Manhunter” Petersen), sulla struttura narrativa invece, che è la cosa che più ci preme in questa sede, non c’è nulla da Slaintesegnalare: tutte e tre le serie sono dei procedural nella più classica forma, con qualche villain che si trascina da una stagione all’altra ed un pò di elementi soap qui e là per mettere sale nei rapporti tra colleghi, ma di certo nessuna rivelazione: serie godibilissime e visibili anche senza ricordarsi nulla di ciò che è successo nelle puntate precedenti (per le puntate doppie, c’è anche il riassunto, per cui zero problemi).

Roberto-Orci-and-Alex-KurtzmanDiscorso completamente diverso, invece, per il trio di rottamatori, che sono in realtà un duo: J.J.Abrams (il boss, il deus ex-machina, quello che ha le prime idee che poi gli altri le portano avanti sviluppandole interamente ma lasciando il merito al capo), Roberto Orci e Alex Kurtzman (i creativi e gli scrittori da bassa manovalanza, i rottamatori ed assieme i servi del sistema, i rivoluzionari ma anche quelli che ti portano il caffè in ufficio).
Il primo episodio del “CSI” di  Zuiker era stato trasmesso da nemmeno un anno, quando nel 2001 il nostro trio se ne uscì con “Alias”, forse la serie simbolo di questo decennio, non la più bella, ci mancherebbe, ma certamente quella che più ci può spiegare le tendenze ed i fermenti in atto.

Jennifer-GarnerInanzitutto va detto subito che “Alias” è Jennifer Garner, l’attrice che ha interpretato Sydney Bristow, l’agente della CIA (che non era la vera CIA, ma poi lo diventerà, ma è tutto molto complicato…) protagonista femminile di tutte e 5 le stagioni ed i 105 episodi.
La fiction è palesemente costruita attorno al suo magnetismo, al suo Alias-major-castsex-appeal, alla sua grinta ed alla sua incontestabile bravura; verso la conclusione della serie, purtroppo, tale protagonismo porterà la Garner stessa a diventare anche produttrice e la fiction, che si sarebbe dovuta concludere naturalmente alla fine della Terza stagione, ottiene solo per questo una seconda vita ed una Quarta stagione, al termine della quale, oramai Bradley-Cooper-as-Will-Tippinsconfinante nella fantascienza più trash e nel delirio, con una sorta di accanimento terapeutico, gli sceneggiatori omaggiano la Garner con un’inutile e delirante Quinta (e grazie al cielo ultima) stagione.
“Alias” è un gioiello di raro valore per le sue prime tre stagioni, con due trame orizzontali che si intersecano fra loro: l’agenzia finta CIA, nascosta Mía Maestro as Nadia Santostra le pieghe dei servizi segreti, che recluta giovani spie fingendosi la vera CIA, che poi usa per i suoi scopi criminosi e che combatte contro criminali veri ma non per scopi onesti; Milo Rambaldi, un inventore del Rinascimento italiano che ha disseminato il mondo di misteriosi marchingegni dal potere ignoto e spaventoso, da sempre ricercati dai potenti del mondo, CIA e finta CIA per primi.
Sopra queste due trame orizzontali, la classica costruzione stile procedural, con un criminale a settimana, da perseguire, uccidere o bloccare.

Isabella Ferrari as ekatyaI due sceneggiatori, il messicano Roberto Orci e lo statunitense Alex Kurtzman (entrambi classe 1973) mescolano il tutto, creando un procedural-serialized in cui riescono a fondere trame e sotto-trame in modo indistinguibile: a differenza di altri procedural precedenti, infatti, dove la trama orizzontale (quella che dava un senso di continuità a tutti gli episodi di una stagione, come una storia d’amore tra Ron Rifkin as Arvin Sloanecolleghi di squadra, problemi familiari che seguono i detective al lavoro, gestione di stress post-traumatici, etc.) occupava solo pochi minuti a margine della puntata, qui la narrazione degli accadimenti che portano avanti le due storie orizzontali sono montati in parti uguali, anche come minutaggio, insieme al resto, causando una sorta di smarrimento nello spettatore, tutto a favore di un presunto maggiore spessore narrativo.

