Elogio Funebre della Dc di Pietro Citati

Pietro CitatiIl 14 Giugno del 1996, sul quotidiano La Repubblica apparve un articolo di fondo, scritto da uno dei maggiori giornalisti e critici letterari italiani viventi, Pietro Citati, classe 1930.

L’articolo si intitolava “Elogio Funebre della DC” e ad oggi resta ancora la più lucida, veritiera e sentita analisi di un partito che ha condizionato tutta la vita politica italiana dal dopoguerra fino al crollo della prima repubblica e che, forse, qualcuno dirà, sta condizionando ancora oggi il nostro parlamento.

Questo articolo, che ho deciso di riprodurre in modo integrale, senza alterare uno spazio o una virgola, è stato tra gli elementi formativi della mia cultura personale, come capacità di giudizio sul mondo che ci circonda e quindi sulla polis; quando uscì sul giornale, Citati fu aggredito da alcuni ex-esponenti del grande partito defunto ed ancora adesso si odono strascichi di quel parlare sincero che Citati ha scelto di seguire in tutta la sua analisi.

Passo dunque la parola alla versione integrale di quell’articolo…

ELOGIO FUNEBRE DELLA DC

di PIETRO CITATI

DC 1Chi era ragazzo negli anni tra il 1945 e il 1948, vide improvvisamente apparire alla luce una razza che non aveva mai conosciuto: i democristiani.
Fino ad allora, avevano condotto una vita nascosta attorno agli arcivescovadi, le sacrestie, le scuole e le associazioni cattoliche; e sembravano stupefatti di comparire ai raggi del sole.
Della loro lunga esistenza segreta conservavano una specie di profumo: quel profumo di tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne, che intride gli ambienti ecclesiastici.
Anche ora, che dopo tanti anni cerco di fissare il ricordo, non riesco a riportare alla memoria nessun lineamento preciso. Li confondo tra loro.
Avevano dei visi molli e un poco informi, dove non si Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica 1964 - 1971distinguevano bene i lineamenti: il naso si scioglieva tra le guance, le mascelle non erano mai nette, il colore dei capelli indugiava tra il bruno e il biondiccio, gli occhi erano sbiaditi, sulle labbra errava un sorriso indeciso.
Non guardavano negli occhi. Stringevano fiaccamente la mano. E, se cominciavano a parlarti, guardavano da un’ altra parte.
Non esibivano mai verità perentorie: le loro parole si perdevano in un bisbiglio materno e rassicurante, che ti induceva al sonno e alla fantasticheria.

Confesso (e me ne vergogno) di aver provato da principio qualche resistenza verso di loro. Ma, poi, fu una vera passione: mi pareva che quei volti indecisi e quei bisbigli materni portassero con sé un’ aura romanzesca, come conveniva a quegli anni di libertà appena ritrovata.
luigi-gui1Nei loro gesti e nelle loro parole non c’ era nemmeno il più lontano ricordo del linguaggio fascista, che aveva ammorbato per vent’ anni tutta la popolazione italiana: come se avessero vissuto miracolosamente intatti nelle loro catacombe odorose d’ incenso.
Non levavano il mento verso l’ alto, non parlavano al popolo dai balconi, non guidavano trattori, non baciavano bambini, non attraversavano di un balzo cerchi di fuoco, non parlavano della patria. E se aprivano bocca, mai, mai si permettevano una di quelle allusioni falliche e viriloidi, che rendono così insopportabile il linguaggio degli esseri umani.
D’altra parte, non avevano nulla in comune con i nuovi potenti, che erano appena arrivati dall’Unione Sovietica. Nessuna esibizione di cultura, nessuna apparente ideologia politica, nessuna promessa di benessere universale, nessuna virtù proclamata, né quella mescolanza tra delitto e pedanteria professorale, che rendeva così odiose le figure di Togliatti e dei suoi scolari.

comizio-dcCol 1948, all’ improvviso, i democristiani occuparono quasi completamente il potere, come una lenta, ordinata e assorbente marea. Lo amarono e ne approfittarono.
Ma, al tempo stesso, si vergognarono del potere, quasi fosse una colpa inespiabile, che dovevano nascondere. Ne detestarono i simboli. Preferivano il potere occulto: la ragnatela che si tesse in silenzio, la macchinazione che non lascia tracce, la mano nell’ ombra.
Lo esercitarono in coro: schiacciando chi di loro cercasse di esercitarlo in prima persona, possedesse un volto troppo deciso, e si rivolgesse direttamente al popolo. Nessuno doveva distinguere con troppa precisione tra i visi di Forlani e Bisaglia, di Rumor e Colombo – tutte note della stessa pittura.
luigi-gui1Non avevano nessuna simpatia per la storia, dove invece Mussolini e Togliatti si sedettero con arroganza, come se spettasse loro per diritto.
Quelle trombe, quei colonnati di pietra o di gesso, quegli spettacoli, quelle promesse definitive di futuro li infastidivano. Con una specie di beatitudine infantile, pensavano al grembo materno delle catacombe provinciali, dalle quali erano usciti.

