La Guerra di Damasco

1170952_10201422107147378_1178555359_nLa Storia si ripete e come l’ingranaggio di un gigantesco orologio meccanico, la ruota dell’industria bellica anglosassone (americana ed inglese) ritorna in guerra: dopo i Bush (senior e junior) anche il presidente Obama, premio nobel per la pace, si prepara a portare con la forza la democrazia in un paese mediorientale, ovviamente con i distinguo del caso…
Ancora una volta un dittatore sanguinario che opprime il suo popolo ed ancora una volta un dossier segreto sull’uso di armi non convenzionale ed ancora una volta la richiesta di una forza multinazionale fuori dall’egida dell’Onu.
Non sono né un giornalista sul campo, né un politologo e nemmeno un uomo d’affari che conosce il territorio, ma tremo a questa sensazione terribile di déjà vu, delle immagini strazianti di civili massacrati, dell’indignazione, dei comunicati stampa e televisivi con i visi preoccupati, delle posizioni interventiste inglesi e traballanti del resto dell’Europa, dei veti della Russia e della Cina e soprattutto, sopra ogni cosa, ogni morale, ogni pensiero, quella mappa… quella posizione geografica che rende così ovvio tutto, così atrocemente banale ed anche cosi moralmente confuso…

Quando ci sono di mezzo le grandi potenze, quando a parlare sono i miliardi di dollari ed i milioni di persone, le cose non sono e non possono mai essere semplici, bianche o nere, giuste o sbagliate: questi interventi su scala planetaria prevedono sempre una latenza di giustizia non artificiosa e non si accusa mai a vuoto una persona, un regime o un’intera nazione senza un presupposto reale (un popolo oppresso, una minaccia concreta o altro di tangibile) perché se a fare guerra è una democrazia essa deve comunque poter contare sull’appoggio di una parte dell’opinione pubblica e non solo sui consigli di amministrazione delle imprese private coinvolte e delle lobby.
Non dobbiamo tuttavia confondere il nostro bisogno etico di risolvere le ingiustizie ed il male nel mondo (doverosa esigenza individuale e personale, rispondente ad una morale più alta, civile o religiosa che sia), con l’uso che di tale senso di indignazione e bisogno di riscatto possano farsene gli strateghi che inseguono obiettivi molto diversi dalla giustizia.
In soldoni, è come se io fossi nella posizione di fermare un terribile omicida, pedofilo e stupratore, ma attendo a bloccarlo e metterlo in carcere solo se e quando la situazione che scaturirà dal suo arresto mi procurerà delle rendite personali (per me o per i miei collaboratori): le mie azioni potrebbero avere il plauso di chi anela alla giustizia, ma anche la disapprovazione di chi conosce le mie motivazioni.

1240222_10201436925517828_1601053435_nCui prodest scelus, is fecit” recita il passo 500 e 501 della tragedia “Medea” (quella di Seneca non quella di Euripide) ossia “ colui a cui esso giova, ha commesso il crimine” e da allora questa formula viene usata per scoprire anche in politica (nazionale o planetaria che sia) chi sia il promotore nascosto di un’azione apparentemente non riconducibile a lui e usando questo sistema, spesso, si scoprono interessanti sorprese…
Tra interventisti francesi apparentemente umanitaristi, cinici inglesi da sempre guerrafondai ed oggi incredibilmente contro l’intervento armato in Siria, bombe incendiarie sui bimbi di una scuola e capi ribelli che mangiano cuore e polmoni di un soldato di Bashar al-Assad (vedi il video della Fox repubblicana con protagonista il comandante jihadista Abu Sakar), è complesso ma interessante vedere la mappa delle forze in gioco…

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