David Cronenberg as Dr. BrezzelIndipendentemente dalla piccola rivoluzione costituita dalla sua tecnica narrativa, “Alias” è davvero un piacere per gli occhi per buona parte degli episodi, grazie ad un cast azzecatissimo, con ottimi attori meravigliosamente in parte, per non parlare dei camei di personalità di culto del mondo del cinema che si sono prestate per piccole parti (come i registi Quentin Tarantino e David Cronenberg, ma anche attori della caratura di Roger Moore, Faye Dunaway, David Carradine e Isabella Rossellini).
Maggie Q as NikitaCosì come sono tante e facilmente identificabili le fonti d’ispirazione di questa serie di spionaggio misto a fantascienza, altrettante sono anche le serie che si sono ispirate ad essa: una fra tutte la “Nikita” statunitense, quella con Maggie Q, che è riuscita a tirare avanti per ben 4 stagioni dal 2010 al 2013, malgrado fosse praticamente un clone di “Alias”, prima ancora che del film omonimo di Luc Besson da cui in teoria traeva origine.

Terry Quinn as John Locke in LostSalutiamo ora il signor Abrams (che nel 2004 si apprestava a creare, insieme al geniale Damon Lindelof, la fiction di genere serialized di culto per eccellenza, “Lost”) e torniamo al nostro dinamico duo di sceneggiatori, perchè nel 2008 li troviamo a creare probabilmente la loro fiction più enigmatica e controversa, ma per molti aspetti anche più creativa: “Fringe”.
Questa fiction è una vera pacchia per chi ha amato tutto il senso di mistero e di alieno che c’era in “X-Files”, trasportando in un mondo distopico, fantastico e verosimile chiunque Gene The Cow from Fringevoglia lasciarsi abbandonare all’irresistibile fascino dei personaggi e del costante senso di disagio e di rivelazione che gli sceneggiatori creano tutto attorno.
Fringe” nasce come procedural e diventa serialized, per poi riavvitarsi su stesso e diventare qualcos’altro e quando sta per morire, in un impeto di orgoglio, dà un colpo di reni e ribalta il tavolo da gioco, rimescola tutte le carte e parte con una nuova storia, in un altro tempo ed in un altro spazio, pur sapendo che di lì a poche puntate tutto si concluderà per sempre.

Fringe DivisionGli episodi partono con la doverosa presentazione della squadra Fringe, quale divisione segreta della FBI, ma supervisionata e potentemente finanziata dalla “Homeland Security” (Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti)”, costituita per investigare su una serie di casi apparentemente inspiegabili dalle normali leggi della fisica del nostro Shapeshifteruniverso: un “case of the week”, un mostro o una situazione fuori delle righe a puntata, che viene affrontato e più o meno risolto dalla nostra squadra, in stile procedural, ma tutti i casi però appaiono da subito collegati in una minaccia molto più grande.
Mano a mano che passano le puntate, cresce la mitologia interna alla serie e Leonard-Nimoy-as-William-Bellla sua storia orizzontale prende sempre più piede, creando delle sotto-trame destinate a durare alcune per una stagione intera, altre per due o tre ed altre ancora per l’intero ciclo della serie stessa.
Il punto è che, mentre in “Alias” la narrazione interna ad ogni episodio si divideva a metà tra il caso della settimana e la story arc, in “Fringe” il tempo dedicato al singolo caso, ossia alla trama verticale, si assottiglia ancora di più, per cedere molto più spazio nella stessa puntata ai segmenti narrativi che portano avanti contemporaneamente le varie storie orizzontali, talmente complesse ed articolate da avere continui effetti su tutto il resto del plot.

David-Robert-JonesAncora una volta, quindi, Orci e Kurtzman mescolano tutto con il tutto, perchè il tutto ne è parte ed è proprio questa la filosofia della nostra fiction: dalla storia d’amore fra i protagonisti, alla storia dei vari villain stagionali, ai segreti degli Obsvers (Gli Osservatori), ai complotti nascosti, alle minacce di apocalisse, alle realtà
John Noble as Walter Bishopmultidimensionali, fino ai dettagli apparentemente più insignificanti, tutto, ogni singola micro-storia è stata collegata dai nostri due sceneggiatori in un unico enorme plot; l’estrema complicatezza della trama è in realtà determinata solo dall’impatto che lo spettatore subisce ricevendo una valanga enorme di informazioni in pochissimo tempo, restandone in questo modo confuso.