Non amavano la forza – la divinità grandiosa e terribile, alla quale gli uomini hanno sempre sacrificato e dalla quale si sono sempre lasciati sacrificare. Né tutto ciò che ricorda la forza: la costruzione, il programma, la decisione, il progetto – quanto la sinistra ha sempre divinizzato.
Avevano un’ idea passiva della politica. Pensavano inconsciamente che un paese dovesse muoversi per proprio conto: moltitudini si spostavano dal sud al nord, le campagne si svuotavano, nascevano industrie; e il loro compito era quello di intervenire il meno possibile, lasciando che tutto accadesse, assecondando il movimento con una mano molle e paziente.
Corsa-al-Quirinale-l-elezione-di-Giovanni-Leone-1971_h_partbE se qualcuno si levava contro di loro, un istinto profondo li spingeva a non offrire resistenza, ad arretrare o ad abbarbicarsi al terreno. Finché il nemico si estendeva troppo, si spossava, si sfiniva; e allora essi lo avvolgevano, lo penetravano, lo trasformavano a poco a poco in se stessi, con quell’ arte dell’ assimilazione nella quale erano maestri. Era il metodo con il quale Kutuzov, in Guerra e pace, sconfigge Napoleone.
Come gli imperatori e i mandarini cinesi, sapevano corrompere. Offrivano a un popolo i massimi favori – pensioni a ventenni, assegni di invalidità a sani, parrucchiere gratis alle deputatesse -, pensando che la corruzione penetra molto più in profondo di qualsiasi ordine e imposizione.

Avevano due grandi debolezze.
La prima era la lingua italiana.
Nessuno, nemmeno i peggiori marxisti, parlava e scriveva male come loro. La prosa di Fanfani, di Zaccagnini e di Moro toccò dei vertici disgustosi. Spesso, avevano una cattiva cultura, a cui aggiungevano pessime abitudini di avvocati e di professori.
Con-Aldo-MoroPreferivano non esprimersi mai chiaramente. Volevano che la luce e l’ oscurità, il positivo e il negativo, il sì e il no si intrecciassero sulla loro bocca e si confondessero a vicenda. Non volevano scegliere. Detestavano l’ affermazione netta: coltivavano la cautela, la perplessità e l’ incertezza, che ritenevano positive e feconde. Avevano una specie di allergia per la verità.
Amavano mentire o, per meglio dire, trovare forme in cui verità e menzogna si accoppiassero, e la verità prendesse i colori della menzogna e la menzogna quelli della verità.
Pensavano che una specie di nebbia servisse al loro potere. Nessuno di loro (tranne De Gasperi) parlò mai con chiarezza al popolo italiano, che qualche volta avrebbe desiderato sapere. E credo che, almeno per qualche anno, il popolo italiano abbia amato essere avvolto dalle lente e indescrivibili ragnatele, che dall’ alto scendevano sopra di lui.

La seconda debolezza era il denaro.
giulio-andreotti-morto-11Non pensavano che fosse una cosa indifferente: luccica, splende, poi se ne va, e se lo usiamo con gioia può rendere piacevole e divertente la vita.
Avevano letto troppe scomuniche ecclesiastiche contro l’ usura e la banca. Uscendo dalle loro modeste e oneste catacombe, si convinsero che il denaro era il male. E per questo esercitava su di essi un’ immensa, peccaminosa attrazione.
Se dovevano gestirlo, lo affidavano a personaggi che non avrebbero potuto essere più infidi. Proprio questo prediligevano: il losco che avvolge il denaro. Così furono protagonisti di alcune farse esilaranti, che appartengono ai massimi capolavori della storia italiana: come l’ affare Calvi, dove un banchiere vuota come un topo industrioso la banca della quale è amministratore, si mescola ai personaggi più abbietti, si confonde con prostitute, fugge, va a chiudersi in un residence inglese con le moquettes bruciacchiate dalle sigarette, e finisce impiccato a un ponte di Londra – senza perdere mai la sua venerazione per i valori cattolici.

Un-immagine-d-archivio-della-Camera-dei-Deputati_h_partbI democristiani hanno governato questo paese per quasi cinquant’ anni; e gli storici, che oggi hanno una banale passione per il periodo fascista, non si sono ancora occupati di loro.
Forse è difficile raccontarli. Col passare del tempo, la loro matrice si è esaurita: quegli oratori, quelle sacrestie, quelle scuole private hanno smesso di produrre una ordinata folla di democristiani: mentre l’ Italia che essi amavano – il paese o la cittadina raccolti attorno alle parrocchie – scompariva. Hanno appreso troppo facilmente i vizi del popolo italiano. Hanno cambiato visi, sguardi, linguaggio.
E negli ultimi anni il mio occhio desolato non riusciva più a distinguerli da tutti gli altri che occupavano la scena.
SENATO: QUARTA VOTAZIONE ALLE 16.30Nel loro tramonto hanno avuto una specie di grandezza: si sono suicidati pubblicamente, accettando una legge elettorale che li condannava all’ estinzione. Così sono piombati nel vuoto come un castello di carte, esattamente come è caduto nel vuoto l’ altro castello di carte che era l’Unione Sovietica.

Ora sono dappertutto: a destra, al centro, a sinistra, in compagnie che apprezzano poco.
Non sappiamo quale sarà la loro sorte: forse si estingueranno, come il sale che a poco a poco si perde nell’ acqua: le qualità che li distinguevano al primo sguardo si dissolveranno nell’ atmosfera generale; e i pochi rimasti torneranno nelle catacombe.

img1024-700_dettaglio2_Enrico-Letta-4Oppure – ma mi sembra più difficile – contageranno tutti gli altri con la loro grigia grazia, con il loro ambiguo veleno.
In questo paese, non sono mai stati veramente amati: eppure per cinquant’ anni hanno espresso l’ anima dell’ Italia assai più dei fascisti e dei comunisti.
Per questo il paese vuole dimenticarli: non desidera riflettersi nel loro specchio.

Pietro Citati – Roma, 14 Giugno1996

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