Walter Bishop and SeptemberPer meglio esplicitare questa tecnica narrativa usata in “Fringe” dai nostri due sceneggiatori, basti prendere il flusso narrativo che soggiace a tutta la serie, ossia gli Observers: presenti anche negli episodi in cui non si parla di loro (a volte persino con singoli fotogrammi inseriti dai produttori della fiction in modo quasi Windmarksubliminale e rimbalzati ad arte nel web con tecniche di marketing virale), prendono via via parte alle singole storie verticali ed a quelle orizzontali, conquistando sempre più spazio ed importanza, fino a dilagare nelle ultime due stagioni ed a diventare nell’ultima la ragion d’essere di tutto quello che è accaduto e di quello che accadrà.

olivia-dunhamVale la pena di ricordare di corsa attori e personaggi, perchè sono entrati nel mito: la straordinaria Anna Torv, che interpreta in modo eccellente il difficile personaggio dell’agente Olivia Dunham (vengono i brividi pensando alla bravura con cui recitava in un doppio ruolo di una doppia se stessa); il granitico ed Phillip Broyles and Walter Bishopaffidabile Lance Reddick nella parte di Phillip Broyles, capo della sezione Fringe; il convincente (ma di certo quello con meno mordente) Joshua Jackson nel ruolo di Peter Bishop ed infine colui per cui in molti hanno visto la serie stessa, ossia l’attore John Noble che recita nei panni del carismatico Walter Bishop (a questo personaggio andrebbe abbinata anche la mucca “Gene”, animale residente nel laboratorio del dott. Bishop ed una delle trovate migliori dei nostri due sceneggiatori).

Alex-and-Grace-Hawaii-Five-0Lasciamo ora un attimo da parte (saranno di nuovo protagonisti nella seconda decade) i nostri due rottamatori preferiti Orci & Kurtzman, che chiuderanno questo decennio con un procedural “ortodosso” (un crimine a settimana, un morto ed un indagine, con una oramai immancabile story arc stagionale), la nuova “Hawai Five-0”, rilancio in grande stile dell’omonima vecchia gloria ed andiamo a vedere cos’altro accade di importante, per l’evoluzione del nostro genere narrativo, in questi primi anni del nuovo millennio.

Emily-Deschanel-as-emperance-Brenna-and-David-Boreanaz-as-Seeley-BoothNel periodo 2001 – 2010, infatti, vedono la luce molti bellissimi procedural, come “Bones”, robusto ed immarcescibile crime, creato, prodotto ed in buona parte sceneggiato da Hart Hanson, con le sue 10 stagioni di successo dal 2005 ad oggi ed una fine ancora non fissata, oppure COLD CASEcome l’ancor più ortodosso poliziesco “Cold Case”, con la diafana detective Lilly Rush (interpretata per tutte e 7 le stagioni da Kathryn Morris) intenta ad investigare con i suoi colleghi su vecchi casi rimasti insoluti.
Sono questi gli anni in cui ha brillato anche la meravigliosa fiction “Lie To Me” (una luce intensa ma anche molto breve, purtroppo, spentasi Tim-Roth-as-Cal-Lightmanbruscamente dopo i 13 episodi della terza stagione), con protagonista un mostro di bravura quale Tim Roth, che ha regalato al pubblico un character davvero indimenticabile e seducente, con la figura del prof. Cal Lightman, personaggio liberamente ispirato al lavoro del reale prof. Paul Erkman, psicologo statunitense, pioniere e massimo esperto mondiale nello studio delle microespressioni facciali e corporee legate alle emozioni umane.
James Roday and Dulé Hill as Shawn Spencer and Burton GusterAnni bizzarri, che hanno permesso allo sceneggiatore super-nerd Steve Franks di portare sullo schermo televisivo la sua idea di show crime-comedy, con una delle serie più creative e geniali mai realizzate, il procedural simil-parodistico “Psych” (conclusosi dopo 8 travolgenti stagioni piene zeppe di gag e battute memorabili).
In questo periodo è nato e cresciuto anche un serial che sarebbe forse potuto diventare Warehouse-13qualcosa di veramente rivoluzionario, dal punto di vista strutturale, ma che, pur mantenendo sempre un alto livello qualitativo dei singoli episodi, si è perso proprio sull’articolazione delle trame orizzontali sottese ai singoli casi settimanali, non riuscendo a diventare niente di più di un’ottima serie ai confini della Saul-Rubinek-as-Arthur-Nielsenrealtà; stiamo parlando di “Warehouse 13”, l’inizialmente grande successo di audience del canale Syfy, con l’affascinante e potenzialmente dirompente storia di questo magazzino segreto, dove vengono tenuti nascosti e controllati gli artefatti magici e sovrannaturali, rinvenuti nel corso dei millenni da una misteriosa confraternità, che sin dagli albori della civiltà umana, collabora Brent-Spiner-as-Brother-Adrianoccultamente con i governi per il mantenimento in custodia e la vigilanza di questi oggetti dallo smisurato potere; tra gli agenti addetti al, per così dire, “recupero” degli artefatti troviamo la splendida coppia composta da Pete Lattimer (ruolo affidato all’attore televisivo Eddie McClintock, che introduce in Joanne-Kelly-as-Myka-Beringogni puntata degli elementi di ironia folle ed infantile) e  Myka Bering (interpretata dalla canadese Joanne Kelly, meritevole di aver costruito un personaggio femminile forte e seducente assieme).
Tutti questi procedural sono fiction stupende (alcune sono anche nella mia personalissima Top Ten delle Eddie-McClintock-as-Peter-Lattimer-and-Jaime-Murray-as-H.-G.-Wellspiù belle serie Tv mai create!), ma non segnano alcun punto di svolta significativo per l’evoluzione della struttura narrativa del genere in oggetto, a differenza, invece di una fiction che ha di certo molto fatto parlare di sé, tanto da contendersi con “Breaking Bad” (la fiction serialized più di culto nel web) il titolo di serie più “cool” della televisione americana: “Dexter”.

Michael-Carlyle-Hall-as-DexterPrecisiamo subito che questa fiction non è davvero innovativa nello specifico aspetto di tecnica narrativa, quanto invece lo è stata, senza dubbio, nella trama e nel plot: alla fine, “Dexter” è un romanzo poliziesco, molto originale (scritto da Jeff Lindsay, riconosciuto come uno dei maggiori esponenti del genere mystery), adattato inizialmente per lo schermo da quel Dexter-in-actionJames Manos che aveva già stupito tutti con l’incredibile poliziesco serialized “The Shield” (ancora una notevole sospensione della morale) e che si era fatto le ossa niente meno che su “The Sopranos” (sceneggiando ben 5 episodi); successivamente un andirivieni di sceneggiatori e produttori hanno trasformato Dexter in qualcos’altro, distaccandosi Dexter Morgancompletamente dalla storyline e dai plot raccontati negli altri romanzi di Lindsay con protagonista il nostro psicopatico esperto forense di BPA (Bloodstain Pattern Analysis, Analisi delle Tracce Ematiche) e creando una fiction sempre altalenante tra procedural (ogni criminale che Dexter elimina è un caso settimanale) e serialized (alla fine è la storia di Dexter il vero plot che crea suspense).
Dexter as scientistE’ incredibile che una serie così martoriata dal punto di vista dello script, con cambi di autori quasi ad ad ogni stagione, possa essere riuscita a mantenere per tutte le sue 8 stagioni sia alti livelli di ascolto, sia alta qualità artistica e di certo il merito va al personaggio (unico, senza dubbio) ed al suo interprete, Michael Carlyle “Six Feet Under” Hall, divenuto negli anni una vera icona nel web.

Lasciamo quindi anche il decennio 2001 – 2010 e prepariamoci ad avventurarci nei nostri anni, quelli che già all’inizio della seconda decade di questo millennio porteranno nuova linfa al procedural e cambiamenti ancora tutti sotto i nostri occhi.
Arrivederci, dunque, alla quinta ed ultima parte di questa nostra micro-storia evolutiva del re di tutti i generi televisivi occidentali.
Buona lettura e buona visione!

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